Autismo, che fare? Incazzarsi!

siamo autistici: non fessi

Archivio per settembre 2009

CONFLITTI D’INTERESSE

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 27 settembre 2009

 Sarò breve.

Dalle poche informazioni in mio possesso, in molte regioni una percentuale tra l’80 e il 90 per 100 dei contributi stanziati per la disabilità serve per finanziare i centri diurni.

Tali centri diurni riescono ad avere una cospicua fetta di tali finanziamenti soltanto se i bambini/adolescenti che li frequentano rimangono nel centro – tutti i santi giorni escluso sabato e festivi – dalle 4 ore in su.

Per questo motivo, il mio sogno (e quello di tanti altri genitori) che prevede un adeguamento della scuola alla realtà della legge 104 e alle “belle parole”
SCUOLA INCLUSIVA e INTEGRAZIONE SCOLASTICA cozza inesorabilmente contro il conflitto d’interesse delle associazioni che gestiscono i centri diurni. Le quali associazioni sono le stesse che fanno parte dei GLIP provinciali.

Possiamo davvero pensare che siano proprio queste associazioni a premere perché gli allievi disabili frequentino quanto più possibile le scuole e quanto meno possibile i centri diurni? Possiamo davvero pensare che queste associazioni difendano fino in fondo i diritti dei disabili a scuola, che promuovano la lettura e l’applicazione nelle scuole delle Linee guida per l’integrazione scolastica, infischiandosene dei mancati “ricavi” per le mancate iscrizioni ai loro centri?

Gianni Papa

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MESSAGGIO DI GEDEONE IL MAIALONE SUI RIMBORSI ABA PER LE FAMIGLIE

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 25 settembre 2009

I rimborsi ABA sono immorali e sono un contentino dato dallo stato per non mettere in pratica le buone prassi che porterebbero le scuole a fornire ai soggetti autistici il trattamento di cui hanno bisogno. Ascoltiamo il saggio Gedeone il maialone e meditiamo, gente, metidiamo!

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JOHN TRAVOLTA: “MIO FIGLIO ERA AUTISTICO”

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 25 settembre 2009

John Travolta svela la verità sulla morte di suo figlio Jett.

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«Mio figlio non ha l’insegnante di sostegno»

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 22 settembre 2009

COPIO-INCOLLO DAL SECOLO XIX

«Nel 2003 a mio figlio, che adesso ha dodici anni, è stata fatta la diagnosi di Sindrome di Asperger, variante “intelligente” dell’autismo. Il bambino, infatti, ha un quoziente intellettivo superiore alla norma, cioè superiore a centodieci (nella storia sono stati affetti da tale patologia personaggi quali Albert Einstein e Bill Gates).

Per questo motivo il servizio di neuropsichiatria infantile della Asl gli ha riconosciuto un’invalidità temporanea e richiesto l’insegnamento di sostegno.

Da sette anni abbiamo assistito ad un cambio annuale dell’insegnante di sostegno (con insegnanti scarsamente motivati e senza una specifica preparazione in merito): prima alle scuole elementari, poi alle scuole medie, quando speravamo che le cose cambiassero in meglio. Non è stato così.

Infatti lo scorso anno gli sono stati affiancati due insegnanti di sostegno per un totale di diciotto ore settimanali, mentre alle restanti ore sopperivamo noi con un educatore, da noi scelto e pagato.Dei due insegnanti uno si è dimostrato all’altezza del compito assegnatoli, l’altro ha creato con il suo comportamento poco equilibrato ulteriori turbative nel bambino, pregiudicando la sua crescita, sia sul piano didattico-formativo, sia su quello della sua stabilità psicologica.

Alla fine dell’anno abbiamo chiesto alla preside l’allontanamento dell’insegnante “destabilizzante” e la permanenza di quello che era riuscito a stabilire un rapporto costruttivo con nostro figlio di dodici anni.

Praticamente chiedevamo quella continuità didattica tanto agognata per questa tipologia di bambini da parte degli neuropsichiatri, ma per l’ennesima volta ci è stata negata.

Il professore in questione è di ruolo presso l’ istituto di in una cittadina vicina ed aveva avuto l’assegnazione provvisoria per lo scorso anno. Il professore ha chiesto nuovamente l’assegnazione provvisoria anche quest’anno, ma per cavilli burocratici gli è stata negata, nonostante nell’istituto ci fossero delle ore disponibili (cosiddette ore di “fatto”).

