La scorsa settimana il quotidiano Avvenire, con due editoriali a cura di Giorgio Campanili e Francesco Belletti, si è occupato di politiche familiari e del perché sarebbe da ritenere opportuna una “strategia locale” che, magari attraverso un attento controllo dei bilanci degli enti locali da parte delle associazioni familiari, “liberi” risorse da destinare anche ai servizi sociali in grado di alleggerire “almeno in parte gli oneri – non solo monetari – che gravano sulle famiglie “ con disabili e anziani non autosufficienti.
Ne ho ricavato lo stimolo alle presenti riflessioni, nate dalla necessità di guardare oltre il presente per cercare di contribuire a creare una società più giusta per i nostri figli (e con loro a tutti i soggetti più fragili della società contemporanea che ogni giorno a qualsiasi titolo vado incontrando).
Tempo fa, un professionista molto saggio e scrupoloso che ho avuto la fortuna di incontrare, rispondendo ad una mia domanda sull’inserimento sociale di soggetti con grave malattia mentale, di cui si occupava, rispose con semplicità che per loro, così come per ogni altra persona, c’era bisogno di una casa, un lavoro ed una rete amicale. Tutto qui, dissi? Si, rispose, grosso modo va bene così.
Ero molto giovane, ed ovviamente lo considerai un matto. E le medicine? Gli psichiatri (come lui)? Gli psicologi? Le famiglie di origine (nel suo caso dovevano essere poche, si occupava davvero degli ultimi)? Oggi capisco, e sono in grado di recuperare meglio quanto mi ha detto: se c’è il lavoro, la casa ed una rete amicale, quand’anche ci fosse bisogno di medici e farmaci … sicuramente sarebbero di supporto e non di primaria importanza (quella stessa che invece io, all’epoca, gli attribuivo).
Il lavoro, la casa ed una rete amicale … E’ una lezione valida anche per oggi? E’ valida anche per i bambini autistici? E’ accettabile per le loro famiglie? Lo Stato ci aiuta in tal senso? Dobbiamo fare da soli? E non è un compito troppo grande? Neppure sappiamo se funzionerebbe. Ci sono progetti sperimentali in tal senso? Quante domande!!! Mi piacerebbe che su questi argomenti si aprisse un serio confronto. Serio.
I nostri figli crescono in fretta ed occorre scegliere una terapia riabilitativa (ABA/VB, nel mio caso) e lavorare anche per la loro “inclusione sociale”.
Il mio punto di vista assume la valutazione dell’autismo come condizione, dalla quale – quanto mi dispiace dirlo – non si esce. Se qualcuno crede che da questa ineffabile patologia si possa guarire senza tirare in ballo il trascendente, allora può anche fermarsi qui. Meglio impiegare il proprio tempo a percorrere strategie di uscita dall’autismo che perdere tempo. Se invece pensate, qualunque terapia seguiate, che il vostro congiunto potrà migliorare sensibilmente (anche tanto!!!) ma non guarire, allora l’invito vale anche per voi. Preparatevi, cari genitori, ad un viaggio che in qualche misura vi costringa a fare i conti con l’evidenziarsi dei vostri limiti (nel trovare un lavoro, una casa ed una rete amicale per i vostri figli, ammesso che li abbiate per voi) ed il manifestarsi delle opportunità (anche quelle di cui parla Avvenire).
Da soli tuttavia non si può.
Ed allora occorre che ciascuno di noi sia in grado di incontrare le persone (lo dico da cattolico), gli altri genitori , e mettersi l’uno accanto all’altro. Occorre uno sforzo straordinario di concentrazione individuale e collettiva per dare centralità ai bisogni dei nostri figli, che rischiano di rimanere invisibili (vuoti a perdere) agli “occhi di ogni fretta ed abitudine” (non è mia ma mi piace tantissimo!!!). Incontrare e lasciarsi incontrare. Senza alzare barriere e steccati in nome di questa o quella appartenenza, di questa o quell’altra scelta …
Per fare cosa?
Per creare uno strumento (meglio una cooperativa sociale) che sia in grado di porsi come ente del territorio in grado di contribuire alla ridefinizione di un patto di convivenza sociale e civile capace di armonizzare sogni, bisogni, desideri e interessi di chi lo abita. Anche i nostri. Che sembrano essere sempre elemosinati. Il tutto ovviamente non al fine di creare gruppi di interessi che litigano fra di loro (e noi in questo siamo bravissimi), ma “differenze che coabitano” e si incontrano.
Per mettere su attività economiche che, utilizzando le opportunità territoriali (bandi, finanziamenti a fondo perduto e/o agevolato, ecc.), possano creare esperienze in grado di trasformare i costi improduttivi dell’approccio assistenziale nei “ricavi” più volte fertili dell’autonomia economica, sociale, abitativa di qualunque persona che lavora.
Siamo già in ritardo. Pensiamo alla possibilità di creare strumenti locali in grado di parlarsi a livello nazionale. In grado di presentare progetti quali ad esempio quello di servizio civile nazionale … Quanto risparmio per le famiglie, e quante possibilità di crescita per i nostri figli…
Siamo in ritardo. E forse non è nemmeno così semplice … Ma solo per oggi faccio mio il detto di questo anonimo: “Solo coloro che hanno avuto il coraggio di sognare sono riusciti a cambiare il mondo”.
Da domani è un altro giorno.
Nello Pomona
INTERVISTA A GIANNI PAPA DEL MENSILE "IL VARESINO"
Nello, che vuoi che ti dica. Hai scritto punto per punto ciò che penso e ciò che sto tentato di fare. Al momento devo dire che riguardo la facilità di riuscita, ho forti dubbi…sicuramente non ho dubbi sulla lettura come unica via d’uscita. In questi giorni noi chiudiamo il primo anno. Farò un breve resoconto che, se l’aspetto imprenditoriale avesse avuto più attenzioni dai responsabili, credo sarebbe positivo. Nella mia regione i contributi ci sono e sono facilmente accessibili…credo siano le difficoltà a far lavorare insieme le famiglie gli ostacoli maggiori…
Nello..grande uomo e grande padre!!!