Come genitore di un bambino autistico e insegnante di sostegno, vivo un conflitto d’interessi degno dei peggiori conflitti d’interessi politici.1) Come insegnante di sostegno, sono preso in un ingranaggio nel quale la scuola gestisce e agisce da sola gli alunni con disabilità, in cui la scuola ha rapporti rari e inutili con le U.O.N.P.I.A. e in cui le U.O.N.P.I.A. non vogliono collaborare, o – peggio ancora – non sono in grado di farlo. Mi trovo a combattere – altresì – sempre più spesso, con genitori disinteressati che non capiscono l’importanza di avere costantemente incontri con l’insegnante di sostegno e – italianamente – “lasciano fare”.
2) Come genitore, mi trovo a non sapere cosa mio figlio ha fatto a scuola (perché non me lo comunica), a non sapere se l’insegnante di sostegno gli ha fatto fare delle attività specifiche per la sua disabilità, se i compagni hanno cercato di interagire con lui e se lui ha cercato di interagire con i compagni. Mi trovo ad avere difficoltà nel vedere anche solo di sfuggita l’insegnante di sostegno, a poter avere incontri solo molto sporadici e molto brevi con tutto il corpo insegnante riunito (due insegnanti femmine e un insegnante di sostegno maschio). Mi trovo a non partecipare alla stesura del PEI né del PDF.
Come insegnante di sostegno – posso far perno sulla mia coscienza per svincolarmi dalla mollezza e dall’inutilità dell’istituzione; tuttavia, trovo molto arduo cercare di coinvolgere i genitori, i quali spesso hanno altri figli che stanno bene, non inquadrano nemmeno il proprio figlio come disabile e quindi se ne infischiano, oppure confidano nel fatto di essere seguiti dai servizi sociali o dal centro socio-educativo comunale.
Come genitore, vorrei intervenire nella vita scolastica, entrare a scuola mentre c’è “lezione”, partecipare a momenti comuni non strutturati come la mensa, perché mio figlio (pur parlando) non riesce a raccontarmi praticamente nulla, e l’unico modo in cui potrei capire veramente quello che fa (o che non fa) a scuola è essere presente e persino arrivare all’improvviso non preannunciato.
C’è una soluzione per tutto questo?
Esistono delle istituzioni previste dalla legge: i GLH d’istituto e i GLH operativi. Istituzioni – sulla carta – importantissime, ma che – anche loro – hanno dei grossi problemi.
1) I GLH d’Istituto hanno – al proprio interno – una rappresentanza dei genitori, ma non esiste una “sottoriunione” in cui TUTTI i genitori si incontrino per discutere cosa dire nel GLH. Inoltre, tali GLH molto spesso non esistono e – quando ci sono – hanno il valore di un fantasma inopportuno malvisto e mal sopportato dalla dirigenza e dal corpo insegnante.
2) I GLH operativi dovrebbero essere fatti per la stesura di PEI e PDF e per la verifica degli obiettivi del PEI, ma non li fa quasi nessuno, perché:
a) I Dirigenti dicono che – se dovessero fare due GLH operativi all’anno (che, nei casi gravi come l’autismo, sarebbero comunque pochi) per ogni alunno certificato – la scuola andrebbe in fallimento (la preside di mio figlio ha addirittura detto: “Se devo istituire i GLH operativi, mi suicido”)
b) Resta il problema dell’inettitudine delle U.O.N.P.I.A., spesso infarcite di personaggi di formazione psicodinamica che fanno risalire tutti i problemi all’incapacità delle famiglie (la neuropsichiatra dell’UONPIA ci consigliò – quando cercavamo un posto specializzato per far avere la diagnosi a mio figlio – IL DOSSO VERDE, un orrendo luogo gestito da suore dove si “cura” l’autismo con la psicoterapia, a partire dalla tenera età di due anni).
c) Le stesse U.O.N.P.I.A. scoraggiano la pratica virtuosa dei GLH operativi, in quanto (dicono) sono oberati dal lavoro, e non riuscirebbero a seguire tutte le scuole (però se passi per l’U.O.N.P.I.A. in un giorno qualunque, non trovi mai nessuno in fila ad aspettare: anzi spesso i neuropsichiatri stanno chiacchierando e scherzando o si stanno addirittura prendendo il caffè).
LA SOLUZIONE?
Le soluzioni a un tale stato di cose potrebbero essere varie. Provo ad elencarle.
1) Tornare alle scuole speciali. Tale soluzione però non è più praticabile in Italia, perché ormai abbiamo una lunga esperienza di “inclusione scolastica” e dobbiamo obbligatoriamente lavorare in quel senso: riorganizzare delle scuole speciali in grado di raggiungere l’eccellenza delle scuole speciali del nord Europa (per esempio) è oramai utopico e richiederebbe tempo che non abbiamo, risorse che non abbiamo.
2) Controllare le scuole: quelle che non hanno istituito i GLH dovrebbero avere delle “punizioni”, sotto forma di multe, stipendio inferiore al preside e ai suoi collaboratori eccetera. Metterla, insomma, sul piano dello scontro.
3) Dare potere ai genitori degli alunni disabili. Potere, ma anche doveri. Ogni genitore di alunno disabile dovrebbe condividere pienamente con il personale della scuola e con il Dirigente scolastico la responsabilità – anche penale e civile – dell’integrazione scolastica.
Quella che a me piace di più è la terza soluzione.
Cambiare lo “stato giuridico” dei genitori dell’alunno disabile vorrebbe dire
1) Che un genitore di alunno disabile è a tutti gli effetti un membro dell’equipe pedagogica, partecipa ai consigli di classe e ai collegi docenti e può entrare ed uscire da scuola quando vuole.
