Autismo, che fare? Incazzarsi!

siamo autistici: non fessi

Archivio per gennaio 2010

WORKSHOP DI VINCENT CARBONE: Bologna 2-3-4 luglio

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 31 gennaio 2010

UN EVENTO STRAORDINARIO! VINCENT CARBONE, UNO DEI PIU’ GRANDI  ANALISTI COMPORTAMENTALI DEL MONDO, FINALMENTE IN ITALIA! (G.P.)

Sono aperte le iscrizioni al workshop di Vincent J. Carbone “Teaching verbal behavior to children with autism and other disabilities”, con servizio di traduzione simultanea.
Sul sito http://www.paneecioccolata.com è possibile trovare il programma e il form di registrazione.


Il dott. Vincent Carbone è un analista del comportamento certificato con oltre 30 anni di esperienza nella programmazione dell’insegnamento per persone con autismo e disturbi dello sviluppo. La clinica da lui diretta a New York (
www.carboneclinic.com) offre quotidianamente a più di 40 alunni servizi educativi fondati sull’analisi del comportamento applicata. Il dott. Carbone insegna presso diverse università statunitensi e pubblica regolarmente ricerche in numerose riviste peer reviewed. E’ la prima volta che porta in Italia il suo workshop introduttivo, centrato sull’insegnamento del comportamento verbale a bambini con autismo sulla base dell’analisi skinneriana del linguaggio.

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LA MAMMA DI MIO FIGLIO

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 30 gennaio 2010

Mi giunge una lettera da lontano, cinque anni addietro. Me la manda un genitore di un adolescente con autismo. Attonito, scopro che – da allora – non è cambiato nulla.
PERCHE’????
(G.P.)

LA MAMMA DI MIO FIGLIO SCRIVEVA NEL 2005:

Cara ( esperta di autismo), scusa se rispondo con così tanto ritardo…

Sono d’accordo con te. I genitori sono parte attiva, lo sono comunque, volenti o nolenti.

Eppure non è così scontato. Un genitore ha molta autorità sulle scelte che riguardano i figli: noi non ne abbiamo.
Credimi: è così, nei fatti.

Un genitore non deve rendere conto a nessuno delle scelte educative che attua (o non attua)  con i propri figli. Noi dobbiamo giustificarci, rendere pubbliche le nostre debolezze, stanchezze, depressioni, e – quando interveniamo – per tutti siamo poveri disgraziati (colpiti da disgrazia) che – stressati – non si rendono conto. Ci viene consigliato di andare in terapia, oppure di andarci a mangiare una pizza con gli amici… e – letteralmente non veniamo considerati.

Questo succede a scuola, con chi fa terapia, con chi fa assistenza domiciliare… con tutti.

Tu hai citato la normativa, i GLH per esempio.
Se un genitore dice “non è possibile che mio figlio non impari a leggere” è una cosa.  Se lo dico io, sono vista come una povera scema.

Non solo.

Si mettono sempre tutti d’accordo (magari facendoti entrare per ultimo ai GLH): di fronte a evidenti stagnazioni e a palesi regressioni, tutti dicono che non è vero!

Tutto è ridotto a un atto scritto formale, spesso falso e scritto male, e quello si perché lo chiede la legge!

Quando al “centro riabilitativo” ( in seguito chiuso per truffa, n.d.r.), ho chiesto incontri per confrontarmi con loro su mio figlio, SEMPRE mi hanno letto tutta una serie di numeri dei punteggi dei test (?). Ovvero…  non mi hanno risposto.

Tralasciamo i “non siamo terapisti” “non siamo insegnanti” “non siamo obbligati” e i, più o meno  palesi, “è colpa vostra”.

Di fatto noi non abbiamo voce in capitolo e, hai ragione, è aberrante.

Molte cose, normalmente, vengono delegate e non può essere diversamente anche per noi. Tu segui i tuoi figli a scuola sicuramente, ma non stabilisci i programmi ministeriali. Controlli che facciano i compiti ecc. ma DELEGHI alla scuola il compito dell’istruzione. Non solo, non a caso la scuola è “dell’obbligo” perché TUTTI hanno diritto all’istruzione anche se hanno genitori trogloditi!

E così per la  Sanità: un bambino ha diritto ad essere curato anche se i genitori non sono in grado di capire la diagnosi. Anche di questo va tenuto conto.

Di contro: è fondamentale che si spieghi ai genitori dei bambini autistici come si può fare per interagire con loro, quali sono le tecniche. Lasciarli soli è disastroso.

