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Archive for October, 2009

Progetto ABA distrettuale, quali alleanze?

Posted by Autismo Incazziamoci on 18th October 2009

 Premetto che quanto andrò dicendo non rappresenta certamente né l’unica né la migliore delle strategie possibili. E’ una fra le tante e per di più influenzata dalla conoscenza che ho del mio territorio e di qualche altro sparso qua e là per l’Italia. Cercherò tuttavia di mantenermi su una proposta che possa andar bene quasi ovunque.
Al fine di approntare un progetto territoriale, occorre un minimo conoscere la legge 8 novembre 2000, n.328 (Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali), e tenere presente la modifica del Titolo V della costituzione che annovera l’assistenza sociale tra le materie di competenza legislativa esclusiva delle Regioni.
Ciò significa che, potenzialmente, si potrebbero avere tanti Welfare quante sono le regioni, con enormi differenze da distretto a distretto: il timore infatti è quello che, in assenza della determinazione dei LIVEAS (livelli essenziali di assistenza, vedi Glossario), previsti dalla legge 328 ed il cui compito è riservato allo Stato, sia difficile misurare l’effettiva uguaglianza dei diritti su tutto il territorio nazionale.

Stante così le cose, non ci si dovrà pertanto meravigliare se in un luogo si hanno servizi ritenuti più all’avanguardia ed in altri no. Occorre impegnarsi e pretenderli dappertutto. Vi ricordate la storia della rappresentanza delle istanze di noi genitori?
Ad aver legiferato in materia sono sicuramente almeno le seguenti regioni: Valle D’Aosta, Emilia-Romagna, Puglia, Calabria, Piemonte, Toscana, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Basilicata, Campania e Lombardia. La Sicilia, regione a statuto speciale, ha seguito la strada dei decreti. Di tutte queste regioni ho i riferimenti legislativi, se a qualcuno interessano non ha che da dirlo nei commenti a questo articolo.
L’elemento comune un po’ a tutte queste leggi è quello della territorialità degli interventi. Il territorio – cioè – viene visto non solo come luogo di lettura e identificazione di bisogni e risorse, ma anche come luogo ideale per comprendere la costruzione delle politiche sociali locali e per garantire il coinvolgimento di tutti gli attori alla programmazione e gestione dei servizi.
E’ necessaria la nostra partecipazione.
Se noi non ci siamo, come pensiamo di poter essere coinvolti? Mi direte, ma ci sono già tante di quelle associazioni di genitori che di crearne di nuove nessuno ne sente il bisogno. Può darsi. Allora entriamo in quelle che ci sono, con il rispetto necessario ma anche al fine di migliorarne la partecipazione nel senso che abbiamo descritto e che in alcuni casi è davvero deludente. Quanti possono dire di essere rappresentati dalle associazioni che conoscono? E comunque quante di queste associazioni sono disposte a battersi per un progetto ABA considerato che qualcuno continua a sognare la “città del Teacch? Questa è una domanda ineludibile!!!
In altre parole, occorre creare le pre-condizioni per un progetto ABA: una associazione di genitori; un gruppo di famiglie che hanno voglia di effettuare un intervento comportamentale sui loro bambini; la capacità di interloquire con le istituzioni pubbliche secondo i connotati della c. d. “sussidiarietà orizzontale”. Cioè il principio per cui, ogni qual volta sia possibile, le attività a fini sociali proprie dei pubblici poteri debbano poter essere svolte da soggetti singoli o associati, dalle famiglie, dalle altre formazioni sociali di cui all’art. 2 della costituzione. Sempre su specifico mandato degli enti pubblici.
Abbiamo l’associazione, abbiamo un numero sufficiente di famiglie che vogliono fare ABA, occorre cercare un supervisor che si impegni per la formazione degli operatori e che supervisioni i bambini periodicamente. Mi direte, è questo il difficile!!! Lo so. Ma non mi pare così impossibile. Possiamo sempre trovare chi voglia fare un’esperienza innovativa e sperimentale. Magari realizzare uno studio sull’esperienza, curare una pubblicazione o semplicemente guadagnarsi da vivere con il proprio lavoro.
Il passo successivo è rappresentato dalla necessità di presentare ai tavoli programmatici di cui avevo parlato in precedenza il vostro progetto corredato dall’analisi del bisogno. Questo è compito della vostra associazione. Poi occorrerà verificare se verrà riconosciuto meritevole di essere inserito nel Piano di zona.
Se viene inserito andrà probabilmente a gara. E occorrerà ribadire che non si fanno interventi sui disabili senza le associazioni dei familiari, al fine di evitare che facciano interventi sopra le vostre teste e di cui non ve ne fate nulla!!! Cercate le dovute alleanze
Buon lavoro

Nello Pomona

ARTICOLO CORRELATO:
“E’ POSSIBILE REALIZZARE UN PROGETTO ABA CHE ABBIA TERRITORIALITA’ DISTRETTUALE?”

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SALLY ROGERS IN TOURNEE (YEAH)

Posted by Autismo Incazziamoci on 17th October 2009

 La signora Sally Rogers è una bella donna, anche se passatella.
E’ questo il motivo, probabilmente, per il quale continua a fare tourneè in Italia e a propagandare l’Early Start Denver Model proprio qui, in questo posto alieno dove il suo “sistema” non può funzionare.

I primi a provarci, ad invitare la signora Rogers, sono stati quelli del Centro Autismo di Reggio Emilia. L’hanno invitata e le hanno detto: “Ehi, Sally, insegnaci il Denver Model. Qui abbiamo delle ottime scuole dell’infanzia”.

Sally Rogers è venuta a Reggio Emilia e ha insegnato il Denver Model al Centro Autismo. Adesso il Centro Autismo va in giro a tenere conferenze e seminari dicendo: “Siamo gli unici in Italia a fare il Denver Model“.

Ma sarà poi vero?

Se li si ascolta bene, quelli del centro di Reggio Emilia, si viene a scoprire che… applicano coscienziosamente e pedissequamente il TEACCH. Inoltre, se li si ascolta ancora meglio, si scopre che – molto all’italiana - in “Centro autismo” di Reggio Emilia offre solo 4 ore di trattamento settimanali (di cui una a scuola) e che molte di queste ore sono “in piccolo gruppo. Se li si ascolta ancora meglio e si legge tra le righe, si scopre che – all’italiana -  il 14 settembre scorso molti operatori del centro, con anni di esperienza, hanno finito il loro contratto a termine, sostituiti da operatori giovani e che “costano meno”.

