AUTISMO INCAZZIAMOCI

autismo da combattimento

Archive for the 'Recensioni Libri' Category

FACCIAMO IL PUNTO SU… L’AUTISMO

Posted by Autismo Incazziamoci on 19th June 2010

La Erickson ha pubblicato un libro più dvd e cd-rom sull’autismo a cura di Dario Ianes e (SOB!) Michele Zappella.

Il titolo del cofanetto è Facciamo il punto su… l’autismo

- Il DVD contiene una serie di interviste a medici, psicologi, esperti di autismo, ma la panoramica non è completa: viene dato enorme spazio all’AERC di Michele Zappella (SoB!) e pochissimo a trattamenti validati e scientifici.

Per esempio, come trattamento l’ABA viene trattato solo “di sghimbescio”, nell’intervista a Maurizio Arduino che dice – più o meno (cito a memoria): <<L’ABA è un ottimo metodo americano, ma in Italia abbiamo l’integrazione scolastica e la cosa non è compatibile>> (Arduino è uno psicologo-psicoterapeuta che spadroneggia in Piemonte e che ha molto contribuito alle linee guida della regione Piemonte, quelle che hanno inserito la psicomotricità tra i trattamenti specifici per l’autismo… SOB!).

- La cosa migliore del “cofanetto” è il cd-rom, il quale contiene una quantità enorme di materiali sui disturbi dello spettro autistico molto interessanti: articoli apparsi su riviste specializzate, estratti da libri etc. etc.

- Il volumetto è molto riepilogativo, molto “già letto” e molto inneggiante all’AERC di Zappella (SOB!).

Non viene data alcuno spazio ai metodi privi di evidenza scientifica.
Ho apprezzato molto il fatto che non si sia dato alcuno spazio ai “metodi” privi di evidenza scientifica.

(G.P.)

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“L’AMICO BANALE” – un altro danno dell’ANGSA

Posted by Autismo Incazziamoci on 12th May 2010

E’ disponibile per il download la versione 2010 de L’AMICO SPECIALE, volumetto di cui ha la colpa l’ANGSA, che dovrebbe servire a spiegare l’autismo ai bambini. Peccato che il volumetto in questione (che – oltretutto – ha una impaginazione assurda – piena di parole fitte fitte fitte che scoraggerebbero qualunque bambini – e disegni orrendi) contenga una filastrocca che fa davvero un cattivo servizio all’autismo e che ci fa ripiombare in piena “catastrofe bettelhemiana”.

Francesco, l’amico speciale, è pieno di stereotipie, chiuso dentro un guscio, malato (e sappiamo benissimo che l’autismo non è una malattia, ma una sindrome). Per lui – naturalmente – non esiste nessuna possibilità di cura o di trattamento. Bisogna avere fede e speranza, mica darsi da fare; bisogna amare il bambino autistico, mica fare di tutto per migliorarlo (“ci vuole amore e solidarietà / e qualche cosa si risolverà“).

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GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA PER PERSONE CON SINDROME DI ASPERGER

Posted by Autismo Incazziamoci on 31st March 2010

(pubblichiamo la “recensione autistica improvvisata” di Enrico Valtellina al bel libro di Marc Segar)

Farò una recensione autistica improvvisata. Uhm, ecco, costa come dieci caffé e vi risparmia di studiarvi l’inglese per leggere l’originale.
Ee poi è scritto meglio dell’originale, tanto meglio.
Del resto Segar è morto a ventitrè anni, io ne ho il doppio, saprò ben scrivere meglio di lui, no? (Enrico è il traduttore del libro NDR)
Comunque credo torni utile da passare a chi vuole capirci qualcosa, schivandosi le brode mediche e il DSM. Poi è stato tradotto dalla coop aspie lem, autoprodotto, autostampato, e ora anche autorecensito.
Insomma, poi è una prima edizione: i vostri nipoti lo venderanno bene sul mercato dell’antiquariato librario.
http://lem.coop/shop.html
ciao
enrico

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PULCE NON C'E'

Posted by Autismo Incazziamoci on 27th October 2009

COPIO-INCOLLO DA BROTTURE, IL BLOG DI FABIO BROTTO

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L’autrice di Pulce non c’è (Einaudi 2009), Gaia Rayneri, è molto giovane ma la sua scrittura è matura, spigliata e ricca di umorismo. La storia narrata è vera, al di là del travestimento letterario, e di una verità dura che fa riflettere amaramente.
Questa è una storia di autismo, e come padre di un ragazzino autistico mi sento coinvolto, e come presidente di una associazione di familiari di persone autistiche mi sento ancor più coinvolto.

