AUTISMO INCAZZIAMOCI

autismo da combattimento

Archive for July, 2009

SE LA MEDICINA AIUTA LA CRITICA D'ARTE: SAVINIO DIPINGEVA COSÌ PERCHÉ AUTISTICO

Posted by Autismo Incazziamoci on 30th July 2009

COPIO-INCOLLO DA SUPERANDO

Un saggio destinato a fare scalpore svela il lato nascosto del pittore, fratello di De Chirico. L’analisi dei suoi quadri rivela che era affetto da sindrome di Asperger. Ma molti maestri del passato furono influenzati dai propri mali, fisici e mentali. Da Michelangelo a Van Gogh. Su Il Giornale.it

un quadro di Alberto Savinio

ROMA – Molti grandi artisti sono stati condizionati nella loro opera dall’esperienza dolorosa della malattia. Sindromi, dipendenze da droghe e alcol, schizofrenia, depressione e tutte le patologie registrate dalla scienza medica: il male fisico e mentale ha influenzato in tanti maestri la visione del mondo e la rappresentazione che ne è derivata nei loro dipinti e nelle loro sculture. Michelangelo trasfigurava in alcuni personaggi delle sue opere i molti disturbi che lo affliggevano (nel volto di Geremia, una delle 400 figure che compongono l’affresco della Cappella Sistina, l’artista rappresentò se stesso, un volto per il quale oggi verrebbe diagnosticata facilmente la «sindrome maniaco-depressiva» di cui soffriva il genio fiorentino). Vincent Van Gogh, «il grande malato» della storia dell’arte, epilettico e afflitto da pesanti disturbi psichici, dopo un lungo ricovero in manicomio si suicidò, a 37 anni. Alcuni studiosi ipotizzano che il colore giallo diventato predominante nei quadri dell’ultimo periodo dipendeva probabilmente dall’abuso che il pittore faceva di assenzio, un liquore altamente tossico perché agiva sul sistema nervoso, provocando allucinazioni, attacchi epilettici e la xantopia, ovvero la «visione gialla» degli oggetti.

Toulouse-Lautrec, l’altro «grande infermo» dell’Ottocento, morto alcolizzato e distrutto dalla sifilide nel 1901, soffriva di una rara malattia ereditaria che, causando una fragilità ossea, gli bloccò la crescita delle gambe. La tristezza per la deformità fisica lo portò a frequentare i bordelli di Montmartre. Vi ritrasse la vita quotidiana di ballerine, clown e prostitute diventate il simbolo stesso dell’impressionismo. E secondo uno studio recente del neurologo australiano Noel Dan, proprio alcuni dei grandi capolavori impressionisti potrebbero essere stati tecnicamente influenzati dalla miopia avanzata di maestri quali Monet, Cezanne e Renoir. D’altra parte le figure allucinate e le scene raccapriccianti che popolano la celeberrima serie di incisioni «Il sonno della ragione genera mostri» di Francisco Goya probabilmente dipendono dall’encefalopatia che colpì il pittore spagnolo. Così come più di un quadro della pittrice messicana Frida Kahlo nasce dal dolore, l’angoscia e la sofferenza causatole dal disgraziato incidente che a diciott’anni le fratturò la spina dorsale, facendole subire 32 operazioni…

Ora la «proficua» correlazione fra storia della medicina e storia dell’arte si arricchisce di un nuovo interessante capitolo. Carlo Alessando Landini, ricercatore presso la Columbia University e Past Fellow dell’Italian Academy a New York, ha dedicato il suo recente studio «Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio» (Franco Angeli) – destinato a far scalpore in molti ambienti dell’arte e della critica d’arte – alla figura e all’opera del pittore e letterato Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, 1891 -1952), fratello minore del ben più noto Giorgio de Chirico. Per Landini, Savinio prima che un pittore e un letterato, era un malato.

Gli errori di ottica contenuti nei suoi quadri, i tic e gli stereotipi della sua prosa, il suo carattere introverso, la sua cronica incapacità di dar risalto a concetti astratti, l’arresto della volizione, i suoi ritratti che non di rado hanno la parvenza dell’allucinazione, il feticismo d’oggetto, l’affabulazione, gli autoritratti in forma di animale (come gufi e gatti: la sensibilità aberrante della prosopagnosia ossia la difficoltà a riconoscere i volti), hanno condotto lo studioso, sulla scorta di un’ampia letteratura e del parere di autorevoli neuropsichiatri, a formulare un’interessante ipotesi. Ossia che Alberto Savinio era affetto da una forma mitigata di autismo (sindrome di Asperger), la stessa di Albert Einstein, Glenn Gould, lo scacchista Bobby Fischer e molti altri geni. E forse a livello cerebrale qualcuna delle aree che controllano il riconoscimento dei volti, specie quelle relative al campo visivo destro, era lesa («visual hemineglect»). Da un punto di vista più ampio, quello cognitivistico, neurologico, iconologico, il libro di Landini apre nuovi squarci sulla possibilità di curare l’autismo – anche quello non precoce, ossia evolutivo – e proprio attraverso una vasta disamina del rapporto fra arte e pazienti autistici l’autore formula una nuova ipotesi nel campo della «art therapy». E non ha dubbi ad affermare che Savinio, con la sua arte, abbia in certa misura contribuito a curare se stesso. E così il «cerchio» che iscrive arte e medicina, si chiude. (Luigi Mascheroni – Il Giornale.it)

(30 luglio 2009)

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STAR BENE FACENDO DEL BENE (ristorante con 4 autistici nel personale)

Posted by Autismo Incazziamoci on 29th July 2009

COPIO-INCOLLO DA COOPFIRENZE.IT


A Prato il primo ristorante didattico di alta qualità un luogo di formazione professionale per i ragazzi della casa famiglia della Fondazione Opera Santa Rita

E’ stato inaugurato a Prato, ad aprile, il primo ristorante didattico di alta qualità. Si chiama Opera 22 ed è promosso dalla Fondazione Opera Santa Rita di Prato, che si occupa dell’educazione e l’assistenza di minori e disabili. L’ obiettivo è di formare professionalmente i ragazzi delle case famiglia della Fondazione, con alle spalle storie difficili. Posto in una palazzina, a due passi dal centro storico, appositamente restaurata, Opera 22, si presenta come un ristorante che punta su una cucina di classe, con piatti di qualità, accompagnati da un’ampia scelta di vini toscani e italiani.