E’ anche disumano dargli  compiti (per es.: “Signora questo non lo deve fare”) senza dargli i mezzi per farlo e senza spiegare il perché. Il rapporto dei genitori con chi si occupa dei loro figli deve essere PARITARIO e DI SCAMBIO anche se su competenze e compiti diversi.

Alla riunione per la Formazione che abbiamo fatto al Comune, hai detto che l’intervento dei genitori è scontat0 e non andrebbe nemmeno citato.

Non darlo per scontat0.

I genitori sono una rottura di palle che intralciano il “lavoro”, per cui si sopportano pazientemente e non vengono considerati. Per questo ero preoccupata che non solo si prevedesse la loro partecipazione ma che si prevedesse che il giudizio dei genitori sul progetto che riguarda i propri figli e la sua verifica deve avere un peso che ora non ha.

Come coinvolgere e come formare i genitori questo lo sai meglio tu (parent training?).

Sul “parent to parent” mi sembra buono e bello, magari bisogna trovare il tempo, ma si può fare e mi sembra giusto. Se hai un sogno da realizzare sono sempre disponibile.

La mamma

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IL TEACCH SOTTOVALUTA O L’ABA SOPRAVVALUTA?

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 29 gennaio 2010

Correggetemi se sbaglio: la differenza fondamentale tra l’ABA e il TEACCH sembra essere una.

L’ABA ha come scopo quello di “portare” il soggetto trattato al livello “funzionale” dei suoi coetanei.

Il TEACCH, al contrario, ha lo scopo di facilitare la vita e di costruire intorno al soggetto trattato un ambiente facilitante.

La prima cosa che viene in mente è: ma nella vita reale, quella di tutti i giorni, un ragazzo autistico come fa a vivere sempre in uno spazio strutturato? Non puo’ mai muoversi dai suoi ambienti? E – se deve andare in un posto che non è stato pensato e strutturato per lui, cosa fa? Come sopravvive nel mondo reale che non è per niente facilitante?

Non voglio dare ricette magiche. Vorrei però che – nei commenti a questo post, mi deste le vostre.

G.P.

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Un’esperienza “Montinari”

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 25 gennaio 2010

Mio figlio a giorni compie 6 anni, è stato diagnosticato a due anni un Disturbo Multisistemico di tipo C. Dopo circa un anno la diagnosi è
diventata DGSNAS.
Già con la prima diagnosi, ha iniziato a fare terapia neuro linguistica integrata.
Verso i quattro anni, vengo a conoscenza del protocollo Montinari.  Immediatamente mi attivo: vengo a conoscenza che nella città in cui abito ci sono dei medici che seguono il protocollo e iniziamo a fare analisi, dieta, e a prendere gli “integratori”.
Quello che mi dicevo è che non potevano fargli male … al massimo non facevano niente.
Per di più, mio figlio aveva sempre avuto problemi di diarrea e – dalle analisi – risultava una leggera intolleranza al lattosio. Pensavo che, con la dieta, almeno si sarebbero potuti risolvere i problemi gastrointestinali.
Abbiamo seguito il protocollo Montinari rigidamente per poco più di un anno. Sia il neuropsichiatra che segue il bambino, sia la terapista erano assolutamente contrari, mi dicevano che lo avrei escluso da una serie di situazioni – tra cui quello del pranzo – che sono importanti momenti di condivisione… e poi che non c’era nessuna evidenza scientifica sui risultati. Spesso ribadivo loro, anche con forza, che – se anche uno dei bambini che faceva la dieta ne aveva ottenuto dei risultati – io, da madre, avevo il dovere di provarci, ed il diritto di scegliere la cura che ritenevo più giusta.

Da subito notai che le feci erano più consistenti e che andava in bagno non più di due volte al giorno. Questo rafforzava la mia convinzione di proseguire la dieta.
Il costo era veramente esagerato per noi. Spendevamo circa 600-700 euro al mese – tra integratori, cibo, visite e analisi. A queste, andavano aggiunti i costi delle terapie.
Sicuramente vedevo il mio bambino molto più tranquillo, questo lo devo dire (ma ci credo: con tutta quella melatonina che prendeva! O – chissà – era talmente affamato che non riusciva nemmeno a muoversi).
Con l’inizio della primavera, il menù della mensa scolastica prevedeva il gelato. A mio figlio davano quello di riso, ma si accorgeva della differenza, e le maestre mi dicevano che si disperava di pianto.
A mensa non voleva più entrare e – solo con la forza – riuscivano a farlo stare seduto a tavola. Aveva iniziato a “rubare” la cioccolata agli altri bambini, a mangiare di nascosto il parmigiano prendendolo dai piatti degli altri. Io, imperterrita, ho insistito a fargli continuare la dieta, illudendomi di vedere chissà quali risultati.
In quel periodo, infatti, il bimbo faceva dei miglioramenti. Difficilmente si poteva stabilire se era il protocollo, la terapia, la crescita, l’impegno di noi genitori, la pazienza della sorellina. Forse erano tutte queste cose messe insieme.
Un giorno – a casa – mi prende per mano e mi porta vicino la dispensa in cucina e mi dice : “Mi dai un pan di stelle, per favore?”.

