romanzo – 20

 capitolo 19

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Tra i bambini che frequentavano il centro di Marcianise c’era Raffaele, un giuggiolone alto e magro, con pochi capelli (strappati via con le dita) e l’abitudine di picchiarsi.

Rita mi preparò per bene, prima di presentarmelo. Mi disse di essere pronto ad ogni cosa e mi disse che – in un primo momento – l’avrei solo affiancata, avrei dovuto guardarla e imparare.

Quando Raffaele arrivò, quello che notai era che non guardava in faccia nessuno. Anche Kevin lo faceva, anche Rosanna lo faceva, ma lui non guardava e guardava i muri, e sembrava fosse arrabbiato con i muri.

Tipo, camminava con sua mamma sotto dei portici per raggiungere il centro, superando un bar e una chiesa, e intanto cercava di aggredire le piastrelle sulla parete.

Più volte, con tenacia e ferocia sempre maggiore. Finché non ci riusciva, in un modo o nell’altro, sferrando un calcio o piazzando una testata sonora che lo intontivano temporaneamente e permettevano a sua madre di riprendere fiato.

Sua madre, però, non si preoccupava più di tanto, anche quando la botta della testa di Raffaele contro un marmo d’angolo sembrava fortissima. Sapeva che suo figlio faceva così da anni, e sembrava considerare quei momenti in cui Raffaele si bloccava dopo il colpo come uno svago, come un’uscita in discoteca, una scampagnata all’aperto, una gita all’acquapark. E sorrideva, in quei momenti, paga di poter ottenere dei momenti tutti per sé.

Entrammo nella stanza entrambi, io e Rita. Rita davanti, io dietro, ombreggiato dal suo culo enorme e dai lati tondeggianti dei suoi occhiali buffi e colorati.

- Dai, siediti – fece la procace psicologa.

Raffaele tentò di protestare, di divincolarsi. Tentò di colpirci. Ma la fermezza di Rita lo convinse a lasciarla fare.

Era stata di una fermezza – Rita – molto dolce. Era stata quasi magica, e lui si era rasserenato e  aveva addirittura fatto il gesto di appoggiarle la testa su una spalla.

- Tocca il naso – fece Rita.

Raffaele non eseguì. Allora Rita gli prese la mano e gli indicò il movimento. Lo scopo, mi spiegò, era quello di dargli il massimo dell’aiuto un paio di volte, per lasciargli l’impronta del comportamento corretto.

- Tocca i piedi – fece Rita.

Raffaele toccò la pancia.

- Tocca il pisello – fece Rita.

Raffaele si avventò verso il mio, di pisello, cercando di afferrarmelo.

Mi scansai e lo fece andare a sbattere.

Non era molto agile, Raffaele. Era autistico: non controllava bene i propri movimenti.

Mentre andava a sbattere sul muro, Rita si fece schermo con i piedi. Sembrava che gli stesse dando un calcio, ma non era un calcio.

- Quella che vedi è una tecnica che serve per proteggersi, nel caso di persone con disabilità grave e aggressività incontrollabile…

La guardai basito.

- Cosa dobbiamo fare noi? Noi dobbiamo aiutare queste persone e, per aiutarle, non possiamo farci male. Sei d’accordo?

Annuii, ma la cosa non mi era chiara.

- Elisabetta ha voluto creare uno stanzino apposito per Raffaele. Sei passato davanti a una vetrata che sembra buia, entrando?

In realtà, ero passato davanti a quel vetro parecchie volte, sì. Sembrava buio. Mi aveva affascinato, ma ho tanti cazzi per la testa che non avevo mai approfondito, né avevo mai potuto chiedere a Elisabetta, sempre presa dalle smorfiette di quell’angioletto di Kevin o dal suo cellulare che si scaricava continuamente.

- Non è un vetrata scura: è un vetro per vedere. Di là c’è una stanza: i genitori, se aguzzano la vista, possono percepire cosa succede.

- Perché?

- Per trasparenza!!! Elisabetta mi ha detto di evitare di parlartene, se non fosse stato necessario, ma per far decomprimere Raffaele quando è agitato dobbiamo farlo entrare lì, per forza. E tu sei qui e devi per forza vederlo. Non abbiamo alternative, no.

Respirai profondamente.

- Cosa c’è dentro, al buio???

- Una stanza morbida. Cuscini e materassi dipinti di blu-notte con la coloreria del discount.

Allibii, mentre Rita conduceva l’intontito Raffaelino, che in fondo aveva solo provato a tranciarmi le palle, in una specie di… non saprei nemmeno come nominarlo: uno stanzino morbido ricavato dal nulla. Una prigione morbida senza luce.

- Elisabetta mi ha detto che tu, come genitore, potresti avere difficoltà a capire… Ma stando qui ti renderai conto che in certi casi è necessario.

- Perché?

- Raffaele ha dei segni neurologici che lo inducono all’aggressività: non ci sono strategie adatte per contrastare dei fattori puramente neurologici…

- Perché?

- Quando Raffaele è aggressivo, bisogna aspettare che gli passi… E il modo migliore è fargliela passare nello stanzino buio…

- Perchè?

