INSEGNANTI, A SCUOLA SI FATICA!

Nel mio recente post sull’ABA a scuola e sull’auspicata (almeno la auspico io) circolare ministeriale perché sia garantita alle famiglie, sono emerse due cose:

  1. Eva Maggiorelli ha scritto: “Ma perché devi rompere le palle e costringere tutti a fare ABA? Io voglio fare RDI!“.
  2. Maria Grazia ha scritto: “Se mi costringono a fare ABA, mi rivolgo alla corte costituzionale“.
  3. Maurizio66 ha scritto: “A scuola viaggiano a ritmo ridotto. Non si può collaborare con la scuola perché ti rallenta troppo il lavoro“.

La verità, come al solito, è nel mezzo, cioé nella sintesi di tutte queste posizioni.

Ovvero: c’è certamente libertà di un genitore di chiedere un tipo di approccio diverso ma plausibile (RDI è un tipo di approccio neocomportamentale basato sull’interazione sociale), c’è certamente il problema della lentezza degli/delle insegnanti… ma la posizione di Maria Grazia è assolutamente fuori luogo e ha direttamente a che fare con la lentezza delle insegnanti e l’immobilismo del sistema.

Esiste ormai un corpus di “verità scientifiche” che non possono essere equivocate e non possono essere dimenticate. Proprio per questo, in tutto il mondo civile (quindi dappertutto tranne che in Francia), l’approccio neocomportamentale (e soprattutto ABA) è quello più utilizzato: a livello sanitario, nei cosiddetti centri diurni, nelle scuole pubbliche e private. Si usa (con l’autismo) perché è semplicemente l’unico efficace. Non “uno degli approcci efficaci”, ma l’unico.

Il fatto che in Italia ci sia la stessa enorme “cappa psicodinamica” che grava anche in Francia, contribuisce però a rendere molto difficile un intervento ABA efficace, primo perché grava tutto sulle spalle delle famiglie e le risorse sono – giocoforza – limitate, secondo perché il sistema formativo scolastico e il sistema formativo universitario non hanno ancora attivato i giusti corsi di formazione per creare dei tecnici ABA (è tutto in mano a privati: l’ericksoniano Istituto Walden, lo “IULMIANO” Iescum,la romano-southamptoniana Francesca degli Espinosa, la bresciana Lucia D’Amato). Di conseguenza, a parte pochissime figure (che al massimo si contano sulle dita di sole due mani), non esistono consulenti ABA italiani in grado di seguire completamente da soli e senza far riferimento a un “consulente del consulente” ovvero un “supervisore del supervisore”, un trattamento ABA.

Inoltre, i “centri ABA” in Italia si contano sulle dita di mezza mano. In pratica possiamo definire tali solo e unicamente i centri ScuolABA di Lucia D’Amato.

Per concludere il discorso, vengo al commento infelice di Maria Grazia, e al suo “vado alla corte di giustizia se mi impongono una cosa del genere”.

A cosa può essere dovuta una affermazione simile, se è scientificamente provato che l’approccio neo-comportamentale è quello più efficace, se queste prove di efficacia sono verificate e confermate da numerosi studi?

Dal fatto che siamo in Italia!!! E dal fatto che gli insegnanti sono formati (quando sono formati) secondo l’approccio psicodinamico o cognitivista. Dal fatto – ad esempio – che nei corsi per la specializzazione per il sostegno si sia fatto un gran parlare della metacognizione e nessuno abbia speso mezza parola sull’importanza del rinforzo, dal fatto che per anni (ora con la crisi vanno fortunatamente scomparendo) nelle scuole hanno imperàto consulenti pedagogiche (soprattutto donne: nella scuola le quote “azzurre” non vengono mai rispettate) dannosissime e psicodinamiche, spesso di formazione psicanalitico-junghiana.

Fatte tutte queste premesse (molto confuse e raffazzonate), ritorno a missile al titolo di questo post: insegnanti, a scuola si fatica!!!

L’approccio cognitivista ha – per gli insegnanti – il pregio di avvenire “all’interno della mente del fanciullo”. Il fanciullo deve “imparare il funzionamento del suo imparare“, deve arrivare a capire il funzionamento del suo encèfalo.