Com’è possibile, dunque, che la signora Rogers continui con le sue tourneè?
E cos’è il Denver Model?

Il Denver Model è un modello americano. I bambini che a Denver hanno partecipato al Denver Model erano bambini che avevano tutti i “servizi” vicini gli uni agli altri. Quando i “servizi” sono vicini che fatica fanno ad interfacciarsi tra loro e creare una rete che “funga” da trattamento intensivo?

Ma a Reggio Emilia esistono così tanti servizi per l’autismo uno vicino all’altro? Era possibile un Denver Model a Reggio Emilia?

“Beh, sì, noi a Reggio Emilia abbiamo delle ottime scuole dell’infanzia. Possiamo fare il Denver Model. Non per nulla delle 4 ore settimanali, una la facciamo a scuola… Però non possiamo fare il Denver Model americano: qui mica siamo in America. Qui dobbiamo rispettare la grande tradizione psicoeducativa impostata dal grande Enrico Micheli”

Infatti, ad un seminario tenuto dal Centro Autismo di Reggio Emilia (senza Sally Rogers, che era in tourneè altrove) – al quale ho partecipato anch’io – mi sono reso conto che tutti i video, tutte le foto, tutto di tutto quello che loro mostravano era preso paro paro dai libri sul gioco e l’interazione sociale di Enrico Micheli, Marilena Zacchini e Cesarina Xaiz.

Ebbene? E la signora Rogers?

Della signora Rogers è stato preso il modello “intensivo, integrato, precoce” e il concetto di “rete” tra tutti i servizi che si occupano del bimbo.
Insomma: le stesse identiche cose che diceva Enrico Micheli.

E dunque? Continuate a non capire perché Sally Rogers é ancora in Tourneé?

Vi viene il sospetto che sia per nascondere ai genitori che bisogna fare ABA al più presto, senza perdere tempo?
Per gettare fumo negli occhi, facendo credere loro che “qui si fa il Denver model”?

YEAH!

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AUTISMOINCAZZIAMOCI CONTRO LE FORZE DEL MALE

Posted by Autismo Incazziamoci on 17th October 2009

 Non è da molto che sono entrato in questo mondo: la diagnosi di mio figlio è stata fatta l’anno scorso all’IRCCS Medea di Bosisio Parini. Però, quando ci sono entrato, da vecchio internettaro che a suo tempo ha persino provato  l’ebbrezza del telelavoro (quella cosa magica che consiste nell’accendere il computer ancora in pigiama e addirittura guadagnare dei soldi), ho cominciato a vagare su internet.

Il primo libro in cui mi sono imbattuto è stato quello scritto dall’oculista Franco Verzella insieme a un esperto di marketing. Il libro si intitolava Defeat Autism Now! e l’ho comprato immediatamente, per la modica somma di diciotto euro.

Quando il libro è arrivato, ho capito subito. Non per nulla ritengo di avere una certa cultura e di non essere fesso.

Un oculista che scrive un libro sull’autismo insieme ad un esperto di marketing mi fa pensare subito a quelle società americane che vendono fantomatici “prodotti per la casa e per l’igiene” che nessuno ha mai visto e nessuno ha mai provato, ma te li vendono lo stesso: perchè, tanto, non importa che i prodotti funzionino, nelle bottiglie ci puo’ essere anche il “detersivo di marsiglia” del Pennymarket… l’importante è che chi decide di entrare <<nel giro>> porti “dentro il giro” altre persone, e che queste altre persone portino dentro altre persone ancora, e cosi’ via in una catena lunghissima e in un giro di soldi che non finisce mai.

E poi… il  libro di Verzella si poteva trovare “paro paro” su internet: non era altro che un abile meccanismo per attirare clienti, messo insieme dall’esperto di marketing (e co-firmato dall’oculista) per “creare consumatori”, non per diffondere il verbo delle cure giuste e sante che fanno guarire dall’autismo.

E’ per questo che ho deciso di “scendere in campo” in prima persona: perchè ho capito che internet, per i genitori che hanno appena avuto la diagnosi e cercano nuove informazioni, è molto importante.

Ci sono genitori che si sentono dire, da stupidi psicodinamici che magari occupano posti importanti e fanno la ruota come pavoni: <<Non c’è nulla da fare. Non si guarisce. Una terapia riabilitativa vale l’altra. Un’ora di psicomotricità alla settimana basta e avanza. Perche’ vogliamo stressare questi bambini?>>.

Questi genitori, appena usciti dallo studio del primario psicodinamico, accendono il computer, vanno su internet e trovano frasi come:

<<L’autismo è curabile>>
<<L. è stato completamente recuperato dall’autismo>>
<<L. (un altro L. di un altro medico) è un ex autistico>>
<<I bambini sono intossicati e devono espellere i metalli pesanti: l’infiammazione del cervello e’ la conseguenza di una infiammazione dell’intestino. Espellendo i metalli pesanti, i bambini possono recuperare>>

Dunque dall’autismo si guarisce! Molti sono guariti! La chelazione ti fa recuperare! La camera iperbarica ti mette le aaaaaaali!!!
Come non crederci?
E soprattutto, perchè non crederci, se su internet è l’unica voce nazional-popolare in assoluto?

Ecco perché è nato autismoincazziamoci.org: per dare una voce credibile e nazional-popolare agli increduli, ai razionali.
Per dare una casa a quelli che non vogliono strumentalizzare e non vogliono essere strumentalizzati.

Adesso, un genitore che ha appena saputo di avere un figlio autistico e che cerca informazioni su internet, prima di comprare il detersivo del Pennymarket, deve fare i conti con noi!

GIANNI PAPA

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CANZONE AUTISTICA – di Gianni Papa (!)

Posted by Autismo Incazziamoci on 16th October 2009

Prima arrivarono gli psicogenetici
che usando toni cupi e profetici
sognavano madri fredde decapitate
e bimbi autistici dietro le inferriate

Ancora più duri gli Ortogenici
che praticando la parentectomia
buttavano nei servizi igienici
le madri, i padri ed anche qualche zia.