Era la prima volta che parlava …

Ero felicissima, aveva iniziato a fare delle richieste verbali: gli ho dato il biscotto immediatamente.
Mi aspettavo chissà quale disgrazia. Pensavo: adesso – per smaltire il lattosio e la caseina – ci vorranno almeno 15 giorni, per il glutine un mese.
Beh… invece non successe niente … ma proprio niente. Dopo una settimana era come prima del pan di stelle. Mi aspettavo almeno due o
tre giorni di diarrea incontrollata … niente.
Decisi così di interrompere il protocollo Montinari: volevo vedere cosa succedeva… nel caso in cui si fossero verificate delle regressioni o rallentamenti, lo avrei ripreso.
Ho notato che – a volte -  era più nervoso, più attivo il giorno (e quindi anche più partecipe). Dormiva come prima, anche se il suo sonno era sempre agitato, e continuava a migliorare con la stessa costanza.
E di diarrea neanche l’ombra.
Inoltre era molto felice del gelato della mensa “come quello degli altri”, delle merendine e schifezze che poteva mangiare, della fetta di torta , non più negata al compleanno degli amici, della cioccolata che gli mettevo nello zainetto… e – sorprendentemente – era diventato il più “educato” della scuola a mensa.
Anche a casa rispettava le regole della cena: anche quando aveva finito di mangiare, rimaneva seduto a tavola ad aspettare che anche gli altri finissero.

Ancora oggi mi sento in ansia pensando che – se così tanti specialisti credono nell’efficacia della dieta – forse c’è un fondo di verità.
Forse solo per mio figlio non ha prodotto effetti benefici. Forse era mio dovere perseverare.

A volte penso “chissà cosa succederebbe se riprendesse la dieta?”.
Poi penso a tutte le privazioni a cui era sottoposto. Lui è un gran golosone: non è stato mai selettivo nel cibo.

Non so se ho fatto bene a iniziare il protocollo Montinari (o a smetterlo).

Eravamo seguiti non da Montinari in persona, ma da un pediatra che applicava il protocollo.
Una volta, però, lo portai anche da lui in persona (costo visita € 250,00). L’appuntamento era alle 14,00 e ci fece entrare alle 18,00 circa (e chi ha un figlio con problemi simili a quelli di mio figlio sa bene che cosa significa farlo aspettare tutte quelle ore in corridoio).

Quando siamo entrati per la visita, non c’è stato verso di calmare il bambino, che oramai urlava e piangeva solamente. Montinari ha visto le analisi tra una telefonata e l’altra e mi ha detto di portare il bambino da Borghese, perché degli altri terapisti non si fidava.
Gli ho chiesto più volte inutilmente di spiegarmi il risultato di quelle analisi che avevamo fatto, se da quelle emergeva qualche danno da vaccino, se erano normali etc. etc..
Considerati i problemi di diarrea che il bimbo aveva sempre avuto, visto che Montinari è un gastroenterologo, mio marito ha insistito per farglielo visitare, gli ha chiesto se lo vedeva ipotonico … non so come spiegarvi la situazione, quello che ho percepito è stato un atteggiamento più inquisitorio che da medico.
Può darsi che – sia io che mio marito – abbiamo avuto una impressione
sbagliata, o siamo capitati in un momento sbagliato, ma – uscendo dalla stanza – non mi sono trattenuta e gli ho detto che per 250 euro avrebbe potuto dedicarci mezz’ora di tempo ininterrotta.

Uscendo dalla clinica in cui ci aveva ricevuti, mio marito ed io ci siamo guardati in faccia e abbiamo iniziato a ridere, sentendoci un po’ stupidi per quei soldi buttati, perplessi e amareggiati perché speravamo di trovare più risposte che domande.
Oggi posso affermare che mi sento tranquilla con la mia coscienza per averci provato, tranquilla perché la strada che abbiamo intrapreso è l’unica giusta.