L’ufficio assegnazioni provvisorie non ha considerato valida la sua domanda, nonostante lui avesse espresso per iscritto alla preside e agli uffici del provveditorato la sua volontà di voler continuare a lavorare con nostro figlio.

Noi, in qualità di genitori, abbiamo scritto numerose lettere al dirigente scolastico, al referente regionale integrazione del provveditorato e, in ultimo, al dirigente dell’ufficio scolastico regionale di Genova (ovvero il provveditore), senza ottenere nessuna risposta.

È evidente che l’ufficio assegnazioni provvisorie ha commesso un errore e non ha comunicato con l’ufficio integrazione.

Ora ci troveremo ad avere un nuovo insegnante di sostegno, che non conosce minimamente nostro figlio e che nella migliore delle ipotesi ci metterà almeno sei mesi per trovare il bandolo della matassa… ed iniziare a lavorare con lui.

L’umiliazione che dobbiamo subire come famiglia è troppo grande, oltre all’onere della spesa di doverci pagare un educatore (per un ammontare mensile di circa cinquecento euro). La beffa da parte delle istituzioni è troppo grossa…

I nostri bambini non sono “pacchi postali”, ma persone e in quanto tali hanno diritto a veder rispettare i loro diritti, compreso quello di un’educazione adeguata alle loro reali necessità.

Da quando ho incominciato a frequentare la scuola con mio figlio, mi sono resa conto che gli utenti sono i professori con le loro nomine di ruolo, le assegnazioni provvisorie, i trasferimenti, le graduatorie. E che gli alunni, che dovrebbero essere i veri protagonisti del sistema scuola sono le vittime ignare di un “teatrino delle cattedre”.

Pertanto, chiediamo che le massime autorità intervengano per renderci giustizia e dare quella stabilità didattico-educativa e psicologica per nostro figlio.

Abbiamo sempre creduto nei valori aggiunti , che derivano da una democrazia e che vengono sanciti anche dalla Carta costituzionale del nostro Stato».

una mamma di Chiavari

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INSEGNANTI DI SOSTEGNO: sindrome del liberto?

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 21 settembre 2009

sostegnoNon parlo della teoria, che conosciamo bene, l’insegnante di sostegno “dovrebbe essere” esperto dei processi di integrazione, tecnico della programmazione differenziata e del pei, contitolare nella gestione della classe ecc., ma di come tutti i giorni si sentono e sono percepiti dagli altri colleghi di ruolo che “hanno la classe” e di come vivono questo rapporto è tutta un’altra storia.
In concreto a molti è caldamente consigliato di “portarsi fuori” i ragazzi certificati, insieme ai soliti bulletti rompiscatole che “hanno bisogno di un approfondimento individualizzato” (“tanto per la socializzazione hanno tutte le altre ore”). Vi siete mai chiesti come mai uno che lavora per l’integrazione di tutta la classe, porta fuori dei ragazzi (lasciando dei banchi vuoti)? Capita che gli chiedono di fare lezione contemporaneamente ad un sordo e a un cieco (faccio per dire) “tanto sono solo due e si possono gestire facilmente pensa che io ne ho 20″. Quante ore riesce a fare in classe e che problemi emergono nella convivenza tra i colleghi? Capita che sono richiamati al silenzio o che gli chiedono di bussare prima di entrare nella classe anche nelle loro ore. Li mandano a prendere i gessi o la lavagna luminosa. Gli contestano le prove differenziate dopo averli delegati a prepararle. Gli contestano il riferimento a teorie psicologiche o psicopedagogiche perché “non sono
laureati in psicologia” e anche perché (“sono cose che devono trattare gli esperti”). Agli esami di fine anno usano toni burberi e alzano la voce per addomesticare le loro valutazioni, all’andazzo corrente (metti voti alti così tutti sono contenti).
Gli capita di constatare che i peggiori docenti curricolari (nel rapporto col docente di sostegno) sono quelli che fino all’anno prima e magari, per dieci anni hanno insegnato sul sostegno. Sindrome del liberto? Si fa sostegno, per vocazione, per ripiego o perché lo trovano meno stressante che tenere una classe?

