26 – Romanzo

capitolo 25

26

Madre%20Teresa%20di%20Calcutta[1]Tenevo stretto Salvatore come avrei tenuto stretta la vita in caso di rapimento, di rapina in banca con ostaggio, di amore disperato e senza uscita. In caso, insomma, che mi avessero puntato addosso un’arma.

Elisabetta si avventò su di me, ma si guardò bene dal togliermi il ragazzo. Senza parlare, mi indicò la stanza buia, la porticina con veli dalla quale vi si penetrava.

Eseguii, non senza fatica perché il ragazzino cercava di mordermi. Davanti alla porta, la aprii con un calcio e lo scaraventai dentro con forza e con un fruscio.

La mamma di Raffaele si era messa davanti al vetro buio. Cercava di scrutare dentro, ma il pomeriggio era molto poco soleggiato, il cielo era coperto e non entrava luce da nessuna parte.

La mamma di Raffaele immaginava suo figlio muoversi, poi cercare di sedersi al tavolino, inciampare (si basava sui rumori), sedersi, prendere carte e denominare le immagini che non si vedevano (era troppo buio!) e che erano state stampate in rilievo (sembra).

In realtà, era da solo, là dentro. Elisabetta doveva ancora entrare.

Entrò dopo che Rita le ebbe portato una bottiglietta d’acqua, molto fredda (si vedeva dal fatto che era appannata). Entrò dopo essersi guardata intorno e aver fatto un sorriso circolare.

Poi ci mettemmo tutti intorno alla finestrella dalla quale non si vedeva nulla. Il vetro era di quelli fatti apposta per guardare dentro senza essere visti ma, in realtà, non se ne riusciva a vedere la funzione, perché di sicuro da dentro non riuscivano a specchiarsi e – da fuori – non si riusciva a vedere quasi nulla all’interno.

Non proprio nulla, a dire il vero, intravedevamo dei luccichii, dei movimenti bruschi sulle pareti (o ci lasciavamo condizionare dai rumori).

Sentimmo la voce di Elisabetta che gridava: “Bravissimooooooooooooooo!!!” con lo stile becero che lei stessa aveva portato dal suo soggiorno negli stati uniti e aveva imposto e impostato in tutti i centri Fare.

Ma bravissimo di cosa?

- Adesso Elisabetta sta toccandolo e facendolo sedere. E gli dice che è bravo perché lui accetta il contatto – ci spiegò Rita (ma come faceva a saperlo?) – Adesso gli farà delle richieste a tavolino e lo gratificherà, facendogli capire che è rinforzante venire qua fuori e che quindi il comportamento di comportarsi bene è un comportamento adeguato.

Non avevo capito. Ma vidi che la mamma di Raffaele (una donna molto alta, con le tette molto grandi) guardava dentro con la bocca aperta e poi guardava Rita con ammirazione.

- Tu sei quello del blog su omosessualità e autismo, no? – fece a un tratto, rivolgendosi improvvisamente a me.

Non so per quale motivo, ma mi sentii improvvisamente incenerire da Rita.

Feci cenno di sì. Ero io.

La donna disse il mio nome. Feci cenno di sì. Ero proprio io.

- Devi scrivere che il centro Fare è un’eccellenza in Italia. Certo ci sono delle difficoltà ovunque, e qui sono soprattutto difficoltà di rapporti con la scuola, ma in quale centro sono in grado di fare questo?

Dicendolo, indicò la finestrella di vetro nel vetro… Il buio nel buio.

Non riuscivo a capirla. Le sorrisi, per non dare a Rita e alle altre ragazze che stavano guardando il buio che non ero d’accordo.

Sentimmo dei rumori. Sembrò. all’improvviso, che la camera buia stesse squassandosi, espodendo o implodendo. Poi, a un tratto, vedemmo un braccio di Raffaele vicino al vetro, nitido. Sua mamma fece un salto.

Poi vedemmo una mano di Elisabetta che riprendeva quel braccio e lo faceva piombare ancora nell’oscurità.

- Fai così – disse Elisabetta Caterino.

Rumori.

- Fai così.

Rumori. Il rumore di una bottiglietta d’acqua fredda sbattuta su una schiena con violenza.

- Fai così e così – disse Elisabetta.