Volevo solo raccontare la mia esperienza “montinari”, senza dare giudizi, senza fare commenti, descrivendo i fatti.
Ai posteri l’ardua sentenza.

P.

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NEUROPSICHIATRA – di Vincenzo Cardarelli (?)

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 25 gennaio 2010

Su te, lurida neuropsichiatra,
sta come un’ombra malata.
Nulla è più pericoloso
deprecabile e idiota
della tua diagnosi sbagliata.
Ma ti recludi nella spenta UONPIA
e abiti lontano
con il tuo ozio
dove non sai chi ti raggiungerà.

Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sporca
e tutta la persona frustrata,
la rabbia mi si porta via.
Sei la schifosa e laida creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro odio della testa che appena
sopporta la sua vuotezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di sterco sulla tua faccia,
il paziente fa le sue risa
in lista d’attesa
come nello sportello nero delle Poste.
La tua pupilla è offuscata
dal nulla che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
lo studio umiliante dell’ICD e DSM-IV.
E penso come il tuo cervello
difficoltoso e storpio
fa disperare la comprensione
nel cuore dell’Uomo!

Pure qualcuno da te verrà,
stronza specializzata.
Qualcuno che non lo saprà,
un genitore ignaro
accetterà le tue diagnosi inventate.
Gli sarà grazia e fortuna
il non avere studiato
e non sapere chi sei
e non poterti picchiare
con la feroce violenza
che ispira il medico psicodinamico.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non sparare prima di picchiarti.

E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E a far danni continuerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco degli handicappati.
Come piscio  fuori dalla tazza,
al tocco della realtà
le diagnosi che inventi
diventeranno PDF e PEI.
Vilipesa sarà
la sofferenza!
Farai carriera, sarai primaria,
per il talento che non premia
mai, con lo zio che ti raccomanderà.

Ama l’incompetenza l’idiota
che la seconda,
non il serio scienziato che pensa.
Così la neuropsichiatria
ferma il progresso e il buonsenso
e il medico non è che un fanciullo
che non capisce di esser rischioso.

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AUTISMO E RESPONSABILITA’

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 24 gennaio 2010

COPIO-INCOLLO DA Autismo: educazione, il blog di Antonio Rotundo

Ricevuta la diagnosi di DGS (autismo, Asperger, Altro) cosa dovrebbero fare i  gli specialisti e cosa i genitori.

Se la diagnosi è stata fatta presso un centro riconosciuto come valido, evitare per quanto possibile di ricorrere ad altri specialisti e orientarsi al più presto verso il da farsi e questo dovrebbe essere di precisa responsabilità dell’equipe che ha svolto le valutazioni diagnostiche.

Se però si ritiene ancora incerta la diagnosi, ci si rivolga in ogni caso a un altro centro riconosciuto dal sistema sanitario e non si vada né da privati né all’estero!

I primi in assoluto ad essere correttamente informati e formati devono essere i genitori, lo ripeterò fino alla noia, che interagiscono col bambino 24 ore al giorno e questo è il nodo più critico per gli specialisti: non sono formati a informare e formare correttamente i genitori, e si evita di farlo, perché?

Per i primi mesi, i veri e unici e naturali “terapisti” del bambino sono e devono essere i genitori. Prima li si rende consapevoli di questa loro responsabilità e li si prepara adeguatamente, meglio è per il bambino che cerca una sola cosa: avere finalmente chiarezza intorno a sé, nel suo naturale ambiente di vita, sia dal punto di vista comunicativo che relazionale, affettivo ed emotivo.

Si deve perciò predisporre l’ambiente, il clima adatto per farlo sentire, deve sentirlo lui, accolto, capito e sicuro come si fa per qualunque altro bambino. Con lui è più difficile, ma non è impossibile se cambiasse l’orientamento dei servizi in tal senso.

Sapendo che ci sono diversi fattori ,e gli specialisti dovrebbero conoscerli, che “disturbano” il normale processo di “imprinting”, occorre tenerne conto e osservare, analizzare se, quanto e quello che si sta facendo, va nella direzione giusta oppure in quella sbagliata.

Questa analisi non è poi così difficile: se il bambino mostra di aver capito, collabora, si diverte nella relazione, è tranquillo ma non passivo, è sereno, ecc., allora quello che si sta facendo va nella direzione giusta.