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In una famiglia di buon livello culturale, in cui entrambi i genitori sono medici, vive una figlia autistica, Margherita – affettuosamente chiamata Pulce – che al tempo in cui si svolge la vicenda ha 9 anni. La figlia maggiore, voce narrante, è una ragazzina di 13 anni, intelligente e spiritosa, e anche combattiva. La famiglia di Pulce ha fatto la trafila che tutte le famiglie con problemi di autismo ben conoscono, sperimentando neuropsichiatri incompetenti, servizi sociali privi di ogni nozione di autismo, burocrazie impreparate e disumane, ciarlatani che offrono soluzioni e rimedi senza valore scientifico.

La vicenda di Pulce ha molto in comune con quella di Matthew Gherardi e Betsy Wheaton, per cui rimando al pezzo de libro di Paul Offit che ho tradotto sotto il titolo La bufala della comunicazione facilitata. Accade dunque che con Pulce si inizi ad utilizzare la tecnica della Comunicazione Facilitata (CF). Questa tecnica, priva di reali basi scientifiche, e in America screditata da anni, postula che nella mente delle persone autistiche esistano pensieri e sentimenti che esse non riescono a formulare ed esprimere autonomamente con la loro parola  (della quale sono spesso totalmente prive), e che con opportuni accorgimenti, grazie alla tastiera di un computer e alla mediazione di un facilitatore, questo mondo interiore possa uscire fuori, manifestarsi, assumendo forma di parole scritte sullo schermo (stampabili a futura memoria). Così accade che autistici a basso funzionamento, dall’età mentale di due anni, come Pulce, scrivano poesie o dicano ai loro cari che li amano e soffrono di non poter parlare con loro come tutte le persone. Gaia Rayneri la presenta brillantemente in questo modo:  “Funziona così: tu prendi un bambino autistico, lo fai sedere davanti a un computer o, meglio, a una macchina da scrivere con display elettronico, gli metti una mano sotto il polso, prima, poi quando diventa più bravo la mano si sposta, va al gomito, poi alla spalla, poi alla testa, poi – miracolo! – addirittura senza mani. Tu lo tocchi e come per magia gli dai sicurezza, e lui scrive tutto quello che per tutta la vita si è sempre tenuto dentro” (p. 30). Ovviamente, per le famiglie la scoperta di questa presunta ricchezza interiore dei figli è consolante e appagante. E le famiglie pagano volentieri facilitatori, consulenti e computer.

Ma, come è accaduto spesso in America, così anche da noi doveva pur capitare. Ad un certo punto, Pulce a scuola scrive che suo padre ha abusato sessualmente di lei. La bambina di punto in bianco  e senza spiegazioni viene strappata alla famiglia e chiusa in una comunità priva di qualsiasi competenza specifica sull’autismo. Al padre è fatto divieto assoluto di vederla, la madre e la sorella possono andare  a visitarla una sola volta alla settimana. Tutto perché con la piccola è stata usata la CF, smascherata e invalidata da tempo! Essa nel caso migliore veicola una percentuale del pensiero del soggetto autistico, nel peggiore nulla: quello che passa, come è ovvio, è ciò che si trova nella testa del facilitatore, conscio o inconscio che sia. Si tratta dunque di una tecnica estremamente pericolosa, da mettere al bando soprattutto quando la persona con autismo non è verbale.

La giustizia italiana ha tempi lunghi, ma arriva il giorno in cui i riscontri medici mostrano che Pulce non ha subito alcuna violenza, assolvono il padre, smontano ancora una volta le pretese della CF.