Quindi arrivarono gli Schopleristi
che sognavano autistici professionisti
nel loro ambiente autistico facendo cose autistiche
usando segni autistici per dire frasi autistiche

Ben più fine Sally Rogers
che forse mandata dalla Pampers
nella città di Denver andò molto vicino
al trattamento intensivo fin dal pannolino
e uscendo fuori dalle metropoli americane
andò in tourneè nelle città italiane
senza capire e senza andare a fondo
che funziona in America e non in tutto il mondo

E tutti insieme, poco ma sicuro,
si diedero la mano per costruire un muro
e per chiudere dentro l’intelligenza umana
chiuderla dentro una gabbia malsana

Il problema dell’Analisi applicata al comportamento
è questo muro spesso di cemento:
nulla entra dentro, nulla esce fuori,
solo i soldoni dalle tasche dei genitori.

GIANNI PAPA

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La figura fondamentale è l'insegnante curricolare

Posted by Autismo Incazziamoci on 15th October 2009

 Probabilmente ha ragione chi dice che ripeto sin troppo spesso le stesse cose e mi rendo ben conto di averle effettivamente dette in tutte le salse, ma più tempo passa più mi convinco che in ambito di integrazione scolastica le figure che ruotano intorno ai nostri ragazzi sono troppe e si può facilmente osservare che ciò genera solo confusione e la “perdita di vista” da parte di chi dovrebbe assumersi la presa in carico.


In realtà – e lo ribadisco una volta ancora – la figura fondamentale per realizzare l’integrazione scolastica degli alunni con disabilità è l’insegnante curricolare che dovrebbe essere posto come fondamento sul quale porre le basi per raggiungere gli obiettivi che tutti ci prefiggiamo. A questo punto, quindi, diventa indispensabile un cambiamento di direzione che permetta di rafforzare questo fondamento. Infatti, cambiare ora realmente le cose – e in profondità – sarebbe decisivo, per i nostri ragazzi, perché è ora che ne hanno bisogno. La storia ci insegna che non ci sono scorciatoie, che la testimonianza e l’azione individuale non bastano. Questo è il tempo in cui tutti siamo chiamati ad assumerci una maggiore responsabilità, a scendere in campo per giocare la partita, senza timore di sconfitta o di vittoria.
Possiamo discutere come fare. Ma chi si chiama fuori, chi sceglie di non starci o di giocare in proprio, in nome del proprio percorso, della propria identità, della propria autonomia, commette un grave errore. Le criticità sono tante, ma le opportunità non mancano. C’è bisogno di cambiare, ma per farlo realmente, dobbiamo ripartire da Noi, da quello che siamo e facciamo. Siamo Noi che prima di tutto dobbiamo cambiare. Noi che camminiamo con i nostri figli e tocchiamo il loro dolore e ascoltiamo le loro grida. Noi che siamo nel cuore dei problemi, ma lontano dai luoghi dove si prendono le decisioni. Noi che non riusciamo a farci ascoltare da quelli che stanno nel cuore delle istituzioni, ma lontano dai problemi. Noi che non abbiamo ancora affrontato abbastanza il problema delle istituzioni e dell’applicazione delle leggi.

Siamo ancora in tempo per rigenerare questo tessuto gravemente malato. I nostri soli nemici sono la rassegnazione, la frammentazione, la sfiducia, lo scetticismo e la cieca difesa del proprio tornaconto. Non ce ne sono altri. Bisogna operare una scelta che fungerà da spartiacque tra la cattiva scuola e quella buona, che dia visibilità ai tanti insegnanti curricolari preparati che aspettano solo di poter liberamente dimostrare la loro capacità professionale.
La chiave di volta sta dunque nel convertire i fondi che servono per pagare gli stipendi agli insegnanti di sostegno in incentivi mensili da assegnare agli insegnanti curricolari che hanno una classe dove sia presente un alunno con disabilità. Nel caso poi si dovessero presentare delle difficoltà o l’insegnante curricolare ritenesse di non farcela a gestire la classe, egli potrebbe richiedere l’aiuto dell’insegnate di sostegno, che sarebbe remunerato attingendo dal surplus che gli era stato assegnato in precedenza.
In fondo la traccia l’abbiamo avuta già da tempo,  si può leggerla anche sul web, basta solo seguirla.

GIUSEPPE FELACO (genitore)

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UNA STORIA DI AUTISMO

Posted by Autismo Incazziamoci on 13th October 2009

COPIO-INCOLLO DA BROTTURE, il blog di Fabio Brotto

ex-libris_thumbnail

Come padre di una persona con autismo e come lettore di libri e presidente di una associazione dedicata (Autismo Treviso onlus), sono molto attento a tutta la letteratura in materia, scientifica e non. Spesso accade che anche nei libri tecnici ci si imbatta in vere e proprie storie, perché gli esempi che si adducono ad illustrare tesi e pratiche hanno spesso carattere di narrazione. Così, leggendo un testo di autori vari pubblicato da Erickson, Adulti con autismo. Bisogni, interventi e servizi, mi sono imbattuto nella storia di Beth e della morte di suo padre. Eccola.

Schedaaut-39

Beth è una ragazza di 23 anni, con autismo e con un ritardo mentale grave. Fin dall’infanzia è vissuta in un centro residenziale ed è fortemente dipendente dagli altri, oltre a richiedere una continua supervisione. Ha un linguaggio verbale ecolalico. Beth, talvolta, manifesta livelli d’ansia molto elevati e una certa labilità d’umore, che spesso prelude a comportamenti problematici.
Al momento della morte di suo padre, Beth viveva in centro residenziale per adulti affetti da autismo. Due membri dello staff la informarono della morte di suo padre, avvenuta improvvisamente per un attacco cardiaco. Fu messa al corrente del fatto in un modo molto semplice, ma realistico. Lì per lì non mostrò di avere preso coscienza della perdita: chiese solo una tazza di tè. Nelle settimane successive Beth manifestò un comportamento distruttivo, perdendo qualsiasi interesse per il cibo, piangendo e gridando, e trascorrendo molto tempo nella toilette con un asciugamano sopra la testa. All’inizio, quando le si chiedeva dove fosse suo padre, rispondeva: «A fare la spesa» oppure «A casa».