- Adesso Elisabetta sta spiegando a Raffaele che bisogna seguire delle istruzioni, ma il nostro approccio è molto diverso dall’ABA-addestramento, molto diverso da quelli che fanno l’ABA nelle case. Noi vogliamo insegnare il rinforzo naturale. Per questo creiamo una stanza priva di stimoli, come quella dove si trovano loro, perché nulla possa distrarre la creazione del rinforzo sociale… Rinforzo sociale che è rinforzo intrinseco e non più estrinseco… Per esempio col rinforzo estrinseco Raffaele può smettere di mordere perché ottiene qualcosa, anche solo una caramella un mini-smartie… Col rinforzo intrinseco Raffaele ottiene – invece – il piacere di comportarsi bene e di non mordere perché, non mordendo, la gente ti accetta.

La guardai allibito. Come faceva a vedere e a sapere tutto questo? La mamm di Raffaele, invece, se la mangiava ad occhi aperti.

Erano lì davanti al vetro/specchio buio, alla finestra monodirezionale, alla finzione di qualcosa che non riuscivano a vedere e dovevano solo accettare come dogma, e sembravano felici, entrambe.

- Se vuoi – disse la mamma di Raffaele, rivolgendosi a me – posso raccontarti tutto quello che hanno fatto a mio figlio. Guarda che abbiamo fatto dei progressi enormi… e questi progressi non li avevo mai visti, prima del centro fare.

Sentimmo, dall’interno della stanzetta, un urlo disumano, un fruscio, un tonfo attutito.

- Elisabetta è bravissima – disse Rita – Scommettiamo che la vediamo uscire con Raffaele per mano che le fa le coccole, entro cinque minuti?

La mamma di Raffaele sorrideva e guardava un po’ me e un po’ Rita.

Eravamo lì, accalcati a vedere l’esibizione di Elisabetta Caterino, io, Rita, la mamma di Raffaele e… tante altre persone, dietro di noi, delle quali non riuscivo a capire la funzione e il ruolo, quasi fossero ectoplasmi.

C’era, nell’aria, un’aspettativa di santità che mi portò sull’orlo del pianto.

Romanzo – 25

capitolo 24

M25

Tutti i presenti in quel centro, quel giorno, si sentivano come i dodici apostoli durante l’ultima cena, come san Giovanni e la Madonna sotto la croce, come Napoleone quando sbarca a Parigi di ritorno dall’Isola d’Elba. La presenza di Elisabetta, quel giorno, segnava con una firma indelebile l’istante in sé, il centro in sé, il momento storico in sé.

Anche io cercavo di starle dietro, ma era praticamente impossibile. Tutte le ragazze che non avevo mai visto, nonostante condividessero quasi i miei stessi spazi, tutte le persone astruse – contemporaneamente intrise di determinismo psicodinamico e di scientificismo comportamentista… Tutte queste psicologhe più qualche educatrice che svolazzavano per il centro, io non le avevo notate. Tutti i fighi che gravitavano per l’entrata e poi si chiudevano nell’altra stanza (una stanza enorme, rispetto a quell degli sfigati, a dire il vero, una stanza fatta di tavoli e addirittura di libri. Libri… assurdo!) io li vedevo appena, come ectoplasmi trascurabili e sul punto di svanire. Per me esisteva solo la stanza degli sfigati, il lavoro non-pagato, chiamato tirocinio, che facevo nella stanza degli sfigati. Per me esisteva Kevin, esisteva Raffaele…

Mi resi conto dell’esistenza di una parte di mondo che non avevo considerato, solo quando Elisabetta penetrò nel centro e una fattiva e condizionante parte di quel mondo figo penetrò nella stanza degli sfigati.

Elisabetta avanzò, candida e perfetta, e sembrava un pugile imbattibile nell’atto di un incontro importante. Tutte le ragazze erano intorno. Sembravano bambine festanti e invece erano psicologhe e laureate in psicologia. Tutte le ragazze spingevano il culo in fuori, leggermente, senza rendersene nemmeno conto, ed erano impercettibilmente inchinate verso di lei. Era chiaro come la luna quando è piena: lei aveva carisma.

Era chiaro anche alla mamma di Raffaele, che teneva per la mano questo ragazzetto sghembo con lo sguardo un po’ perso e un po’ aggressivo, un po’ perso e un po’ aggressivo, tutto di seguito.

