Alessia Rillo:
Cari amici,
ritorno con i miei argomenti di vita quotidiana, chiedendovi e attendendo suggerimenti riguardo ai momenti di gioco con i vostri figli:
Che giochi fate?
Ne avete inventati di vostri?
Quanto tempo giocate al giorno?
Dove e come?
Come proponete un nuovo gioco e come fate a farlo accettare?
Aspetto i vostri interventi, grazie!
Emanuela Borrelli:
Mia figlia ha 21 anni e – per quanto riguarda le proposte di gioco – è stato tutto sempre molto complicato, perché non è stato facile capire cosa le piace… Adesso che è una persona adulta, però, mi sono resa conto che il gioco è un po’ come il tempo libero. Ho capito che a mia figlia piace correre, e così ci siamo impegnati a creare dei percorsi di Atletica. Ad Alma piace la musica e così ogni tanto facciamo il Karaoke, suo padre suona la chitarra, il fratello la batteria e lei adora questi momenti…
Poi curiamo un orto urbano (e così si cimenta nello zappettare, piantare e innaffiare e MANGIARE quello che si produce). Facciamo anche un laboratorio di cucina e un laboratorio del movimento e della danza.
Quello che ho capito io, è che le proposte devono avere un senso. Spesso il gioco è considerato senza senso, come una cosa astratta. Per persone come mia figlia, non può essere così. Lei deve capire il senso di quello che fa, anche se poi lo fa a modo suo ed è difficile darle un ordine. Però, almeno, fa cose che le piacciono: anche perché è importante differenziare quello che è gioco e tempo libero da quelle che sono le attività.
Rossella Sorrentino:
Allora…
Mattia preferisce il gioco senso motorio. Il solletico, ad esempio, è quello classico, che piace a tutti i bimbi, di solito anche agli autistici. Mattia quando vuole che gli si faccia il solletico dice “Ti faccio il solletico” Io per fargli capire l’inversione pronominale dico “Lo fai a me? Fammelo, che bello” e gli metto la manina addosso a me per farmi fare il solletico. Poi ripeto “Mamma, fai il solletico anche a me” ma lui non ripete, mi fa capire però che lo vuole con lo sguardo e glielo faccio. Di solito questi giochi li facciamo sul lettone, penso un po’ come tutti i bimbi con i propri genitori. Sempre sul lettone facciamo anche altri giochi tipo “pedala, pedala”: lui si mette disteso sulla schiena, con le gambe piegate, io gli prendo i piedini e canto una canzoncina “Pedala, pedala, bambino in bicicletta” e gli muovo i piedini e le gambe come se stesse pedalando, poi lui all’improvviso blocca le gambe, io non posso più fargli fare il movimento e faccio una faccia buffa e lui ride, ride a crepapelle…Quando vuole fare questo gioco dice “facciamo bicicletta”.
Oppure facciamo il ponte con i piedi: tutt’e due sulla schiena, sempre sul lettone, e spingiamo piedi contro piedi, lui deve regolarsi un po’ a come spingo io, più piano o più forte, poi anche lui spinge piano o forte…a volte sotto il ponte dei piedi facciamo passare qualche pupazzo…”Mattia, passa Pluto sotto il ponte!” esclamo io e lui è contento.
Poi il classico cavallino sulla pancia della mamma che ora non può fare più con me perché ho il pancione, ma in questo si presta bene il papà. Cavalcate, salti sulla schiena, voli li fa col padre. Col padre fa “il bambino volante”. Il padre disteso sulla schiena sempre nel lettone dice”adesso facciamo…adesso facciamo…” e lo solleva col viso rivolto verso di lui: Mattia lo guarda e completa “il bambino volante!” e il papà lo fa volare e lui è felice. Una cosa che a Mattia non riesce proprio è di saltare: ci prova da solo sul lettone, guardandosi allo specchio ma proprio non riesce. Così il papà lo prende da sotto le ascelle e gli fa fare Tigro e dice “Salta, salta, salta!” e Mattia ripete e lo richiede infinite volte.
Alessia Rillo:
Che bello! Forza, dove siete amici? Raccontatemi un pò…
Gloria Bullo:
Anche Enea, ama molto il gioco sociale, specie sul letto: solletico, cavallino, rotoloni…
Quanto al gioco funzionale, con i giocattoli Enea da solo non lo sa assolutamente fare, lasciato con un gioco o un materiale qualsiasi lo manipola, in modo ossessivo, tra le mani associandovi una stereotipia vocale…solo con l’ aiuto di un adulto riesce ad usarli in modo appropriato.