Un progetto innovativo
Il ristorante è coordinato da una giovane coppia di sposi: Simone Bartolozzi, maître e sommelier, e Diana Marcantuono, chef, entrambi educatori del Santa Rita. La loro presenza assicura al progetto professionalità e competenza. Ecco perché il ristorante viene qualificato con l’appellativo «didattico»; un tipo di attività non nuova nel campo dell’educazione e che in Italia conta altre esperienze. Il progetto pratese ha però due particolarità, l’alta qualità della cucina e del servizio, e il coinvolgimento di ragazzi affetti da autismo. Si tratta in questo caso di una novità assoluta a livello nazionale: ogni lunedì i ragazzi autistici avranno la gestione del ristorante per l’intera serata, curandone ogni aspetto, dalla cucina al servizio in sala.

Il ristorante
Opera 22 si trova in via Pomeria al numero 64, in una elegante palazzina ottimamente restaurata, alle cui spalle si trova il bastione di Santa Chiara, facente parte delle antiche mura di Prato. I coperti sono 64, divisi in due sale, poste su due piani, dotate di ampie finestre che guardano il bastione e il sottostante giardino che nel periodo primaverile ed estivo è l’ambiente adatto per ricevimenti e feste private. A due passi dal centro storico di Prato, il ristorante ha ampia possibilità di parcheggio ed è facilmente raggiungibile dall’autostrada Firenze-Mare.

Il Menu
Le proposte enogastronomiche di qualità sono il fiore all’occhiello di Opera 22. Ogni sera viene proposto un piatto diverso, secondo la fantasia dei gestori e la stagionalità dei prodotti. Tutte le pietanze sono preparate all’interno della cucina, in particolare i piatti a base di pasta fresca fatta in casa. Sicuramente la ricca cantina di Opera 22, contenente circa 1500 bottiglie, saprà soddisfare le esigenze di tutti i clienti. Si può scegliere anche il vino a bicchiere, riuscendo a gustare il prodotto giusto per ogni piatto, e contenendo così la spesa. Il menù del ristorante sarà principalmente di terra, il martedì e giovedì sono previste serate wine-bar con degustazioni guidate di affettati, salumi e formaggi abbinati al vino. Ottima e ampia scelta anche per il fine pasto, grazie alla carta dei dessert, dei distillati e la possibilità di scegliere tra esclusive miscele di caffè, appositamente selezionate.
Per una cena alla carta il costo medio a persona (vini esclusi) è di circa 40 euro; il lunedì e nei giorni del wine-bar la spesa è all’incirca della metà.

Il personale
E’ composto da dieci ragazzi, sei normodotati e quattro autistici, scelti tra i minori seguiti dalla Fondazione, secondo precisi criteri formativi; ogni sei mesi si alternerà, nel lavoro al ristorante, un gruppo diverso, composto da dieci elementi. Compito dei giovani del Santa Rita sarà quello di servire in sala e dare una mano nel lavoro di cucina. Al ristorante si potrà accedere – come avviene generalmente per i circoli – iscrivendosi all’associazione “Amici di Santa Rita”, con il contributo di 5 euro.

Gli orari
I locali di via Pomeria, sono aperti ogni sera a cena, dal lunedì al venerdì. Su prenotazione, c’è la possibilità di preparare pranzi per gruppi organizzati. Il martedì e mercoledì è di scena il wine-bar con serate a tema: si può mangiare con circa 18 euro; lunedì è la serata gestita dai ragazzi autistici; giovedì, venerdì e sabato c’è il menù alla carta. La domenica, giorno di chiusura, Opera 22 è a disposizione per eventi, manifestazioni culturali, ricevimenti e feste private.

Infowww.opera22.it; 0574-606812 oppure 366-1799766.

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Travolta scappa da Scientology dopo la morte del figlio

