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Archivio dell'autore: Gianni Papa

IL GRANDE PSICOLOGO

Gianni Papa:

riblogghiamo un video molto simpatico su psicologi e autismo

Originally posted on autismo incazziamoci:

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Pubblicato da su 18 gennaio 2015 in Zuzzerellonate Autismincazzate

 

I CONSULENTI ABA SONO TUTTI PSICODINAMICI

Gianni Papa:

A inizio anno, riblogghiamo un vecchio attualissimo post…

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Riceviamo, pubblichiamo e pensiamo. Uhm… (G.P.)

Il problema è che tutte le persone che in Italia si stanno occupando, oggi, di intervento cognitivo-comportamentale per l’autismo sono psicologi (soprattutto psicologhe) o educatori (educatrici). Le psicologhe (e le educatrici), non c’è niente da fare, hanno tutte un orientamento volto a mettere “l’universo famiglia” al centro e il marasma dei rapporti interpersonali sotto la lente.

Va a finire che – nonostante si peritino di studiare lo shaping e il fading, il rinforzo e l’estinzione… e nonostante si riempiano la bocca di “Scienza” e “Scientificità”, esitino – nei fatti – di attaccare a spada tratta i colleghi “psicodinamici”, continuando a chiamarli “colleghi” e a rispettarli.

La realtà dei fatti è che anche loro sono psicologi/ghe e hanno studiato il sistema tolemaico-masturbativo freudiano.

Di conseguenza, non si assiste mai a una autentica battaglia contro l’inefficacia dell’approccio segaiolo, mai a una autentica…

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Pubblicato da su 1 gennaio 2015 in Zuzzerellonate Autismincazzate

 

Romanzo – 27

Capitolo 26

telefono27

– Pronto.

– Ciao!

– Chi è?

– Sono Elisabetta!

– Eli!

– Chiamami Elisabetta!

– Ciao! Che sorpresa… E di domenica!

– Nulla… Avevo voglia di sentirti. Stai andando bene.

– In che senso?

– Fino a poco tempo fa, ti saresti alzato per ogni cosa che non andava e avresti sollevato una questione che non finiva più, invece alla lezione teorica, l’ultima volta, è venuta quella psicologa cognitivista e tu sai che noi abbiamo bisogno di contatti, abbiamo bisogno di gente che conosca il nostro nome e che ci faccia lavorare. Sai che nel migliore dei mondo possibili esiste solo l’ABA ma che dobbiamo accettare dei compromessi.

– Mi sarei alzato a fare un casino ma non avrei ottenuto nulla. Certo fare un master ABA e arrivare a parlare di tutt’altro, di teorie che non c’entrano nulla con l’analisi del comportamento… non ha molto senso… E gliel’ho scritto, a Enza.

– Infatti!!! Proprio questo ci ha fatto piacere! Un po’ di tempo fa noi abbiamo trovato un blogger omosessuale troppo omosessuale e troppo blogger, che “abbraccia” la causa dell’ABA senza essere nemmeno, lasciatelo dire, troppo convinto. Solo perché ha una figlia autistica. A proposito, come sta?

– Rosanna…

– Insomma, volevo complimentarmi con te perché stai imparando e stai diventando migliore. Il bigliettino lo ha letto Enza e lo ha passato a me. Lo abbiamo letto in due e non ha fatto danni. Invece un tuo intervento avrebbe potuto farne. E sai perché? Perché avresti avuto ragione! Perché non ha senso in un master ABA un intervento di una cognitivista… Ma quella cognitivista in particolare è molto importante nel nostro territorio ed è una strada che ci teniamo aperta!

– Dicevo di Rosanna…

– Ascolta: come sai, noi ogni estate organizziamo l’estate degli sfigati. L’anno scorso l’abbiamo organizzata a Casal di Principe, perché la maggioranza degli sfigati proveniva da lì. Ma ora abbiamo sfigati sia da Caserta che da Marcianise… E molti sfigati vengono anche da oltre, da Maddaloni, da Caiazzo, da Santa Maria a Vico.

– E…

– Perciò quest’anno l’estate degli sfigati viene organizzata a Marcianise. Che è un centro che conosci bene e dove tu hai cominciato a capire come si lavora con gli sfigati… Noi vogliamo tenere conto delle tue motivazioni e abbiamo deciso di farti lavorare esclusivamente con gli sfigati… Quindi vorremmo che facessi parte della brigata. Come sei messo in estate?