Cordiali saluti, Giuseppe Felaco (Genitore)

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GLH: DI SOLITO A SCUOLA FUNZIONA COSI’

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 21 settembre 2009

scuola+mortaDi solito a scuola funziona così:

due GLH, uno se tutto va bene circa dopo un mese l’inizio delle lezioni, l’altro un mese prima che finisca l’anno scolastico.

Durata? 15/20 minuti poiché se ne devono fare diversi… poi – se si è fortunati e gli dei sono favorevoli – c’è anche il preside, che con i rappresentanti Asl si guarda spesso negli occhi, controllando l’orologio per timore di non stare nei tempi.

Nessuno ha in mano penna e carta per prendere un appunto, all’insegnante di sostegno nessuno che conduce la seduta, demandata completamente che mette insieme nervosamente delle frasi, perché in molti casi non conosce ancora bene il bambino o forse non ha avuto informazioni da nessuno, oppure cerca di mediare per non mettersi contro tutti.

Gli insegnanti curricolari fanno qualche intervento tanto per giustificare la loro presenza e per coprire la mancata conoscenza del precedente P.E.I.

Il genitore prova a chiedere del P.E.I.(che poi gli faranno firmare) e dei programmi, ma viene liquidato con un sorriso rassicurante, quasi da presa in giro: ” Signore, ma quella è solo burocrazia, l’importante è ciò che si fa in classe”.

L’insegnante di sostegno assume un’espressione mortificata, perché vorrebbe qualche informazione in più dagli esperti, ma non chiede.

Il genitore – che dopo dieci anni di inutili GLH ha acquisito una certa esperienza di quella inutile commedia, ma che ancora vuole illudersi – si concentra sull’insegnante di sostegno e comincia a passare materiale e informazioni.

Come fa un genitore a credere che questo iter così ben articolato e strutturato passi dalla teoria alla pratica?

Che lavoro concreto ne deriverà?

Chi è che deve dirigere un gruppo di lavoro in modo serio?

Chi deve coordinare il lavoro?

A cosa serve il gruppo H ?

A cosa serve il GLIP ?

Cosa fanno le numerosissime associazioni?

Cordiali saluti, Giuseppe Felaco (genitore).

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SCARTOFFIE

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 20 settembre 2009

 Questo non è un articolo breve. Consiglio chi vuole proprio leggerlo di mettersi comodo e tirare un profondo respiro.
Non di sollievo.

La prima cosa che notai, quando entrai nella scuola e cominciai a fare le prime supplenze (ero ancora un insegnante di lettere non abilitato) fu che si prestava grandissima attenzione alla forma. Non importava quasi a nessuno quello che facevo in classe: importava soltanto il “piano di lavoro” con il “programma” da svolgere.
Non avevo che pochi giorni di esperienza e – per di più – nell’ultimo anno solare avevo lavorato come portalettere, con il casco troppo stretto e il motorino che ogni tanto si scassava. Perciò cominciai a improvvisare, seguendo un filo logico che era solo dentro la mia testa.
Inventai il “blog” della seconda C – sfruttando la mia passione per internet – e istituii il “diario di classe” – un quaderno dove (ogni giorno) un alunno diverso raccontava quello che era successo a scuola.
Al Dirigente, ai colleghi, non importava nulla di quello che facevo. A loro interessava che non ci fossero lamentele dei genitori e che – soprattutto – ci fossero le carte a posto.

“Ok” pensai “Sulle scartoffie devo scrivere che ho creato il blog della classe e il diario della classe: sono attività di scrittura e rientrano sicuramente in Italiano”
Una delle colleghe di Lettere, però – una di quelle giovani – mi spiegò che certe cose – di solito – non si fanno in seconda media e che – perlomeno – lei non le aveva mai viste fare. Mi spiegò che – soprattutto – non era opportuno che lo scrivessi sulle scartoffie.

<<Si vede che non vieni dalla scuola: sei ancora puro>> mi disse.
Me lo disse come un complimento. Chi sa perché.

La collega giovane, che aveva la terza, aveva avuto l’anno prima la seconda, come me. Mi passò le sue scartoffie da copiare e mi disse:

<<Cambia qualcosa, qua e là, ma il libro che usiamo è lo stesso e la composizione della classe è molto simile: devi solo sostituire i nomi degli alunni>>.