Posted by Autismo Incazziamoci on 27th July 2009

 COPIO E INCOLLO DA PATURNIO

Jett Travolta, figlio di John, se ne è andato il due di gennaio scorso. Dicono così gli adepti di Scientology per i quali la morte è soltanto la decisione di abbandonare la terra. Infatti Ron Hubbard, il fondatore del movimento, del culto, della setta, scegliete voi il sostantivo adeguato (per americani e australiani trattasi di religione vera), quando finì di vivere fece sapere di avere scelto di andare altrove lasciando a David Miscavige la scrivania e la cassa, molto capiente. Che cosa significa tutto questo? Che da quel giorno di inizio d’anno John Travolta è un altro uomo, da quel tragico momento in cui suo figlio, autistico, di soli anni sedici, battè la testa nel bagno di casa e così restò, con la bocca aperta e gli occhi smarriti nel vuoto, da quegli attimi l’attore di Grease e della Febbre del sabato sera, di Pulp Fiction e di mille altre storie cinematografiche, è diventato una comparsa, una figura lontana, nel buio della scena. Silenzioso, assente, disperato, nelle mani ha un copione senza parole.
Ha deciso di abbandonare la scienza di Hubbard e dei suoi adepti, dopo trentasette anni di fede e di passione, di impegno e di generosità finanziarie, secondo regolamento interno all’organizzazione, dove il dollaro sostituisce l’ostia, l’offerta non si effettua in parrocchia ma in banca. Jett Travolta era affetto da autismo ma i geni di Scientology avevano convinto John e Kelly (Preston, la moglie) che trattavasi della sindrome di Kawasaki; il ragazzo, ammalatosi per le tossine ambientali prodotte dai detersivi domestici (!?), non avrebbe avuto bisogno di farmaci, perché la scienza non permette di riconoscere il disordine neurologico e dunque non concepisce l’uso o il ricorso a qualunque tipo di farmaco, semmai la cura è il cervello, la forza del pensiero è l’unica, valida medicina, dal momento che il novanta per cento delle malattie hanno origine psicosomatica. John e Kelly si erano convinti, porta chiusa a medici e farmacisti, Jett era un ragazzone con il viso, gli occhi, la vita di un bambino, cresceva ma nel fisico soltanto, il resto era un sogno, un’ipotesi, accarezzata dolcemente da suo padre, seguita senza pausa da sua madre.

Secondo il quotidiano inglese Daily Mail, immediatamente ripreso dal sito americano Gawker.com, esperto in pettegolezzi e affini, l’attore avrebbe deciso di lasciare Scientology. I fotogrammi dei sedici anni di Jett, quella caduta nel bagno a gennaio, le lunghe passeggiate notturne, affollate di sensi di colpa e di pensieri acidi, lo spingono a cancellare la fede, la passione e la generosità finanziaria che ha superato abbondantemente i milioni di dollari versati alla fondazione. Potrebbe concludersi qui la storia. Ma non è finita. Non basta una lettera di dimissioni, due righe con le quali si informano il comitato e la presidenza della propria decisione. Non basta dire basta, annunciare ai giornali, alle radio e alle televisioni che si cambia vita. No, Travolta sente odore di fumo nero, è pulp fiction ma non è un film. L’America è grande ma il paese è piccolo e allora la gente mormora anche laggiù, quelli di Scientology poi hanno qualche dizionario particolare, sembra che siano pronti a mettere in circuito la storia di una presunta omosessualità di John Travolta, la sua relazione con l’istitutore di Jett, anzi proprio la tresca avrebbe causato la morte del ragazzo. Una storia bastarda, feroce. L’omosessualità è malattia per quelli di Scientology, i gay sono gente malata, così come è malata, tra le altre, la setta degli psichiatri. Travolta sa che chi osa criticare il movimento rischia molestie e vendette.

Per la cronaca e la memoria dei contemporanei segnalo che mister Hubbard prima di abbandonare la Terra venne espulso dalla Grecia, rifiutato dalla Rhodesia, condannato a quattro anni di prigione in Francia (per frode) e dichiarato persona non gradita dal Regno Unito. Ma queste sono le cattiverie di noi terrestri e terreni. Il 707 di Travolta è parcheggiato nel garage della casa di Jumbolair, secondo costumi lussuosi del luogo in Florida. Questo film è finito, John non ha voglia di volare, passeggia a piedi, da solo, di notte, ripensando a Jett e agli anni perduti dietro una fede senza luce.

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Esiste una cospirazione in medicina?

Posted by Autismo Incazziamoci on 25th July 2009

 COPIO-INCOLLO DA MEDBUNKER

Questa è la traduzione dellarticolo:
Is There a Conspiracy to Suppress Cancer Cures?
di Steven Novella, M.D. e Stephen Barrett, M.D.

Apparso nel sito http://www.quackwatch.org/, uno dei siti più importanti (forse il più importante) di analisi delle medicine alternative. Il suo creatore, Stephen Barrett, è un medico che dedica buona parte della sua attività ad analizzare i rimedi alternativi. Estato minacciato e denunciato più volte (ed a sua volta ha controdenunciato, vincendo le sue cause) da associazioni e singoli praticanti di medicine alternative. Attualmente gestisce il sito ed ha scritto diversi libri. L’articolo è molto interessante per l’analisi sullacospirazionemondiale e totale che per glialternativied i guaritori, impedisce alla popolazione di tutto il mondo di accedere ad improbabili trattamenti alternativi per tutte le malattie. Il Dott. Novella, è assistente professore di neurologia alla Yale University School of Medicine. Uno degli istituti medici più prestigiosi al mondo.

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I ciarlatani sostengono continuamente che i professionisti della medicina, dell’industria farmaceutica, come l’industria alimentare, le agenzie governative ed altri enti cospìrano contro i rimedinaturaliper la cura del cancro. Non è stata però mai dimostrata nessuna cospirazione.

Nonostante questo, molti pazienti, soprattutto quelli che non possono essere curati dalle medicine standard, assorbono la notizia che un piccolo ma impegnato gruppo di ribelli, sta combattendo l’establishment medico, mettendo a disposizione di tutti delle cure naturali.

I pazienti disperati possono trovare più confortante credere che queste cure siano state proibite, piuttosto che sapere che la loro situazione è senza via d’uscita.
La teoria del complotto ha due scenari comuni.

In uno, l’insabbiamento da parte della medicina si basa sulla paura della concorrenza, nell’altro, una cura, scoperta dalla stessa medicina, è stata nascosta. Nessuna di queste possibilità però ha senso.

La medicina non è una entità singola. L’industria della salute include medici, infermieri, sanitari di diversi tipi, compagnie d’assicurazione, organizzazioni di consumatori, università, agenzie governative (come lFDA, la Food and Drug Administration, l’ente di controllo sulle medicine e l’attività medica negli Stati Uniti, ndt), ospedali, società mediche, organizzazioni amministrative e professionali (come gli ordini dei medici), industrie farmaceutiche ed altre società private.