- Buongiorno – disse la mamma di Raffaele.

Elisabetta sorrise, ammiccò. Poi fece cenno a Raffaele di andare al tavolo con lei.

Raffaele la guardò aggressivo, poi sorrise, poi fece una strana stereotipia con le mani. Poi gridò. Poi fece quello che lei le aveva chiesto. Sedette al tavolo e attese la “maestra”.

- Buongiorno – fece Elisabetta alla mamma di Raffaele – Oggi lo vedo pimpante. Sono sicura che andrà bene.

- Mi commuove che ci sia lei – fece la mamma di Raffaele.

Si bloccò. Guardò me.

Io mi sentii come colto in fallo. Stavo spiando il loro colloquio. Con quale diritto? Eppure erano tante le psicologhe a spiare quel colloquio, tutte immobili e sospese in attesa degli immancabili insegnamenti della maestra.

Allora perché la mamma di Raffaele aveva indicato me?

- Lui è quello del blog? – disse la donna – Sei tu? Sei quello del blog?

Elisabetta non si girò nemmeno a guardarmi. La sentii che respirava forte. Fu come se – nel centro Fare di Marcianise – nessuno più parlasse, o come se tutti parlassero a voce tremendamente bassa che si sentiva solo il respiro di Elisabetta. Un respiro come amplificato dagli altoparlanti di un campo di sterminio, un respiro opprimente e oppresso.

A toglierci dall’imbarazzo, ci pensò Raffaele, che pensò bene di rovesciare il tavolo con tutto quello che c’era sopra (immagini, fogli di lavoro, flashcards di lettere e numeri, oggettini vari) e – quindi – di prendere il tavolino per una delle gambe e usarlo a mò di clava contro il vetro, che era infrangibile e si scheggiò soltanto.

Colsi il momento giusto per gettarmi verso il bambino e placcarlo. Lo misi a terra e lui cominciò a scalciare e tentare di graffiarmi e mordermi.

- Per favore – disse Elisabetta, mentre lo tenevo a terra con tutto il peso del mio corpo – Portamelo nella stanza morbida. Me lo fai questo favore, eh?

capitolo 26

Romanzo – 24

Capitolo 23

  24 (una digressione)

Mi rendo conto che chi legge queste mie memorie (perché di memorie si tratta, e anche molto oggettive: sapete tutti, adesso, dove è finita Elisabetta Caterino e tutti siete consapevoli delle vicende giudiziare che l’hanno coinvolta) potrebbe provare repulsione per quanto ho vissuto e per il modo in cui l’ho vissuto. Potrebbe dire (magari) non che ho fatto un travagliato percorso alla fine del quale ho raggiunto la consapevolezza e l’obiettività, ma che sto cercando – adesso – di cavalcare l’onda dei fatti di cronaca,  di mettere in cattiva luce il centro FARE e di urlare a squarciagola “Io c’ero! Comprate il mio libro!”.

Oppure, chi legge potrebbe addirittura pensare che io stia facendo un’opera di demonizzazione del cosiddetto “trattamento scientifico predittivo di efficacia” e lo stia facendo – controcorrente – proprio in un periodo in cui nascono come funghi centri e strutture che adottano l’ABA come fulcro e come ragione di vita. Proprio in un momento in cui escono articoli del tipo “Mio figlio non ha avuto trattamenti fino ai 13 anni. Oggi i bambini sono già seguiti già a 2 anni con l’ABA”.

L’ABA. L’ABA. Tutti dicono questa parola magica, facile da pronunciare, e si riempiono la bocca. L’ABA. L’ABA.

Diciamolo tutti. Ditelo anche voi. Sentite come suona bene? E come fa schifo, in confronto, il suono di TEACCH? Come sa di teutonico e poco attraente?

O come induce a strani pensieri la CAA?

“Mio figlio fa la CAA tutti i giorni, dopo pranzo”

“Anche mio figlio fa la CAA: è importante fare la CAA: aiuta la regolazione interna”

Ma basta. Stavo cercando di essere molto diretto nella mia narrazione e di attenermi scrupolosamente ai fatti, solo che – aprendo internet questa mattina – ho trovato vari articoli sull’autismo. Uno è

CHE FINE HA FATTO ENZA CASERTA? MISTERI SULLA SUA SORTE.

