Romanzo – 25

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capitolo 24

M25

Tutti i presenti in quel centro, quel giorno, si sentivano come i dodici apostoli durante l’ultima cena, come san Giovanni e la Madonna sotto la croce, come Napoleone quando sbarca a Parigi di ritorno dall’Isola d’Elba. La presenza di Elisabetta, quel giorno, segnava con una firma indelebile l’istante in sé, il centro in sé, il momento storico in sé.

Anche io cercavo di starle dietro, ma era praticamente impossibile. Tutte le ragazze che non avevo mai visto, nonostante condividessero quasi i miei stessi spazi, tutte le persone astruse – contemporaneamente intrise di determinismo psicodinamico e di scientificismo comportamentista… Tutte queste psicologhe più qualche educatrice che svolazzavano per il centro, io non le avevo notate. Tutti i fighi che gravitavano per l’entrata e poi si chiudevano nell’altra stanza (una stanza enorme, rispetto a quell degli sfigati, a dire il vero, una stanza fatta di tavoli e addirittura di libri. Libri… assurdo!) io li vedevo appena, come ectoplasmi trascurabili e sul punto di svanire. Per me esisteva solo la stanza degli sfigati, il lavoro non-pagato, chiamato tirocinio, che facevo nella stanza degli sfigati. Per me esisteva Kevin, esisteva Raffaele…

Mi resi conto dell’esistenza di una parte di mondo che non avevo considerato, solo quando Elisabetta penetrò nel centro e una fattiva e condizionante parte di quel mondo figo penetrò nella stanza degli sfigati.

Elisabetta avanzò, candida e perfetta, e sembrava un pugile imbattibile nell’atto di un incontro importante. Tutte le ragazze erano intorno. Sembravano bambine festanti e invece erano psicologhe e laureate in psicologia. Tutte le ragazze spingevano il culo in fuori, leggermente, senza rendersene nemmeno conto, ed erano impercettibilmente inchinate verso di lei. Era chiaro come la luna quando è piena: lei aveva carisma.

Era chiaro anche alla mamma di Raffaele, che teneva per la mano questo ragazzetto sghembo con lo sguardo un po’ perso e un po’ aggressivo, un po’ perso e un po’ aggressivo, tutto di seguito.

- Buongiorno – disse la mamma di Raffaele.

Elisabetta sorrise, ammiccò. Poi fece cenno a Raffaele di andare al tavolo con lei.

Raffaele la guardò aggressivo, poi sorrise, poi fece una strana stereotipia con le mani. Poi gridò. Poi fece quello che lei le aveva chiesto. Sedette al tavolo e attese la “maestra”.

- Buongiorno – fece Elisabetta alla mamma di Raffaele – Oggi lo vedo pimpante. Sono sicura che andrà bene.

- Mi commuove che ci sia lei – fece la mamma di Raffaele.

Si bloccò. Guardò me.

Io mi sentii come colto in fallo. Stavo spiando il loro colloquio. Con quale diritto? Eppure erano tante le psicologhe a spiare quel colloquio, tutte immobili e sospese in attesa degli immancabili insegnamenti della maestra.

Allora perché la mamma di Raffaele aveva indicato me?

- Lui è quello del blog? – disse la donna – Sei tu? Sei quello del blog?

Elisabetta non si girò nemmeno a guardarmi. La sentii che respirava forte. Fu come se – nel centro Fare di Marcianise – nessuno più parlasse, o come se tutti parlassero a voce tremendamente bassa che si sentiva solo il respiro di Elisabetta. Un respiro come amplificato dagli altoparlanti di un campo di sterminio, un respiro opprimente e oppresso.

A toglierci dall’imbarazzo, ci pensò Raffaele, che pensò bene di rovesciare il tavolo con tutto quello che c’era sopra (immagini, fogli di lavoro, flashcards di lettere e numeri, oggettini vari) e – quindi – di prendere il tavolino per una delle gambe e usarlo a mò di clava contro il vetro, che era infrangibile e si scheggiò soltanto.

Colsi il momento giusto per gettarmi verso il bambino e placcarlo. Lo misi a terra e lui cominciò a scalciare e tentare di graffiarmi e mordermi.

- Per favore – disse Elisabetta, mentre lo tenevo a terra con tutto il peso del mio corpo – Portamelo nella stanza morbida. Me lo fai questo favore, eh?

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Romanzo – 24

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Capitolo 23

  24 (una digressione)

Mi rendo conto che chi legge queste mie memorie (perché di memorie si tratta, e anche molto oggettive: sapete tutti, adesso, dove è finita Elisabetta Caterino e tutti siete consapevoli delle vicende giudiziare che l’hanno coinvolta) potrebbe provare repulsione per quanto ho vissuto e per il modo in cui l’ho vissuto. Potrebbe dire (magari) non che ho fatto un travagliato percorso alla fine del quale ho raggiunto la consapevolezza e l’obiettività, ma che sto cercando – adesso – di cavalcare l’onda dei fatti di cronaca,  di mettere in cattiva luce il centro FARE e di urlare a squarciagola “Io c’ero! Comprate il mio libro!”.