– Di solito vado al mare con il mio compagno e Rosanna e la mamma di Rosanna, che quest’anno non è fidanzata. Quindi teoricamente dovremmo andare tutti e quattro e basta, nella casa di Baia Domizia di Giacomo, a meno che lei non porti qualcuno all’ultimo momento. Un uomo, intendo.

– Non voglio conoscere i dettagli dei tuoi rapporti familiari.

– E cosa?

– Noi abbiamo bisogno di tirocinanti per tutta l’estate. Luglio e agosto, tranne che la sola settimana di ferragosto. Finiamo il 9 settembre. Insomma. Dal primo luglio al 9 settembre, meno una settimana, puoi stare con noi? Così hai occasione di lavorare con i bambini tutti i giorni, di specializzarti nel settore che ti interessa, quello degli sfigati, e di diventare un operatore competente. Non ancora in grado di masterizzarsi coma con tutta la parte del tirocinio “tolta di mezzo”. Allora…?

– Devo parlarne col mio compagno.

– Quando ce lo presenti?

– Io non credo…

– Ciao, allora. Fai sapere a Rita, quando vieni per il tirocinio, le tue disponibilità. Noi contiamo molto su di te, perché la tua motivazione non ce l’ha nessuno.

– Eh…

– Forza, dai, ti saluto.

– Ciao.

– Ciao. In gamba, eh?

 
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Pubblicato da su 30 dicembre 2014 in il nuovo romanzo di Gianni Papa

 

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LA GUERRA AI VACCINI DEL MEDICO-POLIZIOTTO

Vai all’articolo su Repubblica Bari

 
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Pubblicato da su 22 dicembre 2014 in NOTIZIE PER INCAZZARSI

 

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Con gli occhi di un bambino

Per i bambini nessuno è diverso

 
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Pubblicato da su 19 dicembre 2014 in VIDEO

 

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26 – Romanzo

capitolo 25

26

Madre%20Teresa%20di%20Calcutta[1]Tenevo stretto Salvatore come avrei tenuto stretta la vita in caso di rapimento, di rapina in banca con ostaggio, di amore disperato e senza uscita. In caso, insomma, che mi avessero puntato addosso un’arma.

Elisabetta si avventò su di me, ma si guardò bene dal togliermi il ragazzo. Senza parlare, mi indicò la stanza buia, la porticina con veli dalla quale vi si penetrava.

Eseguii, non senza fatica perché il ragazzino cercava di mordermi. Davanti alla porta, la aprii con un calcio e lo scaraventai dentro con forza e con un fruscio.

La mamma di Raffaele si era messa davanti al vetro buio. Cercava di scrutare dentro, ma il pomeriggio era molto poco soleggiato, il cielo era coperto e non entrava luce da nessuna parte.

La mamma di Raffaele immaginava suo figlio muoversi, poi cercare di sedersi al tavolino, inciampare (si basava sui rumori), sedersi, prendere carte e denominare le immagini che non si vedevano (era troppo buio!) e che erano state stampate in rilievo (sembra).

In realtà, era da solo, là dentro. Elisabetta doveva ancora entrare.

Entrò dopo che Rita le ebbe portato una bottiglietta d’acqua, molto fredda (si vedeva dal fatto che era appannata). Entrò dopo essersi guardata intorno e aver fatto un sorriso circolare.

Poi ci mettemmo tutti intorno alla finestrella dalla quale non si vedeva nulla. Il vetro era di quelli fatti apposta per guardare dentro senza essere visti ma, in realtà, non se ne riusciva a vedere la funzione, perché di sicuro da dentro non riuscivano a specchiarsi e – da fuori – non si riusciva a vedere quasi nulla all’interno.

Non proprio nulla, a dire il vero, intravedevamo dei luccichii, dei movimenti bruschi sulle pareti (o ci lasciavamo condizionare dai rumori).

Sentimmo la voce di Elisabetta che gridava: “Bravissimooooooooooooooo!!!” con lo stile becero che lei stessa aveva portato dal suo soggiorno negli stati uniti e aveva imposto e impostato in tutti i centri Fare.

Ma bravissimo di cosa?