Una considerazione finale: si sarebbe imposta la CF senza l’aura che circonda l’oggetto computer, feticcio dei tempi nostri, soluzione di ogni problema, vero dio in terra? Ne dubito, visto che i fondamenti scientifici, o anche soltanto logici, della CF sono debolissimi. Ma la disperazione delle famiglie con figli autistici è tale che esse sono indotte a credere a qualsiasi imbonitore, a dar credito a qualsiasi tecnica e pratica, a qualsiasi pillola, esattamente come a responsabilità inesistenti (vaccini) o a cure vane (camere iperbariche, trattamenti biomedici assortiti, ecc. ecc.). Arruoliamo dunque questo bel romanzetto nella buona battaglia contro Comunicazione Facilitata, venditori di illusioni e ottusità e inerzie degli apparati sociosanitari e giudiziari.

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UNA STORIA DI AUTISMO

Posted by Autismo Incazziamoci on 13th October 2009

COPIO-INCOLLO DA BROTTURE, il blog di Fabio Brotto

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Come padre di una persona con autismo e come lettore di libri e presidente di una associazione dedicata (Autismo Treviso onlus), sono molto attento a tutta la letteratura in materia, scientifica e non. Spesso accade che anche nei libri tecnici ci si imbatta in vere e proprie storie, perché gli esempi che si adducono ad illustrare tesi e pratiche hanno spesso carattere di narrazione. Così, leggendo un testo di autori vari pubblicato da Erickson, Adulti con autismo. Bisogni, interventi e servizi, mi sono imbattuto nella storia di Beth e della morte di suo padre. Eccola.

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Beth è una ragazza di 23 anni, con autismo e con un ritardo mentale grave. Fin dall’infanzia è vissuta in un centro residenziale ed è fortemente dipendente dagli altri, oltre a richiedere una continua supervisione. Ha un linguaggio verbale ecolalico. Beth, talvolta, manifesta livelli d’ansia molto elevati e una certa labilità d’umore, che spesso prelude a comportamenti problematici.
Al momento della morte di suo padre, Beth viveva in centro residenziale per adulti affetti da autismo. Due membri dello staff la informarono della morte di suo padre, avvenuta improvvisamente per un attacco cardiaco. Fu messa al corrente del fatto in un modo molto semplice, ma realistico. Lì per lì non mostrò di avere preso coscienza della perdita: chiese solo una tazza di tè. Nelle settimane successive Beth manifestò un comportamento distruttivo, perdendo qualsiasi interesse per il cibo, piangendo e gridando, e trascorrendo molto tempo nella toilette con un asciugamano sopra la testa. All’inizio, quando le si chiedeva dove fosse suo padre, rispondeva: «A fare la spesa» oppure «A casa».

Fino alla morte di suo padre, Beth era solita fare ritorno a casa ogni due/ tre settimane per il week-end, ma quando il padre morì, la madre di Beth, rimasta sola, era meno sicura di poter affrontare la situazione quando Beth tornava a casa; infatti, fino ad allora, era stato proprio il padre il punto di riferimento più importante per la ragazza. Del resto, era chiaro che le visite a casa erano fondamentali per mantenere un contatto fra la ragazza e sua madre.
La prima visita di Beth dopo la morte del padre durò solo qualche ora e fu contraddistinta dalla presenza di un operatore. La durata di queste visite venne aumentata gradualmente. Dopo quattro mesi, la mamma di Beth si sentì meno vulnerabile e più sicura, e Beth trascorse il primo week-end a casa da sola con la mamma. Tuttavia, fu subito chiaro che il passaggio a queste visite più prolungate era stato troppo rapido e che, forse, non erano del tutto opportune ora che Beth non aveva più accanto suo padre. Fu concordato di ridurre tali visite al soggiorno di una sola notte, una volta al mese. Questa soluzione sembrò produrre effetti migliori, dando comunque il tempo a Beth di stare con sua madre, e permettendo anche alla mamma di vivere il suo dolore senza ulteriori pressioni.