Questi gruppi possono avere interessi concorrenziali ed anche all’interno dei singoli gruppi, i singoli membri possono avere interessi opposti, molti inoltre non hanno interessi economici nella cura del paziente.

Qualche medico privato è pagato per ogni paziente che visita, altri no.

La maggioranza dei membri delle organizzazioni di gestione della salute sono stipendiati o salariati (ricevendo un compenso fisso per paziente e non per il lavoro svolto).

Quelli che ambiscono ad una carriera universitaria possono essere salariati e/o ottenere denaro dai finanziamenti per la ricerca.

Per i medici a stipendio fisso, più pazienti significano più lavoro ma non più denaro. Qualche medico dedica la propria carriera alla ricerca e quindi non vede mai un paziente.

Se un costoso trattamento per il cancro potesse essere sostituito da qualcosa di molto meno dispendioso, le compagnie di assicurazione ne favorirebbero l’uso.

Gli addetti alla salute che hanno più possibilità di conoscere nuove cure per il cancro, sarebbero quelli delle università e nella ricerca.

I nuovi trattamenti, sono usualmente scoperti da scienziati che compiono ricerche in laboratorio sui più nascosti meccanismi delle malattie. Le loro intuizioni quindi, suggeriscono possibili strategie di trattamento per queste malattie. Le industrie farmaceutiche o gli istituti di ricerca, come l’Istituto nazionale per la salute (NIH) o il National Cancer Institute (NCI), finanziano le ricerche per capire quanto, quei nuovi trattamenti, possano essere efficaci, prima negli animali e quindi sull’uomo.

Il giudice finale di ogni nuovo trattamento (negli Stati Uniti, ndt.) è la Food and Drug Administration (FDA), la quale decide se le nuove terapie sono sicure ed efficaci per i loro scopi. Molti trattamenti per il cancro sono somministrati da chirurghi, radiologi ed oncologi che somministrano chemioterapia.

Ma la maggioranza dei medici non tratta pazienti oncologici.

E cosa succede agli scienziati che scoprono nuovi trattamenti?

Se essi possono dimostrarne l’efficacia, pubblicando i loro dati, conquisterebbero fama e fortuna. I benefici includerebbero finanziamenti per la ricerca, promozioni in ambito accademico, miglioramento delle attrezzature, congressi, inviti, onori, premi ed altre opportunità di carriera.

Anche gli scienziati egoisti ed avidi, avrebbero molto da guadagnare rendendo pubbliche le loro informazioni e così gli istituti dove lavorano.

E sulle aziende farmaceutiche? Non potrebbe essere, il loro, semplicemente l’evitare un nuovo farmaco che minacci i loro prodotti già in commercio?

Questa ipotesi è molto inverosimile. Le industrie farmaceutiche, sono continuamente alla ricerca di nuove sostanze, perchè quelle esistenti, hanno dei brevetti che prima o poi scadranno. Inoltre, qualsiasi società che potesse commercializzare un nuovo farmaco efficace contro il cancro, guadagnerà miliardi di dollari a venire, anche se i farmaci esistenti diventassero obsoleti.

Qualche teorico della cospirazione, afferma che le industrie farmaceutiche ignorano le sostanzenaturaliche non possono essere brevettate e quindi non possono diventare redditizie. Tuttavia, se una sostanza naturale dovesse dimostrarsi utile, le industrie potrebbero sviluppare i relativi corrispondenti chimici che sarebbero molto più efficaci.


Anche se un amministratore di industria farmaceutica davvero miope volesse sopprimere un farmaco perchè molto efficace
(e quindi concorrenziale per i farmaci esistenti), gli scienziati coinvolti lo renderebbero pubblico, almeno per il bene della gente, se non per altre ragioni. Tra le decine di persone al corrente della scoperta, qualcuno probabilmente un podi coscienza la mantiene.

La necessità di sostegno da parte delle industria farmaceutica, potrebbe essere eliminata ottendendo finanziamenti dal National Cancer Institute per esempio. Ancora, se il trattamento funzionasse realmente, altri ricercatori potrebbero dimostrare al mondo che quella cura, nei fatti guarisce il cancro.


Questo non è successo per nessuna delle supposte curesoppresseper il cancro.

I teorici della cospirazione, hanno affermato che se domani fosse ritrovato un trattamento semplice e non costoso, tutte le scuole mediche degli Stati Uniti, andrebbero in fallimento poichè i trattamenti per il cancro sono parte fondamentale dei loro introiti.


Questa affermazione ha diversi punti deboli:

Un trattamentosemplice e poco costoso, oggi, è molto improbabile. Il cancro non è una malattia singola ma un gruppo di 100 diverse malattie, nessun trattamento singolo si è dimostrato efficace per tutti i tipi di cancro e probabilmente nel prossimo futuro non verrà scoperto nessunrimedio miracoloso.

Ma anche se venisse scoperto questo rimedio miracoloso, non sarebbe disponibile subito e sarebbero richieste prove estesissime prima che i trattamenti standard, possano diventare eticamente da abbandonare in suo favore.

La necessaria ricerca richiederebbe diversi anni, dando agli ospedali ed ai centri di ricerca il tempo di adattarsi.

Medici e ricercatori non verrebbero esclusi dal loro lavoro da nessuna innovazione. Se il nuovo trattamento significasse un sovrannumero di specialisti della cura per il cancro, sempre meno medici in formazione sceglierebbero questa specialità ed alcuni oncologi opterebbero per altri tipi di specialità. Alcuni ricercatori concentrerebbero su altro i loro studi e le loro conoscenze non lo renderebbero uno sforzo difficile da affrontare.