– Adesso Elisabetta sta toccandolo e facendolo sedere. E gli dice che è bravo perché lui accetta il contatto – ci spiegò Rita (ma come faceva a saperlo?) – Adesso gli farà delle richieste a tavolino e lo gratificherà, facendogli capire che è rinforzante venire qua fuori e che quindi il comportamento di comportarsi bene è un comportamento adeguato.

Non avevo capito. Ma vidi che la mamma di Raffaele (una donna molto alta, con le tette molto grandi) guardava dentro con la bocca aperta e poi guardava Rita con ammirazione.

– Tu sei quello del blog su omosessualità e autismo, no? – fece a un tratto, rivolgendosi improvvisamente a me.

Non so per quale motivo, ma mi sentii improvvisamente incenerire da Rita.

Feci cenno di sì. Ero io.

La donna disse il mio nome. Feci cenno di sì. Ero proprio io.

– Devi scrivere che il centro Fare è un’eccellenza in Italia. Certo ci sono delle difficoltà ovunque, e qui sono soprattutto difficoltà di rapporti con la scuola, ma in quale centro sono in grado di fare questo?

Dicendolo, indicò la finestrella di vetro nel vetro… Il buio nel buio.

Non riuscivo a capirla. Le sorrisi, per non dare a Rita e alle altre ragazze che stavano guardando il buio che non ero d’accordo.

Sentimmo dei rumori. Sembrò. all’improvviso, che la camera buia stesse squassandosi, espodendo o implodendo. Poi, a un tratto, vedemmo un braccio di Raffaele vicino al vetro, nitido. Sua mamma fece un salto.

Poi vedemmo una mano di Elisabetta che riprendeva quel braccio e lo faceva piombare ancora nell’oscurità.

– Fai così – disse Elisabetta Caterino.

Rumori.

– Fai così.

Rumori. Il rumore di una bottiglietta d’acqua fredda sbattuta su una schiena con violenza.

– Fai così e così – disse Elisabetta.

– Adesso Elisabetta sta spiegando a Raffaele che bisogna seguire delle istruzioni, ma il nostro approccio è molto diverso dall’ABA-addestramento, molto diverso da quelli che fanno l’ABA nelle case. Noi vogliamo insegnare il rinforzo naturale. Per questo creiamo una stanza priva di stimoli, come quella dove si trovano loro, perché nulla possa distrarre la creazione del rinforzo sociale… Rinforzo sociale che è rinforzo intrinseco e non più estrinseco… Per esempio col rinforzo estrinseco Raffaele può smettere di mordere perché ottiene qualcosa, anche solo una caramella un mini-smartie… Col rinforzo intrinseco Raffaele ottiene – invece – il piacere di comportarsi bene e di non mordere perché, non mordendo, la gente ti accetta.

La guardai allibito. Come faceva a vedere e a sapere tutto questo? La mamm di Raffaele, invece, se la mangiava ad occhi aperti.

Erano lì davanti al vetro/specchio buio, alla finestra monodirezionale, alla finzione di qualcosa che non riuscivano a vedere e dovevano solo accettare come dogma, e sembravano felici, entrambe.

– Se vuoi – disse la mamma di Raffaele, rivolgendosi a me – posso raccontarti tutto quello che hanno fatto a mio figlio. Guarda che abbiamo fatto dei progressi enormi… e questi progressi non li avevo mai visti, prima del centro fare.

Sentimmo, dall’interno della stanzetta, un urlo disumano, un fruscio, un tonfo attutito.

– Elisabetta è bravissima – disse Rita – Scommettiamo che la vediamo uscire con Raffaele per mano che le fa le coccole, entro cinque minuti?

La mamma di Raffaele sorrideva e guardava un po’ me e un po’ Rita.

Eravamo lì, accalcati a vedere l’esibizione di Elisabetta Caterino, io, Rita, la mamma di Raffaele e… tante altre persone, dietro di noi, delle quali non riuscivo a capire la funzione e il ruolo, quasi fossero ectoplasmi.

C’era, nell’aria, un’aspettativa di santità che mi portò sull’orlo del pianto.

capitolo 27

 
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Pubblicato da su 13 dicembre 2014 in il nuovo romanzo di Gianni Papa

 

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Romanzo – 25

capitolo 24

M25

Tutti i presenti in quel centro, quel giorno, si sentivano come i dodici apostoli durante l’ultima cena, come san Giovanni e la Madonna sotto la croce, come Napoleone quando sbarca a Parigi di ritorno dall’Isola d’Elba. La presenza di Elisabetta, quel giorno, segnava con una firma indelebile l’istante in sé, il centro in sé, il momento storico in sé.