Anche se gli operatori avevano dato la loro disponibilità ad accompagnarla, Beth non partecipò al funerale. Questa fu la decisione presa dalla famiglia di Beth. Tuttavia, si dovette riconoscere che la ragazza doveva essere incoraggiata e aiutata nell’accettare la perdita di suo padre e che doveva potergli dire addio. Con l’aiuto del suo operatore di riferimento, Beth fu condotta al cimitero regolarmente, come se si trattasse di una routine. Non venne in alcun modo forzata in queste visite, ma si capiva chiaramente che non vedeva l’ora di andare da McDonald’s dopo la visita al cimitero. Mentre era al cimitero, l’operatore metteva dei fiori vicino a un albero e, col passare delle settimane, Beth sembrò riconoscere l’albero presso il quale venivano deposti i fiori a ogni visita. Nel contempo, il suo operatore le forniva spiegazioni chiare e concise.
Nel giro di quattro settimane, Beth parve riconoscere la strada per il cimitero. Disse spontaneamente che era «triste. Quando le fu chiesto perché si trovava là, lei rispose: «Per papà». Quando le fu chiesto che cosa le sarebbe piaciuto dire a suo padre disse: «Sii felice». Quando le fu domandato come si sentiva rispetto a suo padre, rispose: »Ti manca moltissimo».
Poco prima di Natale, mentre si avvicinavano al cimitero, fu chiesto a Beth se sapeva dove stesse andando; lei rispose: «Fiori per papà». Quando l’operatore le chiese dove avrebbe messo i fiori, Beth disse: «Vicino all’albero». Beth scese dal pulmino senza alcun suggerimento e camminò verso l’albero per deporre i fiori e poi disse: «Buon Natale papà». Beth era molto calma e rilassata e non chiese di andare da McDonald’s.
(pp. 91-93)

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PULCE NON C'E' – di Gaia Rayneri

Posted by Autismo Incazziamoci on 8th October 2009

COPIO-INCOLLO da Lastampa.it

La vicenda vera della sorellina autistica e del padre coinvolto nella falsa accusa di molestie sessuali
RAFFAELLA SILIPO
TORINO

<<Qualcuno doveva raccontarla, questa storia: non era nemmeno importante che lo facessi io, ma mi premeva troppo che gli altri la conoscessero». Gaia Rayneri ha 23 anni, corti capelli castani, occhi grandi e irrequieti. La «storia» è vera, purtroppo: quella di Pulce, sua sorella autistica, allontanata dalla famiglia quando aveva 9 anni per presunte molestie sessuali subìte dal padre, riportata a casa mesi dopo perché non era vero nulla. «Ma i miei genitori non si sono ripresi ancora adesso. Sono stati colpiti a tradimento: quando soffri per un figlio handicappato pensi di aver già dato, quanto a dose di sfortuna nella vita – aggiunge sarcastica -, non ti aspetti proprio di essere anche incriminato per pedofilia».

Niente retorica né lacrima facile in Pulce non c’è, appena uscito da Einaudi Stile Libero (pp. 228, e17), scritto da Gaia con il nome di Giovanna e gli occhi dell’epoca, ragazzina tredicenne che oscilla tra rabbia e allegria, tra l’angoscia per la sorella, la preoccupazione per i compiti di epica, i dubbi su come vestirsi. Con il rifiuto dello stile «da telenovela» e una capacità d’entrare nei fatti sorprendente: un ingresso a pieno titolo nella «scuola torinese» dei giovani autori che intercettano il malessere dei coetanei, capostipite il Paolo Giordano della Solitudine dei numeri primi, senza dimenticare il Christian Frascella di Mia sorella è una foca monaca. Perché leggendo ci si commuove ma si ride, molto anche. «Mi interessava raccontare i fatti in modo oggettivo – dice lei -. Non mi va di incanalare il dolore nelle solite categorie: rivendico il mio diritto ad avere uno sguardo distorto, un’emozione distante. Ho cercato di non dipingerci come eroi, ma come una normale famiglia, in bilico tra affetto e nevrosi. Il dolore che abbiamo attraversato credo che il lettore lo immagini».

