“ABA, SEI LIMITATA”… CHE PESO DARE ALLA LEZIONE DI TIZIANO GABRIELLI?

ANCHE QUESTO SI CHIAMA TIZIANO

Tiziano Gabrielli ha pubblicato un libro per Vannini in cui, pur da una prospettiva completamente comportamentista, critica (mica poco) l’intervento ABA com’è oggi proposto.

Per Gabrielli e Patrizia Cova (sua moglie e co-abilitatrice) l’ostacolo per l’abilitazione dall’autismo non sono i “comportamenti problema” ma i comportamenti stereotipati, non è la “difficoltà ad imparare” ma la stereotipia. E’ la stereotipia che – per Gabrielli-Cova – va combattuta ferocemente.

In allegato, un documento nel quale Gabrielli presenta il suo libro OUT AUT ed espone chiaramente la sua teoria-pratica.

Sintesi di OUT-AUT – Gabrielli, Cova

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Pubblicato il 16 dicembre 2011, in ABA (Applied Behavior Analisys), LIBRI con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 82 commenti.

  1. Il fatto che uno riconosca il figlio nel racconto di un altro genitore è abbastanza normale.
    Ciò non basta a giustificare che il metodo proposto di per se funzioni e funzioni meglio di metodi collaudati e che hanno dalla loro un’efficacia provata.
    Il tutto basato solo sulla lotta ad un sintomo.
    Leggetelo pure, provate pure ,ma non abbandonate piste già collaudate.

  2. Il libro di Gabrielli vale la pena di essere comprato ma è pesante e faticoso da leggere, non capisco perché sia stata scelta una struttura che sembra fatta apposta per mettere in difficoltà il lettore. Gli esempi e le indicazioni pratiche sono troppo poche e relegate spesso nelle note (che occupano quasi la metà del libro). A me non sembra un manuale di pratica abilitativa comunque ho trovato i concetti molto interessanti anche se ripetitivi. Il fatto che la madre rinunci al lavoro per abilitare il figlio non mi convince; anche quando ciò è possibile economicamente, non si considera il fatto che il genitore può trarre giovamento dal poter continuare a condurre una normale vita sociale e che chiudersi completamente intorno all’autismo potrebbe rivelarsi controproducente per il figlio. La salute dei genitori è importante quanto quella del bimbo autistico; se crollano loro, non c’è metodo che tenga

  3. Mi trovo perfettamente d’accordo con Davide, anche io ho letto il libro che, essendo molto complesso, richiede una seconda lettura (almeno per quanto mi riguarda). Mi sono ritrovato e ho ritrovato mio figlio in tantissimi punti citati nel libro (ad esempio le stereotipie in bicicletta, che prima sottovalutavo) ma avrei preferito anche io che ci fossero più esempi di come combattere questa guerra serrata al patologico, per cui speriamo veramente nel secondo volume. Relativamente alla famiglia, essa è investita di un carico di lavoro enorme che non può delegare ad altri; giustissimo, ma anche qui poco si dice su come questo sia realizzabile considerando che i genitori normalmente devono entrambi lavorare, che ci sono spesso altri figli (che necessitano di tempo, spazi e attenzioni così come i fratelli più sfortunati), che quasi sempre la famiglia nucleare è sola senza la possibilità di diluire il carico con altri parenti. Io credo che un aiuto esterno ed esperto sia sempre indispensabile e che, anche psicologicamente, i genitori da soli non possano farcela. Questa almeno è la mia esperienza personale.

  4. Ho letto il libro di Gabrielli Cova e devo ammettere che come pochi altri libri mi ha molto colpito fin dalle primissime pagine. Sull’autismo ho letto poco più di una decina di libri (italiani od inglesi) e la mia esperienza è quella di un genitore neofita con un bimbo certificato da quasi 2 anni (lui ne sta per compiere 5). Quindi non posso certo permettermi giudizi tecnici come alcuni di quelli che ho letto tra i post. Mi sono ritrovato in moltissime affermazioni del libro. Tra i tanti che “la disabilità intellettivo-comportamentale è dentro ognuno di noi”. Dopo aver conosciuto l’autismo quante volte, vedendo i comportamenti delle persone (anche nell’ambito dell’autismo stesso) mi sono detto quanto siamo limitati dai nostro paraocchi di “non certificati”. E quanto lo sono tanti genitori di bimbi a sviluppo tipico. Gabrielli non fa sconti a nessuno, alle associazioni, alla scuola ed alle istituzioni che dovrebbero aiutare a migliorare il futuro di questi bambini, ragazzi ed adulti. Ma non fa sconti soprattutto a noi genitori che abbiamo la responsabilità di educare i nostri figli con un livello di difficoltà altissimo. Dobbiamo farci carico di enormi responsabilità, per quanto possibile in base alla capacità di ognuno di noi. Il leit motiv è che l’obiettivo è quello di fare prevalere l’adattivo al patologico cercando di interrompere per quanto possibile la manifestazione prima del patologico che sono le sterotipie. Il limite che ho trovato in questo primo volume è che si trovano solo sporadici esempi della messa in pratica delle modalità di abilitatazione suggerite. Per questo sono molto curioso quando uscirà il secondo volume dove spero gli aspetti pratici vengano messi maggiormente in evidenza. Come scrivevo mi sono piaciute tantissime cose in questo libro, tra le tante di essere molto pragmatico sulle tecniche validate (ABA, Denver, Teachh…) che possono tutte essere usate in base all’esigenza pur avendo chiaro l’obiettivo generale della “abilitazione”. Da genitore uno degli aspetti più deleteri che ho trovato nel mondo dell’autismo sono le guerre di religione tra le diverse metodologie che si svilppano tra associazioni, genitori ed istituzioni. Il libro, va detto, non è affatto semplice, e richiede sicuramente molta pazienza per essere letto con attenzione. Probabilmente chi non ha mai fatto qualche corso o parent training di analisi comportamentale potrebbe trovare alcuni concetti oscuri. Personalmente, ripeto senza voler entrare nel merito del tecnicismo di cui non ho la capacità tecnica di poter commentare, leggendolo mi sono immedesimato in moltissimi punti in quanto l’autore scrive e sicuramente sarà tra i pochi che rileggerò una seconda volta.

  5. Io so per certo di un bimbo diagnosticato a due anni e mezzo la cui famiglia si è poi arrangiata completamente da sola nella riabilitazione e dopo tre anni si è ripresentata nello stesso centro dove il bimbo era stato diagnosticato. Risultato: bimbo giudicato sano, via la pensione e via il sostegno. Il bimbo a tre anni aveva iniziato a parlare e man mano che emergeva il linguaggio, le stereotipie (camminare sulle punte, sfarfallare, schiena inarcata) erano sparite .Gli operatori del centro (pubblico e autorevole), increduli, non hanno voluto ammettere l’errore diagnostico ma non hanno neanche ammesso che dall’autismo si possa guarire.

  6. Tiziano Gabrielli
    Rispondo a Johnny (commento del 6 gennaio) , non so se da qui e’ corretto, ma spero riceva.
    Chiede se ho incontrato remissioni, o guarigioni. Mai.
    Non ho nemmeno mai visto bimbi, anche se inizialmente molto meglio attrezzati del mio, risolvere bene, in compenso, una volta divenuti grandicelli, il limite. Restavano competenti, quel qualcosina in più del mio, anche da grandi, ma il loro autismo era peggiorato. Da qui ho compreso che l’abilitazione non poteva trascurare il contrasto all’autismo.
    Mi ha aiutato vedere diverse situazioni, anche all’inizio. Alcuni mi sembravano ben istruiti e competenti ma con gravi comportamenti in una miriade di situazioni diverse. Pensavo. Questo e’ quello che non devo accettare mi accada, cominciavo a capire quello che volevo ottenere: altro. Questo limite, il perseverare del probema autismo, annienta ogni genitore, distogliendolo dall’abilitare, infine, costringendolo allo scetticismo e allo sfinimento. Tutto il mondo pratica insegnamenti vari, nessuno che si accorga che bisogna occuparsi di qualcosa in più. Contrastare e risolvere quel caratteristico funzionare comune.
    Ho visto praticare, con fede assoluta e persino identico amore e disciplina, varie metodiche, una più in auge dell’altra in dipendenza della nazione in cui mi trovavo, o del tempo in cui capitavo. Prima si sponsorizzava il Delacato, poi la TED, poi il Teacch, poi il Lovaas, poi l’AbA, il Sun Rise, la DIR e chissa’ che altro vedro’ nei prossimi dieci anni. Tutto al momento era definitivo.
    Ho conosciuto personalmente anche molti personaggi con autismo della (in senso rispettoso) “organizzazione autismo”. Genitori che li presentano e viaggiano il mondo, con loro, mostrando con giusto orgoglio le caoacita’ del figlio. Sono tutti esempi di spontaneo (parziale ) compenso. Peccato che da un bagaglio cosi’ non siano scaturite soluzioni definitive, che certamente si sarebbero, secondo me, potute ottenere. Ogni volta che ho chiesto lumi su quanto effettuato, trovavo silenzio assoluto (anche da parte di esperti che fanno gli abilitatori di professione -Goran, ad esempio, che e’ stato a fianco di Lisa per anni- semplicemente aspettando…e perdendo occasioni ) oppure ottenendo la conferma che il loro intervento era pieno di casualita’ e prevalentemente incentrato sul concedere che l’abilita’ di punta si auto sviluppasse (iperabilita’).
    Ho parlato a lungo con Lisa Perini, Paul Trein, Temple Grandin, e molti altri artisti famosi che vengono presentati nei congressi di grido o nel circuito che li accoglie e valorizza. Ho seguito anche le vicissitudini di molti altri, ad alto funzionamento e di alcuni (una decina) di Asperger.
    Proprio incontrandoli e conoscendoli ho intuito il “leit motive” che li rende tutti cosi’ simili. Un meccanismo ( il disfunzionare stereotipico) che non e’ solo la banale stereotipia (ad es. il flapping che lei rileva) ma e’ in primis uno stesso, universale meccanismo mentale che li costringe ( indipendentemente dal livello intellettivo) ad un utilizzo disfunzionale e ripetitivo del loro patrimonio, e altre ancora caratteristiche che si identificano nel “controllo patologico ambientale”… Una sorta di esigenza di esistere, di dimostrare la propria personalita’ ( indipendentemente dal livello intellettivo raggiunto) che spontaneamente, purtroppo si esprime prevalentemente in senso patologico. Mano a mano che si sale la scala intellettiva risulta sempre piu’ difficile cogliere il disfunzionamento in atto ( molti rifiutano tale verifica sulla base del valore di quanto espresso) dimenticando che il contrasto all’autismo avrebbe liberato queste persone da un giogo molto piu’ grande di quanto conquistato e usato per onorarli. Una grande abilita’, una grande memoria, ecc. ecc. non cancellano l’autismo se nessuno scrive, sperimenta, verifica questa abilitazione. Le emozioni, la teoria della mente poi vengono, emergono rudimenti del senso dell’ altro e di sè ogni giorno lavorando con loro ma cio’ che li ferma e’ sempre la stessa universale difficoltà a uscire dal rondo’ intellettivo a cui immanentemente si arrendono.

  7. Io vorrei chiedere al sig. Gabrielli se pensa che si possa uscire dallo spettro autistico (ovviamente partendo da un livello non grave di compromissione) e se gli è capitato, nel corso di tanti anni, di conoscere o sapere con certezza di bimbi con remissione della diagnosi. Proprio l’anno scorso ci fu un caso, riportato dalla stampa e avvallato da Paolo Moderato.

    Vorrei anche sapere, sulla base del suo intervento abilitativo di “aggressione” alle stereotipie, come si trattano quei casi in cui le stereotipie sembrano irrilevanti. Mi spiego: ho conosciuto un bimbo della nostra associazione che si confonde benissimo tra gli altri, ha un disturbo del linguaggio a livello fono-articolatorio ma si comprende bene, è molto espressivo con una buona motricità fine e grossolana, non è iperattivo. La sua unica (apparentemente) stereotipia è lo sfarfallamento, ma mi sembra che lo faccia solo quando è eccitato o arrabbiato. Il suo autismo sta nel fatto di essere poco interessato alla comunicazione; se entra in una stanza con delle persone, si interessa solo agli oggetti, che però usa in modo normalissimo, funzionale. Non pone domande ma risponde se sollecitato.
    Non so dire se percepisca le emozioni degli altri.

  8. Ciao Alberto, purtroppo è facile generalizzare perchè si conosce solo la propria esperienza, ma proprio per questo discorsi come questo sono utilissimi.
    In effetti io ho lavorato soprattutto sull’antecedente, solo in un caso sulla conseguenza.

  9. Paperinik, cosa vuol dire “forme molto diverse tra loro”?
    che esistono tanti “autismi” quanti sono i soggetti affetti, e che ogni autistico e’ diverso?
    Puo’ essere, ma questa ottica ci mette parecchio nei guai se vogliamo in qualche modo
    insegnare ad un genitore come “abilitare” il proprio figlio piccolo….diverso da tutti!

    Se si pensa che ci siano 2,4, 5…..10 forme diverse, o sottotipi, bisogna
    descriverli e spiegare i criteri di classificazione.
    Grandin ci ha provato, ed i risultati non sono molto convincenti, dice anche
    che le due forme sfumano l’una nell’altra e formano un continuum…..
    Allora: autismo o autismi?

