Archivio dell'autore: Gianni Papa

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capitolo 16

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Le lezioni teoriche si susseguivano monotone, una dopo l’altra. Aspettavo di sentir dire qualcosa di utile, di essere illuminato. Pensavo “adesso comincia la parte interessante, adesso comincio ad imparare qualcosa di utile per Rosanna” e non succedeva mai nulla.

Inoltre, a casa, Giacomo si stava facendo sempre più pressante ed anche più aggressivo. Mal sopportava che io restassi assente da casa tanto a lungo per andare a svolgere un tirocinio del quale non portavo a casa i frutti. Probabilmente Elisabetta Caterino aveva sbagliato ad ammettermi: io non mi accontentavo di affastellare pseudoconoscenze e farmi rincitrullire dai libri per convincermi che la “scienza” da me praticata era l’unica possibile e che, in questo mondo, il migliore dei mondi possibili è quello in cui l’ABA domina tutto.

Più che altro, le lezioni mi sembravano sempre uguali l’una all’altra. Almeno le prime lezioni, tenute tutte da Elisabetta Caterino, unica docente e deus ex machina.

Cosa diceva? In queste lezioni? Ripeteva sempre le stesse cose, gli stessi concetti inutili. Era come se volesse farci il lavaggio del cervello. 

Ripeteva che l’ABA è ragionevole, l’ABA è bella, l’ABA è una scienza applicata, l’ABA è concettualmente sistematica. Ma che cazzo significa “concettualmente sistematica”?

Per me, “concettualmente sistematica” era chiaro come la Mirra portata a Gesù. Cioè era qualcosa che magari non esiste e che comunque non esiste in questo emisfero.

Dopo che, in una lezione, Elisabetta Caterino si era accanita come un doberman in un poliziottesco degli anni settanta contro i falsi miti della riabilitazione e aveva spiegato che solo l’ABA è un trattamento scientifico e che dovevamo averlo sempre in testa, qualunque cosa succedesse, perse tre ore buone a spiegare il significato di concettualmente sistematica.

Provo a riassumere: la Caterino intendeva stare a significare che non esiste un’altra scienza, di nessun tipo, che possa interferire, che l’ABA trova dentro sé stessa le domande e dentro sé stessa trova anche le risposte.

Quando andavo a seguire le lezioni teoriche, non andavo a mangiare con le colleghe, che erano quasi tutte giovani e rampanti psicologhe in cerca di una specializzazione spendibile lavorativamente. Io non avevo bisogno di lavorare con un titolo da Master ABA: io avevo fatto una scelta basata sulla necessità. Ero più vecchio. Ero più stronzo e scafato.

La necessità, però, almeno dopo i primi mesi di tirocinio (ma non sarebbe finito mai, quel cazzo di tirocinio?), l’avevo persa di vista. Cioè non riuscivo a rendermi conto di come applicare quello che andavo imparando (imparavo qualcosa, vero?) nella vita reale e su Rosanna, che continuava a imparare delle cose giorno per giorno, ma meccanicamente, senza procedere di un solo passo evolutivamente. 

Per intenderci, insegnare a Rosanna il linguaggio funzionale sembrava a volte a portata di mano, ma poi io e Giacomo ne parlavamo e capivamo che eravamo degli illusi. E proprio quando pensavamo di essere degli illusi lei ci stupiva. E allora ci davamo delle metaforiche martellate sul cervello per riuscire a capire come dovevamo fare. Come potevamo insegnarle quello che sembrava sul punto di poter capire?

L’unico con cui parlavo, dei miei compagni di corso, era quel ragazzo butterato e un po’ allampanato. Facemmo un pezzo di strada insieme all’uscita, dopo che Elisabetta Caterino aveva passato ore e ore a ripetere l’espressione “concettualmente sistematica”.

Il ragazzo in questione (non dico il nome per non esporlo a vendette trasversali) mi piaceva, anche se era giovane come le psicologhe rampanti. Aveva dalla sua un pensiero divergente che lo rendeva accattivante come persona da frequentare.