Così insieme al linguaggio burocratico degli assistenti sociali e dei pubblici ministeri, alla retorica della professoressa di lettere, c’è il lessico familiare con tutte le sue stranezze, la madre saltuariamente a dieta e la figlia maggiore che non resiste al fascino delle merendine, il momento della preparazione delle valigie per le vacanze, i piccoli riti che aiutano Pulce a vivere le sue giornate di bambina «diversa» eppure perfettamente integrata. «Accettare mia sorella è stato più facile per me che per i miei genitori – spiega lei -. È spesso così. I genitori sono più apprensivi e angosciati nei confronti del figlio debole, e hanno un’inevitabile sensazione di fallimento, per i fratelli invece l’handicap è un dato di fatto. I miei comunque si sono sempre dati da fare, forse anche perché sono entrambi medici, hanno investito tante energie in mia sorella, non si sono mai arresi».

Incredibile che proprio una famiglia così, unita e preparata anche nella sofferenza, sia stata attaccata dal sospetto. «Ancora più incredibile – dice la Rayneri – perché le accuse sono venute da colleghi, psichiatri e assistenti sociali della stessa Asl dei miei. Una sorta di perdita di lucidità collettiva, dovuta all’interpretazione sbagliata delle frasi di Pulce dette attraverso la “comunicazione assistita”, un sistema per parlare con gli autistici affascinante ma poco attendibile». Dovuta anche, suggerisce lei, al sottile piacere di trovare il mostro sotto casa, tra persone rispettabili. «Una sorta di effetto paparazzi: che certe cose accadano nelle famiglie degradate uno se lo aspetta, quando succede in quelle “normali” l’interesse diventa morboso».

Non ne esce bene, il sistema giuridico e assistenziale italiano, soprattutto per la noncuranza con cui tratta l’individuo, sacrificato alle esigenze (e agli interessi) dell’ordine collettivo. Non a caso tra gli amici immaginari di Gaia spunta addirittura un certo signor Kafka «lungo, magro, inglese, i nomi difficili, dice la nonna, sono tutti inglesi». Per ribellarsi Giovanna-Gaia scrive: «È sempre stato un mio modo di esprimermi, tenevo diari anche se non li chiamavo così, scrivevo racconti, ma ero molto severa con me stessa. Scrivere è auto-terapeutico, serve a metabolizzare il dolore, ma anche a vedere in modo più chiaro cosa è successo. E poi il libro è anche un tentativo di risarcire i miei genitori per tutto quello che hanno passato. Lo stile? Sono stata profondamente influenzata da capolavori letti e riletti mille volte, come Il tamburo di latta di Grass o La vita e il tempo di Michael K di Coetzee: volevo restituire un po’ di quello che mi hanno dato». La pubblicazione è arrivata quasi per caso: «Scrivevo per me, poi sono venuta all’Einaudi come lettrice e l’ho fatto leggere per avere consigli, mi hanno detto di finirlo».

Adesso Gaia ha un nuovo progetto, che riprende un tema appena accennato in Pulce non c’è, quello delle sofferenze di Giovanna con i coetanei, che non la accettano perché è sovrappeso e vestita non alla moda. «Alla fine io ho abbandonato i miei amici immaginari e mi sono fatta risucchiare nel mondo dei “pantaloni attillati”, invece ogni adolescente dovrebbe essere aiutato a mantenere la propria diversità. Non solo gli handicappati, ma chiunque abbia una forma di diversità nella nostra società viene seriamente emarginato, è una forma di violenza terribile, soprattutto sulle donne, a cui si chiede di essere magre e eleganti sempre e comunque. Non a caso ora vivo a Londra per studiare Storia del genere femminile. In realtà non è tanto l’argomento che mi affascina, quando il punto di vista, il modo con cui è trattato. Un po’ da controcultura, forse, anche se la parola è di una banalità terribile, ma quello che detesto dell’università italiana è che sia cos^i accademica. Sono sempre alla ricerca della voce spostata, in fondo, e quella della donna è la voce spostata per eccellenza».

Da grande Gaia-Giovanna non sa ancora se farà la scrittrice: «Ho soltanto deciso che voglio essere felice. Mio padre mi voleva laureata in Legge, forse ha bisogno di credere ancora nella giustizia. Ma io non risponderò alle aspettative di nessuno, solo alle mie».