Fino alla morte di suo padre, Beth era solita fare ritorno a casa ogni due/ tre settimane per il week-end, ma quando il padre morì, la madre di Beth, rimasta sola, era meno sicura di poter affrontare la situazione quando Beth tornava a casa; infatti, fino ad allora, era stato proprio il padre il punto di riferimento più importante per la ragazza. Del resto, era chiaro che le visite a casa erano fondamentali per mantenere un contatto fra la ragazza e sua madre.
La prima visita di Beth dopo la morte del padre durò solo qualche ora e fu contraddistinta dalla presenza di un operatore. La durata di queste visite venne aumentata gradualmente. Dopo quattro mesi, la mamma di Beth si sentì meno vulnerabile e più sicura, e Beth trascorse il primo week-end a casa da sola con la mamma. Tuttavia, fu subito chiaro che il passaggio a queste visite più prolungate era stato troppo rapido e che, forse, non erano del tutto opportune ora che Beth non aveva più accanto suo padre. Fu concordato di ridurre tali visite al soggiorno di una sola notte, una volta al mese. Questa soluzione sembrò produrre effetti migliori, dando comunque il tempo a Beth di stare con sua madre, e permettendo anche alla mamma di vivere il suo dolore senza ulteriori pressioni.

Anche se gli operatori avevano dato la loro disponibilità ad accompagnarla, Beth non partecipò al funerale. Questa fu la decisione presa dalla famiglia di Beth. Tuttavia, si dovette riconoscere che la ragazza doveva essere incoraggiata e aiutata nell’accettare la perdita di suo padre e che doveva potergli dire addio. Con l’aiuto del suo operatore di riferimento, Beth fu condotta al cimitero regolarmente, come se si trattasse di una routine. Non venne in alcun modo forzata in queste visite, ma si capiva chiaramente che non vedeva l’ora di andare da McDonald’s dopo la visita al cimitero. Mentre era al cimitero, l’operatore metteva dei fiori vicino a un albero e, col passare delle settimane, Beth sembrò riconoscere l’albero presso il quale venivano deposti i fiori a ogni visita. Nel contempo, il suo operatore le forniva spiegazioni chiare e concise.
Nel giro di quattro settimane, Beth parve riconoscere la strada per il cimitero. Disse spontaneamente che era «triste. Quando le fu chiesto perché si trovava là, lei rispose: «Per papà». Quando le fu chiesto che cosa le sarebbe piaciuto dire a suo padre disse: «Sii felice». Quando le fu domandato come si sentiva rispetto a suo padre, rispose: »Ti manca moltissimo».
Poco prima di Natale, mentre si avvicinavano al cimitero, fu chiesto a Beth se sapeva dove stesse andando; lei rispose: «Fiori per papà». Quando l’operatore le chiese dove avrebbe messo i fiori, Beth disse: «Vicino all’albero». Beth scese dal pulmino senza alcun suggerimento e camminò verso l’albero per deporre i fiori e poi disse: «Buon Natale papà». Beth era molto calma e rilassata e non chiese di andare da McDonald’s.
(pp. 91-93)

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EMERGENZAUTISMO.ORG – 5 MISTERI IN 5 PUNTI

Posted by Autismo Incazziamoci on 13th October 2009

 In relazione al famoso portale emergenzautismo.org, mi ballano nella testa 5 misteri. Mi aiutate a risolverli?

1) Il sito autismoincazziamoci.org ha un sistema di statistiche. Tali statistiche mi hanno informato (in passato) – tra le altre cose – che dal famoso “portale” emergenzautismo.org qualcuno aveva cliccato per venire sul sito.

Sono molto curioso di scoprire da dove provengono i clic. Perciò, sono andato subito a vedere.

Il link riportato era di una pagina del forum. Non sono iscritto al forum (devo spiegarvi anche come mai) ma ho molti amici che mi vogliono bene. Per questo motivo, ho chiesto a un’amica di andare a vedere il link.

La risposta è stata che… il link non esisteva.

2) Perché non sono iscritto al forum? Semplicemente perché sono io. Sono stato cancellato, dopo una iscrizione regolare, solo perché ho dato il mio vero indirizzo email e il mio vero nome, e non mi sono iscritto con un “nom de plume” che celasse la mia identità. L’amministratrice del sito, tale Fromitaly, ha ritenuto opportuno attuare la cancellazione preventiva. L’ha consigliata George W. Bush?

3) Vengo a sapere da un “utente ribelle” (pensate un po’: frequenta anche questo sito) che ha chiesto nel forum di emergenzautismo cosa ne pensassero di autismoincazziamoci, dando dei link precisi ad articoli pubblicati qui (suppongo sul DAN!). Vengo a sapere, inoltre, che i post contenenti i link di autismoincazziamoci sono stati immediatamente cancellati.
Ecco spiegato
il mistero dei link inesistenti.

4) Alcuni utenti di questo sito, nei commenti alla lettera (forse inventata, forse no) firmata da una certa Vanissa, si lasciano sfuggire che dal solito forum è sparita una certa Maria. Maria chi? Lo chiedo alla mia informatrice: la stessa che mi aggiorna su quello che viene pubblicato su quel forum (nel quale a me è stato proibito di entrare). Vengo a sapere che si tratta di Maria777, braccio destro di Fromitaly, che è improvvisamente sparita e ha cancellato tutti i suoi messaggi.

5) Un utente di questo sito (ed evidentemente anche di quello), nei commenti alla lettera sul DAN firmata da Vanissa, scrive:

…aveva ragione quel tuo amico: Maria è tornata. Era solo un Kinder Sorpresa, e i Puffi se la sono pure bevuta.

