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 Copio e incollo dal sito di Francesca Poggiali: ohibò, ma non si tratta di quella cosa che qualcuno chiama ABA???

Cenni storici

La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) e’ una psicoterapia sviluppata negli anni ‘60 da A.T. Beck.

Le sue origini  risalgono al Ventesimo secolo, in particolare alla tradizione scientifica della psicologia sperimentale, con gli studi di J.B. Watson e I.P. Pavlov, fondatori della corrente teorica del “Comportamentismo“.

A partire da questi studi, furono applicate al campo della sofferenza mentale una serie di tecniche di modificazione del comportamento, di diretta derivazione dalla ricerca sperimentale, il cui insieme viene definito “Terapia Comportamentale“.

L’evoluzione della ricerca scientifica in psicologia,  intorno agli anni ‘60, con le prime sperimentazioni di simulazione dei processi mentali tramite computer, permise il superamento dei limiti del “comportamentismo”, la costruzione dimodelli della mente (spiegazioni circa  comprensione del linguaggio, il ragionamento matematico, la memoria, la produzione di emozioni, ecc.) e lo sviluppo di una serie di tecniche che, oltre al comportamento, si proponevano la modificazione e il cambiamento dei processi mentali, vale a dire i pensieri e le emozioni.

L’insieme di tali metodologie prese il nome di  Terapia Cognitivo-Comportamentale.

Principi base

I principi di base della TCC sono che  le emozioni e i comportamenti delle persone vengono influenzati dalla loro percezione degli eventi. Non e’ l’evento in sé, ma la sua interpretazione a determinare il modo in cui lo viviamo, in termini di pensieri, emozioni, comportamenti.

Molto disturbi sono dovuti ad una modalità disfunzionale di “leggere” la realtà, che porta a vivere in preda a paure, ansie, prigioni mentali. Il pensiero influenza lo stato emotivo e la messa in atto di un comportamento piuttosto che un altro.

Da un punto di vista cognitivo, La TCC aiuta le persone ad identificare pensieri automatici negativi i (livello cognitivo più superficiale: pensieri rigidi, veloci, brevi, caratterizzati da distorsioni della realtà) e a sostituirli gradualmente con una modalità di pensiero più realistica e funzionale. Attraverso il lavoro cognitivo si risale poi alle credenze intermedie (regole e assunzioni disfunzionali) e alle credenze di base o schemi (livello cognitivo più profondo: sono globali, rigide e ipergeneralizzate), giungendo ad una loro messa in discussione e revisione ( vedi schema therapy).

Per quanto riguarda il piano comportamentale, la TCC si rifà al modello A-B-C. dove A sta per “antecedente”, B per “comportamento” e C per “conseguenza”.

Una volta individuati i comportamenti target da ridurre e infine eliminare, si procede all’osservazione sistematica  degli antecedenti e conseguenti del comportamento, in modo da ottenere una lettura funzionale del comportamento stesso. L’assunto di base è che ogni comportamento svolge una funzione e l’ambiente (interno ed esterno) può, anche involontariamente, rinforzare la messa in atto di comportamenti disfunzionali.

Allo stesso modo, una persona può persistere nel mettere in atto comportamenti disfunzionali (autolesionismo, vomito autoindotto, abbuffate, ecc,) pur consapevole degli svantaggi cui va incontro, in quanto riceve dei“vantaggi” (es.: cibo come modulatore dell’umore), seppur momentanei e illusori, nell’attuare il comportamento stesso.

Esistono anche “vantaggi secondari” che rendono difficile uscire dal problema, come quelli rappresentati dall’esonero dalla responsabilità e il ruolo da malato che spetta a chi presenta il disturbo all’interno della famiglia.

Caratteristiche

La TCC si caratterizza per:

CONCRETEZZA : una volta effettuata la valutazione del caso si risponde alla prima esigenza del paziente, in ordine di importanza (”lista dei problemi” riportata dal paziente). Ciò significa che se, per esempio, il paziente soffre di attacchi di panico, la prima cosa è risolvere i sintomi del panico, insegnandogli le strategie utili alla gestione dell’ansia.

CENTRATA SUL “QUI E ORA” : la storia del paziente viene raccolta durante l’assessment generale, mentre quella del disturbo o del problema attraverso l’assessment specifico. Ciò è funzionale alla conoscenza della persona e del suo disagio, ma il focus del trattamento è costantemente sul presente.

BREVITA’ La durata della terapia varia di solito dai tre ai dodici mesi, a seconda del caso. La cadenza delle sedute è settimanale, ma con il miglioramento del paziente si passa ad una frequenza bimensile, fino a una volta al mese e ai follow-up (controlli a distanza di 3, 6, 9 mesi). Problemi psicologici più gravi, che richiedano un periodo di cura più prolungato, traggono comunque vantaggio dall’uso integrato della terapia cognitiva, degli psicofarmaci e di altre forme di trattamento.

ORIENTAMENTO ALLO SCOPO : Una volta effettuata la valutazione del caso, si stende un Piano di Trattamento che, partendo dalla richiesta di aiuto formulata dal paziente,  prevede gli obiettivi concreti da raggiungere con una stima del tempo necessario per  raggiungerli. Paziente e terapeuta monitorano costantemente l’andamento della terapia anche grazie all’ausilio di test somministrati all’inizio, a metà e a fine del trattamento.

RUOLO ATTIVO DEL PAZIENTE E DEL TERAPEUTA E LORO COLLABORAZIONE: il terapeuta valuta i punti di forza del paziente e fa sì che egli attivi le proprie risorse per risolvere i propri problemi. Il terapeuta “insegna” le strategie e tecniche pratiche di gestione dei sintomi, ma il paziente ha poi il compito di metterle in pratica. Al termine di ogni seduta vengono assegnati dei “compiti” che il paziente si impegna ad effettuare per la settimana successiva, funzionali all’apprendimento delle strategie terapeutiche. Si cerca di stimolare una risoluzione attiva dei problemi, scoprendo insieme nuove possibilità di azione, più creative, che permettano un miglioramento significativo della qualità della propria vita.

VALIDAZIONE SCIENTIFICA : la terapia cognitivo-comportamentale è una terapia “evidenced-based”, che prevede specifici protocolli di trattamento per ogni disturbo clinico. Diversi studi ne hanno dimostrato l’efficacia.

VALUTAZIONE INIZIALE/ASSESSMENT

Nella  fase di assessment generale (da tre a cinque incontri) si indagano le seguenti aree:

  • Storia familiare.
  • Storia relazionale.
  • Storia sentimentale.
  • Storia formativa/lavorativa.
  • Esperienze particolarmente negative e/o traumatiche.
  • Risorse personali e ambientali da potenziare.

Nella stessa fase è inclusa la somministrazione di alcuni test (MMPI, CBA) quali strumenti psicodiagnostici in grado di approfondire e accelerare il processo di conoscenza del  paziente.

Nell’assessment specifico sul “problema” presentato dal paziente, vengono attentamente indagate le seguenti aree:

  • Storia del disturbo.
  • Familiarità.
  • Fattori predisponesti
  • Fattori scatenanti.
  • Fattori di mantenimento.
  • Motivazione al trattamento.
  • Precedenti trattamenti.
  • Eventuale storia di prescrizioni farmacologiche.

Al termine della fase di assessment viene effettuata la cosìdetta“restituzione”, in cui il terapeuta fornisce al paziente la propria concettualizzazione del caso, cercando di condividerne il modello eziopatogenetico e di mantenimento.

A conclusione di tale fase si procede alla progettazione degli obiettivi terapeutici ed ha inizio la fase di trattamento.

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