Autore: Gaia Rayneri
Titolo: Pulce non c’è
Edizioni: Einaudi Stile Libero
Pagine: 228
Prezzo: 17 euro

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Rowan, in sella contro l'autismo

Posted by Autismo Incazziamoci on 7th August 2009

COPIO-INCOLLO DA LINGUAGGIO MACCHINA


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Un caso letterario insolito per una storia vera. Pubblicato in Inghilterra a inizio anno, Horse Boy (Rizzoli, 2009, 387 pagine, 21 euro) è stato subito tradotto in 16 lingue, facendo capolino nella prestigiosa “lista dei best seller” del New York Times e conquistando i lettori con il fascino tipico dei viaggi in terre sconosciute. L’autore, Rupert Isaacson, londinese di nascita e texano d’adozione, scrive guide turistiche e articoli per il National Geographic. Attivista per i diritti delle popolazioni tribali, Isaacson è anche un profondo conoscitore dei cavalli, avendoli addestrati per anni. La storia è quella di un bambino, Rowan, cui viene diagnosticato l’autismo, e di un padre (lo stesso Rupert Isaacson) che si trovano a lottare, con l’aiuto della madre del ragazzo, Kristin, contro le mille difficoltà di comunicazione e di comportamento tipiche dei disturbi pervasivi dello sviluppo. Ma quando Rupert porta il bambino a cavalcare accade qualcosa di inatteso: Rowan parla, mostra emozioni e sentimenti, si diverte. In sella a Betsy il bambino sembra trovare una finestra verso il mondo che lo circonda, altrimenti drammaticamente inaccessibile. Da quel momento inizia un percorso che porterà la famiglia a intraprendere un viaggio nei luoghi che alcune migliaia di anni fa assistettero alla prima domesticazione del cavallo: le steppe della Mongolia del nord. Horse Boy piace anche perché è una metafora della lotta quotidiana in favore della reciproca comprensione, quella che quotidianamente viene combattuta da genitori impegnati in un delicato rapporto – insieme educativo e affettivo – con i propri figli. E poi c’è l’incontro tra culture lontane. Come tra la mongola e quella, cosiddetta, occidentale. Così gli eredi di Gengis Khan diventano i migliori compagni di un viaggio impegnativo e non privo di colpi di scena: quello che porta gli Isaacson dalla capitale della Mongolia fino al territorio del Popolo delle renne, ai confini con la Siberia.
Il libro, che ha incassato il sostegno della Autism Society of America, ha anche il pregio di rivelare aspetti imprevisti del rapporto tra umani e animali. E nell’affrontare le relazioni tra autistici e animali Isaacson offre spazio a Temple Grandin: biologa, docente di comportamento animale alla Colorado State University.
Isaacson, che reazioni le arrivano?
«Riceviamo domande su come organizzare cavalcate terapeutiche o storie simili di bambini che hanno tratto giovamento dai cavalli, dagli animali e dalla natura in genere. Le critiche piovono da chi non ha letto il libro o non ha visto il video e pensano che noi parliamo di “curare l’autismo con i cavalli” o “lo sciamanesimo guarisce l’autismo”. Chiamente noi non affermiamo mai nulla di simile. Rowan è tuttora autistico, ma ha perso tre delle disfunzioni che minavano fortemente la sua qualità della vita: l’incontinenza, gli scatti di collera, l’incapacità di farsi degli amici».
Il migliore ricordo del viaggio in Mongolia?
«Quando Rowan impara a fare i bisogni da solo il giorno seguente all’incontro con lo sciamano del popolo delle renne».
E il peggiore?
«Il rifiuto, temporaneo, dei cavalli da parte di Rowan all’inizio del viaggio».
Avete incontrato ancora Temple Grandin? Cosa pensa della vostra esperienza?
«Si. Temple Grandin è un’ottima amica e ha sostenuto il nostro viaggio fin dall’inizio. Essendo una scienziata non ha un’opinione sugli sciamani. Ma individua nel movimento ondulatorio tipico della cavalcata l’interruttore di accensione nel cervello dei recettori dell’apprendimento e delle ossitocine: gli ormoni dello star bene. Questi effetti combinati mettono il bambino nelle condizioni ottimali per imparare e memorizzare. Ma c’è qualcosa in più, qualcosa di non razionale, nella comunicazione tra le persone con bisogni speciali e i cavalli, che non è ancora spiegata».
Voi incoraggiate i genitori a ascoltare i loro figli, anche senza Mongolia e senza cavalli?
«Se gli interessi di Rowan fossero stati treni a vapore e biciclette, allora la nostra storia avrebbe seguito treni a vapore e biciclette. L’elemento importante è ascoltare i figli, senza temere di infrangere le regole».
ANDREA MAMELI