Si tratta di una serie di illazioni senza capo nè coda secondo le quali la presidentessa del centro Fare (e socia della Caterino) sia stata uccisa. Finora si è sempre creduto che fosse emigrata in qualche paradiso tropicale con i soldi della cooperativa, ma gli inquirenti hanno studiato bene la situazione del centro – al momento della sua sparizione – e hanno visto che ha lasciato le cose a metà.

Ad esempio: aveva un appuntamento, il giorno dopo, con una professoressa della facoltà di psicologia della seconda Università di Napoli. Aveva telefonato, la sera stessa della sparizione, al medico/abista più famoso e famigerato del sud (attivo – come sapete – soprattutto in Campania e in Puglia), il dottor Ricci, per proporgli una collaborazione. Aveva preso un appuntamento con un uomo – si suppone per motivi sentimental-erotico-sessuali – per la sera dopo.

Insomma: nulla lasciava presagire una sparizione. Nel senso che nulla lasciava pensare che sarebbe fuggita in un paradiso tropicale, come poi si è detto (come ha detto la stessa Caterino, che sostiene di averla incontrata il mattino della scomparsa).

Io sospetto che Enza Caserta sia molto furba e abbia fatto apposta a lasciare tutte le cose a metà, a prendere appuntamenti per il giorno dopo etc etc, proprio per sviare le “indagini”, e che sia campata in aria anche l’altra ipotesi avanzata nell’articolo, cioé un rapimento a scopo di estorsione, perché ormai sono passati parecchi giorni e non si è fatto sentire nessun rapitore.

Insomma: mi sono svegliato stamattina e ho letto gli articoli sul centro FARE, sul processo alla Caterino, sulle dichiarazioni del suo avvocato, Schiavone. Ho letto l’articolo sulla sparizione di Enza Caserta. E ho letto un altro articolo, su un altro sito, che predica la santa ABA come panacea di tutti i mali.

Alla fin fine e indipercui – anche se mi rendo conto che in un memoriale come questo dovrei attenermi ai fatti in maniera cronologica – trovo doveroso fare delle precisazioni sul motivo per cui sto scrivendo. Anche perché, quando avrò finito, la vicenda giudiziaria del centro FARE sarà probabilmente conclusa (però siamo in Italia… e non è detto). Dunque non potrò cavalcare l’onda del momento, quando avrò finito. Non potrò gridare “comprate il mio libro! parlo del centro sotto processo!”… Magari non se lo ricorderà più nessuno, quel centro.

Però… quando avrò finito questo memoriale, potrò dire la mia sul senso di tutto quello che è accaduto. Di tutto quello che c’è a monte. Potrò dire se è valsa la pena e se ne vale la pena…

Insomma: ABA… Questa parola magica che riempie le bocche e i portafogli, che diavolo è?

Come diceva Elisabetta Caterino prima di essere arrestata, ABA è una scienza applicata.

Punto.

E cosa vuol dire?

Vuol dire che è l’applicazione di una scienza.

E cosa vuol dire?

Vuol dire che c’è una scienza (una scienza vera) che ha le sue leggi, e che la scienza applicata cerca di sfruttare queste leggi, per i suoi fini.

Esempio: la legge di gravità. Sappiamo che ogni corpo, sulla terra, cade verso il basso. Questa è la scienza (quella vera).

La scienza applicata è quella secondo la quale, lanciando un grosso masso su un’auto – da un’altezza di 30 metri – possiamo distruggere quell’auto.

Ma basta digressioni, oltretutto prive di senso…. Il fatto è che mi sono svegliato con la voglia di fare digressioni… Ero rimasto a quando eravamo tutti emozionati, nel centro di Marcianise, perché la magica Elisabetta stava per darci una prova della sua scienza applicata (del suo masso sull’auto), entrando con Raffaele nella stanza morbida e buia…

capitolo 25

MOM POWER!

Arrivato attraverso il nostro form

recupero%20online.png[1]Sono una mamma di un ragazzo di 18 anni, assolutamente recuperato (brutto questo termine).