2) Che nessun genitore di alunno disabile può prendersi il lusso di “lasciar fare” agli insegnanti, che ha la responsabilità come gli insegnanti del percorso educativo scolastico di suo figlio.
3) Che ciascun genitore di alunno disabile è obbligato non solo a condividere il PEI, ma a contribuire alla sua stesura.
4) Che un genitore di alunno disabile può denunciare per conto della scuola – in quanto membro della scuola – l’U.O.N.P.I.A. per inadempienza e incapacità.
5) Che un genitore di alunno disabile può DECIDERE sul percorso scolastico del proprio figlio, e non aspettare che piombi dall’alto qualcosa che i Dirigenti non vogliono concedere.
6) Che un genitore può decidere quale tipo di intervento riabilitativo effettuare a scuola e quali persone devono collaborare – in questo – con gli insegnanti
7) Su quest’ultimo punto, dato che l’U.O.N.P.I.A. non è quasi mai in grado di fare nulla (tranne che se hai la fortuna di abitarei a Mondovì) si tratta di privati o di enti convenzionati: un genitore di alunno disabile deve poter convocare il Consiglio d’Istituto in qualsiasi momento per richiedere fondi per autorizzare l’intervento di centri convenzionati con il SSN o il pagamento di esperti esterni.
Ciò, naturalmente, non esclude i GLH operativi: anzi li rafforza.
I GLH operativi dovrebbero essere effettuati ogni volta che ce n’è l’effettivo bisogno. Non, quindi, 2 volte all’anno come norma, ma in maniera molto più flessibile: anche 100 volte in un anno (è una esagerazione, ma è per rendere l’idea) per alunni gravissimi.
Se quello che ho proposto dovesse diventare realtà, il potere di alcuni Dirigenti incapaci di attuare l’integrazione scolastica sarebbe ridotto e i genitori avrebbero la possibilità (ma anche il dovere) di contribuire al percorso scolastico dei propri figli.
Altrimenti, continuando come stiamo continuando, non arriveremo da nessuna parte e ci faremo ridere dietro da tutto il mondo, altro che “modello dell’integrazione scolastica, vanto della Scuola italiana”!!!
Genitori di un bambino disabile che da due anni lottano affinchè sia data loro la possibilità
di intervenire a scuola per effettuare gli spostamenti a piedi del bambino affetto da tetraparesi.
Ritenendo tali spostamenti rischiosi se non eseguiti da chi li effettua quotidianamente e
da anni ,noi genitori ci siamo resi disponibili ad intervenire per il bene del bambino e per la
sua sicurezza ma intorno a noi si è scatenata una guerra i cui protagonisti sono docenti
dirigente e servizi sociali: tutti contro ,come se le nostre richieste fossero quelle di due
delinquenti ,non considerando minimamente le nostre preoccupazioni.
Pertanto condividiamo l’idea che i genitori e tutte le varie figure professionali
dovrebbero lavorare insieme condividendo un unico obbiettivo che è quello del bene
del bambino ;anzi i genitori sono da considerare come fonte primaria cui attingere
per capire a fondo le esigenze del bambino e come risorsa per risolvere le varie
problematiche.In concreto la nostra battaglia è quella di riuscire a far inserire all’interno
del PEI la figura del genitore come parte integrata nell’ambito dell’assistenza al proprio figli
e quindi nel poter intervenire nell’orario scolastico in momenti definiti senza avere limitazioni
o addirittura divieti.
Ci piacerebbe avere dei confronti ,cordiali saluti.
Sono un’insegnante di musica di scuola media, specializzata per scelta nel sostegno ed attualmente in servizio con un non facile caso di disabilità inerente proprio l’autismo e non solo. Capisco pienamente il collega. Lavorare unicamente sull’alunno disabile non è sufficiente, è necessario invece collaborare con i genitori ma soprattutto, supportarli in questo loro difficile percorso di vita; ma perché ce lo permettano prima di tutto e necessario capirli, capire perché rifuggono un contatto, forse perché lo vivono come frustrazione, o vergogna. Posso capire le difficoltà di questo genitore-collega che percepisco come molto rammaricato più che carico personalmente di intima iniziativa proprio perché il continuo dover lottare su due fronti contemporaneamente crea un eccesso di pesantezza animica a discapito di una gioiosa partecipazione alla vita da poter trasmettere intorno a sé e nell’ambiente circostante. Quando si ricarica? Questi ragazzi ci chiedono entusiasmo nella vita, ciò che a loro manca; i loro genitori necessitano di imparare a riacquistare fiducia, di ritrovare un sorriso perduto, necessitano di uno spiraglio di luce, di qualcuno così forte e fiducioso nei confronti della vita stessa che li possa guidare verso un nuovo modo di percepire il mondo circostante e la loro situazione. Nel nostro lavoro è estremamente importante saper parlare al cuore della gente e sono più che mai convinta che non è l’ accedere alle leggi come arma che si possa cambiare il mondo e sino a che non maturerà quell’amore vero, significativo verso l’altro,che parte principalmente da se stessi non ci sarà legge che tenga; questo è un fatto che nasce dalla coscienza delle persone e dalla consapevolezza del significato vero e profondo della vita … l’incontro con l’altro non è altro che il confronto specchio con noi stessi, è un momento di arricchimento per genitori, per insegnanti, per assistenti, ma … ” anche le situazioni esterne a noi sono lo specchio riflesso della nostra intima condizione e della percezione che abbiamo del mondo circostante” !!!