Direi che il repertorio di giochi di Enea è limitatissimo e ogni attività rischia di trasformarsi in un’attività stereotipata, per questo facciamo molta fatica a giocare con lui…anche perchè poi diventa problemtico distorglielo da questa…
Enea adora guardare i video, andare in bici (portato sul seggiolino, da solo non ci sa andare) e interagire con un adulto per le coccole…e noi cerchiamo di assecondare tutto questo, mentre stiamo cercando di insegnargli ad usare i giocattoli correttamente ma è un’impresa difficile ed è un punto centrale nella terapia.
Rossella Sorrentino:
Io continuo sul gioco, sperando di leggere tante esperienze di altri genitori. Grazie Alessia per averci dato l’idea.
Un altro gioco che a Mattia piace molto è metterci vicini vicini, faccia a faccia. Lui dice “ciglia ciglia”: le nostre ciglia si toccano e questo lo diverte tanto. Poi continua lui o – se non lo fa lui – continuo io: “nasino, nasino”, “dentino, dentino”, “guancia, guancia”, “capelli capelli”. Ultimamente lui ha aggiunto “bacio”. È un modo che ho inventato per insegnargli le parti del volto e farlo stare in contatto stretto con me. Ci sono stati periodi in cui non voleva farlo, perché gli dava fastidio stare così vicino: in questo periodo invece è un gioco che richiede spesso.
Poi facciamo “la formichina cucci cucci sulla …” manina testa spalla collo pancia schiena e chi più ne ha più ne metta (l’obiettivo è sempre quello di insegnargli le parti del corpo): faccio io la formichina, con la mia mano che cammina a passettini leggeri e poi si mette a ballare, quindi a fare il cucci cucci (solletico), in una parte del suo corpo che nomino in maniera enfatizzata.
Il padre ha variato il gioco sostituendo la formichina con altri animali: l’elefante col passo pesante (quindi preme forte con le dita sulle varie parti del suo corpo) o il canguro che salta (e la sua mano saltella).
Anche con questo gioco Mattia si diverte un sacco, soprattutto perché adora gli animali.
Per quanto riguarda il gioco funzionale con i giocattoli, anche Mattia è in grande difficoltà. Fino a poco tempo fa (parlo di tre-quattro mesi) se gli davi in mano la macchinina, lui si fissava sui particolari, soprattutto sulle ruote. Dopo i 12 mesi era molto attratto dai giochi sonori a pulsanti, schiacciava i pulsanti in maniera ossessiva (e lì abbiamo fatto sparire quasi tutti i giochi di quel tipo prima che lui avesse diciotto mesi: un giorno mandai un sacco di roba al mercatino dell’usato perché non sopportavo più mio figlio che pigiava sempre sugli stessi tasti – anche perché cominciavo a sospettare qualcosa).
Costruire una torre con i cubi, nemmeno a parlarne. Oggi va meglio: nel senso che la macchinina la fa camminare sul tavolo. Il trenino, anche. Con i cubi, riesce a fare una torre di sei sette cubi, ma deve essere in vena.
E’ molto attratto dai numeri (sotto tutte le forme, puzzle, cubi basta che ci siano numeri) e dalle letterine, ma anche lì – se non è guidato – li contempla estasiato e ci passerebbe le ore senza concludere nulla, al massimo mettendoli in fila.
Gianni Papa:
Un gioco che faccio io, con Mattia, è allontanarmi da lui guardandolo negli occhi e mettermi in posizione di “partenza”. Lui capisce subito e mi guarda anche lui negli occhi.
Poi io dico: “Uno!”
E lui continua: “Due! Tre!”
E Mattia: “Caricaaaaaaaaaaaa!!!”
E corre tra le mie braccia mentre io corro contro di lui. E, nel momento in cui ci scontriamo, lo sollevo in alto per rinforzarlo (gratificarlo). E lui ride.
Marcello Menchini:
Con i vostri giochi mi avete commosso, anche perchè la prima infanzia di Stefano non l’ho vissuta, perchè in concomitanza del cambio lavoro da dipendente ad autonomo (in pratica a casa non c’ero mai).
Stefano ha ora 17 anni, pesa 95 kili ancora oggi vuole fare giochi che facevamo quando era piccolo, rotolandoci per esempio sul lettone… pensatemi.