Viceversa, se il bambino si mostra irritato, frustrato, si rifiuta di collaborare e non presta attenzione a quello che gli viene proposto, allora si sta andando nella direzione sbagliata e aumenta la sua confusione.

Riconosco io per primo che sto parlando di conoscenze per le quali non ho ancora molte competenze, ecco la necessità di una formazione permanente per tutti.

Si deve divenire consapevoli che quanto avviene naturalmente nell’educazione di un bambino sano, deve essere invece attentamente analizzato e valutato e programmato per un bambino con autismo. Ma questo compito spetta ai genitori sotto la guida degli esperti.

Un bambino confuso, insicuro e frustrato finisce col manifestare gli stessi comportamenti del bambino con autismo. Avendo però un “corredo” di base integro, completo, riesce in genere ad integrare e gestire le situazioni difficili e così facendo impara e cresce.

Al bambino con autismo che ha un corredo di base, fragile o difettoso, le operazioni suddette risultano o impossibili o per lo meno molto difficili. Vedi le diverse teorie della mente, della coerenza centrale e delle funzioni esecutive.

Quindi, un ambiente che tiene conto di queste sue difficoltà e che progressivamente si vada adattando alla maggiore conoscenza di esse e del bambino, dovrebbe consentire il prerequisito essenziale e prioritario che gli ridia quello che, senza colpa di nessuno, men che meno sua, non ha potuto ricevere, cioè l’imprinting umano. Almeno ci si provi!

La cura con cui si predispone tale ambiente, è la conditio sine qua non, per preparare il terreno ai successivi apprendimenti.

Da Famiglia Cristiana. “Una stanza a misura di bambino”: I genitori devono guardare la casa con gli occhi del neonato e adeguarla a criteri di sicurezza, comfort, salute e benessere appropriati, a mano a mano che il loro bambino cresce. (Pediatra M.T. Rigazio) Lo stesso si deve fare tenendo conto dell’Autismo del bambino!!!

Pretendere di saltare o tenere in poca considerazione questo aspetto così critico, equivale ad aggiungere ulteriori difficoltà: questa volta si, con grave colpa di chi lo ha trascurato e in primis delle istituzioni sanitarie e degli specialisti che avrebbero dovuto saperlo ma non si sono attivati correttamente per farlo, formando i genitori a questo indispensabile momento.

O ai genitori viene passato un messaggio corretto e responsabile, oppure sono pronti a viaggiare da uno specialista all’altro finchè non trovano quello che lascia loro credere che basta una dieta, delle gocce o un trattamento fatto solo dagli altri, per risolvere le difficoltà del loro bambino.

L’esperienza mi dice che la vera gravità del problema è qui e molto meno nel danno biologico originario.

Quando una casa è crollata, e il bambino con autismo “crolla” sotto il peso superiore alle sue capacità verso gli otto-dodici mesi, prima si liberano per quanto è possibile le macerie e poi si ricostruisce, valutando a questo punto molto bene, il terreno e le risorse a disposizione.

Qualunque trattamento rivolto al bambino o si pone in questa ottica oppure finisce molto presto col creare ulteriore confusione in lui: il risultato sono i famosi comportamenti problema.

Allora i “tecnici”, sapendo tutto questo dovrebbero nel più breve tempo possibile conoscere e valutare attentamente il bambino e immediatamente istruire i genitori su come predisporsi per ricreare l’ambiente il più possibile adatto alle sue difficoltà. In questo difficile compito devono essere sostenuti, formati e accompagnati, ciascuno secondo i propri bisogni e abilità. Succede che sempre più spesso vengono lasciati a se stessi e al “fai da te”.

Non c’è trattamento o terapia senza questa precondizione essenziale che vede i genitori come primi indispensabili e responsabili  attori.

Quando poi si osserva e si valuta, compito sempre degli esperti, che la “confusione” del bambino inizia a diradarsi, come quando il sole prende il sopravvento sulla nebbia e la dirada, allora si possono prendere in considerazione i trattamenti di insegnamento e di apprendimento più opportuni nelle diverse aree dello sviluppo.

Un bambino confuso e frustrato non impara nulla o impara a ribellarsi; uno sereno e sicuro è pronto ad esplorare l’ambiente che lo circonda avendo accanto il genitore che lo osserva e se necessario lo stimola adeguatamente. Questa è la peculiare abilità che deve essere insegnata ai genitori.

Ognuno si assuma le proprie responsabilità a partire dai pediatri che spesso si occupano solo degli aspetti biologici e fisici del neonato e trascurano o sottovalutano o non conoscono quelli relazionali e comunicativi.