  10. Mi spiace, ma state continuando a generalizzare le vostre esperienze ed prendere per oro colato quelle altrui.
    Nemmeno quelle della Grandin, sono oro colato. Si ,ha scritto cose molto interessanti,ma spesso anche lei ha generalizzato la sua condizione al resto degli autismi.
    Le due categorie descritte dalla Grandin sono molto banali ed anche imprecise.
    Gli autismi sono un mix fra la parte genetica ( o predisposizione genetica all’autismo) ed il danno ambientale. Quello che ne viene fuori sono forme molto diverse fra loro.
    Mia figlia con autismo regressivo, non ha mai avuto convulsioni,ne stereotipie motorie particolari.

    @ Mammam , il comportamentismo , fa un’analisi funzionale,ma spesso lavora sulla conseguenza per modificare il comportamento. Si agisce sull’antecedente, quando non ci interessa lavorare sulla modifica del comportamento,ma si cerca semplicemente il benessere del bambino ,in alcune situazioni. Inoltre ci sono casi, dove non trovo giusto modificare il comportamento attraverso la conseguenza (manipolare i rinforzatori), ad esempio nel caso che il comportamento sia dovuto ad una paura si deve decidere se è necessario lavorarci o meno.
    Se il bambino ha paura delle porte, dobbiamo desensibilizzare e lavorarci con il rinforzo positivo, visto che nella vita è necessario usarle tutti i giorni. Se ha paura del buio la notte si compra una lampada notturna , se ha paura degli animali feroci, basta non portarlo allo zoo o quando si porta non passare da quegli animali.

    Io comunque non ho una ricetta universale e non ho mai detto di averla.
    Posso solo portare la mia esperienza ,che resta 1 esperienza.
    Certo posso dire, che è necessario mettere a posto l’organismo e poi fra le varie tecniche ,almeno nei casi di LFA ,trovo utile seguire metodi quali l’aba , cercando il consulente giusto ed informadosi e formandoci a nostra volta come genitori. Come ho scritto nella nota pubblicata pure qui , dove parlo di come scegliere un consulente.
    Io conosco i miei limiti. :)

  11. Gianni, ne capisce è un pò poco… lei lo vive (in particolare, il sottotipo Kanner/Asperger). Ha anche una gran capacità di spiegare la condizione.

  12. gianni, di Canevaro che ti sembra??

  13. detto questo: bisogna vedere se dobbiamo prendere per oro colato quello che scrive la Grandin. A me sembra che non ne capisca molto di autismo.

  14. Carla Marta, molto interessante, mi ha chiarito le idee su molte domande che mi sono posta. Mio figlio è nel sottotipo Kanner, ed in effetti io non noto che le stereotipie siano invalidanti. Lui le mette in atto la sera per rilassarsi (ad es. manipola oggetti, si dondola mentre sfoglia i suoi libri) ma non gli impediscono ad es. di ascoltare quello che gli viene detto. Nel sottotipo regressivo invece ci può essere difficoltà a stoppare i movimenti delle mani, quindi stiamo parlando di due cose diverse. Le stereotipie di mio figlio sono assolutamente volontarie. Detto questo, e premettendo che non sono una psicologa, da quel poco che so del comportamentismo ho imparato che il motivo per cui un certo comportamento è messo in atto non è importante, ma piuttosto si cerca la situazione (antecedente) che lo precede per anticiparlo e correggerlo.

  15. http://www.aspecialchild.com/autismsub-types.htm

    P,S. questo l’articolo di temple grandin casomai interessasse a qualcuno

  16. non sono un’esperta ,ne’ come genitore ho risultati super brillanti
    da mostrare , pero’ sono indipendente (non ho da pubblicizzare websites, libri, associazioni e quant’altro) ed ho un’anzianita’ di servizio (come persona che si interessa
    a quanto si dice dell’autismo) di circa 22 anni (mia figlia fu diagnosticata a 3 anni e ora
    ne ha quasi 25)
    Non so davvero quale sia il “nocciolo dell’autismo”…anni fa mi pare Canevaro sosteneva
    che non esiste l’autismo, ma esistono gli autismi…. io sperai di trovare una descrizione
    accurata di tutti gli autismi, individuare il sottogruppo a cui apparteneva mia figlia
    e trovare cosi’ le istruzioni per “rimediare” il suo tipo di autismo….ed invece non trovai un bel niente. A furia di scavare, trovai un articolo di Temple Grandin in cui afferma
    che gli autismi sostanzialmente sono due, 1) il tipo Kanner-Asperger ” 2)il tipo
    epilettico-regressivo; non ho trovato niente di meglio, e non e’ che le differenze
    tra i due tipi siano enormi.
    Per questo penso abbia senso focalizzare l’attenzione su cio’ che hanno in comune tutti gli
    autismi , ed individuare il “target” delle terapie volte a rimediare l’autismo.
    Qui si propone che siano le stereotipie.
    Che cosa altro proporrebbero i commentatori del blog, Paperinik in testa?

  17. Stiamo iniziando ad essere tediosi. Credo di aver capito qual è la sua visione dell’autismo e sinceramente non la condivido. Apprezzo il lavoro che lei e sua moglie ,avete fatto con il figlio e mi fa piacere che abbia raggiunto dei buoni risultati.
    Però le ricordo che visto che è lei ,che sta formulando nuove tesi sull’autismo, è a lei che tocca l’onere delle prove.
    Tralasciando il discosrso sui comportamenti stereotipati (deve comunque almeno ammettere che vi sono in questi anche i comportamenti appresi), lei doveva dimostrare che il nocciolo dell’autismo è la stereotipia e che i comportamenti autistici non hanno alcuna funzione. Non mi sembra lo abbia fatto, ma preferisco andare oltre.

    Lei mi scrive pure :
    //A me questa distinzione serve per concentrarmi sul’abilitare e non sull’autismo.
    Mi facilita il Lavoro e mi da’ risultati. Lei veda e descriva oggettivamente i suoi.
    Saro’ disponibile a criticarli.//

    Come detto sopra io non devo dimostrare niente, non ho formulato nuove tesi.
    Non mi interessa fare una gara in cui verrebbero usati i nostri figli ,per capire chi fra noi ha ragione. Non è etico usare i figli per questo e non dimostrerebbe niente. Sarebbero solo 2 casi isolati. Preferisco quindi parlare di approcci riabilitativi ed avendo scelto l’aba ,moderna ed elastica, può tranquillamente criticare quella.
    Le posso solo dire che io sono più che favorevole al coinvolgimento dei genitori nella terapia e credo che quest’ultimi debbano avere un ruolo attivo ed anche decisionale (crescente con l’esperienza e la formazione). In questo quindi le do ragione, ma continuo a pensare che lei generalizzi troppo.

  18. Vedo che leggere con attenzione non e’ così consueto.
    A me serve ( per affrontare l’autismo) avere delle chiarezze. Non mi serve unicamente una pratica da somministrare (forse dopo) ma soprattutto mi serve capire perché devo lavorare in un certo modo, usando la pratica di prima ma anche molte altre, e se so perché, in che modo, posso erodono inventare o adattarne altre ancora.
    Distinguere il comportamento in medicina e’ d’uso. Si distingue prima di ogni altra cosa se e’ patologico o meno. Se e’ patologico (anche in psichiatria) lo si descrive ( ci si limita a questo). Se si va oltre si entra nella di mansione che lei chiaa psicodinamica ( che se si occupa delle ragioni profonde -inconscio- diventa psicanalisi). Se uno uccide la mamma (atto patologico) non trovera’ nelle relazioni mediche il perché, ma piuttosto cosa dice o racconta il pz ( contenuto che non avrà senso e peso diverso da come racconta il suo mal di testa o le esperienze scolastiche avute).
    Io amo distinguere tra i comportamenti espressi da un autstico, l’adattivo, perché di esso mi occupo, in quanto lo voglio più normale possibile… E il patologico (stereotipie, comportamenti problema, atti di sfida, provocazione, ecc.). Io posso descriverlo il comportamento patologico, ma solo per distinguere le caratteristiche, e decido di comportarmi come un vero medico. Non mi interesso alle due o tre possibili ( pertanto comunque opinabili) ragioni “adattive” che potrebbero sostenere, sempre in senso adattivo, quel comportamento. Non mi interesso del perché eventuale il pz emette una determinata S. oppure del perché copia da anni il muso del cane che ha visto ai giardini dieci anni prima. Non mi interesso, nello stesso modo, in cui non mi imteresso delle visioni che aveva il giovanotto prima di uccidere dodici coetanei nella sua scuola.
    Dunque vi e’ ragione di trattare il patologico come qualcosa di profondamente diverso dall’adattivo. Io non faccio analisi del comportamento, non lo spiego infatti. Lo osservo per sapere quando intervenire. Lei lo studi pure se crede. Lo interpreti. Faccia quello che crede del patologico, ma sia corretto nelle sue analisi, almeno quando riguardano quello che scrivo e dico.

    A me questa distinzione serve per concentrarmi sul’abilitare e non sull’autismo.
    Mi facilita il Lavoro e mi da’ risultati. Lei veda e descriva oggettivamente i suoi.
    Saro’ disponibile a criticarli.

  19. Stavo aspettando la fine per commentare, ma prima che finisca l’anno vorrei far notare 2 passaggi di ciò che ha scritto Gabrielli.

    //Un CP deve scemare dando la sensazione che non c’è motivo di mantenersi in esso. le S aumentano, quando ritornano quelle consuete si interviene interrompendole e proponendosi in modo abilitativo.//

    In realtà anche questo è un modo di intervenire agendo sul rinforzo negativo (ignorare) e non rinforzare il comportamento che come scrive Gabrielli //scemare perché non rinforzata// quindi si agisce sulla conseguenza in modo comportamentista.

    Poi Gabrielli scrive pure che:
    //Se voi avete uno tsunami che si risolve con un adesione pronta, solutoria, perdurante, ad una proposta adattiva qualsiasi, non siete davanti ad un CP ma a un ragazzo normotipico con gravi problemi psicologici e comportamentali. L’analisi funzionale per lui va benissimo.//

    Credo che se Gabrielli avesse ragione ci sarebbe da riscrivere i manuali diagnostici.
    Da notare che scritto così sembra che i CP siano presenti solo negli autistici.

    Insomma Gabrielli sta davvero affermando che l’analisi funzionale va bene solo per un normotipico problematico (che per lui non è autistico), ma non per un autistico,magari nemmeno ad alto funzionamento,perché non c’è scopo/funzione/consapevolezza nei loro ?

    Sono davvero perplesso.

  20. Io parlo terra terra(ho creato la famosa scheda comportamentale per infermieri, ma ritengo,per me, che non sono scienza infusa, che bisogna approcciare la problematica ragionando semplicemente)parlavo stasera con un amico dicendo che in mio figlio la cosa peggiore sono le stereotipie, e che credo che quelle siano una bella fetta del problema. pensandoci: come fa una persona che ha bisogno di dondolare la testa tutto il tempo a prestare attenzione a un compito? e una che parla tutto il tempo mettendo sillabe a caso, come fa ad”ascoltare”ciò che gli dici? la stereotipia paradossalmente può essere usata come rinforzo nell’ABA….

  21. Il 100% di risultato deve riguardare anche l’intervento, e non solo la proposta.
    Tornando a Niccolò ed Elia, supponiamo che io pretenda il risultato del100% del mio interagire con lui. Non perché sono cattivo ma perché so che se lui impara ad alzarsi prima che i compitini diano finiti, potra’ usare questa modalita’ a piacere. Sta a me trovare la soluzione per evitare che lui sappia di poter agire in tal senso. Moralmente sono a posto. So che lo sto abilitando e so che quanto gli chiedo ha brevissima durata e non e’ noioso.
    Posso, concentrandomi sull’andamento della seduta, accorgermi in tempo di un calo attentivo, del sopraggiungere di elementi disturbanti, di diminuita collaborazione.
    Posso dunque cambiare materiale, o la richiesta. Accelerare la conclusione della sessione. Arrivare a dire” finito” prima che il suo “controllo ambientale patologico” si scateni. Potro’ così essere io al rendere la decisione di smettere e di uscire e lui la subirà ( volentieri) ma la sua impellenza di esistere non si esprime autonomamente.
    Fin dall’esordio l’abilitazine punta al 100% di risultato.

  22. Per quanto ne so: triade autistica 1)anomalia/deficitarie interazione sociale, 2)compromissione abilità comunicative 3)ristrette attività e interessi.

    Il punto 2 impedisce qualunque forma di mediamente complessa interazione sociale e impedisce di “conoscere il mondo” tramite l’adulto.
    Credo sia il punto più fortemente inabilitante e il punto su cui lavorare tanto. Interessi ristretti e interazione sociale devono essere oggetto delle attività educative più che riabilitative. I genitori devono orientare il piccolo verso gli altri e verso la conoscenza del mondo senza accettare supinamente le “richieste”/”imposizioni” del bambino (è giusto che ti dedichi ai tuoi interessi ma devi anche ascoltare e conoscere quello che io e il mondo ti proponiamo).

    Forse semplifico troppo…ma non mi piace pensare che dentro la testolina non ci sia spazio per imparare tutto quello che serve er vivere nella società,

  23. La domanda resta chiusa durante l’apprendimento. Sperimentato l’appreso posso introdurre domande ( che mi garantiranno il 100%) aperte. Cosa ti piace (di piu’) tra l’esperienza (che conosci 1) e l’esperienza (2)..? Cosa vuoi fare tra (1) e (2)? L’operatore sa che Lui/lei sa.
    L’abilitazione raggiunta va valutata. La vs valutazione istintiva e spontanea ( non compassionevole o esclusivamente affettiva) potrebbe valere molto di più di qualunque altra.
    Solo a quel punto a loro sarebbe giusto concedere di “usere” domande aperte, al buio. Quello che ottengono, le valutazioni accademiche, i consigli conseguenti possono risultare (utilissimi per il loro schema di abilitazione) utili ma non sempre al vs. La vs abilitazione e’ molto, molto, molto più individuale che qualsiasi schema teorico abilitativo. A voi non sfugge se lui e’ verbale o meno. Nè sfugge
    quanto di quello che a realmente imparato gli serve davvero per vivere bene in casa e fuori.