Così feci, e andò tutto liscio. Come insegnante – secondo me – non ero malaccio – e i miei alunni fecero tante belle attività come il blog della classe, il diario della classe e persino un film (in video) intitolato Maledetta Saponetta. Tuttavia ero completamente inesperto (un anno da postino ti segna) ed ero sicuramente un insegnante bislacco.
Ma il mio essere bislacco è qualcosa che esiste nella “realtà vera“: per la scuola, quello che conta sono le carte.
Se oggi un archeologo ritrovasse le scartoffie di quell’anno – troverebbe tutto in ordine: anzi penserebbe che sono stato anche troppo “classico”, se non addirittura reazionario.

I Dirigenti Scolastici tengono molto alle scartoffie. E’ la prima cosa a cui tengono, in ordine di importanza. Al secondo posto, ci sono i genitori: guai ad avere un genitore che si lamenta.
Il secondo posto dei genitori, però, è un secondo posto ottenuto con immenso distacco: le scartoffie sono il Dio dei Dirigenti Scolastici. Se occorre calpestare i genitori, pur di avere le carte in ordine, non esitano a farlo.

A fine anno, per esempio – quando vi sono gli scrutini e si devono decidere i voti, le promozioni e le bocciature – l’unico interesse dei Dirigenti è che le carte siano in ordine. Ci sono tutte le relazioni dei docenti? Sono stati già discussi nel precedente consiglio di classe gli allievi che rischiano la bocciatura? Sono state conteggiate le assenze?
A nessun Dirigente Scolastico interessa sapere se gli alunni hanno appreso o meno delle nozioni, se c’è stata in loro una maturazione a cui ha contribuito la scuola oppure un peggioramento del quale ha colpa anche la scuola.
Quelle sono cose che non possono essere catalogate, che non lasciano una traccia (se non quella effimera del voto o del giudizio). Il conteggio delle assenze invece è importantissimo: nessun insegnante osi presentarsi agli scrutini senza aver conteggiato le assenze.

Quando sono diventato insegnante specializzato, oltre ad essermi reso subito conto che i veri disabili – nella scuola media – sono rarissimi (perché la maggior parte frequenta già a tempo pieno i centri diurni), ho anche scoperto – non senza una velata angoscia – che il perverso sistema delle scartoffie funziona anche nel mondo dell’Integrazione Scolastica.

In una delle prime riunioni di GRUPPO H a cui partecipai, mi mostrarono il “modello per fare i PEI” e il “MODELLO PER FARE I PDF”. Erano entrambi dei “moduli a crocette” assolutamente generici e – diciamocelo – più simili a un sondaggio di Confidenze che a un Profilo Dinamico Funzionale o a un Piano Educativo Individualizzato.

Nelle altre scuole dove sono stato, i “modelli” per il PEI erano invece – di solito – nel computer in sala insegnanti, liberamente scaricabili e “modificabili”.

Cosa c’è di male?

C’è di male che sono dei modelli e che – anche quando sono compilati – rimangono dei modelli. Non è raro il caso di un insegnante di ruolo che passa la propria “chiavetta” all’insegnante di sostegno (magari non specializzato) precario, dicendogli: <<Il mio alunno dell’anno scorso aveva la stessa diagnosi del tuo. Devi cambiare giusto il nome e qualche riferimento personale>>.

Voi mi direte: ma come è possibile che accada questo, se i documenti ufficiali (PEI e PDF) sono discussi in sede di GLH Operativo e sono concordati tra docenti, genitori, personale sanitario e operatori della riabilitazione?

I GLH Operativi? Cosa sono? Qualcosa che si mangia?

In molte scuole, in molte parti d’Italia, tale pratica è sconosciuta.
A me è capitato persino di parlare con una collega, di ruolo da molti anni, e scoprire una realtà molto amara. Questa collega veniva da una scuola di prestigio nonché scuola-polo di zona per la disabilità. Le dissi:
“Ah, se vieni da lì, vieni da una scuola nella quale l’integrazione scolastica è il fiore all’occhiello. Sicuramente lì si fanno i GLH operativi e i GLH d’istituto”.
La collega sgranò gli occhi, esterrefatta , e chiese:
“Cosa sono i GLH?”

Vi stupite che un’insegnante di sostegno di ruolo non conosca i GLH? Io invece mi dico: e perché dovrebbe conoscerli? Se in una determinata zona (nel profondo nord, in una provincia profondamente leghista) sono quasi inesistenti, se l’insegnante in questione ha girato – nella sua carriera – moltissime scuole senza mai incontrarli, perché dovrebbe conoscerli?