I neuropsichiatri infantili, tutti gli altri esperti del settore che trovano forse più facile,  più comodo e più economico “trattare” il bambino al sicuro della propria stanza.

E infine i genitori che, o tengono conto e si convincono della necessità di questo loro attivo coinvolgimento in ogni momento della giornata, oppure si lasciano convincere che possano essere gli altri a “guarire” o anche solo ad educare il proprio figlio.

La prima vera “stanza di terapia” per il bambino autistico appena diagnosticato è la casa! E’ lì che devono andare gli specialisti e da subito.

Per finire, un ambiente troppo stimolante, troppo pieno di giocattoli o persone, ecc. non è adatto per il bambino con autismo. Un modo di intervenire assillante, troppo veloce, troppo verbale, perfino, per alcuni, troppo fisico, non è adatto. Ma sono le risposte e i comportamenti del singolo bambino che ce lo dicono, mica le analisi di laboratorio.

Ed è per questo che appena la mamma si accorge che qualcosa non va nella relazione e nello sviluppo del bambino, il primo che dovrebbe dare le prime adeguate risposte è il pediatra. Invece questi o ripete il ritornello che ognuno ha i suoi tempi oppure tranquillizza e magari suggerisce o lascia intendere alla mamma di non essere troppo ansiosa!

Ci sono ormai fior di strumenti adatti per i pediatri per individuare i primi segnali di allarme e di conseguenza anche dare i suggerimenti più utili, come fanno nel caso dell’influenza o di una intolleranza alimentare.

In questo modo si può evitare di allarmare la mamma ma intanto si tiene sotto osservazione il comportamento del bambino. Ritengo che sia loro specifico dovere e responsabilità, perché ancora c’è tanta ignoranza e superficialità?

Genitori, pretendete di essere adeguatamente formati perché voi siete e dovete essere i migliori “terapisti” del vostro bambino. Tutti gli altri vengono e vanno, voi restate sempre!

Non sarebbe meglio concedere alle mamme sei o dodici mesi di permesso dal lavoro per essere seguite attentamente a casa da uno specialista e poter creare per quanto possibile l’imprinting mancato e ricevere tutta la guida necessaria?

Lo ripeto, a mio avviso, il problema più grave per il bambino autistico non è tanto il danno originario ma la beffa di dover fare i conti con un ambiente inadatto ad accoglierlo!

Si arriverà un giorno a offrire ai bambini con autismo un serio intervento precoce, intensivo e corretto fin dal momento in cui viene fatta la diagnosi?!

Ce lo auguriamo tutti se tutti prendiamo la giusta direzione.

Antonio Rotundo educatore

Albese con Cassano, 24-01-010

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DESOLAZIONE DEL POVERO DISARMONICO DELLO SVILUPPO – di Sergio Corazzini (?)

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 23 gennaio 2010

Perché tu mi dici: autistico?
Io non sono un autistico.
Io ho la diagnosi di “disarmonia dello sviluppo”.
Vedi: non è scritta in nessun manuale diagnostico.
Perché tu mi dici: autistico?

Le mie stereotipie sono povere stereotipie da autistico.
Le mie ecolalie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi ripeterle a te impazzirei.
Oggi io penso a gridare.

Io voglio gridare, solamente perché sono stanco;
solamente perché i grandi quadrati
sul tappeto della psicoterapeuta
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché io sono, oramai,
rassegnato come un neurone specchio,
come un povero neurone specchio.
Vedi che io non sono un autistico:
sono un disarmonico dello sviluppo che ha voglia di gridare.

Oh, non meravigliarti delle mie urla!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così ripetitive,
Dio mio così ripetitive,
che mi verrebbe da lamentarmi come la gatta degli Aristogatti.

I miei lamenti avrebbero l’aria
di ripetere le frasi di un Cartone
davanti alla televisione sette volte accesa
ma io non sarei un autistico;
sarei, semplicemente, un disarmonico e pensoso fanciullo
cui avvenisse di gridare, così, come sputa e come tace.

Io mi comunico delle grida, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i pediatri,
poichè senza di essi io non avrei cercato e trovato l’UONPIA.

Questa notte ho dormito con le mani in alto.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce neurotipico
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere visitato,
di essere diagnosticato,
di essere costretto a digiunare
per poter fare RMN Encefalo,
addormentato,
su un lettino oscuro.