  24. Perché in abilitazione devo assolutamente avere il 100% di risultato?

    Perché se un autistico impara un errore, non lo dimentica facilmente e dovro’ lavorare dieci volte tanto per rimuovere l’appreso.

  25. Non si lavora mai sul patologico, in concomitanza di esso. Nemmeno se gravissimo. Si interrompe quando e’ S. Un CP deve scemare dando la sensazione che non c’è motivo di mantenersi in esso. le S aumentano, quando ritornano quelle consuete si interviene interrompendole e proponendosi in modo abilitativo.
    Serve precisione e attenzione a ciò che accade. Non serve capire, interpretare, spiegare ai presenti perché fa così. E’ istintivo ma non serve, e anche se ne avete la certezza, ciò di cui siete convinti resterà nei secoli indimostrabile e non varrà per altri casi. Mai. Quindi non e’ scienza.
    Limitatevi ad interrompere il patologico quando e’ interrompibile.
    Il patologico non e’ dettato dalla forma che assume, n’è dalla gravita, ma solo se resta patologico ciò che ne consegue. Se voi avete uno tsunami che si risolve con un adesione pronta, solutoria, perdurante, ad una proposta adattiva qualsiasi, non siete davanti ad un CP ma a un ragazzo normotipico con gravi problemi psicologici e comportamentali. L’analisi funzionale per lui va benissimo.

    Intervenite proponendo attività, richieste, coinvolgimento in modo da ottenere il 100% di risultato. Se non ci riuscite non avete interrotto la S, oppure non vi siete proposti con chiarezza.
    Facciamo degli esempi.

    (segue)

  26. Cosa dovrebbe essere il dis-funzionare stereotipato (e il CP) e’ stato descritto. Chi vuol approfondire vada a leggersi Out Aut Vanini. Decidere che possa essere (talvolta) tollerato, non è un’eresia. Sempre tollerato (in quanto “gradito”) è come dire che si puo’ tollerale consegnare zucchero (perché gradito) a un diabetico.

    Diamo per un momento come possibile… poter parlare a tutti nonostante le ovvie differenze della realtà di ciascuno. Per farlo ci limitiamo a descrivere un “modus vivendi autistico” che possa accadere a tutti, grandi e piccoli. Gravi e meno. Abbastanza tipico da “non spaventare” e da riconoscerlo evento possibile.

    Elia e’ verbale, dotato di buone capacità scolastiche.

    Niccolò invece e’ a-verbale, scuola dell’obbligo fatta, nessuna competenza di rilievo, ma guida bene il motorino.

    In comune amano passare da soli ore, Niccolo’ in macchina parcheggiata ad ascoltare musica; il secondo, Elia, a guardare la tv in camera sua.

    Nulla di apparentemente rilevante o sgradevole, quanto descritto ad un confortevole e assolutorio sguardo di superficie. Comportamento utile al genitore per respirare (la prima mezz’ora) e anche oltre.

    Per quanto riguarda questa modalità specifica di passare la giornata (che , entrambi i genitori, giustificano (gli piace; miglior acustica; gli piacciono le ballerine; ecc.) senza perplessità significative esplicite. Se invece volessimo andare nei particolari di queste due attivita’, potremmo scendere nell’abisso del “patologico” di ciascuno dei due (identica musica per ore; scarsa partecipazione, flapping; giochi visivi; sfarfallamenti; visuale alterata; ecc.).

    Parliamo dei possibili rilievi di patologico stigmatizzante (non di cazzeggio mentale o di piccoli tic neuro tipici).

    Abbiamo detto che non di patologico ci occuperemo ma resta fondamentale saperlo riconoscere (avere il coraggio di riconoscerlo), quando c’è. Altrimenti non ci attiveremo ad abilitare nessuno. Il patologico è tale nel poco come nel tanto. La qualifica non dipende dalla gravità. Il diabete è diabete anche in assenza di sintomi evidenti.

    Il patologico, in ogni sua espressione, è (per noi) materiale da discarica, nella misura in cui non ci interessa spiegarlo, capirlo, valorizzarlo, interpretarlo ma semplicemente riconoscerlo perché quando è stereotipia (S.cS.A.) lo possiamo interrompere.

    Un buon operatore sa che dovrà agire (occupandosi di normalità) garantendo a priori il 100% di successo, sin dal primo incontro. Una valutazione clinico pedagogica qualsiasi (dalle più mirate alle meno) non potrebbe mai e poi mai volere il 100% del risultato.

    Il risultato da ottenere in abilitazione è solo positivo.

    Una volta ottenuto, il risultato (adesione-risposta al 100% delle mie proposte-richieste) potrò valutare l’esattezza della risposta-adesione ottenuta (esatto = compreso / sbagliato = incompreso).

    Anche l’esattezza della risposta-adesione alla proposta deve essere del 100%.

    Quando questo non accade, l’errore è sempre dell’operatore.

    Non ha saputo proporsi e non si è fatto comprendere.

    Sono due step diversi e successivi anche se strettamente collegati.

    Il primo deve cogliere l’adattivo (spontaneo o indotto, interrompendo un certo patologico) il secondo riguarda il contenuto della proposta-richiesta.

    1. Intervento
    Tutoring continuato. L’intervento che inizia non termina più.
    Il tutor può essere la stessa persona ma meglio sarebbe condividere lo sforzo in tanti, coinvolgendo in esso, tutti i familiari e chiunque altro si preveda coinvolgibile.
    Meglio sarebbe darsi dei turni meno gravosi possibile. Specie al “care giver” neofita.
    La mamma o un/a nominato/a, guida il gruppo, seppure soggiacendo alle stesse post-valutazioni sull’andamento a cui soggiacciono gli altri. Ci si dovrà alternare e confrontare successivamente alla presa in carico. A poco serve sapere come è andata… ma piuttosto cosa è stato fatto per non ripetere subito la stessa proposta.

    Lo scopo finale è ottenere un’abilitazione globale (uso questo termine dal 1999, quando mi si diceva ironizzando, di globale c’è solo il mercato), armoniosa, evidente.
    Serve avere e condividere una strategia comune di gruppo.
    Dunque quanto si va a predisporre deve risultare per ogni operatore di semplice comprensione ed attuazione.
    Il gruppo che lavora su Elia, su Niccolò, su Michela deve avere idee chiare unicamente su un “fare adattivo”semplice, preciso, privo di retro significati, somministrato in modo strategico.
    Il punto essenziale per tutti è “non farsi coinvolgere emotivamente, intellettivamente, dalla patologia”.

    Continuità non significa sovraccaricare il soggetto in trattamento ma significa praticare abilitazione, vigilare, intervenire, praticare abilitazione, vigilare…
    Frammentare l’intervento pratico non significa perdere di vista la situazione quando non si sta intervenendo con il soggetto, ma significa restare concentrati, su di lui, sempre.
    L’intervento nell’autismo (inizialmente e per lungo tempo) deve esser predisposto precedentemente (la competenza dell’operatore e quella del pz. a partecipare, aumenta con il lavoro nel tempo e così aumentano progressivamente le occasioni di lavorare senza bisogno di ausili preconfezionati).

    Vado alla macchina dove siede Niccolò (o nella stanza di Elia) Apro e dico: “Vieni”. Lo prendo per mano e lo accompagno dove ho predisposto un bicchiere con dell’acqua e gli dico offrendogli una sedia, “siedi” e sorridendo “bevi”. Poi seduto, dall’altro lato della tavola, dopo avere tolto il resto dalla tavola, provo a proporgli l’uso di un oggetto che conosce e avvio una serie di dieci attività di circa un minuto complessivo, tutte diverse tra loro.

    Appena smette di collaborare, lo lascio agire liberamente (apparentemente trascurandolo). Rimuovo le cose che avevo predisposto e mi assento un minuto, per predisporre una nuova interruzione da attuare di lì a poco, con un’altra modalità propositiva.

    Avvio l’intervento in questo modo perché il mio scopo è renderlo sufficientemente flessibile da lavorare con profitto. Forti adesività, routine consolidate, instabilità, irrequietezza, frenesia, iperattività, stereotipie, scarsa flessibilità, scarsa nulla disponibilità, passività, persistenza di comportamenti stereotipati non configurano… adattivo, ma un quadro fortemente patologico, per cui posso aspettarmi importanti reazioni comportamentali ostative al lavoro proposto. Dunque, se trovo queste condizioni devo attuare strategie assai leggere e motivanti per strapparlo dal patologico, altrimenti sarà molto difficile. Inoltre devo ottenere il 100 % di risposta. Ancor di più devo risultare astuto.

    Inoltre non si lavora subito alle competenze, all’insegnare cose, ecc. Ne’ siamo autorizzati a bruciare metodi… ma si dovrà lavorare per raggiungere sufficiente flessibilità, disponibilità stabilità, e così iniziare ad avviare i “motori” (noi chiamiamo “motori” tutte e categorie di insegnamento presenti nei diversi metodi incontrati. Sono molti i “motori” per far funzionare la mente, più di quelli usati qui o là, sono il matching, l’imitazione e molti, molti altri…).

    Qualsiasi caso incontrato, qualsiasi sia il livello funzionale ed intellettivo possibile, io debbo assicurarmi una certa stabilità, flessibilità; disponibilità, addirittura prima di iniziare qualsiasi “valutazione” ( tra quelle disponibili attualmente). Procedere a valutazioni al primo incontro, e’ una prassi che invalida quasi immancabilmente i risultati delle stesse, rallentando a lungo lo sviluppo coerente e il corretto andamento del trattamento successivo.

    (segue)

  27. Fra,
    i bambini con autismo sarebbero allora tutti dei casi alla Helen Keller, date loro
    un mezzo di comunicazione ed i problemi svaniscono….l

    non e’ precisamente cosi’, ci sono anche individui con articolazione linguistica
    perfetta, eppure gravemente autistici….altri, con deficit dell’articolazione, non usano nemmeno i linguaggi non verbali…

  28. Se la teoria esposta prevede che la cosa più importante per un bimbo autistico sia “spegnere le sue stereotipie” allora credo che per il mio bimbo non vada bene: da quando ha iniziato ad avere strumenti per comunicar ha iniziato a usarli (pecs,sillabe, indicazione) e è tornato allegro e sereno. Quando sta tranquillo gioca, forse male, ma gioca; al massimo se fa qualcosa di “socialmente sbagliato” lo si sgrida con calma come qualunque altro bambino. In definitva credo che oltre alla normale educazione che si deve impartire a un qualunque bambino,per il bimbo autistico sia fondamentale la comunicazione. Le stereotipie non saranno certo un problema!

  29. detto terra-terra, il problema con certi autistici (di gravita’ medio alta) e’ che non
    sopravvivono (in senso materiale)se non sono assistiti (dai genitori o chi per loro) 24h su 24.
    Ovviamente un genitore non se la sente di lasciarli morire in solitudine
    anche se vede che stanno tanto bene con se stessi quando vanno tutto il giorno
    in stereotipia, inoltre si rende conto che l’assistenza di cui hanno bisogno
    e’ gravosa (provare per credere) , per cui comincia a chiedersi come fare
    per farli sentire a loro agio anche se si chiede loro di muoversi autonomamente nel mondo sociale (quello di noi ottusi neurotipici), oltre che nel loro mondo
    autistico…non so se rendo l’idea

  30. Sono anch’io una tecnica (detto al femminile è strano ma non c’è un altro termine) ma quando faccio “divulgazione” (per esempio vendita di una soluzione) abbandono il linguaggio tecnico. Per questo, non facciamoci problemi a rispondere terra-terra al Dott. Gabrielli. Detto terra-terra, gli autistici non sono una collezione di sterotipie ma delle persone che pensano e hanno le loro opinioni, Capisco che a qualcuno potrebbe sembrare un’eresia, ma dobbiamo aprire la nostra mente. Anche i bambini di 1 anno pensano e hanno delle opinioni. Anch’io ho delle stereotipie e degli interessi che mi assorbono quasi completamente, ma ciò non mi ha impedito di crescere intellettualmente. Forse non socialmente, ma sto bene con me stessa.

  31. io invito i signori esperti a parlare in modo un po’ più comprensibile, considerando che il loro scopo dovrebbe essere, forse, quello di essere utili ad altri genitori e non di autocelebrarsi. Il libro del sig. Gabrielli è un tomo universitario o sono in grado di leggerlo (e trarne beneficio) anche i semplici genitori?

  32. Caro Tiziano, io noto molti limiti nell’intervento ABA come viene proposto oggi (limiti che sono soprattutto mancanza di flessibilità e di intelligenza e di esperienza di chi propone l’intervento). Trovo molto interessante il tuo approccio VS. le stereotipie.
    Ma puoi spiegarmi a livello pratico e non teorico come è possibile replicare questo approccio? E’ un approccio che rimane nella tua testa o vuoi insegnarlo anche a me?