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romanzo 19

Capitolo 18

19

La mia vita non era semplice. Abitavo a Formia e andavo a fare tutte queste ore di tirocinio a Marcianise. Dovevo cambiare due treni e perdevo un sacco di tempo di viaggio. Però resistevo, con tenacia. Mi portavo il tablet con – sopra – caricati dei libri di analisi del comportamento applicata, e mi mettevo a studiare. Stavo facendo un master perché dovevo aiutare Rosanna, mia figlia, non per divertimento. E ogni istante cercavo di sconfiggere la mia stessa testa, che spesso partiva per la tangente e si metteva a pensare per i fatti suoi, “di testa sua”. Cercavo di sconfiggere la mia testa e focalizzare ogni mia attenzione su quei libri che – alla fin fine – mi sembravano gonfi di parole e mi sembravano una specie di spuma.

Avete presente la spuma? La spuma ha bassissima densità… è una cosa gonfiata. Se si potese racchiudere una bolle enorme di schiuma in un contenitore piccolo, ce ne vorrebbe uno molto piccolo.

Mi sono spiegato? Io non sono uno scrittore: sono solo un blogger. Non so scrivere ardite metafore.

Insomma: volevo semplicemente dire che mi sembrava che quei libri che leggevo in treno ripetessero sempre gli stessi tre o quattro concetti (o – meglio – due o tre) messi in croce e ripetuti in tutte le salse. Mi sembrava che definire l’ABA una “scienza applicata”, quando l’applicazione della scienza si limitava a 2 principi sicuri e provati applicati in 10.000 salse… mi sembrava una spuma… una bolla…

Insomma: pensavo che forse l’idea giusta, quella da portare avanti, era quella di divulgare la cosiddetta “scienza” il più possibile, sfrondandola dalle sovrastrutture. Far capire alla gente che la cosiddetta scienza è fatta di due concetti, far interiorizzare quei concetti e… basta!

Insomma: non è stato un bel periodo della mia vita, quello in cui andavo avanti e indietro da Marcianise. Tanto più che, nei momenti in cui ero a casa, cercavo sollievo nel mio compagno. E il mio compagno era sempre nervoso.

Mi ricordo una domenica. Io ero tornato da una due giorni di tirocinio intensivo più una due giorni di lezioni teoriche intensive di Enza Caserta.  Al centro, avevo seguito sempre Kevin. Avevo preso dei dati ossessivi su ogni suo comportamento, in maniera pedissequa e morbosa, e non lo avevo visto cambiare di un solo millimetro. Ma – tanto – i bambini cambiano in tempi molto lunghi. Non si possono vedere i cambiamenti ad occhio nudo. Lo aveva detto anche Elisabetta Caterino in una delle lezioni del master: i cambiamenti si vedono un po’ alla volta, molto gradualmente, ma dipendono sempre dall’ABA.

Insomma: ero lì a pensare ai cambiamenti graduali che avrebbe avuto Rosanna, quando sarei stato un grande e rinomato analista del comportamento, e Giacomo stava lavorando al pc, con il netbook della Acer.

Rosanna emetteva dei gridolini piccoli “Aùia” e faceva sempre lo stesso tragitto. Andava fino alla porta d’uscita e ci dava sopra un colpo, poi tornava indietro e saliva in piedi sul divano. Quando era sul divano, gridava: “Non me lo posso pemettere quindi ti dico di no!”, cercando di imitare la voce stridula di Caparezza.

Sulle prime, risultava anche simpatica, ma cominciò a farlo in sequenza, senza soluzione di continuità, ogni 15/20 secondi.

- Non me lo posso permettere quindi ti dico di no!

Giacomo sbuffò rumorosamente.

- Analista del comportamento! – fece, parlando a me – La fai smettere?

Ripensai a Kevin, a come gli insegnavo a salutare, a come sorrideva.

Allargai le braccia.

- Mi mancano le prese dati – feci – E poi dovrei farle prima un assessment. Non ho idea di cosa posso insegnargli.

Giacomo chiuse il netbook, di scatto, senza nemmeno salvare quello che stava scrivendo. Inspirò rumorosamente e mi guardò.

- Ascolta – fece – Mi prendi per il culo?

Non so cosa potevo sembrare, un quel momento. Forse un pesce che annaspa fuori dall’acqua. Mi sentii mancare il fiato.

- Perché? – riuscii a dire.

- Le stereotipie – fece – Falla smettere di fare sempre lo stesso giro e di dire sempre la stessa frase.

“Come?” pensai, ma non lo dissi.

Avevo comunque imparato che i bambini autistici, quando hanno delle stereotipie ripetitive, delle ecolalie continue o comunque delle “adesività” morbose possono essere distolti.

Mi piantai a gambe larghe lungo il tragitto di Rosanna, che mi aggirò – semplicemente – senza guardarmi e si diresse verso il divano. Ma la bloccai.

Non l’avessi mai fatto. Diventò peggio di un’anguilla e più aggressiva di una tigre.

Tentò subito di mordermi sul collo, con un  salto. Mi scansai. Allora tentò di scalciare.

Ma era piccola, mia figlia. Non poteva farmi del male. La immobilizai.

- Mi hai fatto male! Mi hai fatto male! Mi hai fatto male! – cominciò a strillare, intervallando le parole comprensibili con altri versi e gesti inenarrabili.

Venne Giacomo. La abbracciò teneramente, mentre si divincolava, e la prese tra le braccia. Poi la lanciò in alto.

L’espressione di Rosanna divenne gioiosa, all’improvviso. Eppure sembrava che stesse per piangere.

- Ooooooh – fece Giacomo, mentre la lanciava in aria e poi la riprendeva.

Io ero rimasto fermo e attonito, senza sapere cosa fare. Guardavo il mio compagno con ammirazione.

- Vai nel cassetto del mio comodino – fece Giacomo – Prendile l’Ipad.

Eseguii prontamente. A testa bassa.

Capitolo 20

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