Tutti a gioire della mancata tragedia; nessuno che alza il ditino per chiedere che ca**o è successo; thread con le giuste richieste di trasparenza da parte di alcuni utenti eliminato (come da prassi) dagli admin…

…che stiamo qui a discutere della filiale all’amatriciana (pardon, alle orecchiette con cime di rapa) dell’ARI: non sarà che i veri malati siamo noi genitori?!?! ;-)


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“Nessuna piscina federale ammetterà mai suo figlio ad un corso di nuoto”

Posted by Autismo Incazziamoci on 12th October 2009

 Oggi ho accompagnato mio figlio alla sua prima lezione individuale di nuoto alla piscina di Sottomarina di Chioggia. La coordinatrice della piscina, informata della sua patologia, prima di inserire il bambino in un della corso collettivo voleva osservarne capacità e comportamento.
Più che una lezione a me è sembrata una sorta di psicomotricità acquatica. Comunque sono stata presente fino alla fine (circa 40’).
Al termine della “lezione”, l’istruttore, un giovanissimo ragazzo poco più che ventenne, mi ha consigliato di ripetere l’esperienza prima di iscrivere mio figlio ad un corso regolare.
Ho accettato e concordato il giorno, non senza qualche riserva; infatti, nel momento stesso in cui stava terminando la lezione, un gruppetto di bambini che stava facendo riscaldamento prima dell’ingresso in vasca, aveva attirato l’attenzione di mio figlio il quale - immediatamente – aveva espresso il desiderio di unirsi a loro.
Osservando la reazione del bambino, mi sono resa conto di quanto poco motivante ed utile fosse stata quella strana psicomotricità acquatica.
Così, contemporaneamente alla prenotazione della lezione individuale, ho fatto richiesta di una ‘ulteriore lezione di prova in gruppo’.
Inaspettatamente, mi sono trovata di fronte un muro e - nella mezz’ora di tempo in cui mi sono intrattenuta a parlare prima e a discutere poi con la coordinatrice dei corsi ed una segretaria, sull’esito di quella prima prova (premetto che mio figlio, da più anni, frequenta le piscine pubbliche durante il periodo estivo), ho realizzato quanto forte fosse il pregiudizio che ruota intorno ai disturbi dello spettro autistico e la totale disinformazione circa le caratteristiche peculiari dei nostri ragazzi.

Come è stato giustificato il rifiuto di ammettere mio figlio ad una prova in un corso normale?
1)  l’autismo stesso di mio figlio, ovvero le sue limitate capacità comunicative, l’incapacità di eseguire un comando verbale
2)  la paura ( immotivata ed irrazionale) che possa “tirare calci agli altri bambini”(?)
3) la preoccupazione per la reazione degli altri genitori nel vedere un bambino con particolari caratteristiche all’interno del gruppo.

La direzione della piscina ha deciso – quindi – di non rischiare, neanche per la durata di una lezione.
Ho tentato inutilmente di far capire loro l’importanza dell’inserimento del bambino nel gruppo dei pari e dei processi imitativi attraverso i quali mio figlio avrebbe evidenziato un funzionamento e coinvolgimento adeguati e funzionali alla lezione.
A fronte delle mie insistenti richieste (volevo sviscerare la reale natura di tanta avversione nei confronti di mio figlio, dell’autismo o della diversità/ disabilità in generale), mi è stato detto che il regolamento interno non permette l’iscrizione di un disabile in un corso normale(?), ma - quando ho chiesto delucidazioni in merito - il discorso è stato abilmente sviato.
In sintesi, a detta della coordinatrice, mio figlio non è pronto per un corso insieme agli altri bambini per una serie di motivi: i suoi livelli di partenza ovvero le sue performances, l’incolumità degli altri bambini, ed infine per una questione di prassi…. “molti disabili frequentano lezioni individuali anche per un anno”!!!!

E il valore dello sport come socializzazione?
Va a farsi benedire, insieme alla possibilità di mio figlio di poter frequentare un vero e proprio corso di nuoto.

DULCIS IN FUNDO, sono stata liquidata con la testuale frase: “Nessuna piscina federale ammetterà mai suo figlio ad un corso di nuoto” seguita da un secco: “Adesso vado ché ho da fare!”.

Anche per oggi posso dire di essere soddisfatta, ho avuto la mia giornaliera dose di incazzatura!!!!!!!!!

Francesca Bonfatti

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DIALOGO DI MARIONETTE – di Sergio Corazzini (?)

Posted by Autismo Incazziamoci on 12th October 2009

sergio_corazzini

— Perché, mia piccola regina
mi fate morire dal freddo?
Il re dorme, potrei, quasi,
farvi una chelazione
che vi ripulirebbe! Oh fatemi
infilare il siringone!

— Mio grazioso amico,
il dottore è di cartapesta,
e non esisterebbe
se la gente avesse la testa!

— Oh, piccola regina, prendete
tre chili di magnesio!

— Poeta! non vedete
che è zucchero
semolato?

— Oh, perdonate!

— Perdono.

— Così?

— Così…?

— Non fate neanche l’iperbarica,
io morirò…

— Come? per questa sola
ragione?

— Siete ironica… addio!

— Vi sembra?

— Oh, non avete rimpianti
per l’ultimo nostro convegno
a Casal di Principe?

— Io non ricordo, mio
dolce amore… Ve ne andate…
Per sempre? Oh, come
vorrei piangere! Ma che posso farci
se il mio piccolo cervello
funziona?

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IL MODELLO DIR / FLOORTIME

Posted by Autismo Incazziamoci on 11th October 2009

 COPIO-INCOLLO DA ICDL.COM

Un approccio di cura originale

Di Maria Teresa Sindelar
(Psicologa, psicoterapeuta e docente allo “Jung Institute” di Zurigo, Svizzera)

Il “Modello DIR” rappresenta un nuovo approccio nel trattamento di riabilitazione dei bambini con severi disordini nella relazione e nella comunicazione. Lo conferma il racconto delle esperienze dei genitori che l’hanno applicato.

Sessanta anni fa Leo Kanner fece una brillante descrizione di un gruppo di bambini autistici; da quel momento due modelli opposti, quasi antagonistici, hanno dominato il trattamento dei bambini con disturbi nello sviluppo.

