RICEVO DA MARCELLA LONGHETTI UN INTERESSANTE ARTICOLO SU ABA E TEACCH (G.P.)

Quanto segue non ha assolutamente la pretesa di essere un trattato sull’ABA e sul TEACCH, essendo che chi scrive è semplicemente un genitore che ha cercato di orientarsi nel mondo piuttosto confuso delle strade percorribili con il proprio figlio autistico. Può contenere delle inesattezze e sarei lieta di correggerle con il contributo di tutti coloro che volessero leggerlo.

L’Applied Behavior Analysis (ABA) è la applicazione pratica dei principi dell’analisi comportamentale. L’analisi comportamentale è quella scienza che si occupa di comprendere i meccanismi dell’apprendimento, dove per apprendimento si intende una modifica del comportamento (includendo anche la comparsa di un nuovo comportamento prima assente nel repertorio dell’individuo) come conseguenza delle interazioni tra individuo e stimoli esterni o ambiente. Per fare un parallelo con un mondo a me più vicino, l’analisi comportamentale è un po’ come la fisica, ovvero quella scienza pura che cerca di comprendere i principi di base con cui spiegare, descrivere e prevedere i fenomeni che avvengono intorno a noi. Le componenti applicative dell’analisi comportamentale potremmo invece vederle in questo parallelo come le applicazioni pratiche che l’ingegneria fa sulla base delle teorie della fisica. E tali applicazioni sono sicuramente molteplici. Con la fisica di base posso trovare un modo di produrre energia, posso mandare i razzi sulla luna, posso inventarmi un sistema di distribuzione della corrente elettrica che renda facile la vita a tutti…. Analogamente, l’ABA utilizza le conoscenze che a oggi si hanno dei meccanismi di apprendimento comportamentale per raggiungere diversi obiettivi. Quello che a noi principalmente interessa è ovviamente il trattamento dei soggetti autistici. I quali dal punto di vista comportamentale sono caratterizzati da gravi deficit (deficit di comportamenti sociali, scolastici, comunicativi, di gioco, di autoaccudimento) e da eccessi comportamentali (autolesionismo, aggressività, autostimolazioni e comportamenti ossessivi). E’ possibile sfruttare quello che oggi si conosce sull’acquisizione dei comportamenti per provare a modificare sia gli eccessi (riducendo la frequenza dei comportamenti eccessivi) sia i deficit (provando ad aumentare il repertorio di comportamenti utili di cui c’e’ invece carenza). E’ importante sottolineare, secondo me, che quando all’interno di metodologie ABA si cerca di insegnare un comportamento o eliminarne un altro, si seguono le strade che funzionano in natura per qualunque individuo. E’ verificato scientificamente (!) che se le conseguenze di un nostro comportamento sono per noi fortemente aversive, noi tenderemo a ridurre l’emissione di quel comportamento nel futuro, e viceversa se saremo fortemente appagati da tali conseguenze noi tenderemo ad emettere con maggior frequenza quel comportamento (è il concetto di rinforzo e punizione). Su queste basi si mantiene la conservazione della specie!
Storicamente, l’uomo ha sempre imparato a mantenere nel suo repertorio quei comportamenti che sono vantaggiosi per la conservazione della specie. Ciò che nei soggetti autistici non funziona è la naturalità di tale meccanismo di apprendimento. C’e’ lentezza di apprendimento, c’è mancanza di appagamento di fronte a quelli che sono per quasi tutti dei rinforzatori, e viceversa c’è una diversa percezione degli stimoli aversivi. I motivi di questo malfunzionamento (me lo concedete?) non sono noti. Ma sono da cercare in problemi neurologici. A noi resta allora la sola possibilità di creare artificialmente delle condizioni di apprendimento sulla base dei principi dell’analisi comportamentale. In questo senso, come è già stato sottolineato altrove in questo blog, l’autismo non si cura: possiamo solo agire sull’educazione del soggetto autistico (non a caso chiamato studente nei percorsi che ne tentano la riabilitazione).
E qui si aprono le strade offerte dalle diverse ingegnerie. L’analisi comportamentale applicata al caso dell’autismo spiega come poter fare apprendere un soggetto autistico, ma il modo in cui usare tale conoscenza non è certo univoco. Quello che è certo è che, date le difficoltà dei soggetti autistici di fronte all’apprendimento, se vogliamo dare loro una speranza di recuperare almeno una parte del divario che li allontana dai loro coetanei, occorre agire in maniera intensiva oltre che precoce. Intensiva significa trovare un modello globale che faccia collaborare tutte le persone e gli ambienti con cui il soggetto autistico si trova a interfacciarsi, in maniera naturalmente coerente.
I modelli di presa in carico globale di cui qui vorrei parlare sono il modello TEACCH e quello che viene normalmente indicato con l’acronimo ABA stesso (ma che – in pratica – oggi si riferisce a qualcosa di più ampio della semplice applicazione dei principi dell’analisi comportamentale: si tratta di un modello di presa in carico globale al pari del TEACCH, e in ciò che segue io lo chiamerò
ABA-model).
Il modello TEACCH usa i principi dell’analisi comportamentale per insegnare (non potrebbe fare altrimenti!) e li inserisce in un contesto in cui si cerca di facilitare l’apprendimento dello studente modificando l’ambiente in modo da essere altamente prevedibile, e che tenga conto delle innumerevoli difficoltà sensoriali dei soggetti autistici. Il modello ABA - invece - punta molto sull’insistenza delle sedute di apprendimento pur ovviamente tenendo conto delle diversità dei soggetti autistici e delle loro difficoltà.