Cosa c’è di più comodo per un insegnante? Basta dare un minimo imput per mettere in modo “la magia della presa di coscienza metacognitiva”, senza nessuno sforzo fisico.

Per non parlare dell’approccio psicodinamico: è il più comodo di tutti. Consiste in chiacchiere su chiacchiere e seghe mentali su seghe mentali, per scoprire la “dinamica” che ha fatto diventare l’alunno com’è oggi (e le “dinamiche” attuali e le “dinamiche” che lo portano verso il futuro).
Tutti meccanismi che avvengono all’interno del cervello… e quindi non comportano nessuna fatica fisica.

Veniamo ora all’ABA (o all’RDI, che è comunque un metodo comportamentale, o persino all’approccio TEACCH, che è molto screditato in Italia solo perché viene fatto con i piedi). Prima di tutto: bisogna prendere dei dati e – da quei dati – trarre delle conclusioni. Per seconda cosa, bisogna stare sempre tesi e attenti a dire e fare la cosa giusta (perché la minima disattenzione può portare una persona inesperta a rinforzare un comportamento sbagliato, per esempio), bisogna capire quale rinforzo funziona meglio, consegnare il rinforzo, togliere gradatamente il rinforzo materiale per passare al rinforzo sociale… e poi bisogna dare il massimo del prompt (aiuto) all’inizio del lavoro per consentire “l’apprendimento senza errori“, togliere gradatamente il prompt (aiuto)…

INSOMMA: UNA GRAN FATICA!!!!!

Ed ecco svelato il motivo per cui molti insegnanti italiani non accettano di buon grado l’intervento neo-comportamentale (sull’efficacia del quale – ripeto – ci sono centinaia se non migliaia di studii): TROPPO FATICOSO!

Ed ecco spiegato il commento di Maria Grazia.

E allora bisogna farlo capire, agli insegnanti, che a scuola si fatica.

No?

(G.P.)

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Pubblicato il 14 dicembre 2011, in ABA (Applied Behavior Analisys), SCUOLA con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 12 commenti.

  1. Ciao Fabiola, puoi dare indicazioni precise su come reperire lo studio recentissimo che citi? E’ pubblicato? E’ in internet?

  2. Tice replica l’applicazione di ABA ai sistemi scolastici dal 2009 con dati già pubblicati ( Casarini et al 2011) e l’università di Parma attiva ( il bando scade il 20 a mezzogiorno) il primo master ABA universitario. I ricercatori, con la testa bassa ed esclusivi intenti divulgativi (no pubblicità, no marketing, prezzi etici) esistono, sono completamente indipendenti nell’individualizzare percorsi educativi e nel valutare, dati alla mano, quali nomi americani presentati come luminari in Italia sono tali. Insomma, ci siamo e andiamo avanti.

  3. mi sono dimenticata di spezzare una lancia in favore degli ins. di sostegno, molti dei quali già faticano. nessuno li ha formati davvero in modo specifico sulle varie patologie. Sono infarinati, come infarinati sono tanti professionisti del settore. gli insegnanti di sostegno sono spesso e volentieri emarginati e identificati con i loro alunni in una scuola che in molti casi finge di accettare, simula l’integrazione.

  4. Lavoro con l’handicap in ASL. Stiamo cercando, nel nostro servizio, di formarci autonomamente( nel senso che se dovessimo aspettare un supporto economico aziendale passerebbero decenni) per dare una risposta terapeutica sensata alle problematiche comportamentali dell’autismo e di altre disabilità. Ritengo pertanto che l’approccio comportamentale sia l’unico a cui ricorrere per alcune patologie. Tuttavia trovo assolutamente condivisibili le osservazioni di Maria Grazia sul possibile riproporsi di classi differenziali all’interno della scuola, perché sappiamo bene come l’andazzo sia quello di affidare il bambino disabile esclusivamente all’ins, di sostegno. Allora mi chiedo: che cosa intendiamo per inclusione in ambito scolastico scolastico di un bambino con autismo severo? Ha senso forzare un processo che non ha ancora i presupposti per avviarsi neanche in forme minimali? Ha senso obligare un bambino con caratteristiche tanto speciali ad adeguarsi a tempi e ritmi imposti da un’istituzione per normodotati?

