Insegnanti, parlate con i genitori dei vostri alunni disabili!!!

 Gli insegnanti a volte non si rendono conto: pensano che il loro rapporto “esclusivo” con gli alunni disabili, così “teneri”, così “indifesi”, sia solo loro. Spesso non vogliono condividerlo con nessuno: al punto che quando ne parlano, ne scrivono (mi riferisco per esempio alle “relazioni finali” degli insegnanti di sostegno), rimangono molto sul vago, mettendo insieme quattro frasette una dopo l’altra e appiccicandole a quel caso particolare, quando potrebbero benissimo appiccicarle a chiunque e dovunque.

Per far loro capire quanto è importante parlare con i genitori degli alunni disabili, racconterò un episodio significativo che è capitato durante l’anno scolastico appena trascorso a me e mia moglie (e – di riflesso – a nostro figlio, autistico, primo anno di Scuola dell’Infanzia).

All’inizio dell’anno a nostro figlio, nonostante la gravità della diagnosi, sono state assegnate – dall’Ufficio Scolastico Provinciale – solo 12,5 ore. In questo modo, i primi della lista si sono ben guardati dallo scegliere la scuola di Mattia. E’ arrivata, dopo alcuni giorni, un’insegnante di sostegno con i ricci, lucana, che aveva altre 12 ore e mezza in un’altra scuola e che con mio figlio completava l’orario.
Mio figlio era contento di questa insegnante di sostegno. Non che ci parlassimo o che parlassimo con le maestre “su posto comune”. Nooooo. Quello era tabù.
Però ci accorgevamo che – quando la vedeva – era contento.

Di solito, accompagnavamo il bimbo verso le nove meno dieci, e questa maestra – dato che aveva solo dodici ore e mezza – prendeva servizio alle nove. Per cui qualche ci capitava di vederla, qualche altra volta no.

Vedendo che era contento: la mattina gli dicevamo: “Ehi, stamattina vai a giocare a scuola, vai da K. che ti aspetta! Sei contento?”.

All’inizio, quando gli dicevamo così, ci accorgevamo che scalpitava – quasi – per andare a scuola. Quelle volte che riuscivamo ad “incrociare” la maestra K., lui non aveva più remore a salutarci, non indugiava, ed andava deciso verso di lei.

Però, a un certo punto – per qualche giorno – cominciò a piagnucolare, ad essere nervoso. Io gli dicevo: “Andiamo da K. Non sei contento?”.
Ma mi resi anche conto – ben presto – che non mi capitava più di incrociare K., nemmeno quando avevo fatto tardi ed erano ormai le nove.

Lo comunicai a mia moglie: “Ho un dubbio. Non è che K. s’è licenziata?”.
Mia moglie sorrise: “Ma no. Ce l’avrebbero detto”.
“Io però non la vedo più”
Mia moglie si fermò un attimo, immobile, pensierosa.
“Dici?”

Il giorno dopo lo chiesi a una delle maestre su posto comune.
“Ma K. se n’è andata?”
Quella sorrise, con una faccia di bronzo notevole, e disse:
“Ma lui sta benissimo in classe con gli altri bambini”

Tornai a casa, senza parole. Lo dissi a mia moglie. Andammo subito a prendere appuntamento con la Dirigente.
L’Assistente Amministrativa “addetta agli appuntamenti” ci fissò l’incontro per il martedì seguente. Il martedì mattina mi telefonò mia moglie:
“Gianni, è inutile che vieni: la preside ha annullato l’appuntamento”.

Il caso particolare e privato, oltre ad essere un esempio di disintegrazione scolastica, può essere di insegnamento agli insegnanti (non solo a quelli di sostegno: quelli di sostegno solo solo una parte dell’equipe pedagogica: l’avete capito o no che gli alunni disabili sono alunni come gli altri e hanno gli stessi insegnanti degli altri?).

Perché quelle maestre non ci hanno detto che l’insegnante K. se n’era andata?Era difficile dircelo? Pensavano che nostro figlio sarebbe venuto a casa a raccontarcelo? Non si rendevano conto che un aspetto fondamentale del suo problema è l’incapacità di raccontare?

Cari insegnanti: basta molto poco. Basta comunicare con i genitori: dove manca la comunicazione, manca anche l’inclusione, e se manca l’inclusione, state facendo male il vostro lavoro.

Parlate più che potete, con i genitori dei vostri alunni disabili, scambiatevi con loro sms, email, telefonate e tutto quello che vi passa per la testa. Non interrompete un filo diretto fondamentale e doveroso.

La comunicazione è inevitabile: senza comunicazione gli insegnanti hanno un grande potere d’offesa fisica e morale. Anche senza volerlo.

Tornando all’esempio di mio figlio – noi genitori siamo adulti e possiamo passarci sopra (ne abbiamo viste tante!).
Ma a lui chi ripagherà tutte le volte che gli abbiamo detto: “Andiamo a giocare da K.”?

(G. Papa)

ARTICOLO CORRELATOLa scuola e l’autismo: un esempio di prevaricazione

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Pubblicato il 21 luglio 2009, in Zuzzerellonate Autismincazzate con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

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