Mio figlio suona benissimo il pianoforte, studia canto lirico, frequenta un liceo musicale.
Ai tempi non c’ era l’ aba, ci volevano secoli prima di trovare qualcuno che ti dicesse cosa fare, non ti spiegavano nulla.

Io ho saputo della diagnosi dal dentista quando sono andata per far curare un dentino cariato al mio bambino di 7 anni… mi sono sentita dire … “ma cosa pretende signora, che glielo curiamo senza anestesia generale???”

E – sventolandomi sotto il naso il tesserino sanitario – mi ha detto, la gentile dentista di cui ho rimosso volto e luogo di lavoro: signora , suo figlio E’ AUTISTICO!!!
Comunque dall’ eta’ di quattro anni mio figlio ha fatto psicomotricita e poi ho lavorato ogni secondo con lui.

Ho PRETESO il contatto fisico passando pomeriggi a fare il cavalluccio con lui sulla schiena, per poi finire a rotolarmi sul tappeto con lui fingendo di essere il personaggio di non ricordo quale cartone animato.

Mio marito è durato poco ancora con me, non trovava la cena pronta!!

Ah, dimenticavo di dirvi che avevo anche una bimba di 7 anni piu grande che ogni sera andava a cercare le lenzuola del letto in giro per casa (perche suo fratello disfava i letti) e si faceva ogni sera il letto prima di andare a dormire.

Far dormire suo fratello era un operazione che durava sin dopo la mezzanotte. Questo non un giorno, anni!!

Ah, dimenticavo, HO PRETESO anche da mio figlio il contatto oculare ed ogni volta che dovevo parlargli me lo mettevo sulle ginocchia e lo obbligavo a guardarmi!

Un operazione semplice come allacciarsi le scarpe ha richiesto suppergiu un anno di lavoro e di estenuanti attese prima di uscire. Col tempo mio figlio cucinava, insieme a me, usando anche il coltello tagliente, sbucciava le patate col pelapatate, si vestiva da solo, si faceva la doccia da solo, si preparava la cartella da solo.

Ora c’ e’ di moda il metodo aba che sara efficacissimo, non metto in dubbio, ma perche’NON SI INSEGNA ALLE MAMME QUESTO METODO???

Perchè mamme che ce l’ hanno fatta, come me, che hanno anni di esperienza sull’autismo sono disoccupate e fior di psicologi, educatori ed insegnanti lavorano al recupero di questi ragazzi, magari solo dopo aver fatto un corso on line?

E con quali risultati… Io non ho applicato l’ aba ma il buon senso: ho lavorato per obiettivi risolvendone uno alla volta.

Ed ha funzionato.

Perciò, mamme, non arrendetevi e PRETENDETE di essere aiutate in famiglia (io ho lasciato il mio lavoro) e di essere istruite per utilizzare vostre risorse 24 ore su 24.

Vostro figlio ha bisogno della vostra competenza, non solo di terapisti che lo vedono poche ore la settimana o al giorno.

Con l’ augurio di poter stupire anche voi un domani prossimo per il grado di sicurezza ed indipendenza raggiunti da vostro figlio!

CLAUDIA

Domanda lapalissiana

im_01[1]Da un post su Facebook:

una domanda: due bambini nella stessa classe (V della primaria) con legge 104 art.3 comma 3, la dirigente scolastica può decidere di assegnare un solo sostegno per entrambi i bambini? sapendo che a entrambi sono state riconosciute le 22 ore?? come può il sostegno dedicare 22 a entrambi i bimbi??

Romanzo – 23

capitolo 22

23

Forse era la prima volta che vedevo Elisabetta così da vicino. O no?

Ma no: l’avevo già vista. L’avevo vista alle selezioni per il master, l’avevo vista alle lezioni teoriche, ripetere incessantemente che l’ABA è concettualmente sistematica e quindi non può essere confermata e contraddetta se non all’interno della stessa ABA. Aveva ripetuto incessantemente, Elisabetta Caterino, con il suo accento casalese un po’ strascicato, con il suo tono aggressivo da camorrista abituata a comandare (pare che fosse imparentata alla lontana con il famoso Sandokan)… Aveva ripetuto e ripetuto, Elisabetta Caterino, in quei corsi teorici così difficili da evitare, che il concettualmente sistematico, la sistematicità concettuale… il sistema e il concetto fanno della nostra scienza una vera scienza, con metodo scientifico, metodo sperimentale scientifico, basata sulla letteratura scientifica…

Insomma: l’avevo vista lì, ai corsi teorici, e non mi era andato di avvicinarmi a lei più di tanto. Era così lontana, così fredda, così chiusa in sé stessa che mi era sembrato un peccato. Quando c’era Enza Caserta, a quei corsi teorici, avevo preferito parlare con lei. Enza Caserta mi aveva dato delle pacche sulle spalle, mi aveva detto frasi fatte e si era complimentata con me, perché stavo lentamente cambiando, stavo evolvendo e stavo diventando un abista.