La verità è che contano soltanto le scartoffie: la realtà non conta. Le scartoffie sono una realtà virtuale che si sovrappone alla realtà reale e la sostituisce.
Nell’ubertosa provincia del nord di cui ho parlato si preferisce fare a meno dei GLH (non certo per motivi di carenza di fondi, di scarsa disponibilità economica etc: si formano commissioni di cui si può fare a meno come la commissione sull’ambiente, le commissioni sulle ricorrenze e sulle feste patronali e amenità del genere, e tutte queste commissioni vengono adeguatamente retribuite: volete che una scuola non riesca a trovare i soldi per retribuire gli insegnanti che partecipano a un GLH?)… Dicevo: nell’ubertosa provincia del nord di cui sopra, si preferisce fare a meno dei GLH – tranne che in pochissimi casi, a macchia di leopardo, di un leopardo che per una strana malattia sta perdendo tutte le macchie – perché facendo i GLH si perderebbe il controllo delle scartoffie, l’operato degli insegnanti e dell’ASL sarebbe controllato dai genitori e si rischierebbe di non avere le carte a posto.

In altre provincie, in altre regioni – invece – i GLH si fanno, ma sono quasi sempre dei pro-forma, nei quali i genitori fanno la loro inutile apparizione soltanto dopo che il personale scolastico e il personale dell’ASL hanno discusso del nulla, ascoltano quattro chiacchiere del Dirigente e vengono congedati con mille salamelecchi.
In tal modo nessuno può criticare l’operato della Dirigenza e dell’ASL, nemmeno i genitori che – con la loro presenza nel GLH, magari per pochi minuti – sono stati fatti contenti.

COSA POSSONO FARE I GENITORI?

I genitori possono fare una sola cosa: prendere coscienza del fatto che alla scuola interessa soltanto “avere le carte in regola”, che alla scuola non interessa affatto la “verità vera” ma soltanto quello che c’è scritto sulle carte. L’arma dei genitori deve essere la conoscenza.

In tal modo, se i genitori subodorano qualcosa che non va, se cominciano ad avere paura che quello che c’è scritto nel PEI e nel PDF sia lontano dalla realtà, se il PEI viene scritto dalla sola scuola senza consultare i genitori, se i genitori non sono convinti che a scuola si faccia tutto il possibile per assicurare l’integrazione scolastica e l’educazione del proprio figlio disabile, possono fare in modo che la scuola non abbia le carte a posto.

Le scartoffie della scuola hanno bisogno della firma dei genitori: si firmano le comunicazioni degli insegnanti sul libretto scolastico, si firmano le pagelle, si firmano i moduli per consentire l’uscita territoriale o extraterritoriale dei propri figli, si firmano il PEI e il PDF.

GENITORI, SE NON SIETE D’ACCORDO AL CENTO PER CENTO E SE NON CONDIVIDETE L’OPERATO DELLA SCUOLA, NON FIRMATE!!!

Ricordate sempre che la scuola italiana deve fondarsi sull’integrazione scolastica e che – se è stata fatta una legge perché fossero chiuse le scuole speciali – non è stata fatta per risparmiare fondi, ma perché per i bambini e i ragazzi disabili vivere la scuola di tutti è una risorsa enorme.

Gianni Papa

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L’apparente «inutilità» del gioco

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 19 settembre 2009

In realtà il gioco può e dovrebbe essere sempre anche capacità di interagire con il mondo, un modo di conoscere l’altro, ove nulla sia più diviso in “mio” e “tuo”. Un gioco da intendere come “antidoto” all’isolamento che in persone già segnate da sindromi patologiche può solo rinforzare questo stato di fatto, portando le famiglie a comportamenti iperprotettivi, sorta di compensazioni che rischiano però di soffocare la personalità autonoma del bambino/ragazzo

Nel periodo dell’infanzia, i bambini istituscono col reale un rapporto speciale, essenzialmente tramite il gioco, creando - con il possesso e il controllo di tutti gli elementi – un linguaggio globale, come modalità di espressione, oltre che di conoscenza.
Generalmente il gioco è un’attività che viene svalutata, a vantaggio di occupazioni definite “più utili” e “più importanti”, come imparare e accumulare il sapere. Accumulare il sapere! Imparare! È dunque solo questo ciò che conta? Per il gioco vengono ritagliati spazi e determinati i tempi, che molte volte sono una semplice “ricompensa” successiva a continui compromessi. Anche alcune persone autistiche – per attirare l’attenzione e per mettere in pratica alcune delle convenzioni sociali e stabilire una certa relazione con gli altri – utilizzano il gioco nell’apparenza di una sua forma stereotipata.