Per la strada, gli raccontai di mia figlia. Sì, avevo una figlia autistica. Non gli dissi di essere omosessuale.

Poi gli chiesi che cosa avesse capito dell’espressione “concettualmente sistematica”.

- Allora… Ascoltami bene… Io ho capito qualcosa che non è quello che voleva farci capire Elisabetta. Ho capito che l’ABA è stata costruita in maniera molto chiusa. Fare l’ABA  è come stare dentro una scatola. Pensa a una scatola di qualunque cosa.

- Ok.

- A che scatola hai pensato?

- A una confezione di Prepp.

- Cos’è?

- Una crema contro le punture d’insetto. Si trova in una scatolina di vetro.

- va benissimo, come esempio. Come hai detto che si chiama?

- Prepp.

- Allora: pensa che l’ABA è una scatolina di vetro e che quelli che fanno ABA sono la crema. Di cosa ha paura la casa farmaceutica che produce la scatolina?

- Che ne so?

- Ha paura che qualcuno allunghi la crema con dell’olio, per esempio. Se uno allunga la crema con dell’olio cosa può succedere?

- Che si unge?

- Sì, ma che altro può succedere?

- Boh.

- Te lo dico io: può succedere che, magari, la crema fatta con olio e crema è migliore della sola crema. Allora cosa ti dice il proprietario della scatolina?

- Cosa ti dice?

- Ti dice che è dannoso qualunque miscuglio, ti dice che la scatolina deve stare chiusa e la crema Prepp si può mischiare solo con altra crema Prepp, non con l’olio d’oliva. Questo perché la crema Prepp è concettualmente sistematica… Hai capito? A volte parto per la tangente e non so spiegarmi bene… Quello che volevo dirti è che ci dicono che tutte le soluzioni, tutte le domande e tutte le risposte, sono all’interno dell’ABA, e che non bisogna uscirne. Non bisogna allungare l’ABA con l’olio.

Non avevo capito…

capitolo 18

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Romanzo – 16

capitolo 15

16

Il centro di Marcianise era al piano terra. Si entrava in un cortile, in mezzo a delle case basse, in un cortile con un canestro, e si entrava in fondo. C’erano due porte affiancate e bisognava entrare da quella di sinistra, ma – volendo – si poteva anche entrare da quella di destra. Solo che avevano deciso di far entrare solo da quella di sinistra.

Non è che fosse segnato bene. Non c’era scritto nulla, su quelle porte. C’erano dei fogli ciclostilati, dei manifesti vecchi di convegni e qualcosa del genere. Ma quando arrivai non capii dove dovevo entrare né dove dovevo bussare.

Avevo chiesto specificamente ad Elisabetta, che continuavo a non vedere mai di persona, di andare a visitare almeno Marcianise – se non proprio Casal di Principe. Elisabetta mi aveva fatto un pistolotto del tipo “la palindrome mistica delle tue richieste rischia una scissione diplomatica. Per dirla tutta: tu sei un tirocinante bifronte e bilaterale della nostra universitaria fornace, e aneli…“.

Basta! In parole povere, ci potevo andare, ma non dovevo rompere il cazzo! Mi avrebbe accolto Rita, una psicologa culona che lavorava con loro, e mi avrebbe mostrato come lavoravano. Così sarei finalmente entrato nella parte sfigata della riabilitazione ABA e avrei cominciato a seguire la strada che io stesso – con la mia indefessa volontà di moralizzatore e cambiatore del mondo – avevo contribuito a cambiare.

Il centro di Marcianise, come ho già detto in più punti e da più parti, era un centro al piano terra, con due porte vicine, e CENTRO FARE non c’era scritto da nessuna parte, per cui poteva essere pure un’associazione di sinistroidi o di catto-comunisti, e non si sarebbe notata la differenza.