Anche io cercavo di starle dietro, ma era praticamente impossibile. Tutte le ragazze che non avevo mai visto, nonostante condividessero quasi i miei stessi spazi, tutte le persone astruse – contemporaneamente intrise di determinismo psicodinamico e di scientificismo comportamentista… Tutte queste psicologhe più qualche educatrice che svolazzavano per il centro, io non le avevo notate. Tutti i fighi che gravitavano per l’entrata e poi si chiudevano nell’altra stanza (una stanza enorme, rispetto a quell degli sfigati, a dire il vero, una stanza fatta di tavoli e addirittura di libri. Libri… assurdo!) io li vedevo appena, come ectoplasmi trascurabili e sul punto di svanire. Per me esisteva solo la stanza degli sfigati, il lavoro non-pagato, chiamato tirocinio, che facevo nella stanza degli sfigati. Per me esisteva Kevin, esisteva Raffaele…

Mi resi conto dell’esistenza di una parte di mondo che non avevo considerato, solo quando Elisabetta penetrò nel centro e una fattiva e condizionante parte di quel mondo figo penetrò nella stanza degli sfigati.

Elisabetta avanzò, candida e perfetta, e sembrava un pugile imbattibile nell’atto di un incontro importante. Tutte le ragazze erano intorno. Sembravano bambine festanti e invece erano psicologhe e laureate in psicologia. Tutte le ragazze spingevano il culo in fuori, leggermente, senza rendersene nemmeno conto, ed erano impercettibilmente inchinate verso di lei. Era chiaro come la luna quando è piena: lei aveva carisma.

Era chiaro anche alla mamma di Raffaele, che teneva per la mano questo ragazzetto sghembo con lo sguardo un po’ perso e un po’ aggressivo, un po’ perso e un po’ aggressivo, tutto di seguito.

– Buongiorno – disse la mamma di Raffaele.

Elisabetta sorrise, ammiccò. Poi fece cenno a Raffaele di andare al tavolo con lei.

Raffaele la guardò aggressivo, poi sorrise, poi fece una strana stereotipia con le mani. Poi gridò. Poi fece quello che lei le aveva chiesto. Sedette al tavolo e attese la “maestra”.

– Buongiorno – fece Elisabetta alla mamma di Raffaele – Oggi lo vedo pimpante. Sono sicura che andrà bene.

– Mi commuove che ci sia lei – fece la mamma di Raffaele.

Si bloccò. Guardò me.

Io mi sentii come colto in fallo. Stavo spiando il loro colloquio. Con quale diritto? Eppure erano tante le psicologhe a spiare quel colloquio, tutte immobili e sospese in attesa degli immancabili insegnamenti della maestra.

Allora perché la mamma di Raffaele aveva indicato me?

– Lui è quello del blog? – disse la donna – Sei tu? Sei quello del blog?

Elisabetta non si girò nemmeno a guardarmi. La sentii che respirava forte. Fu come se – nel centro Fare di Marcianise – nessuno più parlasse, o come se tutti parlassero a voce tremendamente bassa che si sentiva solo il respiro di Elisabetta. Un respiro come amplificato dagli altoparlanti di un campo di sterminio, un respiro opprimente e oppresso.

A toglierci dall’imbarazzo, ci pensò Raffaele, che pensò bene di rovesciare il tavolo con tutto quello che c’era sopra (immagini, fogli di lavoro, flashcards di lettere e numeri, oggettini vari) e – quindi – di prendere il tavolino per una delle gambe e usarlo a mò di clava contro il vetro, che era infrangibile e si scheggiò soltanto.

Colsi il momento giusto per gettarmi verso il bambino e placcarlo. Lo misi a terra e lui cominciò a scalciare e tentare di graffiarmi e mordermi.

– Per favore – disse Elisabetta, mentre lo tenevo a terra con tutto il peso del mio corpo – Portamelo nella stanza morbida. Me lo fai questo favore, eh?

capitolo 26

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2014 in il nuovo romanzo di Gianni Papa

 

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