La diffusa utilizzazione di un trattamento truffa per il cancro al contrario, diventerebbe la più grande minaccia proprio per i suoi promotori, visto che la concorrenza causerebbe la diminuzione dei prezzi e la fine della lorocura esclusiva.

Dato che la medicina standard si basa largamente sulla scienza e sull’evidenza, la pratica medica cambia costantemente. Trattamenti innovativi, procedure e percorsi di ricerca, vengono creati pari passo con l’evoluzione della conoscenza.

Ogni volta che un nuovo trattamento viene scoperto, un trattamento più vecchio diventa obsoleto o almeno meno importante. Il progresso rafforza la sanità e non la minaccia.

Mezzo secolo addietro, la tubercolosi era diffusissima ed incurabile interi ospedali erano dedicati alla cura dei casi cronici. Dopo la scoperta degli antibiotici, gli ospedali di tubercolotici furono svuotati e non ci fu bisogno di tanti tisiologi (gli specialisti che curavano la tubercolosi, esisteva anche una specializzazione dedicata, la tisiologia, ndt.).

I nuovi trattamenti per la tubercolosi, non furono soppressi per l’impatto che avrebbero avuto, invece gli ospedali, furono convertiti per altri usi e gli specialisti cambiarono il loro campo di lavoro.

Da ricordare anche che i medici, gli scienziati ed anche le aziende farmaceutiche, sono persone, con famiglia ed affetti. La maggioranza dei presunti cospiratori sono essi stessi vittime del cancro, come i loro familiari ed amici.

Edifficile immaginare che qualcuno possa essere tanto avido e miope da condannare se stesso o i propri cari ad una morte prematura per cancro, qualsiasi possa essere il guadagno.

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L’articolo offre diversi spunti, il più banale è quello che l’interesse di curare il cancro è di tutti, venali e corrotti compresi. Miliardari e potenti inclusi.

Questo grande complotto, sarebbe il più idiota ed inutile mai architettato dall’essere umano. Sarà che non esiste nessun complotto e che semplicemente il nostro progresso per ora è fermo al punto che conosciamo? Perchè nessuno grida al complotto quando pensiamo che, pur essendo stati capaci di volare, cosa impossibile nel passato, non riusciamo a raggiungere la stella più vicina?

O forse possiamo ribaltare la storia raccontata finora: non è che sono proprio quelli che gridano al complotto, che diffondono allarmi e sospetti e che guardacaso quasi mai sono operatori della salute, i primi che hanno l’interesse economico a mantenere vivo questo sentimento di diffidenza? Un’altra particolare coincidenza è che i gruppi di sostegno deglialternativisono ben forniti di libri, opuscoli, video, DVD tutti in vendita, con tanto di shop on line ed a volte chiedono pure sovvenzioni per lericerche. Molto disinteressati, a quanto pare…

Chi guadagnerebbe di più, il medico che scoprisse la cura del cancro nascondendola o il complottista che scrive libri e vende DVD lanciando proclami catastrofisti?
E quindi chi avrebbe più interesse a nascondere un’eventuale scoperta decisiva sulla salute?

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Svelato il segreto di Rain Man

Posted by Autismo Incazziamoci on 25th July 2009

 DA Il Tirreno del 25-07-2009

RICERCATORI A CACCIA DEI MISTERI DELL’AUTISMO
CASCINA. La ricerca sull’autismo, tra la provincia italiana e i grandi centri americani. Uno studio sulle caratteristiche e le possibili origini dell’autismo preparato negli Stati Uniti, a Firenze, Pisa e Cascina. Progetti di ricerca per spiegare i processi di visione e presa di coscienza della realtà dei bambini e delle persone autistiche. Luoghi di studio disparati e lontani, in un percorso che ha portato alla pubblicazione di più articoli.
Sono stati pubblicati sulla rivista “Vision Research”, in un progetto di ricerca finanziato dalla fondazione “Cure Autism Now” di Los Angeles.
Un lavoro di diversi anni per lo staff coordinato dal professor Stefano Baldassi del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Firenze, da Francesca Pei dell’Associazione italiana di scienze della visione di Cascina, entrambi cascinesi di adozione, e da Giovanni Cioni per la Fondazione Stella Maris di Calambrone, dove si è svolta gran parte della ricerca.
«I nostri studi contribuiscono a spiegare perché l’autismo determini una struttura mentale e comportamentale ostinatamente analitica – spiega il professor Baldassi -. Una struttura che cerca i dettagli, capace di riconoscere ogni singola tessera di complessi mosaici percettivi o mentali, senza però riconoscerne il disegno generale. Quindi l’incapacità di osservare il quadro globale, affiancata da una maggior abilità riconoscere singoli elementi e dettagli in scene dense di informazioni».
Una ricerca che ha puntato in minor misura sul contributo della psicologia rispetto al passato.
E Baldassi, romano di nascita e toscano per l’impegno da ricercatore, presenta i punti principali degli studi: «Per quanto riguarda il problema, molto dibattuto, sull’età in cui si svilupperebbe l’autismo possiamo dire che, per gli stimoli da noi utilizzati, si potrebbe implicare che lo sviluppo neurale avvenga secondo modalità normali nei primi mesi di vita, mentre l’evento scatenante il disturbo abbia luogo successivamente».
Gli studi forse forniscono una base per spiegare come l’autistico Rain Man, interpretato da Dustin Hoffmann in un film degli anni’80, fosse in grado di contare 246 stuzzicadenti caduti in terra in un rapido sguardo, «ma è importante chiarire che l’obiettivo finale di comprendere l’autismo e di porvi intervento è comunque ancora oltre l’orizzonte».
Coinvolta nel progetto anche l’Associazione italiana di scienze della visione di Cascina. «Puntiamo alla promozione della ricerca – racconta Francesca Pei -. Un impegno a diversi livelli: curiamo l’organizzazione di laboratori nelle scuole, per la divulgazione scientifica, e anche appuntamenti di approfondimento specialistico. Nel corso del tempo abbiamo anche collaborato con diverse realtà associative e del mondo cooperativo di Cascina, come per esempio la coop Paim. Per comodità la sede dell’associazione, che non ha scopo di lucro, è nella zona di residenza mia e del professor Baldassi, anche se la maggior parte del lavoro si è poi svolta a Calambrone e all’università di Firenze, in collaborazione con gli istituti di San Francisco».
E la città statunitense è un punto di riferimento importante per gli studi dell’équipe toscana. «Sono nata ad Arezzo – racconta la dottoressa Pei -. Mi sono laureata all’Università di Roma e per proseguire il mio lavoro di studio sulla visione mi sono trasferita a San Francisco per tre anni. Sono rientrata in Italia nel 2003, con una borsa di studio per il rientro dei cervelli attivata alla Stella Maris di Calambrone». (Mi.Be. )