  33. //Paperinik, il tuo abc e’ proprio infallibile? non ci vedi nessun limite?//

    E dove avrei scritto questo?
    L’ABC ha limiti enormi, per diversi motivi, uno è quello che le variabili in gioco sono sempre molteplici e che la descrizione in ABC è solo di comodo, in effetti non è ne così lineare ne è a se stante, quindi non è certo di semplice interpretazione. Inoltre spesso ci sono gli stati interni alla persona che non possono essere “percepiti” dall’osservatore esterno,vanificando l’analisi del comportamento. E come sempre si finisce con il parlare per ipotesi, in realtà per un lavoro ben fatto di analisi del comportamento ,dovremmo modificare una sola variabile per volta, ma ciò è spesso impossibile.
    Se ho citato l’analisi del comportamento è solo perché non penso che un autistico non abbia uno scopo/funzione in ciò che fa.

    Tiziano scrive://A proposito di psicodinamica, ha presente quelle ridicole proposte fatte ai genitori di sottoporsi a terapia di coppia… Non le sembra che ci sia qualche lontana reminiscenza nell’AF, quando prevede che un comportamento (oggetto di indagine) possa coinvolgere anche persone-cose diverse da chi lo performa (il CP) come se il (B) da risolvere riguardi un po’ troppa gente?//

    No, non credo sinceramente che si tratti di psicodinamica , ma di valutare tutte le variabili in gioco ed è ovvio che l’ambiente o contesto sia importante.
    Oppure lei pensa che un autistico non “veda/consideri” le altre persone ed i loro comportamenti ?

    L’esempio che mi chiede sarebbe riguardo a cosa di preciso Sig.Gabrielli?

  34. Paperinik, il tuo abc e’ proprio infallibile? non ci vedi nessun limite?
    A parte quello che scrive Tiziano (che non ho ancora letto per bene e metabolizzato)
    da tempo ho come l’impressione che l’ABC funziona soprattutto in due settings:
    la sessione aba e la scuola…nella vita reale, nel caso di autismo che ho in casa
    vedo molti comportamenti di cui non capisco assolutamente l’antecedente..
    sararanno afunzionali? io pensavo quasi che fossero dovuti alla mancanca
    di strutturazione dell’ambiente….
    mah-…boh

  35. L’articolo e’ mio e di ma moglie. Lo metto a disposizione appena rientro. Immagino a priori il suo disprezzo. Irrilevante. Il prof. Chiesi Antonio, neurologo dell’Istituto Superiore della Sanita’ lo trova molto interessante.in tal senso lo apprezzo’ Micheli, il dr. Maurizio Elia e molti altri.
    Descrive fra l’altro un CP (filmato) di una bambina inglese verbale.

    Rinforzo, in quanto favorisco la probabilità del ripetersi dell’atto. Nell’esempio (impossibile) la C ( dato per scontato fossi riuscito ad interpretare correttamente l’intenzione) funzionerebbe da rinforzo.
    I comportamentisti, no. Non lavorerebbero cosi’.

    Mi faccia lei, un esempio illuminante.

    A proposito di psicodinamica, ha presente quelle ridicole proposte fatte ai genitori di sottoporsi a terapia di coppia… Non le sembra che ci sia qualche lontana reminiscenza nell’AF, quando prevede che un comportamento (oggetto di indagine) possa coinvolgere anche persone-cose diverse da chi lo performa (il CP) come se il (B) da risolvere riguardi un po’ troppa gente?

    Se vuole inveire, faccia pure. L’antecedente lo comprendo benissimo.

  36. Signor Gabrielli, cerchiamo di fare chiarezza su alcuni punti.

    Quando dico è offensivo nei confronti dell’autismo, credo sia scontato che mi riferisco agli autistici ed ai loro familiari.
    Pensare che i comportamenti nel soggetto autistico siano privi di intenzione e scopo è (secondo me) offensivo. Mi spiace,ma io non ho questa bassa considerazione dei soggetti autistici.

    Gli articoli che lei cita dell’AJMR ,non sono riuscito a trovarli?
    Mi può dare il link e specificare l’autore oppure specificare che li ha scritti lei (come io credo) ?

    Io non ho mai detto che tutti i CP sono dovuti alla comunicazione,ma solo una gran parte di essi. Ve ne sono di legati alla gestione delle emozioni oppure ad ipersensibilità varie.
    Inoltre non basta un linguaggio comprensibile,ma deve essere funzionale ed il soggetto deve essere capace di usarlo al momento giusto.

    ( P.S. Nessuno che usa tecniche di comportamentismo si sognerebbe mai di rinforzare un CP come lei ha descritto nel suo esempio.)

  37. Lei scrive: i CP, o più giustamente definibili comportamenti inadeguati al contesto ( urlare in pubblico.. Che potrebbe essere un CP,s’è lo si fa’ in uno stadio o in un concerto, diventa contestualmente adeguato).
    Io penso. Certo che e così. Ma un autistico che urla, in uno stadio o in un concerto, lo noterebbero tutti ovunque. C’e dunque qualcosa in più (da considerare nell’autismo) rispetto alla”contestualità’ dell’atto, seppure per definizione coerente con il luogo o l’esperienza.
    Poi c’e il precetto della tradizione a cui lei sembra non poter fare meno per abilitare un autistico, la FUNZIONE dell’emissione dirompente od ostativa (le conferisce dunque un valore, la tutela come linguaggio criptato; maschera inopportuna di intenzionalità nascoste). Per individuarla (perche’ altrimenti non puo’ avviare un uso corretto dell linguaggio a prescindere dal CP) applica la regola “scientifica” ABC(antecedent; behavior; consequence). Spesso l’indagine non riguarda la psicologia del paziente (B) ma l’ambiente in cui si muove (A – C). L’Analisi Funzionale ( AF)spessissimo esula dal comportamento del soggetto per riguardare quello di chi gli sta intorno (cause,effetti ambientali). Dopo attenta analisi del senso dell’atto dinamico.(B) si scopre che ha una funzione, Supponiamo che sia quella giusta, (ad. es. – voleva la palla- ) perché l’atto dirompente cessa come d’incanto al consegnargli la palla o a lanciargliela ( ma quando mai?). Supponiamo che accada proprio questo perché abbiamo compreso le sue intenzioni dietro gli strepiti e la demolizione della stanza. Dargli la palla funziona da Rinforzo. Quindi e’ molto provabile che io mi ritrovi un problema edilizio di ristrutturazione di li’ a poco. Lei mi dira’. Certo che no. Gli si insegna a chiederla, verbalmente, con la PECS, con il linguaggio dei segni; con l’alfanunerico, la metempsicosi, ecc.
    Ci sono anche altre contraddizioni nel suo ragionamento.
    Lei lascia credere che il problema ( la molla che fa scattare i CP) sia il possesso di un “linguaggio” utilizzabile e comprensibile. Se tosse così non avremmo mai CP in persone che lo possiedono.
    Personalmente, penso che insegnare competenze debba andare per proprio conto rispetto all’autismo alle sue manifestazioni, anzi deve estraniarsi per funzionare (l’insegnamento). Per estraniarsi (essendo l’autismo pervasivo) deve contrasarlo.

  38. Descrivere cosa sia il dis-funzionare stereotipato nell’autismo non coincide affatto (per chi e’ in grado di leggere volendo comprendere e non semplicemente per polemizzare) con “l’autismo e’ solo stereotipia”.
    PS Preferisco offendere l’autismo piuttosto che gli autistici e le persone che se ne occupano con successo.
    In medicina ci sono condizioni “sine qua non” o patognomoniche ( si definisce un comportamento, CP, quando non ha funzione adattiva bensì patologica). Se lei individua (mi deve dire su quali basi accerta la sua interpretazione dell’arcano – questa si, psicodinamica – e quando mai io posso rifare lo stesso suo ‘esperimento e ritrovare identici risultati) in un comportamento disadattivo uno scopo adattivo non potra’ parlare di CP. Purtroppo, in qualsiasi parte del mondo in cui si sia scritto o filmato un CP questo si e’ concluso con l’emissione di attività stereotipata. Una attività disattiva che si interrompe o sfocia nell’adesione consapevole, spontanea o indotta, all’adattivo, non e’ un CP, e’ un uso improprio della comunicazione-relazione, e un qualsiasi operatore, non necessariamente l’esperto di turno, saprà come proporsi e risolvere la difficoltà. Un vero CP non lo risolve a comando nemmeno l’esperto di CP. Sta li, ben in disparte, e aspetta che le S facciano capolino e la situazione si calmi in esse. Poi interviene e interrompendole offre proposte. Guardate i film usati nei workshop, senza audio. Dieci, cento volte e poi discutiamone.

  39. Se ho ben capito, lei cita un articolo di una rivista , non una definizione da manuale,condivisa da più persone,ma un articolo ,quindi un’opinione e non essendoci il link ,nemmeno ne conosciamo l’autore, che potrebbe essere lei stesso, visto che ha detto di aver inviato a quel giornale i suoi articoli.
    Non voglio continuare un inutile discussione, visto che lei è convinto che tutto il comportamento autistico sia stereotipia,mentre io (come molti esperti) non lo siamo e lo dividiamo in ulteriori comportamenti (vedi ocd) e ci interessa dividerlo per funzione.
    Non voglio tediare oltre sul tema, mentre mi lascia ancora più perplesso l’affermazione sui comportamenti problema, quando si dice //si considereranno CP sia episodi caratterizzati da esplosioni di urla, strepiti, attivita’ distruttive, con possibili azioni intensamente autolesive, o eteroaggressive, ma avranno identico ruolo, seppure meno stigmatizzante, vari comportamenti di evitamento (oculare e fisico), di fuga, ma persino ll’accelerazione dei compiti, le richieste verbali di allontanamento, i rifiuti espliciti, ecc.
    Quando lo scopo e’ tornare nel patologico siamo di fronte a CP, qualsiasi aspetto assumano. La funzione e’ unica, universale, costante. Per questa ragione non ha senso ricercare e interpretarne la funzione. Se si individua una funzione adattavi ad un comportamento inaccettabile od ostativo siamo di fronte ad un neurotipico da educare, non ad un autistico.//

    NON SONO ASSOLUTAMENTE D’ACCORDO.
    I comportamenti problema o più giustamente definibili comp. inadeguati al contesto (urlare in pubblico può essere inadeguato,farlo in uno stadio o ad un concerto no), hanno spesso una funzione per chi li emette, molto spesso è quella di comunicare/richiedere, tanto che lavorando sulla comunicazione questi comportamenti si riducono moltissimo.
    Inoltre affermare che non si deve ricercarne la funzione perché non esiste,ma affermare che la loro “funzione” è tornare nel patologico è quantomeno contraddittorio, oltre che un’interpretazione soggettiva e non provata.
    Insomma credo che sia anche una visione offensiva dell’autismo.
    Comunque ,spero che questa sua visione molto personale ,abbia portato buoni frutti a suo figlio,ma non la consiglierei a nessuno.
    Questa si che sa di psicodinamica.

  40. Tiziano scrive:

    I comportamenti patologici operanti (Comportamenti Problema veri e propri – CP.).

    Definizione (AJMR-2001).

    A differenza delle Stereotipie (S.;cS;A.), i comportamenti patologici operanti (i CP della tradizione psicopedagogica ma con l’esclusione di qualsiasi S.) sono attività ideativo-comportamentali patologiche* funzionali-finalistiche (NB. Hanno uno scopo ma non in senso adattivo: lo scopo e’ aderire alla patologia) emesse volontariamente, consapevolmente (ma anche in tal senso, non adattivo) e, chi le performa, non comprende gli effetti specifici ( sia su di se’ che sull’ambiente, persone e cose) ma solo quello generico finale: ripristino, mantenimento condizioni compatibili con l’esercizio-dedizione all’attivita’ stereotipata.
    Emissione a “bassa frequenza”, generalmente irregolare, sporadica, tendenzialmente imprevedibile, inattesa, esplosiva o ingravescente. Durata comunque limitata (all’accessualita’ o efficacia). Attivita’ non perduranti in quanto attività limitate all’ottenimento dell’effetto voluto (rientro nella disfunzionalita’ stereotipata). Attivita’ faticosa (“risveglio fastidioso” che richiede da parte del produttore esercizio e monitoraggio attivo del “controllo ambientale” patologico perduto o minacciato).
    Necessita dunque di spettatori (operanti verso lo scopo), in assenza dei quali non avviene. Se gli spettatori facilitano lo scopo ricercato o se si allontanano, si placa sino a cessare. Attivita’ che non avviene mai in solitudine. Essa si conclude lentamente con il riaffermassi progressivo della condizione stereotipata che si sostituisce alle emissioni patologiche operanti performate, frammentandone la continuità e la sequenza.
    L’avviamento abbisogna di ragioni o stimoli ambientali (casuali, a volte cosi’ specifici da essere riconosciuti come trigger prima dell’evento) funzionanti come risveglianti (1) minacciosi (2) in modo diretto o indiretto, disturbanti(3)-impegnativi(4)-ecc., capaci comunque di interrompere o procurare un insostenibile distacco, negazione, interruzione del patologico attrattivo, dominante o prevalente che emerge spontaneamente dalla mente autistica.
    Sono, i CP, produzioni a valenza patologica mai adattiva.
    Attraverso i CP si torna alla patologia, mai all’adattivo.
    Aspetto: il range e’ molto ampio ed eterogeneo, va da attività disadattive vere e proprie a forme simil-adattive(4). Ad es. si considereranno CP sia episodi caratterizzati da esplosioni di urla, strepiti, attivita’ distruttive, con possibili azioni intensamente autolesive, o eteroaggressive, ma avranno identico ruolo, seppure meno stigmatizzante, vari comportamenti di evitamento (oculare e fisico), di fuga, ma persino ll’accelerazione dei compiti, le richieste verbali di allontanamento, i rifiuti espliciti, ecc.
    Quando lo scopo e’ tornare nel patologico siamo di fronte a CP, qualsiasi aspetto assumano. La funzione e’ unica, universale, costante. Per questa ragione non ha senso ricercare e interpretarne la funzione. Se si individua una funzione adattavi ad un comportamento inaccettabile od ostativo siamo di fronte ad un neurotipico da educare, non ad un autistico.
    La terapia non e’ diretta. Consiste nel realizzare flessibilità, diminuzione e facile interrompibilita’ dell’adesivita’ alla produzione patologica. Consiste nel contrastare il disfunzione stereotipato, attivando l’attentivita, la stabilita’, la partecipazione alle proposte e alla dimensione adattava.