Io un abista? Ripensavo a Rosanna, ai miei tentativi sbagliati reiterati per insegnarle qualcosa, a come mi rapportavo male a lei, e non riuscivo in alcun modo a vedere un mio futuro da abista. Ma Enza Caserta mi aveva rassicurato. Mi aveva detto che lei ed Elisabetta vedevano il futuro, che avevano cambiato tante situazioni e cambiato tante persone, che con la fluenza e la determinazione si può raggiungere qualsiasi risultato.

Adesso, lì al centro di Marcianise, me la trovai improvvisamente fuori dalla porta a vetri, Elisabetta, che mi sorrideva e mi salutava con la mano mentre parlava al cellulare. Rimasi intontito a guardarla, mentre Rita mi stava chiamando perché era arrivato Kevin e bisognava insegnargli a fare “ciao” con la manina.

Mi stava facendo impazzire, Kevin, perché dovevo semplicemente insegnargli “ciao” con la manina per imitazione. Insomma: io facevo “ciao” agitando la mano e lui mi doveva rispondere dicendo “ciao” e agitando la mano.

Il più delle volte lo faceva, Kevin. Agitava la mano e diceva “ciao”. Ma qualche volta no.

Così, ad occhio, avrei detto che era una abilità acquisita. Però dovevo ad ogni costo rispettare il protocollo. Il protocollo diceva che su trenta tentativi doveva fare “ciao” e agitare la mano ventisette volte per due volte consecutive. Erano tre volte di seguito che non riuscivo a fargli superare questo step, e nemmeno le ragazze che avevano “lavorato” con lui nei giorni in cui frequentavo il centro erano riuscite. Per cui, Kevin continuava a fare “ciao” e ad agitare la manina senza che noi ci decidessimo a schiodarci e a passare a un livello successivo.

A me era successo per sei volte che Kevin facesse correttamente “ciao” per 26 volte su 30 (ne servivano almeno 27). Poi aveva fatto 29 su 30 una volta sola. La volta dopo aveva fatto 26… ed eravamo punto e da capo, perché il risultato andava raggiunto per due volte consecutive. C’era da impazzirci, ma il protocollo diceva chiaramente che una abilità non può essere acquisita se non si è rispettato il criterio dei ventisette trentesimi… e al protocollo bisognava credere, perché era il protocollo a darci una organizzazione del lavoro e – di conseguenza – una garanzia di efficacia.

La prima cosa che mi venne in mente, vedendo Elisabetta al telefonino, per la prima volta umana, fu proprio di chiederle un aiuto con Kevin. Insomma: stava ballando per così tanto tempo sull’orlo dei ventisette trentesimi che – forse – potevamo fare uno strappo al protocollo. Addirittura avevamo rischiato di dover “interrompere la prova” e doverla riprendere in un momento successivo, perché secondo il protocollo non si può fare 26/30 per 7 volte successive. Solo che, alla settima volta, Kevin aveva fatto 29/30 e – quindi – avevamo potuto ricominciare con ad agitare la manina e a dire “ciao” come se avessimo appena iniziato a farlo.

La guardai, immobile. Ero deciso ad aspettare che si muovesse, che smettesse di parlare al telefono e mi desse retta. Rita mi urlò di nuovo contro:

- La smetti di guardare Elisabetta? Che hai? Ti sei innamorato? Ci parli dopo con Elisabetta, tanto rimane qua tutto il pomeriggio! Dai, muoviti, io devo seguire Raffaele insieme a Elisabetta… Kevin oggi tocca a te…

Mi voltai verso Rita.

- Ma è già arrivato Raffaele?