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AUTISMO E CELIACHIA: NESSUN LEGAME – di Lucia Imperatore

Posted by Autismo Incazziamoci on 24th July 2009

copio-incollo da PSICOZOO

Per un genitore, avere un figlio autistico è davvero difficile, più che per altre patologie neurologiche e psichiatriche dei bambini. Questo perchè in molti bambini autistici manca quello slancio affettivo e quello scambio “d’amorosi sensi” che motiva una persona ad essere genitore, qualunque difficoltà abbia il proprio bambino. Ecco perchè spesso le mamme e i papà di autistici si prestano a qualunque forma di sperimentazione e assecondano le ipotesi che danno loro uno spiraglio di possibilità, anche considerando che allo stato attuale le cause del disturbo non sono ancora note e le possibilità di guarigione nulle.

Tra queste teorie, negli ultimi venti anni si è fatta strada l’ipotesi che l’autismo possa essere legato a problematiche intestinali, nelle quali, un difetto della permeabilità comporterebbe la circolazione nel sangue di sostanze tossiche di natura alimentare. Queste sostanze, scarsamente assorbite ed eliminate, contribuirebbero a determinare le disfunzioni cerebrali tipiche dell’autismo. Questa teoria, suffragata dalle ricerche di studiosi come Dohan, Reichelt, Shattock, Cade e altri, incriminerebbero soprattutto il glutine e la caseina, non correttamente digerite a causa della mancanza delle peptidasi che li assorbono. Ecco perchè molti genitori di autistici si convincono della necessità di una dieta senza glutine e caseina, anche se gli effetti sono piuttosto scarsi.

La comunità scientifica, tuttavia, è decisamente perplessa rispetto a questa teoria. In particolare, in occasione del 59esimo meeting annuale della American Academy of Neurology, è stato presentato uno studio che nega la maggiore propensione degli autistici alla celiachia, rispetto ai bambini normodotati.

La ricerca

I ricercatori hanno confrontato i campioni di sangue di 34 bambini autistici con  quelli di 34 bambini normodotati (18 ragazzi e 16 ragazze tra i 4 e 16 anni), pazienti ambulatoriali dello stesso ospedale. Per il loro studio, hanno utilizzato due anticorpi usati per diagnosticare la presenza di disfunzioni di origine celiaca e poi condotto biopsie dell’intestino tenue, per verificare la presenza delle problematiche sopraindicate.

Lo studio ha rilevato che i bambini autistici non erano più propensi degli altri a sviluppare la celiachia.Questo studio dimostra che le allergie alimentari spesso associate all’autismo potrebbero non avere una connessione con l’intolleranza al glutile che si verifica nelle persone celiache” spiega Samra Vazirian, ricercatrice presso la Tehran University of Medical Sciences in Teheran, in Iran.

L’autismo, com’è noto, è un disturbo dello sviluppo che danneggia le capacità d’interazione sociale e di comunicazione. Le persone autistiche spesso soffrono di intolleranze alimentari specialmente ad alcuni cereali. Ma questo è molto diverso dalla celiachia, un disturbo che danneggia l’intestino (e non il cervello) quando il glutine viene ingerito. Lo studio non ha trovato neanche un legame tra il livello di anticorpi e la gravità dell’autismo.

La realtà è che ancora si sa troppo poco dell’autismo e aggrapparsi a teorie non dimostrate crea nei genitori illusioni che amplificano la loro frustrazione quando la guarigione miracolosa non si verifica.

Fonte:

- American Academy of Neurology (2007, May 2). No Link Found Between Autism And Celiac DiseaseScienceDaily. Retrieved July 5, 2009

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NICOLA – Jessica Rabbit

Posted by Autismo Incazziamoci on 23rd July 2009

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Summer School, un progetto unico in Italia

Posted by Autismo Incazziamoci on 23rd July 2009

COPIO-INCOLLA DA FANO INFORMA

Una scuola estiva della durata di 2 settimane denominata “Summer School” per 12 bambini, provenienti da tutta Italia e affetti da autismo. E’ quella che si sta svolgendo in questi giorni alla scuola dell’infanzia “Gianni Rodari” di Fano su iniziativa del Reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale “Santa Croce” di Fano, diretto da Vera Stoppioni ed in collaborazione con la Regione Marche. Il “Summer School”- spiega Vera Stoppioni – è un progetto pilota mai sperimentato prima d’ora, quindi non solo è unico nella Regione ma nemmeno a livello nazionale esistono esperienze simili.