Io amo la vita semplice delle cose.
Quanti neuropsichiatri vidi sfilare, ad uno ad uno,
per ogni diagnosi che cambiava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia autistico.

Ma io non sono un autistico:
io so che per esser detto: autistico, bisogna
essere un muro!
Io non so, Dio mio, che gridare.
Amen.

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I SEI LIVELLI DELL’AMICIZIA

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 23 gennaio 2010

DA Daily RDI (in inglese), riporto un brano tratto da un articolo del dottor Gutstein

Spesso utilizziamo il termine amicizia senza definire di quale tipo di relazione stiamo parlando. Ci riferiamo alle amicizie come se fossero tutte uguali – come se la relazione di due bambini di 4 anni non fosse diversa da quella tra 2 ragazzi di 16 anni. In realtà l’amicizia cambia molto dai legami iniziali che si formano alla scuola materna alle amicizie strette degli adolescenti. Per i bambini neuro tipici, l’amicizia è una gamma di capacità che diventano progressivamente sempre più complesse. Le amicizie diventano gradualmente sempre più sofisticate e raggiungono il loro zenith entro la fine dell’adolescenza. Un certo numero di psicologi hanno costruito dei modelli per gli stadi di sviluppo dell’amicizia. Riassumendo il loro lavoro ho sviluppato un modello basato su 6 livelli per lo sviluppo dell’amicizia che utilizziamo al Connections Center.

Livello I

Un punto importante da comprendere è che i bambini neuro tipici non sono pronti per le amicizie con i pari finchè non hanno fatto una lunga pratica con gli adulti. L a psicologa e ricercatrice Carollee Howes, la maggiore esperta mondiale sullo sviluppo delle prime amicizie, ha svolto una ricerca che ha dimostrato che nello sviluppo neurotipico i bambini non sono interessati a giocare con i pari, ad eccezione di brevi interazioni finchè non raggiungono il terzo anno di età (Howes and Matheson 1992). In questo livello iniziale di pre – amicizia, gli adulti costituiscono sia i principali partners sociali che le guide. Essi preparano il bambino a partecipare come partner uguali nelle interazioni con i pari che sono meno prevedibili ma più divertenti. Questa è una fase critica e che non può essere by – passata perché mette le fondamenta per lo sviluppo di tutte le amicizie future.

Livello II

I bambini al livello II sono principalmente preoccupati di trovare un partner di gioco uguale col quale condividere e coordinare le attività. Sono considerati amici quei pari che agiscono in modo consistente come compagni di gioco divertenti e che comunicano il loro desiderio di interagire con l’amico mostrando gioia e scegliendo in modo consistente il loro amico quando si presenta l’opportunità. Fin dall’inizio di questo stadio di amicizia, il bambino si aspetta che il suo pari si assuma la stessa responsabilità nel coordinare le azioni.

Livello III

Nel livello III entrano in gioco gli elementi di collaborazione e di mutuo supporto. Gli amici sperimentano la potenza dell’agire insieme per risolvere i problemi e superare gli ostacoli. Gli amici si aiutano tra di loro in maniere semplici. Mostrano anche preoccupazione se il loro amico si fa male o è spaventato. Gli amici di livello III elaborano attività di co – creazione abbinando le loro idee e sviluppando variazioni e nuove attività che diventano le loro variazioni personali di gioco. Queste collaborazioni nelle creazioni servono a cementare il legame tra gli amici. I bambini al livello III sanno che gli amici non tollereranno un bugiardo o un perdente e neppure vorranno stare con qualcuno che non trova modi per collaborare o fare compromessi con loro. Entro la fine di questo livello, le amicizie diventano l’arena principale dei paragoni sociali perché i bambini esaminano le somiglianze e le differenze tra loro e gli amici come parte dello sviluppo iniziale della loro identità.

Livello IV

Il bambino pronto per l’amicizia di livello IV ha iniziato a percepire le proprie relazioni con una maggiore coscienza del sé. Riconosce l’importanza di considerare i pensieri e i sentimenti degli altri come distinti dai propri. Diventa consapevole del bisogno di comportarsi in un modo che attiri un amico. Si interessa alla percezione che i suoi pari hanno di lui e cerca di proposito di fare una buona impressione. Sa anche che per tenersi degli amici deve fornire qualcosa nell’interazione che sia significativo per loro, non solo che lui trova interessante. Gli amici diventano collaboratori stimati nel mondo delle idee e dell’immaginazione.