Per farlo divertire, con l’indice e il medio faccio l’omino che cammina. Stefano mi imita e cerca marcello chiedendo. Il mio omino (le mie dita) si rivolgono a Stefano e gli chiedono: “Ehi, amico, come ti chiami?” e lui risponde: “Stefano”. Allora il mio omino dice: “Io cerco marcello”… E l’omino-dita di Stefano indica me, e dice: “E’ lui”… E il mio omino viene a darmi un pugno.
A volte, invece, sempre con le dita, lo attacco. Facciamo a calci con le dita e alla fine vince lui, perchè io cado per terra (sulla mia pancia).
Riguardo ai giochi fatti nell’età evolutiva, come vi ho detto io lavoravo e la “deputata” era mia moglie. Comunque erano molto simili a quelli descritti nei post precedenti. Ad ogni modo noi (forse sbagliando, oppure no) abbiamo sempre preferito attività “tecniche”, come per esempio puzzle al computer (stefano lo usa da quando aveva 4 anni): l’informatica era il mio lavoro e non è stato difficile.
Adesso spesso i giochi sono attività “tecniche”, finalizzati alla terapia educativa.
Per esempio, quando andiamo in giro in macchina, per stimolarlo (a 13 anni lui è diventato verbale) giochiamo: lui sceglie una lettera e inventiamo le parole che cominciano con la lettera che ha scelto. Devo dire che prima ne trovava poche: ora vince quasi sempre lui, anche utilizzando trucchi che abbiamo scoperto (legge i cartelli stradali delle pubblicità e trova le parole che iniziano con quella determinata lettera).
Alla fine i giochi diventano davvero educativi quando le uscite in macchina diventano un sistema per rafforzare o insegnare la destra e sinistra, quando mi deve indicare la strada per andare in un posto. All’inizio è stato difficile, ma ora dice anche di tornare indietro se non ho svoltato quando lui distrattamente non me l’ha detto.
Bah, penso di avervi fatto una testa grossa così, con le nostre cose. Per stasera mi avete sopportato abbastanza
Antonella Antonucci:
A due anni Daniel sembrava sordo, non rispondeva al suo nome ne’ era in grado di dire come si chiamava.
In compenso, da autistico d.o.c., sapeva riconoscere tutte le auto dal loro marchio. Perciò passavamo interi pomeriggi fuori casa durante i quali io – per stimolarlo – indicavo ogni macchina parcheggiata chiedendogli: “Che macchina è questa?” e lui “Citroen Saxo”, “Alfa Romeo”, ecc. Era l’unico modo che avevo per stabilire un contatto con mio figlio, l’unico modo per sentirmi vicina a lui in qualche cosa.
Poi mi è stato suggerito di limitare al minimo il gioco con le macchine, per evitare che Daniel continuasse a focalizzare la sua attenzione solo su di esse. All’inizio è stata durissima cercare di coinvolgerlo in altre attività, ma poi – piano piano – il range di interesse si è allargato alla cucina (grazie anche all’influenza di Ratatouille, il topino chef, e al Didò, con cui faceva gli spaghetti). Poi siamo passsati alle storielle con gli omini della Playmobil, con la casa e la capanna del cacciatore, con gli animali malati da curare… e da lì alla valigetta del dottore.
Al momento, Daniel dimostra un interesse sempre maggiore verso ogni tipo di giocattolo: ne abbiamo avuto prova coi regali che ha ricevuto per il suo compleanno. Invece di darglieli tutti insieme abbiamo preferito centellinarli, in modo che si concentrasse su un gioco per volta, sempre per non creare confusione. Così ha scoperto i Gormiti, il castello dei cavalieri della Playmobil (a cui facciamo subire assalti da parte di due draghi feroci), le pistole e le spade con cui si insegue con i suoi amici che vengono a giocare con lui.
Dimenticavo che è davvero bravo con i Lego, grazie alla pazienza di suo padre che con lui trascorre intere serate a progettare elicotteri, carrarmati e speciali mezzi corazzati: perchè comunque il primo amore non si scorda mai….
Il problema resta nell’ambito dei giochi di squadra, sia da tavolo che di movimento fisico, ma ci stiamo lavorando… con la dovuta calma.