Da lunedì 20 luglio e fino al 31 settembre i 12 bambini, seguiti da altrettante insegnanti “lavoreranno”, tutti i giorni fino alle 14.00, sotto la supervisione di Francesca, una psicologa specializzata in America. Le Marche ed anche la città di Fano sono all’avanguardia per quanto riguarda il trattamento del disturbo autistico con il metodo Aba ma al momento in Italia non esistono corsi accademici che preparino e certifichino professionisti in terapia Aba con specializzazione nell’autismo anche se nel reparto di Neuropsichiatria infantile abbiamo 4 psicologi che si stanno specializzando proprio sul metodo Aba e che hanno seguito corsi all’estero.

Il programma Aba consiste nell’applicazione intensiva dei principi comportamentali per l’insegnamento d’abilità sociali (linguaggio, gioco, comunicazione, socializzazione, autonomia personale, abilità accademiche, ecc…) e la correzione di comportamenti problematici (autostimolazioni, aggressività, autolesionismo, ossessioni, ecc…), un primo step è costituito dal muovere l’intenzione comunicativa. Il reparto di Neuropsichiatria Infantile del Santa Croce di Fano è l’unica struttura in Italia che fornisce analisi applicate con il metodo Aba ed è anche l’unico a mettere in atto la terapia intensiva logopedica: “Durante tutto l’anno 2 logopediste del nostro reparto- continua Stoppioni- 1 setimana al mese, per 12 mesi lavorano con i bambini”.

Lo scopo del Centro è duplice: terapeutico per i bambini e di controllo e supervisione degli operatori, vedremo se 15 giorni di lavoro porteranno ad una modifica nella preparazione degli operatori al metodo Aba, se ciò accadrà il vantaggio sarà enorme perché gli educatori sono gli stessi che seguono questi bambini per tutto l’anno”. Al Santa Croce vengono forniti servizi diagnostici ai bambini provenienti da tutta Italia e riabilitativi ai bambini marchigiani. L’assessore ai Servizi Educativi del Comune di Fano, Gianluca Lomartire, oggi, mercoledì 22 luglio ha supervisionato la struttura accompagnato dalla responsabile del reparto di Neuropsichiatria infantile Vera Stoppioni e si è complimentato per l’ottimo lavoro svolto.

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Insegnanti, parlate con i genitori dei vostri alunni disabili!!!

Posted by Autismo Incazziamoci on 21st July 2009

 Gli insegnanti a volte non si rendono conto: pensano che il loro rapporto “esclusivo” con gli alunni disabili, così “teneri”, così “indifesi”, sia solo loro. Spesso non vogliono condividerlo con nessuno: al punto che quando ne parlano, ne scrivono (mi riferisco per esempio alle “relazioni finali” degli insegnanti di sostegno), rimangono molto sul vago, mettendo insieme quattro frasette una dopo l’altra e appiccicandole a quel caso particolare, quando potrebbero benissimo appiccicarle a chiunque e dovunque.

Per far loro capire quanto è importante parlare con i genitori degli alunni disabili, racconterò un episodio significativo che è capitato durante l’anno scolastico appena trascorso a me e mia moglie (e – di riflesso – a nostro figlio, autistico, primo anno di Scuola dell’Infanzia).

All’inizio dell’anno a nostro figlio, nonostante la gravità della diagnosi, sono state assegnate – dall’Ufficio Scolastico Provinciale – solo 12,5 ore. In questo modo, i primi della lista si sono ben guardati dallo scegliere la scuola di Mattia. E’ arrivata, dopo alcuni giorni, un’insegnante di sostegno con i ricci, lucana, che aveva altre 12 ore e mezza in un’altra scuola e che con mio figlio completava l’orario.
Mio figlio era contento di questa insegnante di sostegno. Non che ci parlassimo o che parlassimo con le maestre “su posto comune”. Nooooo. Quello era tabù.
Però ci accorgevamo che – quando la vedeva – era contento.

Di solito, accompagnavamo il bimbo verso le nove meno dieci, e questa maestra – dato che aveva solo dodici ore e mezza – prendeva servizio alle nove. Per cui qualche ci capitava di vederla, qualche altra volta no.

Vedendo che era contento: la mattina gli dicevamo: “Ehi, stamattina vai a giocare a scuola, vai da K. che ti aspetta! Sei contento?”.

All’inizio, quando gli dicevamo così, ci accorgevamo che scalpitava – quasi – per andare a scuola. Quelle volte che riuscivamo ad “incrociare” la maestra K., lui non aveva più remore a salutarci, non indugiava, ed andava deciso verso di lei.

Però, a un certo punto – per qualche giorno – cominciò a piagnucolare, ad essere nervoso. Io gli dicevo: “Andiamo da K. Non sei contento?”.
Ma mi resi anche conto – ben presto – che non mi capitava più di incrociare K., nemmeno quando avevo fatto tardi ed erano ormai le nove.

Lo comunicai a mia moglie: “Ho un dubbio. Non è che K. s’è licenziata?”.
Mia moglie sorrise: “Ma no. Ce l’avrebbero detto”.
“Io però non la vedo più”
Mia moglie si fermò un attimo, immobile, pensierosa.
“Dici?”

Il giorno dopo lo chiesi a una delle maestre su posto comune.
“Ma K. se n’è andata?”
Quella sorrise, con una faccia di bronzo notevole, e disse:
“Ma lui sta benissimo in classe con gli altri bambini”

Tornai a casa, senza parole. Lo dissi a mia moglie. Andammo subito a prendere appuntamento con la Dirigente.
L’Assistente Amministrativa “addetta agli appuntamenti” ci fissò l’incontro per il martedì seguente. Il martedì mattina mi telefonò mia moglie:
“Gianni, è inutile che vieni: la preside ha annullato l’appuntamento”.