  5. Gentile signora Maria Grazia, e chi la nomina? Il riferimento al suo nome l’ha fatto lei. Il commento l’ha fatto lei… Si è presentata. Dei suoi figli non so nulla.

  6. Non perdiamo di vista che la scuola deve collaborare con la famiglia e con il personale sanitario che segue il bambino con handicap, qualsiasi sia l’approccio usato. La famiglia ha il diritto di scegliere il percorso più idoneo e la scuola ha il dovere di sostenere e collaborare con la famiglia. Tutto ciò è ben specificato nell’art. 12 della L. 104/92. Nessuno deve imporre niente a nessuno. Si collabora lavorando tutti insieme, ma lavorando! Non perdendo tempo come spesso succede!!!! Mamma e insegnante.

  7. Gentile sig. Papa, la pregherei di cancellare ogni riferimento al mio nome e ai miei figli (su cui la diffido formalmente di scrivere anche un solo rigo, qui o altrove) onde evitare di doverci scontrare ulteriormente. Io in cambio le do la mia parola d’onore che mai più mi avvicinerò al suo blog. Mi auguro che riesca a riconciliarsi con il mondo. Per il bene suo e della sua famiglia.

  8. Cara Maria Grazia, lo hanno già scritto in tanti, ma lo ribadisco (non mi tacciare di scarsa originalità): se un alunno non capisce cosa succede, non guarda i compagni, non ha piacere della loro compagnia, non fa nulla di costruttivo, non comprende cosa gli viene detto, non comprende dove si trova, non comprende da dove viene, non comprende dove sta andando, tenerlo a tutti i costi in classe è qualcosa che ha a che fare con l’arredamento dell’aula: non con l’integrazione.

    Riguardo al Feuerstein, è un “metodo” molto sperimentale che non ha nessuno studio a suo favore, solo una grossa pubblicità (viene molto sponsorizzato nella mia provincia – come formazione, perché poi nella realtà nessuno lo applica).
    Secondo me, ha lo stesso valore scientifico della settimana enigmistica.

  9. mi spiace …. anche mio figlio segue un metodo di potenziamento cognitivo-comportamentale, Metodo Feuerstein … sto cercando di avvicinare la scuola a questa modalità di grande mediazione, reciprocità etc etc … mai obbligherei la scuola ad utilizzare il metodo. Tieni conto che è stato anche utilizzato (con successo) su bambini con autismo …… la scuola deve educare i nostri figli, attivarsi per l’integrazione, il riconoscimento delle regole, la socializzazione, non è un centro di terapie! Nella mia scuola ci sono alcuni bambini autistici, la famiglia ha deciso “liberamente” di non lasciarli il pomeriggio …. e alcuni di loro seguono l’ABA ma fuori scuola (per lo piu’ a casa).

  10. Io sono una di quelle mamme degli altri che hanno capito che vuol dire ABA e tante altre cose grazie alla consultazione di questo sito…. sto cercando di chiarirmi le idee e qui ci riesco…le cose sono in continua evoluzione come i nostri figli che crescono, le cose cambiano e non sempre in meglio ma il vostro scambio di idee a me aiuta molto….non siete dei talebani ma solo dei genitori che lottano ogni giorno ed io utilizzo questo materiale e lo porto con me in sala d’aspetto dei centri di riabilitazione per condivederlo anche con gli altri genitori e che saprà cosa dire a scuola di suo figlio alla prossima riunione grazie alle vostre esperienze….quindi grazie a tutti voi

  11. Dato che vengo citata più volte, in riferimento al mio veemente (più che infelice) commento precedente (che invito a rileggere con attenzione contestualmente al post a cui è in calce), aggiungo un paio di note.

    In merito all’ABA: io non sono pregiudizialmente contraria a niente. Trovo poco etico il lucroso volume d’affari che tutti questi signori stanno facendo sulla pelle e sulla fatica fisica ed emotiva delle NOSTRE famiglie. Ma questa è una mia opinione. Ogni genitore fa le proprie scelte, pensando al meglio per il proprio figlio. Ignorare le evidenze circa la necessità di un approccio comportamentale, in un progetto più ampio che non si esaurisce però in esso, sarebbe da ignoranti. Se era di questo che mi volevi tacciare (o forse che non ho voglia di aggiornarmi o di lavorare?), non mi tange.

