Questo non è un articolo breve. Consiglio chi vuole proprio leggerlo di mettersi comodo e tirare un profondo respiro.
Non di sollievo.
La prima cosa che notai, quando entrai nella scuola e cominciai a fare le prime supplenze (ero ancora un insegnante di lettere non abilitato) fu che si prestava grandissima attenzione alla forma. Non importava quasi a nessuno quello che facevo in classe: importava soltanto il “piano di lavoro” con il “programma” da svolgere.
Non avevo che pochi giorni di esperienza e – per di più – nell’ultimo anno solare avevo lavorato come portalettere, con il casco troppo stretto e il motorino che ogni tanto si scassava. Perciò cominciai a improvvisare, seguendo un filo logico che era solo dentro la mia testa.
Inventai il “blog” della seconda C – sfruttando la mia passione per internet – e istituii il “diario di classe” – un quaderno dove (ogni giorno) un alunno diverso raccontava quello che era successo a scuola.
Al Dirigente, ai colleghi, non importava nulla di quello che facevo. A loro interessava che non ci fossero lamentele dei genitori e che – soprattutto – ci fossero le carte a posto.
“Ok” pensai “Sulle scartoffie devo scrivere che ho creato il blog della classe e il diario della classe: sono attività di scrittura e rientrano sicuramente in Italiano”
Una delle colleghe di Lettere, però – una di quelle giovani – mi spiegò che certe cose – di solito – non si fanno in seconda media e che – perlomeno – lei non le aveva mai viste fare. Mi spiegò che – soprattutto – non era opportuno che lo scrivessi sulle scartoffie.
<<Si vede che non vieni dalla scuola: sei ancora puro>> mi disse.
Me lo disse come un complimento. Chi sa perché.
La collega giovane, che aveva la terza, aveva avuto l’anno prima la seconda, come me. Mi passò le sue scartoffie da copiare e mi disse:
<<Cambia qualcosa, qua e là, ma il libro che usiamo è lo stesso e la composizione della classe è molto simile: devi solo sostituire i nomi degli alunni>>.
Così feci, e andò tutto liscio. Come insegnante – secondo me – non ero malaccio – e i miei alunni fecero tante belle attività come il blog della classe, il diario della classe e persino un film (in video) intitolato Maledetta Saponetta. Tuttavia ero completamente inesperto (un anno da postino ti segna) ed ero sicuramente un insegnante bislacco.
Ma il mio essere bislacco è qualcosa che esiste nella “realtà vera“: per la scuola, quello che conta sono le carte.
Se oggi un archeologo ritrovasse le scartoffie di quell’anno – troverebbe tutto in ordine: anzi penserebbe che sono stato anche troppo “classico”, se non addirittura reazionario.
I Dirigenti Scolastici tengono molto alle scartoffie. E’ la prima cosa a cui tengono, in ordine di importanza. Al secondo posto, ci sono i genitori: guai ad avere un genitore che si lamenta.
Il secondo posto dei genitori, però, è un secondo posto ottenuto con immenso distacco: le scartoffie sono il Dio dei Dirigenti Scolastici. Se occorre calpestare i genitori, pur di avere le carte in ordine, non esitano a farlo.
A fine anno, per esempio – quando vi sono gli scrutini e si devono decidere i voti, le promozioni e le bocciature – l’unico interesse dei Dirigenti è che le carte siano in ordine. Ci sono tutte le relazioni dei docenti? Sono stati già discussi nel precedente consiglio di classe gli allievi che rischiano la bocciatura? Sono state conteggiate le assenze?
A nessun Dirigente Scolastico interessa sapere se gli alunni hanno appreso o meno delle nozioni, se c’è stata in loro una maturazione a cui ha contribuito la scuola oppure un peggioramento del quale ha colpa anche la scuola.
Quelle sono cose che non possono essere catalogate, che non lasciano una traccia (se non quella effimera del voto o del giudizio). Il conteggio delle assenze invece è importantissimo: nessun insegnante osi presentarsi agli scrutini senza aver conteggiato le assenze.
Quando sono diventato insegnante specializzato, oltre ad essermi reso subito conto che i veri disabili – nella scuola media – sono rarissimi (perché la maggior parte frequenta già a tempo pieno i centri diurni), ho anche scoperto – non senza una velata angoscia – che il perverso sistema delle scartoffie funziona anche nel mondo dell’Integrazione Scolastica.
In una delle prime riunioni di GRUPPO H a cui partecipai, mi mostrarono il “modello per fare i PEI” e il “MODELLO PER FARE I PDF”. Erano entrambi dei “moduli a crocette” assolutamente generici e – diciamocelo – più simili a un sondaggio di Confidenze che a un Profilo Dinamico Funzionale o a un Piano Educativo Individualizzato.
Nelle altre scuole dove sono stato, i “modelli” per il PEI erano invece – di solito – nel computer in sala insegnanti, liberamente scaricabili e “modificabili”.