Esiste un solo TEACCH e un solo modello-ABA? Direi di no. Il TEACCH originale era uno, ovvio, ma poi da lì sono state studiate diverse varianti, e sicuramente quella di Micheli è la variante più famosa in Italia, proprio perché adeguata alla realtà italiana diversa da quella degli USA. Analogamente il modello-ABA presenta tante varianti che si differenziano secondo me principalmente per il modo in cui viene tracciato il cosiddetto curriculum dello studente, ovvero le abilità che si vogliono per prime sviluppare e le modalità precise con cui ottenerle. Si parla così di Verbal Behavior (VB) quando si fa riferimento a un modo di fare ABA puntando molto sulla stimolazione di richieste spontanee, si parla di Lovaas quando si fa riferimento a molte ore passate a tavolino con i cosiddetti mass trials e discrete trial teaching, e si potrebbe continuare ancora.
Allora sono compatibili il modello TEACCH e il modello-ABA fra loro? Direi di no, perché sono basati proprio su due approcci differenti, pur utilizzando entrambi le metodologie comportamentali.
Ripeto: le metodologie comportamentali sono necessarie per insegnare, ma i modi in cui le rendo efficaci sono molto diversi. Faccio un esempio: i modelli ABA – credo tutti – prevedono l’insegnamento senza errori nella convinzione che si massimizzi così l’apprendimento riducendo la frustrazione dello studente; al contrario il TEACCH lascia che lo studente impari in maniera sicuramente più naturale anche attraverso degli errori. Nel primo caso mi preoccupo di velocizzare l’apprendimento, nel secondo di renderlo più naturale. 

Quanto sopra scritto è stato il mio tentativo di chiarire (anche a me stessa!) quali vie di trattamento esistono per i nostri figli autistici. Ognuno poi fa la propria scelta, e io che ho scelto un ABA-model non ho assolutamente nulla contro il TEACCH: lo reputo un metodo altrettanto valido di quello da me scelto.
Sapete qual è il vero problema? Che – paradossalmente – oggi in Italia, dove c’è mediamente un gran vuoto intorno al trattamento dei bambini autistici, è più facile fare ABA bene che TEACCH bene.

Per fare l’ABA occorre di fatto trovare un consulente preparato che non disti troppo da casa tua, e naturalmente avere i soldi per pagarlo (su quanto costano i consulenti ABA ci sarebbe da aprire una parentesi, ma qui mi limito a dire che nel mio caso le cifre non superano i 500 euro mensili! Restano poi da pagare i terapisti – certo! – ma quelli sarebbero da pagare anche in altri trattamenti intensivi che nessuno offre gratuitamente).