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MARIA E IO – un libro a fumetti di Miguel Gallardo

Posted by Autismo Incazziamoci on 15th July 2009

 Un aspetto molto importante dell’apprendimento dei bambini autistici, conosciuto da insegnanti, professionisti e genitori, è l’uso di immagini chiare e sintetiche che trasmettono idee o situazioni. In questo libro Miguel Gallardo, abituato a comunicare visivamente con sua figlia Maria, vuole condividere questa esperienza con i suoi lettori come se noi fossimo lei e attraverso i suoi disegni capissimo il suo messaggio breve e semplice in modo inequivocabile. Questo libro smentisce molti luoghi comuni sui bambini che soffrono di autismo, malattia diagnosticata sempre più frequentemente. Maria non è fredda nè distante, basta andare oltre le caratteristiche del suo disturbo per scoprire che è emotiva e affettuosa. Tutto quello che Maria fa ha un significato. (dall’epilogo di Amaya Hervas)


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UNILIBRO


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LA CATTIVA SCIENZA di Ben Goldacre

Posted by Autismo Incazziamoci on 8th June 2009

Siete convinti che con i massaggi del “brain gym”, insomma con la ginnastica del cervello questo si ossigena e perciò migliora le sue prestazioni? Siete sicuri che sono in commercio pediluvi purificanti? Che gli antiossidanti fermano l’invecchiamento e che l’olio di pesce aumenta il quoziente intellettivo? Siete certi e fiduciosi che il raffreddore si cura con l’omeopatia e che ci sono creme che cancellano le rughe in 15 giorni? Che il curry prevenga il tumore alla prostata? Dubitate che il vaccino trivalente abbia a che fare con l’autismo? Bene, se pensate una sola di queste cose e decine di altre consimili, siete «una persona intelligente che crede a una cosa stupida». Siete  l’individuo-tipo cui si rivolge l’informazione scientifica trash. E a ognuno di noi è capitato di esserlo: ostaggi di un bombardamento mediatico legato a medicina e salute che per metà è costituito da “nonsense”, da scemenze senza alcun valore scientifico.

Contro questa deriva della comunicazione da anni si cimenta Ben Goldacre, trentenne inglese, medico di formazione e reporter d’assalto. Tiene una rubrica per il “Guardian” e il blog “badscience.net“: recentemente ha scritto il best-seller  “La cattiva scienza”, appena tradotto in Italia, dove si incarica di sbugiardare pseudoscienziati, medici compiacenti, industrie farmaceutiche, giornalisti corrotti.

Purtroppo – è la sconsolata morale di Goldacre – viviamo con i piedi nel XXI secolo e la testa rivolta a un Medioevo di ciarlatani e finti guaritori.

Le storie raccontate nel libro sono divertenti e ironiche, ma non perdono mai il loro contenuto di denuncia. Lo sguardo smaliziato di Goldacre regna su un panorama fatto di errori, ma soprattutto di inganni. E poi, che si parli di scuola, nutrizionisti, omeopatia, statistiche sbilenche o bufale mediatiche, Goldacre non fa altro che spiegarci come si fa buona scienza e buona informazione.

La cattiva scienza, infatti, non è solo un viaggio giornalistico, ma anche uno stimolo a leggere le notizie di scienza, a guardare le pubblicità, ad ascoltare un programma televisivo o una lezione di scuola con spirito critico. Magari, conoscendo meglio i meccanismi della buona scienza. E partecipando: non per nulla alla fine del libro Ben invita i lettori ad aprire un blog e cominciare a discutere di scienza, imparare a conoscere il lavoro dei ricercatori e raccontarlo. Anche se non siete giornalisti del Guardian!