Cosa c’è di male?
C’è di male che sono dei modelli e che – anche quando sono compilati – rimangono dei modelli. Non è raro il caso di un insegnante di ruolo che passa la propria “chiavetta” all’insegnante di sostegno (magari non specializzato) precario, dicendogli: <<Il mio alunno dell’anno scorso aveva la stessa diagnosi del tuo. Devi cambiare giusto il nome e qualche riferimento personale>>.
Voi mi direte: ma come è possibile che accada questo, se i documenti ufficiali (PEI e PDF) sono discussi in sede di GLH Operativo e sono concordati tra docenti, genitori, personale sanitario e operatori della riabilitazione?
I GLH Operativi? Cosa sono? Qualcosa che si mangia?
In molte scuole, in molte parti d’Italia, tale pratica è sconosciuta.
A me è capitato persino di parlare con una collega, di ruolo da molti anni, e scoprire una realtà molto amara. Questa collega veniva da una scuola di prestigio nonché scuola-polo di zona per la disabilità. Le dissi:
“Ah, se vieni da lì, vieni da una scuola nella quale l’integrazione scolastica è il fiore all’occhiello. Sicuramente lì si fanno i GLH operativi e i GLH d’istituto”.
La collega sgranò gli occhi, esterrefatta , e chiese:
“Cosa sono i GLH?”
Vi stupite che un’insegnante di sostegno di ruolo non conosca i GLH? Io invece mi dico: e perché dovrebbe conoscerli? Se in una determinata zona (nel profondo nord, in una provincia profondamente leghista) sono quasi inesistenti, se l’insegnante in questione ha girato – nella sua carriera – moltissime scuole senza mai incontrarli, perché dovrebbe conoscerli?
La verità è che contano soltanto le scartoffie: la realtà non conta. Le scartoffie sono una realtà virtuale che si sovrappone alla realtà reale e la sostituisce.
Nell’ubertosa provincia del nord di cui ho parlato si preferisce fare a meno dei GLH (non certo per motivi di carenza di fondi, di scarsa disponibilità economica etc: si formano commissioni di cui si può fare a meno come la commissione sull’ambiente, le commissioni sulle ricorrenze e sulle feste patronali e amenità del genere, e tutte queste commissioni vengono adeguatamente retribuite: volete che una scuola non riesca a trovare i soldi per retribuire gli insegnanti che partecipano a un GLH?)… Dicevo: nell’ubertosa provincia del nord di cui sopra, si preferisce fare a meno dei GLH – tranne che in pochissimi casi, a macchia di leopardo, di un leopardo che per una strana malattia sta perdendo tutte le macchie – perché facendo i GLH si perderebbe il controllo delle scartoffie, l’operato degli insegnanti e dell’ASL sarebbe controllato dai genitori e si rischierebbe di non avere le carte a posto.
In altre provincie, in altre regioni – invece – i GLH si fanno, ma sono quasi sempre dei pro-forma, nei quali i genitori fanno la loro inutile apparizione soltanto dopo che il personale scolastico e il personale dell’ASL hanno discusso del nulla, ascoltano quattro chiacchiere del Dirigente e vengono congedati con mille salamelecchi.
In tal modo nessuno può criticare l’operato della Dirigenza e dell’ASL, nemmeno i genitori che – con la loro presenza nel GLH, magari per pochi minuti – sono stati fatti contenti.
COSA POSSONO FARE I GENITORI?
I genitori possono fare una sola cosa: prendere coscienza del fatto che alla scuola interessa soltanto “avere le carte in regola”, che alla scuola non interessa affatto la “verità vera” ma soltanto quello che c’è scritto sulle carte. L’arma dei genitori deve essere la conoscenza.
In tal modo, se i genitori subodorano qualcosa che non va, se cominciano ad avere paura che quello che c’è scritto nel PEI e nel PDF sia lontano dalla realtà, se il PEI viene scritto dalla sola scuola senza consultare i genitori, se i genitori non sono convinti che a scuola si faccia tutto il possibile per assicurare l’integrazione scolastica e l’educazione del proprio figlio disabile, possono fare in modo che la scuola non abbia le carte a posto.
Le scartoffie della scuola hanno bisogno della firma dei genitori: si firmano le comunicazioni degli insegnanti sul libretto scolastico, si firmano le pagelle, si firmano i moduli per consentire l’uscita territoriale o extraterritoriale dei propri figli, si firmano il PEI e il PDF.
GENITORI, SE NON SIETE D’ACCORDO AL CENTO PER CENTO E SE NON CONDIVIDETE L’OPERATO DELLA SCUOLA, NON FIRMATE!!!
Ricordate sempre che la scuola italiana deve fondarsi sull’integrazione scolastica e che – se è stata fatta una legge perché fossero chiuse le scuole speciali – non è stata fatta per risparmiare fondi, ma perché per i bambini e i ragazzi disabili vivere la scuola di tutti è una risorsa enorme.
Gianni Papa