Per fare TEACCH bene servono strutture con gente preparata (e non mi sembra che ne esistano molte, credo che ci siano in giro molti più consulenti ABA preparati che realtà come l’ANGSA di Novara: per citare un centro sicuramente ottimo da quel punto di vista). E poi servirebbe comunque un numero di educatori piuttosto elevato, in grado di supervisionare il lavoro con il bambino, per evitare che manchi la coerenza negli interventi portati avanti da scuola, famiglia e terapisti domiciliari. Quando parlo di supervisione, intendo una supervisione nelle scuole e dei terapisti a casa con cadenza mensile o al massimo bimestrale, cosa che richiede una forza lavoro non da poco.
Quando Gianni-moltodifficile in un altro topic di questo blog dice che a casa bastano i genitori e non si tratta di passare il tempo a infilare forme nei buchi… dice quantomeno una cosa opinabile. Un conto è conoscere la disabilità del proprio figlio, i suoi problemi, i perché dei suoi comportamenti e – di conseguenza – comportarsi in modo funzionale al suo benessere, un conto è insegnarli delle abilità. Sembrano ridicole, ora, le abilità di infilare forme nei buchi, ma come ben sa Gianni (l’hanno spiegato bene anche le educatrici dell’ANGSA novarese!) si tratta di insegnare abilità di base propedeutiche a ben altri apprendimenti.
Io voglio che mio figlio stia bene, ma vorrei tanto anche dargli una chance di cavarsela nel mondo futuro, quando non ci sarò io a comprendere che – poverino! – ha problemi sensoriali ed allora ecco perché si comporta così strano! Gli altri non avranno tutte quelle conoscenze sull’autismo che noi abbiamo (nostro malgrado). Domani non ci sarà nessuno che userà la comprensione necessaria alla serenità di mio figlio autistico. Io preferisco forzare l’apprendimento.
E’ una scelta – me ne rendo conto – ma forse andrebbe capita invece che liquidata. Chi fa ABA-models di fatto ha scelto di massimizzare gli apprendimenti di abilità, probabilmente a scapito di altre cose, su questo non c’è dubbio. Chi fa TEACCH intensivo come andrebbe fatto sceglie un apprendimento più soft ma sicuramente avvantaggiato da un ambiente ritagliato più su misura del bambino. E poi c’è forse una terza strada che consiste nella rinuncia all’intensività dei trattamenti, siano essi ABA o TEACCH o altro ancora.
Credo che la cosa comunque fondamentale sia la consapevolezza delle scelte che sicuramente tutti noi genitori facciamo in assoluta buona fede per il bene dei nostri figli.
Non dimentichiamoci che noi genitori per primi adeguiamo le nostre scelte alle nostre possibilità, che sono non solo quelle economiche, ma anche quelle culturali e di tempo. E’ classista l’ABA perché chiede tanti soldi, ma e’ classista anche un intervento non intensivo che richiede tanta dedizione da parte dei genitori con forze e tempo che non tutti hanno.

MARCELLA LONGHETTI

Una Risposta »

  1. Paperinik scrive:

    Bell’articolo di Marcella, che ben spiega perché si arrivi a scegliere di fare ABA. (nessuno ha soldi da buttare!) e le differenze con il TEACCH.
    Credo che ci siano basi comuni su cui lavorare , ma non si può pensare di fare ABA all’interno del Teacch, si possono usare delle tecniche prese dall’aba m, ma ciò non sarebbe comunque fare aba.
    Credo anche che Michela spieghi molto bene il motivo per cui un’analisi del comportamento diventi poi anche un modo per meglio insegnare delle abilità, finendo quindi per lavora sul cognitivo, alla faccia di chi dice che non ci si lavora.
    Inoltre un’altra differenza è che il Teacch vuol “strutturare” l’ambiente, mentre l’aba si prefigge di preparare lo studente ad affrontare i vari ambienti (ed in questo trovo l’aba più elastico e funzionale).
    Il teacch non usa il rinforzo che si usa invece nell’aba . Se è vero che che forse in questo “sarebbe più naturale” il teacch , dobbiamo pensare che i NT lavorano ed imparano comunque dietro rinforzi sociali o per la propria autostima, cosa che i bambini autistici non sono portati a fare. Quindi non vedo il problema ad usare rinforzi, che sicuramente velocizzano l’apprendimento, con il proposito di sfumarli sempre di più.
    Per quanto riguarda il metodo così detto Lovaas ,all’interno dell’aba, vorrei precisare che oramai anche nel Lovass si tende ad abbandonare il lavoro al tavolo. Il lavoro al tavolino , comunque sia nell’aba (di stampo lovaassiano) sia nel Teacch , viene spiegato come un pre-requisito per affrontare la scuola.
    Sul fatto di “infilare perline” , credo che se non si valuta un intervento nel sua completezza si faccia solo confusione, inoltre anche nel teacch , si cerca di lavorare con sistemi simili ( es. sabbiera per creare disegni e lavorare sulla fluidità del polso), ma poi è il tutto molto personalizzato, tanto che mia figlia quel programma , lo ha fatto pochissimo , solo come sonda di abilità.

    Quando ho scelto l’ABA è proprio perché mi garantiva e costringeva ad un intervento intensivo, cosa che il TEACCH in Italia non mi garantiva.
    Per la nostra esperienza , devo dire che anche l’aba ci porta via tantissimo tempo , sia a mia moglie (che è una delle 4 tutor) , sia a me che partecipo a preparare i materiali e sono sempre presente alle riunioni settimanali ed ai workshop mensili.

    Spero solo di non aver creato ulteriore confusione a chi non conosce l’aba, visto che l’articolo di Marcella è fatto benissimo.

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