 

CHI E’ BEN GOLDACRE:

Ben Goldacre dopo la laurea in medicina a Oxford e una breve carriera accademica, si dedica a tempo pieno al giornalismo scientifico. Tiene da anni una seguitissima rubrica sul “Guardian” intitolata La cattiva scienza.

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GUARDAMI NEGLI OCCHI di John Elder Robison

Posted by Autismo Incazziamoci on 1st June 2009

COPIO E INCOLLO DA LIBRI NEWS UNA INTERESSANTE RECENSIONE DI UN INTERESSANTE LIBRO AUTOBIOGRAFICO DI UN ASPIE

‘Guardami negli occhi. Io e la sindrome di Asperger’ di John Elder Robison, edito da Sperling & Kupfer, è il racconto in prima persona, commovente e divertente, di un bambino affetto da una forma particolare di autismo al tempo in cui la diagnosi nemmeno esisteva.

Un ragazzino «strano», solitario e geniale, che non riesce a guardare gli altri negli occhi, ma che sa smontare e rimontare una radio a occhi chiusi. Per lui, circuiti elettrici e macchine non hanno segreti. Diventerà un ingegnere e solo a quarant’anni capirà che la sua stranezza ha un nome: sindrome di Asperger. E scoprirà di andarne fiero.

Guardami negli occhi. Io e la sindrome di Asperger di John Elder Robison - Sperling & Kupfer 

Guardami negli occhi. Io e la sindrome di Asperger di John Elder Robison – Sperling & Kupfer

Titolo: Guardami negli occhi. Io e la sindrome di Asperger
Genere: Problemi e servizi sociali
Autore: John Elder Robison
Editore: Sperling & Kupfer
Anno: 2009
Collana: Saggi
Informazioni: pg. XV 307
Codice EAN: 9788820045371

Prezzo Book Shop: € 14,40
Prezzo di listino: € 18,00
Sconto: € 3,60 (20%)

IL LIBRO – John Elder è un ragazzino come tanti, che più di ogni altra cosa desidera fare nuove amicizie. Peccato che i suoi comportamenti siano spesso considerati bizzarri: se ne esce con frasi fuori luogo, smonta e rimonta in continuazione apparecchi elettrici, scava buche profonde due metri (e poi ci sotterra il fratellino…) e, soprattutto, evita accuratamente di guardare le persone negli occhi.

Così viene ripreso dagli adulti, deriso dai coetanei e tenuto a distanza da quasi tutti. La madre, una casalinga paranoica con manie di persecuzione, non gli è certo di aiuto. Tantomeno il padre, il più delle volte troppo ubriaco per accorgersi dei problemi d’integrazione del figlio. Ma se per John le convenzioni sociali degli uomini, i cosiddetti “normali”, sono enigmatiche e fonte di umiliazioni plateali, le macchine e i circuiti elettrici non hanno alcun segreto.

Spinto dagli eventi a una vita solitaria, smontando radio e motori John scopre la sua genialità, che gli assicura una serie di successi professionali inaspettati: dalle tournée con i KISS, per i quali crea la leggendaria chitarra fumante, alla folgorante carriera in un’azienda di giochi elettronici, fino alla creazione di un’importante ditta che ripara auto di lusso. È soltanto a quarant’anni che un medico illuminato gli rivela che la sua stranezza ha un nome: si chiama sindrome di Asperger. E questa notizia trasforma il modo in cui John vede se stesso e il mondo.

L’AUTORE – John Elder Robison vive con la moglie e il figlio a Amherst, Massachusetts. Fin dall’infanzia dimostra una particolare avversione per i nomi delle persone e una straordinaria capacità di smontare e rimontare apparecchi elettrici e macchine: ancora oggi chiama la moglie Componente 2 ed è titolare di un’azienda di messa a punto di auto di lusso europee.

‘Guardami negli occhi’, il suo primo libro, è stato un bestseller clamoroso negli Stati Uniti, tuttora nella classifica dei libri più venduti. È il fratello maggiore di Augusten Burroughs, autore di ‘Correndo con le forbici in mano‘. Il suo sito internet è www.johnrobison.com

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