  41. Tiziano scrive:
    25 dicembre 2011 alle 12:00

    Le Stereotipie (S.; cS.;A.). Definizione (AJMR-2006)

    Condizione patologica* intellettivo-ideativa(1) disfunzionale(2), adesiva(3), che si ripete in modo subentrante (4), reiterato-alta frequenza-(5) ridondante(6), inconcludente(7), non pianificata(8) o finalizzata (9), priva di significato specifico adattivo (10), povera e ristretta in forma e contenuto espressi(11), afinalistica (12), tendenzialmente monotona (anche quando assume forme complesse), incoerente nello sviluppo e sequenziamento oppure incongrua rispetto alle implicazioni adattive(13) attendibili. Essa si puo’ accompagnare ad attivita’ motorie(14), posturali(15) e/o sensoriali(16), e/o verbali(17) con identiche caratteristiche. L’aspetto della S. e’ variabile quanto fisso. Per l’osservatore, quando tali modalita’ patologiche comportamentali assumono forma articolata o complessa (comportamenti stereotipati -cS-) oppure aspetto di adesività eccentriche (A) come attività comiziate ripetitive(18), rituali sconclusionati, stranezze ideo-esecutive(19), controlli e condizionamenti ambientali(20), procedure fisse(22), interessi adesivi(A), risultano più difficilmente ascrivibili agli stessi caratteri descritti ed espressi nelle tipiche S. pur non discostandosi dalla sostanza di esse ma semplicemente complicandone l’aspetto formale.
    Sono (S., cS., A.) tutte, attività solitamente poco espandibili, in generale non strutturate o codificabili in senso adattivo (anche nelle forme specializzate, assunte nel medio-alto funzionamento, in cui le competenze espresse, seppure assimilabili alla normodotazione, non evolvono e mancano di integrazione ed elaborazione progressiva complessa).
    Avviate spontaneamente ( possono anche risultare favorite – indotte attivamente da condizioni e/o attivita’ esterne)ovunque (anche in ambienti neutri) o successive a reclutamenti mnemonici ambiente-situazionali dipendenti, evidenti o inapprezzabili (cover trigger).
    Tali emissioni, tendenzialmente prolungate nel tempo, hanno durata variabile (da forme sporadiche e occasionali a forme continuative, ossessive, perduranti, resistenti). Possono caratterizzare un soggetto per l’intera vita, oppure risultare tipiche di un periodo, o improvvisamente scomparire definitivamente o ripresentarsi dopo anni. L’intensità e’ variabile, da banali ripetitivita’ poco evidenti a forme fortemente stigmatizzanti, preclusive non solo l’attenzione e la partecipazione ma anche l’incolumità di chi le performa(raramente) o la condivisione di spazi comuni (seppure mai eteroaggressive).
    Per chi la performa risulta attrattiva, magnetica, assorbente, irrefrenabile, distraente sino alla emarginazione ma manca sempre la volontarieta’ consapevole dell’emissione e la consapevolezza degli effetti. Manca quindi il senso di disagio interiore (egodistonia) per tale attività che caratterizza invece le attività ossessivo-compulsive, descritte dalla psichiatria.
    S., cS., A. sono tre facce della stessa medaglia (il disfunzionamento autistico stereotipato).
    Sono produzioni di identica valenza patologica, interfacciabili, rimpiazzabili e alternative fra loro.
    Interrompibili sempre.
    Opposizione, resistenza, avvio di comportamenti patologici (altri tipi, diversi dal funzionamento stereotipato), comportamenti problema (CP), alias, comportamenti patologi operanti – spiegheremo cosa sono – in risposta e contrasto all’interruzione delle S., misurano l’adesivita’ patologica, il livello attuale di flessibilita’ del paziente e dettano le opportunita’ terapeutiche a contrasto e soluzione di S, cS, A, e, solo conseguentemente a questo approccio abilitativo, dei CP (che si risolvono indirettamente).

  42. Condizione patologica* intellettivo-ideativa(1) disfunzionale(2), adesiva(3), che si ripete in modo subentrante (4), reiterato-alta frequenza-(5) ridondante(6), inconcludente(7), non pianificata(8) o finalizzata (9), priva di significato specifico adattivo (10), povera e ristretta in forma e contenuto espressi(11), afinalistica (12), tendenzialmente monotona (anche quando assume forme complesse), incoerente nello sviluppo e sequenziamento oppure incongrua rispetto alle implicazioni adattive(13) attendibili. Essa si puo’ accompagnare ad attivita’ motorie(14), posturali(15) e/o sensoriali(16), e/o verbali(17) con identiche caratteristiche. L’aspetto della S. e’ variabile quanto fisso. Per l’osservatore, quando tali modalita’ patologiche comportamentali assumono forma articolata o complessa (comportamenti stereotipati -cS-) oppure aspetto di adesività eccentriche (A) come attività comiziate ripetitive(18), rituali sconclusionati, stranezze ideo-esecutive(19), controlli e condizionamenti ambientali(20), procedure fisse(22), interessi adesivi(A), ecc. risultano più difficilmente ascrivibili agli stessi caratteri espressi nelle tipiche S. pur non discostandosi dalla sostanza di esse ma semplicemente complicandone l’aspetto formale.
    Sono (S., cS., A.) tutte, attività solitamente poco espandibili, in generale non strutturate o codificabili in senso adattivo (anche nelle forme specializzate, assunte nel medio-alto funzionamento, in cui le competenze espresse, seppure assimilabili alla normodotazione, non evolvono e mancano di integrazione ed elaborazione progressiva complessa).
    Avviate spontaneamente ( possono anche risultare favorite – indotte attivamente da condizioni e/o attivita’ esterne)ovunque (anche in ambienti neutri) o successive a reclutamenti mnemonici ambiente-situazionali dipendenti, evidenti o inapprezzabili (cover trigger).
    Tali emissioni, tendenzialmente prolungate nel tempo, hanno durata variabile (da forme sporadiche e occasionali a forme continuative, ossessive, perduranti, resistenti). Possono caratterizzare un soggetto per l’intera vita, oppure risultare tipiche di un periodo, o improvvisamente scomparire definitivamente o ripresentarsi dopo anni. L’intensità e’ variabile, da banali ripetitivita’ poco evidenti a forme fortemente stigmatizzanti, preclusive non solo l’attenzione e la partecipazione ma anche l’incolumità di chi le performa(raramente) o la condivisione di spazi comuni (seppure mai eteroaggressive).
    Per chi la performa risulta attrattiva, magnetica, assorbente, irrefrenabile, distraente sino alla emarginazione ma manca sempre la volontarieta’ consapevole dell’emissione e la consapevolezza degli effetti. Manca quindi il senso di disagio interiore (egodistonia) per tale attività che caratterizza invece le attività ossessivo-compulsive, descritte dalla psichiatria.
    S., cS., A. sono tre facce della stessa medaglia (il disfunzionamento autistico stereotipato). Sono produzioni di identica valenza patologica, interfacciabili, rimpiazzabili e alternative fra loro.
    Interrompibili sempre.
    Opposizione, resistenza, avvio di (altri tipi, diversi dal funzionamento stereotipato) comportamenti patologi operanti (CP) – spiegheremo – in risposta e contrasto all’interruzione, misurano l’adesivita’ patologica, il livello attuale di flessibilita’ del paziente e dettano le opporunita’ terapeutiche a contrasto e soluzione di S, cS, A, e solo conseguentemente dei CP (che si risolvono indirettamente).

  43. buon Natale! Chi sa che anche Paperinik non diventi più buono…

  44. Errata corridge:
    Purtroppo la traduzione ha saltato delle frasi e inserito alcuni errori. Provvedo a rinviarvela orretta. Scusate.

  45. Definizione di Stereotipia (S)
    Condizione patologica* intellettivo-ideativa(1) disfunzionale(2), adesiva(3), che si ripete in modo subentrante (4), reiterato-alta frequenza-(5) e ridondante(6), inconcludente(7), non pianificata(8) o finalizzata (9), priva di significato specifico adattivo (10), povera e ristretta in forma e contenuto espressi(11), afinalistica (12), tendenzialmente monotona (anche quando assume forme complesse), incoerente nello sviluppo e sequenziamento oppure incongrua rispetto alle implicazioni adattive(13) attendibili. Essa si puo’ accompagnare con attivita’ motorie(14), posturali(15) e/o sensoriali(16), e/o verbali(17) con identiche caratteristiche. L’aspetto della S. e’ variabile quanto fisso. Per l’osservatore, quando tali modalita’ patologiche comportamentali hanno forma articolata o complessa (comportamenti stereotipati -cS-) oppure assumono l’aspetto di adesività eccentriche (A) come attività comiziate ripetitive(18), rituali sconclusionati, stranezze ideo-esecutive(19), controlli e condizionamenti ambientali(20), procedure fisse(22), interessi adesivi(A), ecc.
    Sono attività solitamente poco espandibili, in generale non strutturate o codificabili in senso adattivo (anche nelle forme specializzate, assunte nell’HF-alto funzionamento- in cui le competenze espresse, seppure assimilabili alla normodotazione, non evolvono e mancano di integrazione ed elaborazione progressiva complessa).
    Avviate spontaneamente ( possono anche risultare favorite – indotte attivamente da condizioni e/o attivita’ esterne)ovunque (anche insuccessive Sutri) o successive a reclutamenti mnemonici ambiente-situazionali dipendenti, evidenti o inapprezzabili (cover trigger). Tali emissioni, tendenzialmente prolungate nel tempo, hanno durata variabile (da forme sporadiche e occasionali a forme continuative, ossessive, perduranti, resistenti). Possono caratterizzare un soggetto per l’intera vita, oppure risultare tipiche di un periodo, o improvvisamente scomparire definitivamente o ripresentarsi dopo anni. L’intensità e’ variabile, da banali ripetitivita’ poco evidenti a forme fortemente stigmatizzanti, preclusive non solo l’attenzione e la partecipazione ma anche l’incolumità di chi le performa(raramente) o la condivisione di spazi comuni (seppure mai eteroaggressive).
    Per chi la performa risulta attrattiva, magnetica, assorbente, irrefrenabile, distraente sino alla emarginazione ma manca sempre la volontarieta’ consapevole dell’emissine e la consapevolezza degli effetti. Manca quindi il senso di disagio interiore (egodistonia) per tale attività che caratterizza invece le attività ossessivo-compulsive, descritte dalla psichiatria.
    S., cS., A. sono tre facce della stessa medaglia (il disfunzionamento autistico stereotipato). Sono produzioni di identica valenza patologica, interfacciabili, rimpiazzabili e alternative fra loro.
    Interrompibili sempre.
    Opposizione, resistenza, avvio di (altri tipi, diversi dal funzionamento stereotipato) comportamenti patologi operanti (CP) – spiegheremo – in risposta e contrasto all’interruzione, misurano l’adesivita’ patologica, il livello attuale di flessibilita’ del paziente e dettano le opporunita’ terapeutiche a contrasto e soluzione di S, cS, A, e solo conseguentemente dei CP (che si risolvono indirettamente).

  46. Gabrielli lei scrive:
    //Ma meglio sarebbe se cominciaste a guardare i vs figli con occhi diversi, senza le lenti spesse del passato.//

    Mi spiace,ma già da questa affermazione devo dedurre che lei non ha letto molto bene quello che ho scritto, forse ha ragione, visto che ho messo in discussione la sua tesi.

    Lei mi accusa di essere legato ai vecchi trattati sull’autismo, ma quando lo avrei fatto? I link che ho messo sono recentissimi. Sono il primo a mettere in dubbio l’arte della medicina ,ma questo non significa che non si possano trovare spunti interessanti anche nei nuovi studi.C’è anche gente intelligente ,che ha scritto cose interessanti in mezzo a tanta spazzatura,bisogna prendere il meglio.
    Che le si addolori per chi cerca di aiutare i figli e poi sproni li stessi genitori nell’aiutare i figli è abbastanza strano.
    Lei in pratica sta dicendo che si deve lavorare con i figli senza avere nessuna teoria, idea o conoscere qualche tecnica perché come lei dice //Non e’ dunque il metodo che aiuta il piccolo, ma il fatto che qualcuno si stia attivando intorno a lui.//
    Taccio il fatto che la frase suoni quasi psicodinamica, infatti sembra che il genitore normalmente se ne “freghi” e che tutti gli interventi siano simili e funzionino solo per l’effetto “pigmalione” e questo lo trovo pericoloso io, in quanto lo trovo un consiglio sbagliato per chi deve decidere la strada da intraprendere con il proprio figlio.Il qualunquismo mi fa molta paura.
    Vero anche che tutti facciamo uso naturale dell’analisi funzionale,ma spesso sbagliamo le strategie, in quanto in modo naturale tutti sappiamo lavorare sull’antecedente,ma spesso non ci accorgiamo di usare male i rinforzatori per lavorare sulla modifica del comportamento.
    D’altra parte tutti siamo inclini ad usare la “psicanalisi spicciola” nell’analisi delle situazioni che ci circondano,è umano,ma non è detto che sia giusto.

