1) Un combattivo genitore di Busto Arsizio mi racconta:
“Ho organizzato un  Convegno sull’Autismo a Busto Arsizio. Questo convegno si farà a marzo”
“Bene!” faccio “Qui a Busto ci vuole, visto come sono combinati  i nostri medici”
“Mi hanno detto che – per poter organizzare un convegno – devo costituire una associazione. Allora sono andato a parlare con una grande associazione, che inizia per A e finisce per S, molto potente sul territorio, dicendo: Voi mi date il nome e io faccio una sezione dell’associazione dedicata solo all’autismo“.
“E allora?”
“Allora questi dell’associazione mi hanno fatto parlare con una neuropsichiatra… Mica con una vecchia: una di trentadue anni”
“E lei?”
“Mi ha chiesto: lei è il padre di una persona autistica?”
“E tu?”
“Ho risposto di sì. Ho detto che mio figlio ha tredici anni”
“La neuropsichiatra trentaduenne ha detto: qual è la diagnosi di suo figlio?”
“E tu?”
Autismo infantile, ho risposto. Dove ha fatto la diagnosi? Ha insistito la neuropsichiatra. A Bosisio Parini, ho detto”
“E poi che è successo?”
“La neuropsichiatra ha detto: ma è una diagnosi sicura? Non potrebbe essere psicosi?“.

2) Nella sede di un’altra associazione (anche questa inizia per A e finisce per S), sempre a Busto Arsizio, un ragazzo autistico – bisettimanalmente – entrava nello studio della psicologa di riferimento e ne usciva dopo 45 minuti. In tutto questo tempo, nessuna restituzione da parte di nessuno di quanto avveniva in quella stanza, né i genitori potevano vedere quello che accadeva attraverso lo specchio unidirezionale, perché evidentemente lo specchio unidirezionale è una invenzione troppo moderna per essere utilizzata da certi centri che si permettono di trattare l’autismo.

A fine anno, finalmente, c’è stato un colloquio tra la psicologa e la madre.

“Dottoressa, come va la terapia?”
“Finalmente ieri si è alzato dal tappeto su cui è rimasto seduto tutto il tempo, dall’inizio del trattamento, e si è avvicinato a me di qualche passo”
“Che?”
Si è alzato dal tappeto. Si è mosso. Era rimasto, dall’inizio del percorso terapeutico – da settembre fino a giugno – sempre seduto su quel tappeto, immobile e perso nel vuoto”
“E lei non faceva nulla?”
Io dovevo aspettare che lui uscisse dal suo guscio. Ieri finalmente l’ha fatto: è andato oltre il suo cervello primitivo e ha osato una timida apertura verso di me. Naturalmente, c’è ancora molto da lavorare

GIANNI PAPA

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  1. Emanuela Borrelli scrive:

    devi mettere l’orologio un’ora avanti. :o ))))

  2. Emanuela Borrelli scrive:

    purtroppo queste situazioni sono ancora molto diffuse, anche perché i genitori non se la sentono di denunciarle pubblicamente. Se fosse capitata a me un’esperienza del genere non avrei esitato a denunciare l’inadeguatezza dell’intervento prescritto. Per quanto riguarda la diagnosi di Psicosi, forse molti non sanno che non esiste. Avete capito bene: NON ESISTE! La parola psicosi può significare qualcosa nel tentativo di descrivere dei sintomi ma non è un termine che può essere utilizzato a fini diagnostici perché vuol dire tutto e niente…..

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