    In merito al ricorso alla corte di giustizia: se non fosse abbastanza chiaro, ciò che io ho attaccato è la tua negazione radicale di qualsiasi apporto specifico e propositivo della scuola all’educazione dei NOSTRI figli. La mia opinione di madre E di insegnante è che a scuola il progetto e l’intervento vada delineato e strutturato insieme, a partire da una metodologia che deve essere condivisa. Già ipotizzare 20 ore in sessione di apprendimento, significa tenere praticamente sempre fuori dalla classe il/la bambino/a. E’ questo il PUNTO A CUI MI RIBELLO. Io non sono d’accordo e non certo perché lo dobbiamo tenere in classe a “socializzare” per fare un po’ di scena. E’ nel PEI che vanno individuati momenti e modalità in cui il bambino deve lavorare individualmente.

    Nella scuola non vanno tante cose. Negare l’esistenza di docenti coscienziose e preparate (vado direttamente al femminile e facciamo prima) è improprio. Il problema è creare un’alleanza che troppo spesso non esiste e quella non nasce strutturando piramidi in cui quello sotto obbedisce a quello che sta sopra senza discutere né pensare.

    Il discorso che hai fatto tu per l’ABA, dalle mie parti lo fa qualcun altro per il cognitivo-comportamentale. A me genitore non può essere imposta questo tipo di organizzazione che, stai bene attento, può facilmente diventare l’anticamera di una classe speciale. Se esiste un accordo in merito tra famiglia e scuola, lo si esplicita nel PEI e si procede. E’ chiaro, ribadisco, che non è certo con un atteggiamento supponente (dell’ignoranza altrui) che puoi creare un clima collaborativo.

    Per tutto il resto scritto in questo post, che se ho capito bene mi attacca come insegnante e non come madre, cosa vuoi che ti risponda? Che non abbiamo mai lavorato insieme?

  12. eva maggiorelli

    come al solito non ci intendiamo: in non voglio fare rdi, anzi noi facciamo aba, il mio era un esempio su come non si possa imporre il metodo di Stato.

    nessuno contesta che per i nostri figli ci voglia un intervento cognitivo comportamentale e nessuno ha tirato fuori approcci psicodinamici

    tu però fai riferimento solo ad aba, anzi da quello che hai scritto ad un tipo di intervento ben preciso, che si fa con i bambini piccoli o comunque prima che abbiano acquisito certe abilità poi prompt e rinforzi si sfumano. Per non parlare dell’insegnamento senza errori: mio figlio si autocorregge quando fa i compiti ormai da qualche anno, si accorge di aver dimenticato l’h o il riporto..
    quindi l’insegnamento senza errori non lo usiamo più, come non usiamo più il rinforzo immediato
    la stanzetta va bene all’inizio quando il bambino ha bisogno di non disperdere l’attenzione, dopo deve pur imparare a scrivere due righe o a fare un dettato in mezzo agli altri…
    n. ha due sorelle molto casiniste e per noi è impossibile fare il lavoro “asettico” che dici tu anche a casa, ma questo al punto in cui siamo è in certo senso un bene…

    per non parlare dei centri che hai citato: solo loro? ma in Italia c’è un bambino autistico ogni 150, chi li “cura” gli altri?
    per fortuna conosco anche altre realtà, conosco anche genitori che sono riusciti a fare un ottimo lavoro anche con interventi molto artigianali appoggiandosi a una logopedista o a centri in cui si segue comunque un approccio cognitivo comportamentale
    l’unica cosa in comune è che la famiglia si è fatta un mazzo così e che si usavano tecniche “cognitivo comportamentali”

    comunque io mi ricordo cosa dicevi dell’aba qualche anno fa su ippocrates, ora sei diventato del genere aba o morte peggio delle sorelle pugliesi.
    Secondo questo atteggiamento ideologico è assolutamente deleterio, ci fa sembrare una banda di talebani della peggior specie, invece
    che genitori che chiedono per i loro figli il diritto sacrosanto ad essere “riabilitati”

    scommettiamo che tra 10 anni quando tuo figlio ne avrà 14 o 15 avrai smussato un po’ gli angoli?
    penso che riscriverò verso il 2021
    intanto speriamo anche che allora le cose siano cambiate in meglio per tutti
    ciao

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