    Sempre lei Gabrielli scrive: //Si potrebbero infatti leggere mille testi sulla Teoria della Mente ( curioso che Paperinick la usi a sostegno delle sue tesi anti “riduttivismo” e poi confidi di non crederci) ma non si trovera’ mai, nemmeno una riga, come si abilita.//

    Dove avrei scritto che non ci credo ?
    L’insieme di abilità che si possono sintetizzare nella così detta ToM sono importantissime ed è quanto più mi preoccupa per il futuro di mia figlia.Se rilegge ciò che ho scritto io non ho detto di non credere alla teoria della mente,quanto di non credere che l’autismo sia solo mancanza di teoria della mente (pur ritenendola importantissima).
    Il fatto che non si trovi molto sul come lavorare sulla ToM è dovuto alla difficoltà nel farlo, ma qualcosa c’è ed possibile lavorare sui pre-requisiti , così come non potendo attivare quella metacognizione intuitiva come avviene nei NT, si può solo insegnarne i giusti comportamenti in modo cognitivo, così come avviene ad esempio in molti AS adulti.

    Detto ciò, mi spiace che non abbia risposto a nessuna delle mie domande.

    Inoltre lei mi accusa di perdermi nella teoria invece di dedicarmi alla pratica.
    Mi spiace,ma anche qui devo deluderla, in quanto io sono per il lavoro , non sono un dogmatico nel metodo, anche se credo che un’idea di partenza serva per impostare qualsiasi lavoro.
    Chi mi conosce sa che io consiglio sempre di lavorare con i figli e che amo lo scambio di informazioni “pratiche” fra genitori, in una sorta di parent training. Non ho la sua quindicinale esperienza nel mondo dell’autismo,ma credo in questi anni che sono in ballo di aver fatto la mia piccolissima parte.

    Colgo l’occasione per fare a tutti gli Auguri di Buone Feste, in particolare alla famiglia Gabrielli, con la quale mi scuso se il mio tono è sembrato polemico e gratuito,mentre vorrei fosse sempre uno spunto per ulteriori riflessioni.

  47. Io non ho le conoscenze e le capacità intellettuali per aderire a questa discussione, ma vorrei dire che mio figlio, spesso, è libero dalle stereotipie (come ieri, nell’arco di dieci minuti, nei quali giocava a tombola con un amichetto) ma sebbene questi momenti siano bellissimi e fonte di gioia per noi genitori, la sua mente rimane una mente autistica. All’apparenza può anche essere indistinguibile, ma un occhio clinico non può non percepire la maledetta bestia che vive nel suo cervello.

  48. Come io la pensi, come la pensano altri e’ poco rilevante se diventa un braccio di ferro tra idee inconciliabili. Mi occupo di autismo da quindici anni. Come genitore, molto poco mi interessa lo splendido gioco di riferimenti bibliografici di colleghi o esperti di turno. Non mi interessano i links, e in generale le proposte non educative. Non credo (personalmente) all’attribuzione automatica di “valore” alla bibliografia e cultura sull’autismo. A buon diritto chiunque ha il diritto di applicare la stessa regola su cio’ che scrivo anch’io. So come medico che tutto cambia in fretta e quello che pensavo dieci anni fa non e’ esattamente quanto penso oggi.
    Quello che so e’ che concetti solidissimi mi sono serviti assai poco, per non dire nulla, per aiutare mio figlio. Anzi piu’ li ho dimenticati e meglio ho potuto lavorare proficuamente assieme a mia moglie, con lui. Ho partecipato a congressi ovunque e la cornice dell’autismo mi ha stancato. La sostanza? Non e’ un bel vedere. E incontrare genitori che ancor oggi si lasciano affascinare ( che non e’ il semplice “voler capire” ) perdendosi in distinguo infiniti o domande (magari spiegate alcuni commenti prima) che non sembrano cercare risposte ma ruolo, oppure “citazioni e statistiche” e tutto questo tralasciando il poco che potrebbe invece essere utile, mi addolora.
    Ho scritto molto sulle S. e sui Comportamenti Problema (CP). Li ho distinti tra loro tracciandone le differenze. Ho spiegato il senso dei CP( comportamenti operanti patologici) e il non senso delle S. L’ho fatto perche’ mi e’ servito per uscire dal guano e non per teorizzare nel tempio. Si potrebbero infatti leggere mille testi sulla Teoria della Mente ( curioso che Paperinick la usi a sostegno delle sue tesi anti “riduttivismo” e poi confidi di non crederci) ma non si trovera’ mai, nemmeno una riga, come si abilita. Trovera’ mille testi che le garantiscono di poter insegnare a comunicare a chi non lo fa, ma un autistico non risolvera’ il suo autismo, la diffcolta’ di autodeterminarsi, di sincronizzassi spontaneamente con l’altro a meta’ di un discorso.Ecc.
    Soffermiamoci sul valore dell’ABC, ( dopo conta della frequenza e durata del CP). Se l’operatore si impegna in questa attivita’, a meno che non sia Erode, proporrà qualcosa a quel piccolo in crisi, e quindi ci si potrà sicuramente attendere che ci sia un decremento nel tempo considerato, del CP in esame. Non e’ dunque il metodo che aiuta il piccolo, ma il fatto che qualcuno si stia attivando intorno a lui. Il metodo compensa la frustrazione e garantisce la preoccupata soddisfazione dell’operatore. L’ Analisi Funzionale la usiamo tutti istintivamente ma nei comportamenti patologici possiamo autorizzare grandi riassunti.
    Per la stessa ragione attribuire spiegazioni emozionali ( ansia, frustrazione, lutto; desiderio sessuale…) al patologico, equivale a trattarlo con le categorie della normodotazione e questo e’ assai rischioso. Ma ognuno e’ libero di credere che all’interno ci sia un mondo che funziona allo stesso modo del nostro. La psicodinamica non e’ solo inconscio (che riguarda la psicoanalisi) ma anche conscio.
    Quello che voglio dire e’ prendete pure con le pinze qualsiasi proposta, ben venga la cautela ma provate, provate sui vs figli, se quello che leggete o che state per proporre ha una sua logica generale e se funziona per farli stare meglio. A quel punto delle biblioteche dell’autismo vi rimarranno poche pagine in mano. Potete anche passare la vita ( di vs figlio) a leggere lo scibile o al computer a dibattere ma alla fine voi o qualcun altro dovrà farsene carico e, a quel punto, sarete voi a pretendere che smetta di teorizzare e che lavori con lui… efficacemente. Anni fa c’era solo il Teacch. Oggi c’e l’ABA, il DIR, il Denver Model, benissimo. Fate. Applicate. Abbiate solo l’accortezza di non fermarvi all’apparenza, ai miglioramenti di facciata ma studiate e scrivete piuttosto cosa riuscite ad ottenere realmente applicandovi e aggiustando le proposte incontrate, contrastando anche il disfunzionamento. Dire: ho fatto questo e succede che… Cosa posso fare meglio? e’ un bell’inizio. La medicina e stata scritta anche sulla base di scoperte legate ad un singolo caso.
    inviero’ una comunicazione sulle S e CP sull’American Journal on Mental se volete un riassunto di come vedo le cose. Ma meglio sarebbe se cominciaste a guardare i vs figli con occhi diversi, senza le lenti spesse del passato.
    Auguri a tutti

  49. Con questo non è che non capisco quanto la stereotipia sia limitante per gli apprendimenti o l’interazione,ma vorrei non si facesse lo stesso errore di quando un bambino è non verbale e si pensa che diventando verbale si risolvano tutti i problemi di socializzazione.
    Mentre poi non è così,perché talvolta manca l’intenzione di socializzare e ,più spesso, manca la ToM per farlo.

  50. Continuo a pensare che ne evitare lo sguardo ,ne guardare di sbieco (cose molto diverse ed anche con funzioni talvolta diverse) non siano assolutamente stereotipie.

    State allargando il concetto per sorreggere una tesi che fa acqua da diverse parti.
    Se aveste almeno dei link a supporto di quello che state affermando ,ovvero che, non solo non guardare o guardare di sbieco,ma che tutti i comportamenti OCD, di routine sono sempre generati dal fatto che l’autismo è stereotipia e che tutto parte da ciò, ve ne sarei grato, così come sarei grato a Gabrielli se rispondesse,argomentando più dettagliatamente la sua tesi.
    Perché proprio non mi convince che senza stereotipia non ci sia autismo.
    Sto davvero cercando di capire perchè molti di voi siano affascinati da questa tesi.

  51. in questo contesto “non guardare ” in realta’ significa” guardare di sbieco, in tralice”
    (alcuni hanno detto: usare la visione periferica)
    Guardare di sbieco E’ comportamento.

  52. –prima di parlare di “comportamento” e di “non comportamento” dovresti dare una definizione operativa
    di comportamento: che cosa intendi per comportamento ?

    evitando ogni atteggiamento sentenzioso in questo tipo di argomenti, sarei propensa
    a credere che “non guardare negli occhi” non sia una stereotipia, ma
    l’evitamento (sottolineo evitamento, in una persona che non sia strabica o comunque
    non abbia problemi evidenti di motricita’ oculare) ripetitivo del contatto di sguardo
    puo’ rientrare tra le stereotipie

  53. Di per se un “non comportamento” in quanto tale non può essere una stereotipia ,ovvero un comportamento ripetuto, visto che c’è l’assenza del comportamento.
    Altrimenti si può dire che pure dormire è una stereotipia, visto che è il comportamento ripetitivo di non stare sveglio.O lo stare in silenzio, il comportamento ripetitivo di non parlare. Ma con questo tipo di ragionamenti non arriviamo a niente.

  54. Forse sono stato frainteso il “need for sameness” può ovviamente essere patologico, altrimenti non verrebbe annoverato fra i comportamenti “autistici”, ma quando lo è , al di là della sua natura è un DOC, quasi mai una stereotipia.
    Hanno pure studiato la natura di questi com
    Questa doppia natura è stata evidenziata anche scientificamente. Nel senso che dalle analisi statistiche (senza che entro nel dettaglio) è possibile evidenziare la doppia natura di questo aspetto. Una propria ed una derivata da altre caratteristiche dell’autismo.
    http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fcyspecialed.com%2Ffiles%2FSzatmari_et_al_JCPP_June_2006.pdf&h=fAQGK09JtAQHGPyXV7pt9qexnJ2ZXr_aUz-xVS0dIh577iQ

    Detto questo ,credo che l’errore di fondo sia allargare talmente il concetto di stereotipia, da farci entrare quasi tutto (direttamente od indirettamente) tanto per renderla il cuore del problema. Capisco che la cosa possa affascinare, c’è chi ci ha provato fallendo con i neuroni specchio o la teoria della mente (quest’ultima idea ha sfiorato pure me), ma dobbiamo stare attenti anche perché finiamo per confondere cause e sintomi.
    Capisco la necessità di trovare un unico “colpevole” , sarebbe più semplice da combattere.
    Però attenzione perché se si sbaglia si è finito per lavorare su di un solo aspetto ed aver trascurato tutto il resto.
    Poi con tutta la fantasia e la buona volontà che ci posso mettere, proprio non riesco a considerare una stereotipia ,il non guardare negli occhi.

  55. Paperinik, io intendo le stereotipie probabilmente in senso piu’ allargato di quanto pensi tu.
    L’ “insistence on sameness” di cui parlava Kanner e’ qualcosa di diverso
    dal “non patologico amore per la routine”
    anche il non fare contatto di sguardo, in quanto comportamento ripetitivo
    di evitamento, lo considero una stereotipia

  56. Carla scrive :
    //in realta’ io ho difficolta’ ad immaginare una persona con autismo senza un tot
    di comportamenti ripetitivi, senza un modo di pensare rigido e statico, una persona
    con autismo che ama i cambiamenti , le novita’, le sorprese, l’incertezza….
    conoscete qualcuno nello spettro che sia davvero cosi’ flessibile?//

    Mi spiace, io ho detto altro .Ho detto che eliminate le stereotipie, l’autismo resta, dell’elenco che hai fatto le uniche vere stereotipie sono quelli che descrivi come comportamenti ripetitivi (poi c’è da valutare frequenza e durata) ,ma tute le altre caratteristiche non sono stereotipie, forse dovreste mettervi d’accordo su cosa chiamate stereotipie.
    Non credo che ci siano studi che provano come al diminuire le stereotipie migliorino proporzionalmente tutte le altre abilità deficitarie nell’autismo fino alla “normalità”

    Vorrei anche precisare che anche quando si parla di autistici “recuperati” non significa che siano diventati “normali” nel senso che possono pensare alcuni di voi,magari certe caratteristiche non sono più patologiche, ma comunque restano.
    Inoltre lo studio di Lovass ,su cui ci sarebbe da discutere,parlava di bambini che recuperavano tanto da frequentare la scuola senza sostegno, non ha mai parlato di bambini diventati “normali” (qualcuno parlerebbe di neurotipici) .
    Cerchiamo di fare attenzione. Stessa cosa per quelli che perdono la diagnosi, molti sono comunque nello spettro ed anche quei pochi che hanno la fortuna di uscire pure dallo spettro autistico,non è detto che ne perdano alcune caratteristiche quali un amore per la routine (che non è patologico quasi mai e non è stereotipia).