Le correnti psicodinamiche a partire dall’osservazione delle gravi difficoltà di comunicazione e di rapporto tra questi bambini e i loro genitori, hanno invertito nell’analisi i fenomeni e hanno interpretato come causa ciò che era effetto. Sono partite dall’ipotesi di una grave difficoltà dei genitori come fattore traumatico, il quale provocherebbe il fallimento del rapporto e il consecutivo ripiegamento del bambino in un mondo di fantasia come meccanismo difensivo; sono arrivate a trattare esclusivamente i genitori invece del piccolo, cercando di evitare così il loro presunto effetto nocivo sui bambini. È facile immaginare il divorzio terapeutico fra i professionisti e i genitori, così stigmatizzati, e la sofferenza di questi ultimi, già preoccupati per la malattia dei loro figli. Non dimentichiamo che, in quel senso, l’autismo è particolarmente devastante, perché sono alterati nei bambini molti degli aspetti fondamentali che ci distinguono come essenzialmente umani: il contatto con gli altri, la tendenza a comprendere gli stati mentali degli altri, l’empatia e così via.

I progressi nella comprensione delle neuroscienze hanno permesso, invece, l’apprendimento di molti di questi fenomeni; per esempio, ora si considera l’autismo come una sindrome clinica complessa, con difficoltà qualitative nell’interazione sociale, nella comunicazione e nella presenza d’interessi limitati e attività ripetitive come espressione di uno sviluppo biologico diverso. Al contrario di questo modello sono state messe a punto tecniche comportamentali che cercano di sviluppare attività isolate che hanno portato all’abbandono della complessità delle analisi psicopatologiche, quindi anche parziali nella loro efficacia.

Dalla prima descrizione dell’autismo si sono realizzati enormi sforzi e progressi in tutti i settori della ricerca scientifica, cercando di capire la sua eziologia, di scoprire le sue manifestazioni precoci e di agire su di esse il più presto possibile. Si è osservato che alcuni sintomi particolarmente rigidi, in realtà, sono patrimonio di bambini di età superiore, considerando così l’autismo nella fase iniziale come una disfunzione precoce della intersoggettività che può essere intervenuta prima di diventare difetto permanente. Il trattamento deve quindi essere inteso come un mezzo per alterare le funzioni cerebrali e le strutture, e non solo il comportamento. Nonostante questo enorme patrimonio di ricerca e di sviluppo scientifico, esiste ancora un notevole divario tra gli sviluppi teorici e pratici e gli interventi clinici.

Ogni volta che un medico e un educatore ricevono per la prima volta un bambino con gravi disturbi nella relazione e nella comunicazione sorgono questo tipo di domande:

Qual è l’approccio migliore per questo bambino e la sua famiglia? Dato che la sintomatologia dei disturbi è molto complessa, da dove si deve cominciare la riabilitazione?

Quando un bambino migliora (spesso grazie a persone al di fuori del rapporto del gruppo di professionisti) manca la visione di ciò che ha causato il miglioramento. Perciò se cambia il terapeuta il lavoro iniziato va perso e si deve ricominciare. Non essendo in possesso degli elementi acquisiti fino a quel momento si rischia di non configurare un lavoro terapeutico sistematico. Per i bambini e le famiglie, quindi, è sempre un eterno ricominciare, di servizio in servizio, da un professionista all’altro. Le cartelle cliniche si trasformano così in una sorta di compendio dei difetti o delle competenze raggiunte che non rappresentano il profilo funzionale del bambino e ancor meno, oltre le sue debolezze, i suoi punti di forza. Essi sono spesso una combinazione di deficit e rivelano poco o nulla dei punti forti d’ogni bambino, davvero elemento cruciale per stabilire l’inizio del piano di riabilitazione.

Fra le domande che sorgono durante il lavoro con bambini con DSA (Disturbo delle spettro autistico), vi è quale sia il ruolo che svolge la famiglia nel processo di riabilitazione: dovrebbe essere soltanto un partner passivo nella riabilitazione dei bambini, portandolo al servizio terapeutico per poi continuare “la vita normale a casa”, o dovrebbe essere un vero e proprio partner nella riabilitazione? In caso affermativo, di che tipo? Come si può stringere un’alleanza con la famiglia senza sovrapporre i ruoli?

A tutte queste domande, che dimostrano la complessità dei problemi che si devono affrontare nella riabilitazione di un bambino con DSA, cerca di dare elementi di risposta il Modello DIR (Greenspan & Wieder, Cidt – Sindelar Research Center Argentina, 1995), basato su un processo di riabilitazione intimamente legata al concetto di sviluppo delle differenze individuali e della costruzione delle relazioni umane emotivamente significative che servono a promuovere l’evoluzione infantile, e anche al concetto di gruppo interdisciplinare che funziona insieme per un trasferimento di conoscenze di ogni disciplina a ogni membro del team, con un incremento dell’empatia di ciascun operatore per lavorare con il profilo unico d’ogni bambino.

Il significato del Modello DIR

Il Modello DIR, creato da Stanley Greenspan e Serena Wieder (Washington DC, 1997) è un modello basato sullo sviluppo (D) che tiene in conto le differenze individuali nel modo in cui ogni bambino riceve informazioni che vengono dal mondo, come le elabora e come dà una risposta, elementi chiave per la costruzione di pattern per il rapporto con l’esterno e il rapporto con le persone. Si tratta anche di un modello centrato sulla creazione di relazioni emotive significative come promotori di sviluppo e d’apprendimento veri.

Il Modello DIR si basa su un’attenta osservazione dell’interesse naturale del bambino, delle sue motivazioni e del suo peculiare modo di interagire con l’esterno per consentire all’operatore di entrare nel suo mondo e, pian piano, portarlo verso un universo di condivisione. Questo è impossibile se non si conosce il profilo individuale di ciascun bambino. Per questo si lascia la generalità per entrare nel mondo d’ogni singolo paziente, elaborando un intervento “su misura”, in accordo col profilo individuale di quel bambino.

Il significato della D del modello Greenspan propone un modello di sviluppo sano per ogni bambino, relativo alle diverse capacità che dovrebbe maturare nell’arco della vita, fondamentali per la piena espressione dell’intelligenza, dell’affettività e della socialità. Tali capacità sarebbero deficitarie o assenti nei bambini con gravi disordini nella relazione e nella comunicazione.

Secondo il Modello DIR, il bambino deve essere attento e regolato, al fine di imparare a mantenere un rapporto d’intimità con il suo caregiver ed essere un comunicatore di due vie: all’inizio mediante una comunicazione gestuale e poi mediante una verbale più complessa per raggiungere il mondo simbolico ed essere in grado di collegare diverse idee e diversi stati emotivi in una rete complessa cognitiva e affettiva. Il ruolo dell’operatore e della scuola è quello di aiutare i bambini a raggiungere il massimo livello possibile di tali capacità.