In realtà  non si è ancora capita la positività creativa e ricreativa contenuta nel gioco, facendo così perdere ai bambini la possibilità di codificazioni alternative e di capacità simboliche utili a conoscere l’Altro. Infatti – attraverso un contatto che utilizzi il corpo nelle sue rappresentazioni tattili e relazionali – il bambino può accedere al linguaggio del corpo, molto più importante di quello verbale. È come una metamorfosi che deve avvenire, quella che rivela una nuova consapevolezza e permette il risveglio alla vita in una manifestazione di sentimenti.
Il gioco, da illusione creativa, diventa allora capacità di interagire con il mondo, dando la possibilità al corpo di “mettere in scena il mondo”, ossia come esso lo pensa e lo racconta. L’apparente inutilità dei comportamenti ludici può essere in realtà un modo di conoscenza dell’altro e per sperimentare questo “luogo comune” cosa c’è di meglio dell’ovvietà di esserci, per sentire, attraverso le emozioni, una distanza che si colma, per avere la possibilità di sentirsi in armonia con se stessi e col mondo con il quale e nel quale si interagisce? Ci vorrebbe insomma un mondo non più diviso in “mio” e “tuo”, dove la cultura dell’interazione nascesse principalmente da una volontà interiore libera di esprimere la pienezza del Sé.

Sembra quasi offensivo e inutile sottolineare che l’isolamento porta inevitabilmente a innesti psicotici, indicativi di una chiusura al mondo esterno, specie se applicata a persone già segnate da sindromi patologiche le quali comportano, automaticamente, proprio il rinchiudersi in se stessi. E dunque la persistenza di questo stato di cose può solo determinare un rinforzo di questo stato di fatto e in particolare portare le famiglie a un comportamento iperprotettivo, in una sorta di compensazione che rischia però di soffocare la personalità autonoma del bambino/ragazzo.
Diventa quasi un’”ingiunzione alla non esistenza” che porta la persona con handicap a fare affidamento solo sulle sue esperienze acquisite, ghettizzata nei centri di riabilitazione o in altre istituzioni simili, come ad esempio i laboratori protetti, per un’attività lavorativa in situazione tutelata. Questi sembrerebbero essere giusti supporti, ma non è così, è solo una delega costante e definitiva in cui l’autonomia rimane esclusivamente al livello dell’autosufficienza di base e non arriva al riconoscimento delle risorse del bambino/ragazzo.
Ecco cosa succede: che lo spazio protettivo e potenziale si riduce in uno spazio dove degli esseri umani sono costretti a vivere la vita “come animali in una gabbia”. Accumulare il sapere! Imparare! È dunque questo, il risultato?

GIUSEPPE FELACO (Genitore)

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MESSAGGIO DI PASQUALE DI CRESCE (IL PESCE) SULL’ABA FATTO A SCUOLA

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 18 settembre 2009

Un esponente del regno animale e della città di Napoli ci spiega come è possibile che le scuole si attrezzino per fare l’ABA.

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LA SCUOLA E L’AUTISMO SECONDO ENRICO MICHELI

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 17 settembre 2009

Pubblico qui un fondamentale intervento di Enrico Micheli a un convegno tenutosi a Bologna nel 2005. L’argomento dell’intervento di Micheli è “Scuola e autismo”. Le cose che dice sono assolutamente fondamentali, da tenere a mente per tutti gli operatori della scuola: i Dirigenti Scolastici, gli insegnanti, i bidelli, persino il personale ATA di segreteria.

Enrico Micheli, purtroppo, ci ha lasciati lo scorso anno per un incidente di montagna. Il suo pensiero – però – continua a vivere anche in video come questo e – soprattutto – nell’opera incessante che viene portata avanti da sua moglie Cesarina Xaiz e da Ljanka Dal Col nel Laboratorio della Valle Agordina, l’unico posto – in Italia – dove si impara davvero e fino in fondo l’intervento psicoeducativo e dove vengono insegnati i principi del pensiero e dell’opera di un grande uomo che tutti vorremmo fosse ancora tra di noi.

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