Oppure, chi legge potrebbe addirittura pensare che io stia facendo un’opera di demonizzazione del cosiddetto “trattamento scientifico predittivo di efficacia” e lo stia facendo – controcorrente – proprio in un periodo in cui nascono come funghi centri e strutture che adottano l’ABA come fulcro e come ragione di vita. Proprio in un momento in cui escono articoli del tipo “Mio figlio non ha avuto trattamenti fino ai 13 anni. Oggi i bambini sono già seguiti già a 2 anni con l’ABA”.

L’ABA. L’ABA. Tutti dicono questa parola magica, facile da pronunciare, e si riempiono la bocca. L’ABA. L’ABA.

Diciamolo tutti. Ditelo anche voi. Sentite come suona bene? E come fa schifo, in confronto, il suono di TEACCH? Come sa di teutonico e poco attraente?

O come induce a strani pensieri la CAA?

“Mio figlio fa la CAA tutti i giorni, dopo pranzo”

“Anche mio figlio fa la CAA: è importante fare la CAA: aiuta la regolazione interna”

Ma basta. Stavo cercando di essere molto diretto nella mia narrazione e di attenermi scrupolosamente ai fatti, solo che – aprendo internet questa mattina – ho trovato vari articoli sull’autismo. Uno è

CHE FINE HA FATTO ENZA CASERTA? MISTERI SULLA SUA SORTE.

Si tratta di una serie di illazioni senza capo nè coda secondo le quali la presidentessa del centro Fare (e socia della Caterino) sia stata uccisa. Finora si è sempre creduto che fosse emigrata in qualche paradiso tropicale con i soldi della cooperativa, ma gli inquirenti hanno studiato bene la situazione del centro – al momento della sua sparizione – e hanno visto che ha lasciato le cose a metà.

Ad esempio: aveva un appuntamento, il giorno dopo, con una professoressa della facoltà di psicologia della seconda Università di Napoli. Aveva telefonato, la sera stessa della sparizione, al medico/abista più famoso e famigerato del sud (attivo – come sapete – soprattutto in Campania e in Puglia), il dottor Ricci, per proporgli una collaborazione. Aveva preso un appuntamento con un uomo – si suppone per motivi sentimental-erotico-sessuali – per la sera dopo.

Insomma: nulla lasciava presagire una sparizione. Nel senso che nulla lasciava pensare che sarebbe fuggita in un paradiso tropicale, come poi si è detto (come ha detto la stessa Caterino, che sostiene di averla incontrata il mattino della scomparsa).

Io sospetto che Enza Caserta sia molto furba e abbia fatto apposta a lasciare tutte le cose a metà, a prendere appuntamenti per il giorno dopo etc etc, proprio per sviare le “indagini”, e che sia campata in aria anche l’altra ipotesi avanzata nell’articolo, cioé un rapimento a scopo di estorsione, perché ormai sono passati parecchi giorni e non si è fatto sentire nessun rapitore.

Insomma: mi sono svegliato stamattina e ho letto gli articoli sul centro FARE, sul processo alla Caterino, sulle dichiarazioni del suo avvocato, Schiavone. Ho letto l’articolo sulla sparizione di Enza Caserta. E ho letto un altro articolo, su un altro sito, che predica la santa ABA come panacea di tutti i mali.

Alla fin fine e indipercui – anche se mi rendo conto che in un memoriale come questo dovrei attenermi ai fatti in maniera cronologica – trovo doveroso fare delle precisazioni sul motivo per cui sto scrivendo. Anche perché, quando avrò finito, la vicenda giudiziaria del centro FARE sarà probabilmente conclusa (però siamo in Italia… e non è detto). Dunque non potrò cavalcare l’onda del momento, quando avrò finito. Non potrò gridare “comprate il mio libro! parlo del centro sotto processo!”… Magari non se lo ricorderà più nessuno, quel centro.

Però… quando avrò finito questo memoriale, potrò dire la mia sul senso di tutto quello che è accaduto. Di tutto quello che c’è a monte. Potrò dire se è valsa la pena e se ne vale la pena…

Insomma: ABA… Questa parola magica che riempie le bocche e i portafogli, che diavolo è?

Come diceva Elisabetta Caterino prima di essere arrestata, ABA è una scienza applicata.

Punto.

E cosa vuol dire?

Vuol dire che è l’applicazione di una scienza.

E cosa vuol dire?

Vuol dire che c’è una scienza (una scienza vera) che ha le sue leggi, e che la scienza applicata cerca di sfruttare queste leggi, per i suoi fini.

Esempio: la legge di gravità. Sappiamo che ogni corpo, sulla terra, cade verso il basso. Questa è la scienza (quella vera).

La scienza applicata è quella secondo la quale, lanciando un grosso masso su un’auto – da un’altezza di 30 metri – possiamo distruggere quell’auto.

Ma basta digressioni, oltretutto prive di senso…. Il fatto è che mi sono svegliato con la voglia di fare digressioni… Ero rimasto a quando eravamo tutti emozionati, nel centro di Marcianise, perché la magica Elisabetta stava per darci una prova della sua scienza applicata (del suo masso sull’auto), entrando con Raffaele nella stanza morbida e buia…

capitolo 25

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