Le capacità funzionali emozionali sono, da un lato, una base fondamentale per un sano sviluppo e, dall’altro, danno al bambino, secondo un punto di vista clinico, elementi di lotta contro i sintomi centrali dell’autismo:

1. un bambino coinvolto (in engagement) sarà meno isolato;

2. un bambino che comincia a comunicare diviene meno rigido, più flessibile, con più o meno deliberata persistenza e incorpora una maggiore informazione del mondo migliorando la sua performance cognitiva.

Lo sviluppo della gestualità gli permetterà di evitare situazioni comportamentali gravi, molte volte come risultato di un sovraccarico sensoriale, per esempio:

    • se un bambino è sovraccarico, in un clima pieno di voci e suoni che lo perturbano, soffre a causa dei suoni e non è in grado di fare nessun gesto per far conoscere quello che lo disturba. Si isolerà e diventerà probabilmente aggressivo per evitare questo sovraccarico di stimoli.

Lo sviluppo della gestualità sarebbe quindi uno strumento per comunicare ciò che provoca questa sofferenza ed evitare comportamenti aggressivi, causati dalla situazione disturbante.

Nel Modello DIR i sintomi dei comportamenti che si esprimono nel Disturbo dello spettro autistico (DSA) sono considerati come problemi derivanti dalla mancanza di modulazione sensoriale e della pianificazione motoria. Per questo motivo è importante conoscere l’individualità di ogni bambino nel suo modo di gestire l’informazioni che riceve dal mondo esterno in tutti i canali sensoriali: come usa la sua visione, come sente il suo corpo, come gestisce il suo equilibrio…

Un ragazzo che vive grossi disagi in tal senso, avrà grandi difficoltà nella possibilità di creare pattern di funzionamento adeguati per muoversi con gli altri.

I progressi nelle neuroscienze (NIH, The National Institutes of Health, Nancy Minshew) considerano fondamentale questo aspetto dei problemi dei bambini affetti da DSA.

Il Modello DIR, facendo riferimento ai risultati delle più recenti ricerche, propone un intervento intensivo, sistematico, allargato e che coinvolge tutti i setting della vita di un bambino. Tiene conto che per raggiungere la riabilitazione non è sufficiente “un’ora di psicomotricità” o “due ore di logopedia”, perché la complessità del disturbo implica un programma allargato di riabilitazione.

Questo modello d’intervento coinvolge le famiglie e la scuola: insieme puntano a sviluppare determinate capacità funzionali, ristrette o assenti nel bambino con autismo.

La tecnica del “Floor Time”

Nel Modello DIR è senza dubbio la tecnica del Floor Time ciò che ha reso questo approccio così famoso: una tecnica d’intervento, ma anche la filosofia del Modello DIR.

Il Floor Time parte da un’osservazione attenta dell’interesse naturale del bambino. Non esistono i bambini che non fanno nulla, e se crediamo che ciò che fanno corrisponde alla loro motivazione e anche a un modo di regolare il proprio sistema nervoso, sarà un’attenta osservazione di questo aspetto quella che darà all’operatore la chiave per entrare nel mondo dei bambini. Entrare nel loro mondo senza pretendere che essi vengano al nostro, è il primo obiettivo del Floor Time. Significa entrare nella realtà del bambino per introdurre progressivamente sfide e portare il bambino alla condivisione, raggiungendo i migliori livelli delle sue capacità funzionali emozionali. Il Floor Time vede nei sintomi non solo l’aspetto deficitario, ma anche un’opportunità per l’interazione.

Approfittare di ciò che il bambino fa e trasformarlo in un elemento di comunicazione, sarà uno strumento essenziale per educatori e genitori. I genitori sono spinti a scoprire il potenziale dei loro figli, a essere più creativi e a trarre vantaggio dalle situazioni quotidiane per trasformarle in uno strumento di apprendimento.

Da quando nel 2003 abbiamo introdotto il Modello DIR in Italia molte famiglie hanno lavorato con me e sono notevoli i successi ottenuti. Anche diverse scuole, a Roma e Milano, stanno lavorando con un intervento d’inclusione per i bambini secondo il Modello DIR.

Si tratta di un nuovo percorso appena iniziato ma del quale si possono già constatare i numerosi vantaggi. Ecco alcune testimonianze da parte dei genitori dei bambini italiani che stanno già lavorando in conformità a questo modello e che osservano dei cambiamenti nella vita dei figli.

Maria Teresa Sindelar

BISOGNA DESTARE L’INTERESSE DI AMBRA
«Abbiamo guardato nostra figlia con occhi nuovi»

Nostra figlia Ambra, una bimba di quasi tre anni, è affetta da ritardo dello sviluppo psicomotorio. Viviamo in provincia di Napoli e abbiamo girato tutti gli ospedali del circondario in cerca di uno specialista che ci sapesse dare spiegazioni del disturbo di nostra figlia. Meno di un anno fa siamo venuti a conoscenza, del tutto casualmente, dell’approccio terapeutico DIR/Floor Time attraverso il libro di Stanley Greenspan Trattare l’autismo, dal quale abbiamo appreso che la referente in Italia è Maria Teresa Sindelar.

Ci siamo subito messi in contatto e incontrati con lei lo scorso novembre. Siamo rimasti veramente impressionati dal suo approccio: per circa tre ore è stata seduta a terra sul tappeto a giocare con nostra figlia, mantenendola coinvolta in ogni singolo istante. Ci sembrava di assistere a un miracolo.

Tutto ciò ci è apparso ancora più impressionante pensando ai nostri specialisti che reputano il compito di interagire con i bambini di competenza esclusiva dei terapisti e si limitano a una osservazione di pochi minuti preceduta da un breve scambio di informazioni con i genitori, dei quali raccolgono e mettono a verbale la testimonianza.

L’incontro è stato denso di informazioni e di suggerimenti; ci sono stati illustrati, come mai era stato fatto fino a quel momento, i motivi per cui nostra figlia si stacca dal mondo e il modo per far fronte alle sue difficoltà. Da questo incontro siamo usciti arricchiti, ma soprattutto in grado di guardare con occhi nuovi nostra figlia.