    Se posso permettermi, vorrei che non si indirizzassero i genitori con bambini piccoli a lavorare quasi esclusivamente sulle stereotipie,come se il problema fosse tutto lì,perché potrebbero perdere tempo prezioso da dedicare ad un intervento a 360°

  57. il libro non l’ho letto e non posso dire molto….
    che l’aba abbia vari limiti lo penso anch’io, o forse i grossi limiti li hanno i consulenti…sul fatto che
    il funzionamento stereotipato sia quasi “la radice” del problema sono abbastanza
    d’accordo, forse non sara’ l’unica radice, ma impedisce anche agli autistici dotati
    di funzionare a livello pratico….

  58. Esistono casi di bambini che hanno perso la diagnosi, quindi è possibile acquisire un comportamento paragonabile a quello degli NT. Se Gabrielli ci è riuscito eliminando le stereotipie, forse questa è una strada, ma non so se ci sono abbastanza dati per una validazione scientifica.
    Mi chiedo però se il nostro obiettivo è la normalità oppure far acquisire ai nostri bambini le abilità necessarie per convivere con la loro condizione. Per me ABA serve ad insegnare a mio figlio a comunicare… è uno strumento che si presta a differenti obiettivi.
    Non c’è dubbio che l’obiettivo di Lovaas fosse la normlità, e questo è anche l’obiettivo di Gabrielli. Anche Lovaas ci riuscì in diversi casi documentati.

  59. tu che ne pensi dunque – Carla Marta – dell’approccio proposto da Tiziano Gabrielli?

  60. Paperinik ha scritto:
    In realtà esiste l’autismo anche senza la stereotipia

    in realta’ io ho difficolta’ ad immaginare una persona con autismo senza un tot
    di comportamenti ripetitivi, senza un modo di pensare rigido e statico, una persona
    con autismo che ama i cambiamenti , le novita’, le sorprese, l’incertezza….
    conoscete qualcuno nello spettro che sia davvero cosi’ flessibile?

    Questa discussione mi ricorda quella sui “core deficits”
    alcuni dicono che non esiste un core deficit dell’autismo, ogni persona nello spettro e’
    una mescolanza unica di deficits e di punti di forza…
    secondo uno psicologo di nome Gutstein il core deficit sarebbe un problema nella memoria episodica, in quanto gli autistici sarebbero forti nella memoria procedurale
    (attenzione ai dettagli, scripts, modelli statici di comportamento) e deboli nella memoria
    episodica ( abilita’ di riflettere sulle esperienze passate ed anticipare potenziali futuri
    scenari…)
    per la Uta Frith il core deficit sarebbe la mancanza di coerenza centrale…secono lei
    irrimediabile…

    …l’anno nuovo ci portera’ forse qualche altra teoria, ma si continuera’ a registrare il
    deficit di pratiche riabilitative adeguate….

  61. @Paperinik: c’è un equivoco, il riassunto non è scritto da me ma da Gabrielli stesso.

  62. mammam. quegli insegnanti consideravano la “bibbia” dell’autismo il libro
    “L’autismo. Spiegazione di un enigma” di Uta Frith, la quale dice agli insegnanti
    che devono amare il bambino autistico proprio “in quanto autistico”…per cui erano
    molto propensi a lasciar stare le cose come sono..
    forse un giorno leggeranno anche qualche altro libro, magari come quello di Tiziano, chissa’…

    Un dubbio riguardo all’OCD :potrebbe darsi che alcuni adulti sviluppino
    un po’ di “coscienza critica ” riguardo alle loro ossessioni, o che si instauri un
    disturbo ossessivo-compulsivo classico accanto alle stereotipie autistiche…
    mia figlia ad es. dopo essersi occupata per settimane di qualche oggetto
    in modo ossessivo, improvvisamente poi lo getta nella spazzatura e se le si chiede
    perche’ lo ha gettato risponde che l’oggetto era una fissazione…

  63. Vede io sono un semplicissimo genitore,che nemmeno vorrebbe scrivere su questo sito,ma mio malgrado mi vedo costretto a risponderle.Pensavo nella mia umiltà di poter esprimere un’opinione diversa da quella di questo sito.
    Certo che ho letto il riassunto del suo libro,ma essendo fatto da Papa c’era il rischio che avesse travisato almeno in parte l’idea originale.
    Lei mi ha confermato che invece il riassunto di Papa è fedele.
    Sul punto 4 ha ragione, non sono stereotipie,ma mi sembrava che per voi talvolta potessero essere assimilate ad esse(almeno per alcuni commenti letti) , ma ringrazio per la precisazione.

    Il DSM V parla appunto di un aspetto della triade , ma troviamoci d’accordo, perché se i 4 punti non sono tutte stereotipie,allora deve convenire con me che il funzionamento autistico NON è SOLO stereotipia e che permane anche in assenza di stereotipie.
    Quindi anche eliminando le vere stereotipie ,cioè quel del punto 1, resterebbero gli altri 3 punti.
    Ma purtroppo l’autismo non è solo il “funzionamento stereotipato” come afferma lei.
    Lei dice che : //il ritardo mentale si recupererebbe velocemente//
    Non sono d’accordo,perché migliorando il livello di attenzione e con un lavoro specifico ,si può recuperare il ritardo cognitivo,non un vero ritardo mentale, che invece in quanto danno organico permane. A dirla tutta un ritardo mentale potrebbe essere una delle cause delle stereotipie, quindi non è agendo sul sintomo che se ne cura la causa.

    //Lei ha visto certamente come alcuni “savant” compensano, evolvendo, La ToM ovvero la difficile sincronizzazione con l’altro, l’autonomia ideativa rispetto all’altro; l’attribuzione di intenti, l’interesse al confronto… evidenziando sempre meglio come sia proprio il funzionamento stereotipato quanto rimane ad inficiare il compenso raggiunto.//

    Anche in questo caso credo stia facendo confusione, intanto perché sta sbagliando il termine savant con asperger od altissimo funzionamento, mentre le ricordo che alcune capacità savant sono presenti pure nell’LFA e spesso non lo sono nell’alto funzionamento.
    So benissimo che chi ha un cognitivo molto alto riesce a compensare la ToM ,ma ci arriva in modo solamente cognitivo,mai istintivo e ciò frenerà sempre le relazioni sociali,essendo infatti più lenti nell’applicare le regole della ToM, si trovano molto bene nei rapporti sul web, dove c’è tempo per rispondere, che nella vita sociale/reale,anche perché sul web ,molto spesso non essendoci il non verbale ,ci si aiuta dalle faccine,per loro di più facile lettura.
    Lei ancora afferma:
    //
 Le “stereotipie mentali” sarebbero per lei una sciocchezza. Le risulta che si possa sfarfallare per ore se la mente non è coinvolta? Immagini un autistico decerebrato. Ci riesce? Non funzionerebbe in modo autistico//

    Una mente con un basso funzionamento può fare ciò, ma non è indice di autismo,oppure ha studi a dimostrarlo?

    Tra l’altro io non ho detto che non si debba lavorare su tutti e quattro i tipi di comportamenti ,specie se patologici e non ho mai rammentato l’orgoglio autistico o solamente detto che si deve sempre capirne la funzione.

    Non tutte le stereotipie continuano in una stanza vuota ,senza altri elementi di disturbo (luci alte ,rumore,ect….) e come ho già scritto alcune si fanno per noia , per calmare ansia, mentre altre provocano piacere (tutti le usiamo anche non in modo patologico
    Lei sempre afferma:

    //).Sul resto concordo abbastanza sull’operatività, senza bisogno però di aderire al senso (interpretazione adattiva psicodinamica personale del patologico, rispettabilissima ma che lascia il tempo che trova) che lei promuove per esse.//

    Dobbiamo sempre “cercare” di capire la loro funzione ed in questo non c’è niente di psicodinamico (mica sto cercando di rimuovere una causa inconscia),ma è vero comportamentismo ,è proprio analisi del comportamento. Ovvero ABC, niente di più.

    Detto questo trovo molto azzardato dire che una volta “sparite” le stereotipie di conseguenza non ci sarà più l’autismo, perché rimarrà un modo diverso di pensare e percepire (che sia innato o indotto ) così come una diversa ToM (innata od indotta) .

    Credo in definitiva , che lei abbia fatto uno degli errori più comuni per un genitore, ovvero a generalizzato la propria esperienza .
    In realtà esiste l’autismo anche senza la stereotipia.

    Firmato
    solo un genitore

  64. @carlamarta Stavo pensando che anche alcuni NT hanno l’evitamento di un numero. Pensa agli alberghi che hanno la camera 16-bis :)
    Comunque sono basita dal fatto che gli insegnanti si nascondano dietro il deficit cognitivo, non è professionale e io al tuo posto non avrei più voluto che seguissero mio figlio, è evidente che c’è un pregiudizio da parte loro. Piuttosto non hanno studiato i metodi per insegnare la matematica ad un bambino autistico?
    Hanno provato con un metodo visuale? Per esempio, mio figlio di 4 anni si trova molto bene usando le carte da gioco, (lavorare bene con le immagini è una caratteristica molto comune nell’autismo). Se io gli chiedessi di contare con le mani non ne sarebbe capace, invece è molto bravo se gli chiedo di darmi la carta corrispondente al numero.

  65. Non so chi sia Paperinik ma, vista l’autorevolezza con cui espone, mi meraviglio che si accontenti di assumere quanto compreso da Papa a proposito dei contenuti di un testo, seppure mettendo le mani avanti. Nessuno è obbligato a leggere, infatti.
    Forse basterebbero le quattro righe esposte nel riassunto di A-Incazz. per comprendere il mio punto di vista (totalmente irrilevante) sul peso e sugli effetti che la S ha sull’essere poi complessivamente autistici. L’autismo funziona in modo stereotipato (lo cita lei il DSMIV – 5). 

    Affermare che contrastare questo funzionamento sconfigge l’autismo è pertanto assolutamente coerente e vero (l’esatto contrario di quanto lei giudica: “quanto di più falso si possa pensare”). Cos’altro rimarrebbe dell’autismo eliminato il suo funzionamento S.? Me lo dica lei.
    Il problema del linguaggio? C’è chi parla benissimo pur essendo autistico (per assurdo… conosco mamme che una volta avviata la comunicazione vorrebbero tornare indietro).
    Il ritardo mentale si recupererebbe piuttosto velocemente.
    La “teoria della mente”, è presente proprio perché l’autismo (i cui effetti agiscono sulla genesi della mente e permangono) ne impedisce, rallenta o altera lo sviluppo spontaneo (altrimenti normale). Lei ha visto certamente come alcuni “savant” compensano, evolvendo, La ToM ovvero la difficile sincronizzazione con l’altro, l’autonomia ideativa rispetto all’altro; l’attribuzione di intenti, l’interesse al confronto… evidenziando sempre meglio come sia proprio il funzionamento stereotipato quanto rimane ad inficiare il compenso raggiunto.
    Ma procediamo per gradi.
 Le “stereotipie mentali” sarebbero per lei una sciocchezza. Le risulta che si possa sfarfallare per ore se la mente non è coinvolta? Immagini un autistico decerebrato. Ci riesce? Non funzionerebbe in modo autistico.
    Cerco ancora, su suo consiglio, di “restare con i piedi per terra”.
    Della descrizione fatta dal DSM 5 concordo ad eccezione del (suo) punto 4 che non inserirei nelle S (nemmeno il DMS5 lo fa, perché elenca il modo di funzionare -un aspetto della TRIADE- e non gli aspetti di ciò che definisce stereotipie).
    In Out Aut (il ns libro) è spiegato benissimo cosa significherebbero (per noi) i comportamenti elencati in 4 (i problemi ipo o iper reattivi agli stimoli sensoriali) e come vanno trattati per risolverli.
L’intervento deve avere un senso e non solo un protocollo esecutivo.
    “Be proud to be autistic” è il peggior orrore che si possa perpetrare su queste persone, da amare e di cui andare orgoglioso come persone umane e non per il fatto di essere ammalati.
    Lei non è tenuto a credere a come la penso io ma mi deve anche dire come risolve il problema alla radice. Se c’è un qualcosa che assomiglia ad una radice è il funzionare S.
    A proposito di quanto afferma “Fissare le luci è un iperstimolazione,ma non una stereotipia vera e propria”. Questa conclusione è legittima sino a che la fissazione (cosa c’è di meno mentale?) dell’oggetto luminoso non diventa continua , adesiva, ovvero uno stigma patologico (anche se non motorio). Poi veda lei se ritenerlo un problema o un limite oggettivo su cui lavorare.
    A proposito dei comportamenti OCD (ossessivo-compulsivi) i trattati di psichiatria descrivono le condizioni essenziali ed indispensabili per parlare di OCD (tra queste l’egodistonia, la condizione che permette ad un individuo di provare disagio per ciò che performa e che diventa per lui un vero problema. Ho detto tutto).
    Sull’assoluta mancanza di funzione (adattiva seppure estrapolata) delle S ho scritto in OUT AUT un trattato ricco ( a mio parere) di riscontri, deduzioni logiche, prove. Finchè il patologico avrà un valore funzionale… avremo patologico.
    
Lei poi riduce a “vera stereotipia” la produzione (che provochi “piacere”, non so come lo possa provare) che avviene e continua anche in una stanza vuota, a dimostrazione che non ha altro scopo. Peccato che le performance S. registrate nelle stanze vuote (Time Out) dei centri in cui si sono studiate ,siano esattamente le stesse performate all’esterno di quelle specifiche condizioni. Il cielo è qui come altrove, sempre e comunque cielo.
    Sul resto concordo abbastanza sull’operatività, senza bisogno però di aderire al senso (interpretazione adattiva psicodinamica personale del patologico, rispettabilissima ma che lascia il tempo che trova) che lei promuove per esse.