Solo che – la Caserta e la Caterino lo ripetevano continuamente – il loro era un centro di apprendimento dove si applicava la scienza all’arte di educare, e non un’associazione catto-comunista o catto-cattolica.

- Ciao! – disse la psicologa culona.

Era di faccia e non mi accorsi subito di quanto fosse culona, ma conoscevo di fama la sua culonaggine.

- Sono contentissima che tu sia venuta qui oggi… Scusa Elisabetta se è un po’ troppo formale, scommetto che ti hanno fatto tutta la menata dei gradini da percorrere, della cautela da avere nel fare determinati passi, nel compiere determinate scelte, nel…

- Cosa?

- Niente, niente… Oggi abbiamo avuto il permesso dalle loro santità, cioè da Enza e Elisabetta, di farti assistere alle mie lezioni.

- Lezioni?

- Sì, alle sessioni con i bambini. In realtà oggi non è un giorno molto vivo e abbiamo solo un bambino molto piccolo che si chiama Kevin. Mi ha detto Elisabetta che è proprio del tipo che piace a te. Un bambino autistico molto piccolo con la comunicazione ridotta al minimo. In realtà il suo problema è la scarsa attenzione al problema a livello familiare perché – essendo Kevin un bambino molto buono e piacevole, oltre che molto bello – si tende a sottovalutare…

- Che?

- Insomma… Sento la voce della sua mamma. Eccola. Sì, deve essere lei. Io vado ad accoglierla, le spiego chi sei e lei ci può guardare dal vetro unidirezionale, che poi in fin dei conti non è completamente unidirezionale perché nell’altra stanza non c’è mai il buio completo. Dai aspetta, sento che parlano, di là. Oggi non è una giornata molto viva, ma posso farti assistere alla sessione con Kevin… D’altra parte è quello che volevi, no? Volevi assistere alle sessioni con Kevin, no?

- Eh?

- Volevi…

- No, non proprio… Vabbè, lasciamo perdere… Sssss… Eccoli…

Entrarono un bambino piccolissimo, che camminava barcollando e sorridendo, con movimento ovattati e poco plastici, e una mamma grassa da far schifo, vestita a fiori.

- Franca! – fece Rita – Franca!!! Kevin!!! Ci hai portato Kevin!!!

La mamma di Kevin sorrise. Quando sorrideva, la faccia su faceva tutta rughe e s’increspava come un mare agitato sul punto di vomitare.

Kevin prese a guardarsi intorno, a camminare con il suo modo fluttuante e  sbilenco. Lo guardai esterrefatto. Era molto diverso da Rosanna.

Forse perché Rosanna era femmina, ma lei aveva dei movimenti netti e scattanti, assolutamente perfetti nella loro inetta ripetitività. Questo invece sembrava proprio un bambolotto, sorrideva e toccava ogni cosa, il pavimento, i mobiletti da bambini dell’Ikea, i giocattolini, con una delicatezza che faceva pena.

- Allora, Kevin, adesso saluta mamma. Mamma poi viene a prenderti e ti fa tante coccole. Intanto la lasciamo andare e lavoriamo un po’ io e te.

A un certo punto, Rita mi guardò. Spalancò tanto d’occhi, perché mi stavo muovendo verso il bambino. Non me ne ero nemmeno accorto, ma la tenerezza mi stava spingendo ad avvicinarmi e toccarlo. Invece la psicologa culona mi bloccò con lo sguardo gelido, congelandomi.

Mi bloccai. Mi fece cenno con la testa di andare a mettermi in un angolo, ma non capii subito. La guardai cercando spiegazioni verbali.

Allora fece un gesto eloquente con un dito. Voleva che mi mettessi in un angolo spoglio a guardare, senza fare domande e senza rompere le palle.

E guardai. Non fecero nulla per un’ora. Ogni tanto Kevin si girava e mi guardava. Mi sorrideva e mi faceva “ciao” con la manina. E Rita segnava delle X su dei fogli. Una sfilza di X apparentemente senza senso.

capitolo 17

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