Il caso particolare e privato, oltre ad essere un esempio di disintegrazione scolastica, può essere di insegnamento agli insegnanti (non solo a quelli di sostegno: quelli di sostegno solo solo una parte dell’equipe pedagogica: l’avete capito o no che gli alunni disabili sono alunni come gli altri e hanno gli stessi insegnanti degli altri?).

Perché quelle maestre non ci hanno detto che l’insegnante K. se n’era andata?Era difficile dircelo? Pensavano che nostro figlio sarebbe venuto a casa a raccontarcelo? Non si rendevano conto che un aspetto fondamentale del suo problema è l’incapacità di raccontare?

Cari insegnanti: basta molto poco. Basta comunicare con i genitori: dove manca la comunicazione, manca anche l’inclusione, e se manca l’inclusione, state facendo male il vostro lavoro.

Parlate più che potete, con i genitori dei vostri alunni disabili, scambiatevi con loro sms, email, telefonate e tutto quello che vi passa per la testa. Non interrompete un filo diretto fondamentale e doveroso.

La comunicazione è inevitabile: senza comunicazione gli insegnanti hanno un grande potere d’offesa fisica e morale. Anche senza volerlo.

Tornando all’esempio di mio figlio – noi genitori siamo adulti e possiamo passarci sopra (ne abbiamo viste tante!).
Ma a lui chi ripagherà tutte le volte che gli abbiamo detto: “Andiamo a giocare da K.”?

(G. Papa)

ARTICOLO CORRELATOLa scuola e l’autismo: un esempio di prevaricazione

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Mettere come limite il non limite – di Giuseppe Felaco

Posted by Autismo Incazziamoci on 19th July 2009

 RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO

Il mestiere di genitore non si impara in una scuola di formazione alla genitorialità ed esserlo di un bambino con handicap è ancora più difficile.
Non approfondiamo qui le diverse problematiche dell’handicap e di cosa esso sia in grado di suscitare nell’animo di un genitore. In particolare nel dover gestire il negativo che tali stati d’animo possono determinare sulla personalità del bambino, che ha in sé tutta la forza della sua fanciullezza che lo spinge a correre incontro alla vita, con strumenti che non sono proprio come quelli di qualunque altro bambino. Le ore trascorse insieme, quando non sono sovrastate dall’ansia, dalla paura di non farcela, ritrovano un loro svolgersi sereno. I momenti dedicati sono ricchi di dialogo, di parole accompagnate da gesti, da carezze, da contatti affettivi, che rendono ancora più forte la volontà di costruire la vicinanza col bambino. Accrescono la necessità di accompagnarlo nel percorso dell’esistenza, affinché possa trovare, all’incontro con il mondo esterno, un contatto buono.
Il genitore affida alla scuola il proprio figlio, la cosa più importante, e si preoccupa di trovare, in essa, un dirigente che faccia la differenza, che abbia voglia e capacità di accettare una sfida. Quel signore sicuramente c’è, basta cercarlo, forse non si troverà nella scuola sotto casa, ma vale la pena scovarlo, se non sivuole correre il rischio di ritrovarsi in una scuola con semplici e demotivati insegnanti.
Ci vogliono “maestri” sufficientemente onesti da addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità, rivestendo a pieno il proprio ruolo, per affrontare così agevolmente il difficile compito affidato. Un ruolo che richiede ed esige comprensione, prudenza, capacità di insegnare e l’impegno a dare buon esempio per condurre il bambino a un contatto sereno col mondo.
Il genitore apprezza i sacrifici e riconosce i problemi che gli insegnanti devono affrontare, sa che possono farcela a dare al bambino l’ispirazione giusta per sfruttare appieno il suo potenziale. Se solo insegnassero, oltre alla sociologia, nozioni preziose per i rapporti con gli altri, l’autostima oltre all’ortografia, il senso civico oltre alle scienze, la tolleranza oltre alla grammatica e l’entusiasmo per la conoscenza oltre alla maestria nella materia.
Se fossero disponibili a mostrarsi come consulenti, amici, moderatori esperti di dinamiche di gruppo, specialisti in difficoltà dell’apprendimento, oratori specializzati in motivazione, oltre che maestri esperti della materia che insegnano. Se solo preparassero le lezioni con creatività e dinamismo in modo da mantenere l’attenzione di un gruppo numeroso, con metodi di insegnamento fatti “su misura” per singoli studenti ognuno con i suoi modi diversi di imparare e difficoltà di apprendimento.
Certo! Hanno scelto la professione che presenta più sfide ma anche quella che offre più soddisfazioni di qualunque altra.
Anche se il loro lavoro non paga granché in termini di denaro, le gratifiche psicologiche ed emotive sono enormi.
Si parla della luce negli occhi di uno studente che ha ritrovato la motivazione per studiare, del sorriso che compare quando un concetto impossibile è finalmente afferrato, della risata gioiosa di un bambino rifiutato che è accettato dal gruppo, dei sorrisi pieni di gratitudine, degli abbracci e dei “grazie” di genitori riconoscenti, di un biglietto di ringraziamento scritto da uno studente “perduto” che invece decide di continuare e di farcela, della soddisfazione interiore che si prova sapendo di aver fatto la differenza, di aver fatto qualcosa che conta veramente, di aver lasciato un segno indelebile per il futuro, per così tante persone, per così tanto tempo.
A volte nella vita, mettere come limite il non limite, induce ad andare avanti oltre l’apparente confine, e scoprire, con gioia, che
al di là della lotta tra il bene e il male c’è molto di più: C’è la vita.

GIUSEPPE FELACO (GENITORE)

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