  66. sinceramente, grazie
    ha messo un pò di ordine nella confusione della mia “autoformazione”
    concordo, l’autismo resta

  67. Mi costa fatica rispondere su questo sito, ma la discussione sta degenerando su diversi aspetti. Cercherò di essere il più chiaro possibile.

    La prima cosa su cui non concordo è che l’autismo sia stereotipia, questo è ciò che affermerebbe Gabrielli secondo Papa, se non è così mi scuso con Gabrielli e bacchetto Papa che non ha compreso ciò che afferma lo stesso Gabrielli.
    Affermare che l’autismo è stereotipia e che dipende solo da quelle ,tanto che sconfiggendo le stereotipie si sconfigge l’autismo è quanto di più falso si possa pensare.
    Ma procediamo per gradi.
    Qui,nei vostri commenti, per avvalorare tale teoria , avete iniziato una gara ad annoverare nelle stereotipie anche comportamenti che non lo sono, per arrivare a citare le “stereotipie mentali”.

    Cerchiamo di restare con i piedi per terra e vediamo cosa ci dice il DSM V in proposito:

    (ultima versione ancora a venire):

    B. Comportamenti e/o interessi e/o attività ristrette e ripetitive come manifestato da almeno 2 dei seguenti punti:

    1) Linguaggio e/o movimenti motori e/o uso di oggetti, stereotipato e/o ripetitivo: come semplici stereotipie motorie, ecolalia, uso ripetitivo di oggetti, frasi idiosincratiche.

    2) Eccessiva aderenza alla routine, comportamenti verbali o non verbali riutilizzati e/o eccessiva resistenza ai cambiamenti: rituali motori, insistenza nel fare la stessa strada o mangiare lo stesso cibo, domande o discussioni incessanti o estremo stress a seguito di piccoli cambiamenti.

    3) Fissazione in interessi altamente ristretti con intensità o attenzione anormale: forte attaccamento o preoccupazione per oggetti inusuali, interessi eccessivamente perseveranti o circostanziati.

    4) Iper-reattività e/o Ipo-reattività agli stimoli sensoriali o interessi inusuali rispetto a certi aspetti dell´ambiente: apparente indifferenza al caldo/freddo/dolore, risposta avversa a suoni o tessuti specifici, eccessivo odorare o toccare gli oggetti, fascinazione verso luci o oggetti roteanti.

    Io ,ma non solo io, propendo per considerare quelle al punto 2 non delle stereotipie,ma dei comportamenti OCD (ossessivo-compulsivi) .
    Fissare le luci è un iperstimolazione,ma non una stereotipia vera e propria.

    Detto questo trovo molto pericoloso (nonostante io sia un comportamentista convinto) affermare che le stereotipie (o gli ocd) vadano estinti senza conoscerne la funzione.
    Al di là del nome che possiamo dare a tali comportamenti è sempre doveroso cercare di capirne la funzione.
    La vera stereotipia è quella che provoca piacere ed avviene e continua anche in una stanza vuota, a dimostrazione che non ha altro scopo ( come attirare attenzione o gestire l’ansia).
    Le stereotipie che servono ad attirare l’attenzione od a comunicare i propri stati d’animo (pensate allo sfarfallare quando contenti nei bambini piccoli anche NT) miglioreranno semplicemente lavorando sulla comunicazione.
    Le stereotipie che provocano piacere e magari aumentano nei momenti di noia (succede a tutti) possono diminuire semplicemente insegnando nuove attività più divertenti e non lasciandoli da soli senza far niente.
    Ma le stereotipie, che servono a gestire l’ansia ,non devono essere semplicemente estinte, perché potrebbero ritornare più forti di prima oppure l’ansia non controllata attraverso di esse,potrebbe portare a comportamenti più problematici. Meglio lavorare su strumenti alternativi per gestire l’ansia, o si concede loro una stereotipia sostitutiva ,ma più socialmente accettabile,oppure si lavora in modo cognitivo sulle paure e sull’ansia del soggetto,sempre che quest’ultimo sia in grado di recepire un tale lavoro.

    Infine vorrei chiarire, se ve ne fosse bisogno, che pur scomparendo le stereotipie, l’autismo resta, poiché restano in diversi casi i problemi nel ricettivo (particolar modo nel verbale) soprattutto se vi è stato un danno in tal senso,ma anche altre elaborazioni dovute ad essere ipo o iper reattivi agli stimoli sensoriali.
    Ed ancora più evidente è il fatto che anche senza stereotipie permangono nell’autistico tutti i problemi legati alla ToM (teoria della mente).

  68. con molto rispetto, la teoria dell’ansiolitico è una Sua interpretazione non mia
    di conseguenza rigetto fermamente l’etichettatura di “pericolosa” che ne consegue

    certamente ho difficoltà io ad esprimere correttamente la situazione e le dinamiche, perciò mea culpa per l’incapacità di spiegare propriamente situazioni complesse

    non ho intenzione di dilungarmi oltre in una conversazione senza avere gli strumenti intellettuali adeguati, sottolineando però che mai ho preteso di aver ragione su niente o nessuno

    Lei ha le Sue convinzioni e le Sue teorie, le difende e fa bene…ma non maleinterpreti le mie parole, sono solo una mamma che si prende cura della figlia, non ho mai avuto nemmeno la tentazione di elaborare teorie o darmi all’interpretazione di alcunché

    la cosa davvero meravigliosa è che abbiamo cominciato a lavorare sulla bambina a due anni e mezzo circa, nonostante tutti i “c’è tempo” che ci siamo sentiti dire, quelli sì, davvero pericolosi

  69. Sciocca era riferita alla domanda. Non certo a persone che pensano. Ma mi preme evidenziare come al di la’ della correttezza di quanto le accade,- e’ infatti ovvio non sovraccaricare di interruzioni i piccoli bambini ma educarli alla possibile interruzione ( fessibilita’ in antitesi al funzioar secondo stereotipi),- ciò che più mi colpisce e’ l’interpretazione che lei introduce ( ansiolitico pe meglio gestire l’ambiente). Ecco questo e’ ( per me) sbagliato, inutile, pericoloso (interpretare secondo schemi adattivi) in quanto se lei avesse ragione allora queste manifestazioni non esisterebbero in ambienti o situazion conosciute. Invece quando sua figlia rientra a casa, magari nella sua stanza, ricomincera’ quella o nuove S. La sua interpretazione e’ l’ansiolitico per il genitore, non per il figlio. Questo problema e’ immenso perché pervade tutto lo schema bilitativo oggi in Italia. Si insegnano competenze trascurando ( non occasionalmente) l’aspetto dominante e pervasivo. Comunque cominciare a lavorare contro l’autismo a tre anni ( se ho capito bene) e’ meraviglioso. L’intervento dovra’ essere lieve, dolce e misurato, pieno di componenti motivanti l’abbandono delle S. per stare nell’adattivo. Bisogna inoltre ricordare l’effetto “colonizzazione”. Se il bambino impara un modo, anche patologico, lo memorizzerà per quell’ambiente mettendolo atto sempre. Per questa ragione sarebbe meglio( penso io) soggiornare in ogni ambiente, situazione nuova, il te,Po necessario per mostrare cosa fare li dentro e poi uscire per organizzare opportunamente una nuova occasione.

  70. qualcuno ha le stereotipie numeriche? intendo dire, qualche genitore ha un figlio
    che le ha?
    La mia se deve fare una somma diminuisce quasi sempre il risultato di una unita’, oppure lo aumenta di una unita’, per cui due piu’ due non fa quattro, ma fa tre oppure
    cinque…inoltre ha un evitamento sistematico per il numero sei , che trasforma sempre
    in sette…
    dicevo agli insegnanti che si tratta di stereotipie, loro non ci hanno mai creduto e dicevano
    che non puo’ apprendere l’aritmetica a causa di deficit cognitivo…
    …ummm….

  71. voglio far notare che Tiziano Gabrielli non scrive su internet praticamente da anni. Che onore!!!

  72. non so se “affermazione sciocca” era riferito al mio post…se così fosse mi spiego meglio
    non intendevo dire che mi andrà bene che mia figlia fissi per il resto della vita le lampade dei centri commerciali…
    ho specificato “in questa fase”…(ha 3 anni) in cui farlo ha allungato progressivamente il suo tempo e la sua capacità di stare in un ambiente per lei pesante, che diversamente non sopporterebbe affatto…quindi mi permetto di dire che il bisogno di concederle questa S. non è né sciocco né gratuito, ma è funzionale a permetterle di imparare a stare in un contesto di un certo tipo.
    Fra l’altro, non lo avevo specificato, ma le interruzioni ci sono e aumentano di numero… lasciarle prendere oggetti dagli scaffali, farle aprire il pacco dei biscotti preferiti, suonare il campanello per chiamare l’addetto del banco… e ce ne saranno altre, man mano che la nostra permanenza ed esplorazione di un mondo tanto pieno di stimoli aumenterà… abbiamo superato abbondantemente un’ora con il caos delle feste, ma saremmo ancora fermi ai cinque minuti di partenza se non avessi scioccamente concesso l’osservazione delle lampade.

  73. La domanda giusta a proposito di stereotipie(S.)non e’ “forse servono?” oppure “ci sono o meno?” oppure “sono come certe attivita’ ripetitive a cui anche noi i dedichiamo?” ma “COME LE SI INTERROMPE?” perché, se di stereotipie si tratta, il problema e’ proprio la loro esuberanza spontanea al punto da risultare incontrollabili da parte della persona che le presenta. L’aspetto e’ irrilevante, sia nel poco che nel peggio. Quando e’ peggio tutti corrono ai ripari. Perché non farlo quando e’ poco? Forse e’ meno urgente ma altrettanto efficace. Inoltre non assume il carattere dell’indispensabilità e quindi ci si può allenare meglio e con calma. Certo, quando non si può lavorare si posson tollerare. Ma questa affermazione e’ sciocca nella misura in cui queste si ripresentano senza bisogno di concederle.
    Distogliere lo sguardo, un assaggio del famoso guscio autistico, non e’ S. E’ ciò che ne Precede l’insorgenza. E’ un aspetto “minimo” del comportamento problema, cioe’ di tutte le strategie (patologiche) messe in atto per evitare qualcosa di “adattivo” (guardarsi, nell’esempio) e per riconfezionare le condizioni per ritornare all’autismo e alle sue manifestazioni ( prima di ogn cosa mentali, ideative….e poi motorie, verbali, ecc.). Per queste ragioni la S. e’ sempre un target educativo, seppure, essendo impossibile educare-abilitare sempre e di continuo, ci saranno sempre momenti in cui si riafferma. Ma questi (essendoci un lavoro ad ostacolarla) momenti non ci spaventano.

  74. sei stata chiarissima
    se in questa fase a mia figlia passare lo sguardo da una lampada all’altra dei supermercati come se le contasse, in modo apparantemente tipico, serve ad imparare a frequentare e sopportare tranquillamente ambienti caotici e rumorosi pieni di gente pressata e stressata…
    penso che il gioco valga la candela

  75. Le stereotipie le ho anke io ke sono “non autistica” cioè: mi piace vedere la linea della cumana (treno privato flegreo) ke si muove quando il treno corre, sopratutto nei momenti di noia, far girare gli oggetti, giocherellare con scemenze quando si chiacchiera più del meno che del più. I nostri bimbi nn sanno disattivarsi da esse, ma tutti le abbiamo secondo me, solo ke i nostri cuccioli dato ke stanno “imparando ad imparare” nn hanno ancora l’autonomia di disinserirle e riattivarle in un contesto “privato”, ma fidatevi ho sentito che c sono ragazzi ke lo fanno. Ma poi se la stereotipia nn è così grave tale da nuocere se stessi, gli altri, l’ambiente etc. e nn si è in un momento d’apprendimento e quando nn hai alternativa da proporre, xkè nn possono trastullarsi un pò? Fissando un tempo come facciamo per il mio bimbo, fa parte della loro genetica nn possiamo toglierle completamente! Mi scuso se sono stata poco chiara, buon lavoro a tutti

  76. Anche la NPI in visita mi ha detto ultimamente che mio figlio non aveva stereotipie ma in effetti a pensarci bene forse si riferiva a quelle + evidenti

  77. nostra figlia fin da neonata fissava il quadro dietro al fasciatoio come se stesse assistendo allo spettacolo più interessante del mondo…
    noi guardavamo il quadro chiedendoci cosa avesse di così speciale da piacere tanto a un esserino di pochi mesi
    solo poi abbiamo scoperto che la domanda giusta da farci sarebbe stata cosa avesse la bimba di così speciale da rimanere “incantata” da un quadro piuttosto piatto e noioso

    ora lo fa con le enormi lampade dei parcheggi e dei centri commerciali
    credo che quelle siano stereotipie

  78. Probabilmente anche il fatto che sfuggono lo sguardo è assimilabile a una stereotipia

  79. Riguardo alla mia esperienza, il bambino autistico che mi “forma” da sei anni a questa parte spesso guarda nel vuoto. Tutti dicono “si estranea”. In realtà si fa delle stereotipie gigantesche con le finestre, le luci, il pulviscolo, le mattonelle etc. etc.

  80. infatti certe stereotipie “ideative” sono cosi’ “sottili” che non tutti le percepiscono
    come stereotipie….

  81. Mio figlio le aveva e ora non ne ha più o almeno se ce le ha io non le vedo

  82. tanto per dire, a me e’ capitato di sentire genitori di bambini piccoli con diagnosi nello spettro autistico che dicevano:
    “mio figlio non ha stereotipie”
    forse si riferivano solo alle stereotipie motorie, non so…
    curiosita’: c’e’ qualche genitore tra i commentatori del blog che direbbe la stessa cosa?

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