Adesso so che quando Ambra non si gira a guardarmi mentre le parlo è perché non le sto dando degli stimoli uditivi interessanti, e se non interagisce con me è perché non sono riuscita a destare il suo interesse. Sono consapevole che tutto ciò non dipende assolutamente, com’è opinione diffusa, dal fatto che lei non abbia voglia di agganciarsi al mondo o perché, come mi hanno ripetuto fino alla noia i nostri terapisti, «i bambini che hanno il disturbo di sua figlia possono farti vedere i sorci verdi per mesi, ma noi continuiamo imperterriti a ripetere i nostri esercizi; a un certo punto, a volte anche dopo mesi, magicamente si sbloccano». Tutto dipende, invece, dalla nostra incapacità di suscitare il loro interesse, e fintanto che non riusciamo a ottenerlo, qualunque tipo di lavoro svolgiamo con loro diviene sterile.

Una cosa che ci ha colpito molto nel libro di Greenspan è l’affermazione che nessun bambino che si isola dal mondo ha voglia di rimanere nella sua condizione.

STEFANIA E UNA DIAGNOSI DEVASTANTE
Una bambina dotata che rischiava l’isolamento

Stefania aveva appena compiuto tre anni quando, a seguito di una segnalazione della scuola materna, è stata sottoposta a un esame presso un noto professore in Neuropsichiatria infantile di Milano. La diagnosi fu devastante: secondo il parere del gruppo medico Stefania era affetta da una grave forma d’autismo che le avrebbe impedito ogni possibilità di svolgimento di vita normale: comunicare con altre persone, o da adulta riuscire a vestirsi.

Solo dopo molte consultazioni con medici specialistici che variavano dalla diagnosi appena citata ad altre simili, scopriamo che la bambina ha solo bisogno di tanto amore. Per svariati mesi alla domanda su cosa potessimo fare noi genitori, abbiamo ricevuto alzate di spalle senza nessuna indicazione.

Grazie a un articolo del Times, e avendo contattato un centro negli Usa, abbiamo ricevuto l’indirizzo della professoressa Sindelar in Svizzera, che ha preso in cura Stefania da circa due anni.

Stefania sta per compiere sei anni, comunica e gioca con altri bimbi della sua età, più piccoli e più grandi. Inoltre ha un’estrema predisposizione per il disegno, per la musica, per le attività che richiedono l’impiego di un Pc e permettano un collegamento a Internet.

Alla scuola materna è diventata “esempio” per gli altri bambini: al saggio di fine anno ha suonato lo xilofono mentre tutti cantavano ed eseguivano la musica secondo la melodia e il ritmo eseguito da Stefania per circa due minuti senza sbagliare una nota.

Da alcune settimane, Stefania ha imparato da sola a leggere e a scrivere. Una sera l’abbiamo vista sul divano con un libro per bambini in mano: stava leggendo (certamente, parola per parola). Stupiti la mattina seguente, accompagnandola alla scuola materna, abbiamo domandato alle insegnanti se le avevano insegnato a leggere qualche parola. Per tutta risposta ci hanno chiesto se non fossimo stati noi genitori.

Nostra figlia è dotata di qualità speciali che le permettono di eccellere in determinati ambiti ma ha delle difficoltà in altri. Con la supervisione della dottoressa Sindelar e un accompagnamento continuo, Stefania sta effettuando progressi enormi e stupisce tutti con il suo sviluppo. Se ci fossimo rassegnati a quanto ci avevano diagnosticato inizialmente, avremmo molto probabilmente condannato Stefania a una prospettiva futura limitante nello sviluppo delle sue capacità, o ancora peggio, all’isolamento sociale.

ANGELO NON È UN “CASO”
«Oggi ride, gioca, si relaziona con empatia e parla»

Scoprire che Angelo era affetto da una malattia terribile che gli avrebbe limitato la vita ha avuto su di noi un effetto devastante. E in questo il servizio sanitario da noi consultato è servito solo a farci sprofondare nella disperazione di chi si sente dire che dall’autismo non si guarisce e che solo dopo anni di terapia nostro figlio avrebbe imparato a esprimere i suoi bisogni primari.

Inoltre cresceva in noi un feroce senso di colpa: venivamo accusati di essere genitori non collaborativi e disinteressati ai miglioramenti del bambino. I neuropsichiatri, nonostante il titolo di studio altisonante, erano persone superficiali e altezzose. Trattavano il bambino come un topo da laboratorio chiamandolo “il caso” e facendolo sempre arrivare a pianti disperati a ogni visita.

Stanchi di non riuscire ad avere spiegazioni, dopo lunghe ricerche su Internet e molte testimonianze di altri genitori, abbiamo scoperto il Metodo DIR e la professoressa Sindelar. L ’abbiamo incontrata in una struttura senza la presunzione di essere un prestigioso centro medico, ma Angelo questa volta non si è messo a piangere. La professoressa Sindelar , dopo quindici minuti, già giocava con lui che rideva. Ci ha spiegato molte cose e ci ha dato le chiavi per entrare nel mondo del nostro bambino. Oggi Angelo ride, gioca, si relaziona con gli altri con una forte empatia, ma soprattutto ha iniziato a parlare, non solo per esprimere i suoi bisogni primari, ma anche per raccontare e condividere le sue piccole situazioni. Ha cinque anni e forse tra qualche anno riuscirà a essere un bambino come gli altri e a vivere un futuro in cui conoscere l’amore, la propria realizzazione, la gioia di avere una famiglia.

BIBLIOGRAFIA

  • Greenspan S., Wieder S., Trattare l’autismo, Cortina Editore 2007, p. 227.
  • Greenspan S., El niño con necesidades especiales, Pref. Ed española: M.T. Sindelar, Capo Press 2006.
  • Greenspan S., Wieder S., The child with special needs, Perseus Pub. New York 1998.
  • Greenspan S., Shanker: the first idea, Capo Press, 2004.
  • Minshew N.,”Autism as a disorder of complex information processing“, in Mental retardation and Developmental Disabilities, 1998.
  • Sindelar M.T., “Evolucion de un caso de Autismo a partir de un Modelo basado en el desarrollo”, in Revista de Asociacio Catalana d’Atencio Precoc, n. 19-20, dic. 2002.
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