Livello V

Man mano che i bambini neurotipici si avvicinano alla scuola secondaria, hanno un desiderio emergente di amici con cui condividere idee e stati emotivi. Il bambino ora può differenziare tra quello che prova realmente e quello che può esprimere. E’ interessato a decifrare le intenzioni degli amici e ad osservare le loro azioni. Le preferenze e le opinioni durevoli degli amici diventano importanti. Un elemento che chiaramente distingue il livello V di amicizia è la consapevolezza che un amico dovrebbe agire come un alleato affidabile. I bambini descrivono i loro amici come comprensivi, leali e degni di fiducia. Un alleato è qualcuno su cui puoi contare; qualcuno che prende sempre le tue parti (tranne quando i due amici sono in conflitto). Un alleato ti difende quando qualcuno cerca di farti male. Gli amici devono dar prova di essere degni di fiducia, pronti a supportare e a difendere il bambino quando sono chiamati a farlo. In questo stadio, inoltre, i bambini imparano il bisogno di mantenere le amicizie regolari ad esempio con frequenti telefonate.

Livello VI

Gli adolescenti neurotipici affermano che lo scambio di pensieri intimi è la caratteristica fondamentale che definisce le amicizie strette. Gli amici lavorano molto per sviluppare e mantenere uno stretto legame di fiducia e di mutua preoccupazione. Conoscono reciprocamente le paure, i sogni, i punti di forza e di debolezza e trattano i punti vulnerabili degli amici con accettazione e rispetto. I teenagers vedono un’amicizia come qualcosa che esiste indipendentemente dal momento o dalle azioni individuali. Imparano ad esaminare le loro diverse amicizie e a determinare quale di queste è una vera amicizia stretta. Imparano a definire accuratamente il concetto e a valutare le proprie amicizie in relazione al livello di fiducia che l’amico si è guadagnato. Gli adolescenti imparano che non tutte le amicizie hanno lo stesso valore. Ci sono persone con cui divertirsi ma con le quali è impossibile condividere altri interessi. La persona che può essere un alleato e un difensore può non essere sensibile quando si parla di un timore personale. Non tutti possono mantenere un segreto o dare un suggerimento costruttivo.

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LASCIATE PARLARE DI ABA ALLE SCIMMIETTE – di Benedetta la Scimmietta

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 22 gennaio 2010

Lasciate parlare di ABA alle scimmiette
loro sanno come fare
con le loro voci empie
con le loro vedute ristrette
lasciate parlare di ABA alle scimmiette

Le scimmie non conoscono
tecnicismi cazzuti
non si mettono in circolo
a parlar da iniziati
non si piegano al dubbio
non si fan fare a fette
lasciate parlare di ABA alle scimmiette

Solo le scimmie possono
dall’alto della loro innocenza
spazzare via dalle UONPIA
la psicogenetica e l’incompetenza
solo le scimmie possono
parlare con voce pura
liberare l’ABA dai falsi miti
e dall’influenza suina dei genitori associati

RITORNELLO:
Aba-a-a
Sabba-a-a

Sciogliete i vostri circoli viziosi
di siti nati da altri per gemmazione
i bimbi han bisogno di ABA
e chi confonde ancora le acque è un coglione

Sciogliete i vostri giri da iniziati
e andate in giro come gli apostoli di Cristo
fate come fa una scimmietta
e scusatemi tanto se insisto

Basta gridare aggressivi
o nascondersi nel vittimismo
non hai senso se sopravvivi
in un pezzo di genitoricontroautismo
un pezzo di un sito-propaganda
del Marketing DANnato
perché potrebbero scambiarti per un compagno di merenda
del web iperbarico e chelato

I genitori dei soggetti autistici
ormai genitori di soggetti di mezza età
non persero l’occasione per parlar male
di qualcosa che veniva proprio da là.
E’ stata loro la colpa più grande
di questi genitori attempati
di buttar l’acqua col bambino
distratti dai loro figli mal trattati

Lasciate parlare di ABA alle scimmiette
le scimmiette possono aprire una nuova era
lasciate parlare di ABA a Benedetta
che al tempo di genitoricontroautismo non c’era
non era nemmeno agli inizi
ha la fedina dell’autismo pulita
e con le sciocchezze e i pregiudizi
può farla davvero finita…

…finalmente finita

RITORNELLO:
ABA-A-A
SABBA-A-A

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messaggio di Benedetta la scimmietta sull’ABA addestramento per scimmiette

Pubblicato da Autismo Incazziamoci su 20 gennaio 2010

Benedetta la scimmietta sfata i falsi miti sull’ABA.

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