In ogni caso, sulla base della mia esperienza, vorrei invitarvi a non farvi prendere dallo sconforto se i giochi che di volta in volta vengono proposti ai nostri bambini non ricevono l’attenzione da noi sperata, o vengono solo ignorati: tanti giochi che avevo provato a dare a Daniel- e che avevo dovuto riporre perchè da lui ignorati – sono stati da mio figlio accolti con interesse solo mesi (talvolta anni) dopo la loro prima apparizione sulla scena.
L’importante è non scoraggiarsi mai di fronte ad un iniziale rifiuto, ma portare pazienza… ce ne vuole tanta, ma poi quando meno ci si aspetta le soddisfazioni arrivano…
Il gioco più significativo che ho giocato con mio mio figlio m., (oggi ha 13 anni, e ancora mi chiede di farlo) si chiama “lorenzo” e in sostanza me l’ha proposto lui quando aveva 4 anni, cominciando a fare il gioco del bubusettete da dietro un tovagliolo, ma con delle smorfie. Poi si sono aggiunti dei nomi. Piano piano, accogliendo i suoi suggerimenti, si è creato un gioco in cui si trattava fare delle smorfie ognuna delle quali aveva il nome di un suo compagno della scuola materna. La più gettonata era la faccia appunto di Lorenzo, che poteva avere una serie di variazioni: lorenzo triste, preoccupato, stupito e così via. Si potevano fare anche le facce di m., in questo caso la faccia era normale, senza smorfie, ma assumeva le varie espressioni: triste, stupito eccetera. Io sono convinta che matteo mi chiedeva così di aiutarlo a decifrare l’universo della mimica facciale delle persone, per lui difficile da maneggiare, e che questo gioco ha significato da una parte una sorta di lavoro terapeutico per lui ma anche un rafforzamento del nostro legame, tanto che anche adesso che è alto come me e ha un inizio di baffi, “lorenzo” è ancora con noi… L’unico consiglio che mi sentirei di dare è di cogliere i minimi segnali che possono venire dai nostri bambini e cavalcarli, con convinzione, con gioia. Spesso loro sanno di cosa hanno bisogno e ce lo chiedono, anche se non possono farlo esplicitamente. A proposito di video e supporti tecnologici io li ho sempre trovati utilissimi, a patto che matteo non ne facesse un uso solo ripetitivo e “isolante”. I film, anche se si appassionava a delle singole scene e le riguardava in continuazione, hanno costituito un fantastico repertorio di situazioni, emozioni, linguaggio. Abbiamo avuto all’inizio il periodo dei “rumori” in cui lo interessavano solo scene con suoni particolari. Poi via via tanti periodi, quello dei “cattivi”, quello delle scene in cui moriva qualcuno, fino a interessi più sofisticati, come per esempio per i personaggi ambigui, che sembrano buoni e poi sono cattivi…L’importante era nei limiti del possibile non lasciarlo solo lì davanti, ma cercare di capire cosa lo interessava e parlarne. Poco tempo fa gli ho chiesto perchè continuasse a guardarsi delle scene di film a ripetizione sul suo PC, anche adesso che è grande, e la sua risposta mi ha commosso: “per migliorarmi, mamma.” testuali parole. Un caro saluto a tutti i genitori di “m.” piccoli che cominciano ora a cimentarsi con video, CD, giochi elettronici, MP3 eccetera… Hanno davanti una strada lunga e spesso faticosa, ma piena di scoperte e di traguardi che li entusiasmeranno e trasformeranno la loro vita!
Ragazzi,
ma la vostra quotidianità come si articola?. Mi spiego siete sempre lì a stimolare e monitorare i vs figli o vi lasciate andare e fate fare loro ciò che gli piace di più.
Io sento di sprecare molte energie senza avere risultati con Riccardo oggi di 23 mesi che sembra non interessargli quasi nulla. Io da brava ex animatrice mi ritrovo battuta ko da mio figlio che qualsiasi versione gioco gli propongo sembra non accettarla. Non so se devo imputare tale comportamento alla sua età oppure al fatto che non avendo ancora avuto direttive da qualcuno più esperto non riesco a prenderlo per il verso giusto.
La mia ansia maggiore e quella di star perdendo del tempo prezioso per insegnargli alcune cose, ma da come ho letto capisco pure che con i ragazzi come Riccardo il concetto di tempo va accantonato, tutto arriverà quando meno l’aspetteremo.
Grazie mille di esistere non posso fare a meno di consultare quotidianamente questo blog.
Siete fantastici buona notte,
Betty