- Sta per arrivare. Elisabetta è venuta proprio per cercare di risolvere il problema dell’aggressività che non riusciamo a risolvere… Oggi la vedrai lavorare e capirai come mai lei comanda e noi ubbidiamo…

- Davvero? La vedrò lavorare?

- Quando hai finito con Kevin…

Mi convinsi a muovermi, anche perché Elisabetta continuava a parlare al teleofono. Ogni tanto si voltava a guardarmi. ma non smetteva di parlare in quel coso, come se quel coso fosse l’unica ragione di vita.

Mi diressi verso Kevin. Kevin era un bambino molto piacevole, piccolissimo, biondo e molto dolce.

Cominciai a dirgli “ciao”. Ormai lui sapeva benissimo che doveva imitarmi.

La prima volta fece 27 su 30 tentativi. La seconda volta fece 25 su 30 tentativi. La terza volta 28 su 30 tentativi.

Ce l’avevo quasi fatta.

La quarta volta sbagliò due volte. Al ventinovesimo tentativo, sbagliò di nuovo.

Eravamo 26/29 e, facendo bene l’ultima prova, avremmo potuto raggiungere il criterio.

Mi sentivo come Roberto Baggio al rigore decisivo contro il Brasile. Non potevo sbagliare.

- Ciao – dissi, agitando la mano.

Kevin agitò la mano ma senza dire “ciao”.

Noooooooooo.

Era il momento di prendere una decisione. Il rigore l’avevo tirato e sbagliato, ma il pubblico non c’era. Eravamo soli nella stanza: Rita era da qualche altra parte e stava occupandosi di Raffaele con Elisabetta.

Sul mio foglio dei dati, segnai la prova come superata, e sentii un briciolo di umanità e di ragione tornare all’improvviso nel mio cervello.

capitolo 24

Recensione a REPERTO OCCASIONALE

Copiamo-incolliamo da Spazio Asperger

Reperto occasionale

La storia di un bambino autistico

Autore:David Vagni

Cosa si nasconde dietro la parola “betadyne” ripetuta incessantemente? E´ una semplice stereotipia del protagonista o un messaggio per il lettore? Recensione del libro “Reperto Occasionale” di Gianni Papa


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Quando mi è stato chiesto di recensire “Reperto occasionale” ho avuto un brivido lungo la schiena in quanto conosco l´autore ed i toni polemici con cui solitamente interviene nelle discussioni.

Ho iniziato quindi a leggere il libro nel dubbio, direi quasi nel preconcetto, per poi finire sveglio fino alle 2 per finirlo.“Reperto occasionale” mi ha entusiasmato, descrive la vita di una famiglia con un bambino autistico, ma non solo.

Il racconto si articola attraverso vicissitudini simili a quelle di molte famiglie con figli autistici, niente geni, niente cure miracolose, niente colpi di scena, niente pietismi, è una storia cruda ma descritta con ironia. Una storia che può essere storia di molti ma narrata con uno stile avvincente che sfrutta abilmente la narrazione in prima persona del bambino.

Anche se “ogni riferimento a fatti realmente accaduti, persone realmente esistenti, situazioni realmente vissute, frasi realmente dette è puramente casuale” la storia risulta molto verosimile. Far narrare un bambino autistico, cercando di cogliere un punto di vista obbligatoriamente peculiare, la rende a tratti onirica ed in grado di portare avanti la tragedia con i toni della commedia.

Un libro in grado di descrivere anche il punto di vista di un padre alle prese con un “reperto occasionale”, una casualità che gli permette di interrogarsi anche sulle proprie particolarità.

“Reperto occasionale” non si propone di essere una trattazione scientifica sulle terapie dell´autismo, i molti errori ed i molti vissuti sono sempre dichiaratamente soggettivi, è un libro però che permette di entrare in empatia con la situazione dei più che si perdono nell´oceano (pieno di squali) che popola il nostro pianeta.

Quanti si sono sentiti dire “Il bambino non è autistico: è lei che non lo accetta” o “Il bambino sorride, non è autistico: i bambini autistici sono privi di desiderio negli occhi”.

È un libro adatto a spiegare i sentimenti misti, spesso nella lettura capita di piangere e ridere in contemporanea, ma cosa più importante spinge a riflettere sull´arretratezza del nostro Paese.