AUTISMO INCAZZIAMOCI

autismo da combattimento

Archive for the 'Denver Model' Category

DENVER MODEL: E' TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA?

Posted by Autismo Incazziamoci on 13th February 2010

Lo Early Start Denver Model è molto sponsorizzato dall’ANGSA e da Autismo Italia. Ma è tutto oro quel che luccica? (G.P.)

Nel sito di Pediatrics c’e’ un link al commento di Eric Fombonne allo Early Start Denver Model. Fombonne afferma che gli autori dello studio sull’ESDM  hanno combinato i principi dell’Applied Behavioral Analysis con approcci piu’ evolutivi e basati sulla relazione “likely to be appealing to a wide
community of professionals”
(con più probabilità di essere attraenti per una vasta comunità di professionisti).
Ma, per quanto riguarda i progressi dei bambini, Fombonne afferma che i guadagni cognitivi nel trattamento sperimentale sono stati modesti e, particolare molto importante, “there was no real catch up in developmental rates compared to typically developing children” (non c’è stato alcun recupero dei “tassi” di sviluppo rispetto ai bambini con sviluppo tipico).
Questo nonostante il fatto che i bambini dello studio siano stati selezionati, in quanto sono stati esclusi i bambini con condizioni mediche o genetiche note associate all’autismo.

Se avessi un bambino piccolo cercherei di leggere e confrontare anche la ricerca di Jane S. Howard ” A comparison of intensive behavior analytic and eclectic treatments for young children with autism”, anche questa reperibile online.
Se qualche tecnico (anche di dubbia preparazione!) vuol fare qualche commento o confronto, lo leggerò con interesse..

CARLA MARTA

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se il Denver Model in Italia si facesse davvero…

Posted by Autismo Incazziamoci on 11th February 2010

…si comincerebbe a dire che è allenamento per soldati e addestramento per scimmiette…

GUSTAVO

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IL DENVER MODEL E' ABA

Posted by Autismo Incazziamoci on 3rd February 2010

Sull’ultimo numero del Bollettino di una associazione per l’autismo si parla, ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, del Denver Model, tramite un articolo di Giacomo Vivanti.

Certo che ci vuole fantasia (o FANTASIA) per chiamare Denver Model  i (pochi) denvermodel proposti in Italia, basati sul trattamento psicoeducativo micheliano e sul TEACCH.

Il vero Denver Model, quello di Sally Rogers, è ABA.

E allora che senso ha la frase che si legge nell’articolo di Vivanti sul suddetto bollettino:
“I DATI NON DIMOSTRANO CHE IL DENVER MODEL E’ SUPERIORE ALL’ABA. DIMOSTRANO CHE E’ PIU’ EFFICACE, QUANDO APPLICATO RIGOROSAMENTE, NEI BAMBINI TRA I 18 E I 30 MESI”?

Poteva dire, al massimo, che l’ABA declinata secondo il DENVER MODEL è più efficace dell’ABA classica (Lovaas-model).

Mah…

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La reale intensività dell'ABA e la "fiction" DENVER MODEL

Posted by Autismo Incazziamoci on 19th December 2009

I gruppi di potere che si occupano dell’autismo continuano a far circolare, in tutte le salse, notizie vere o inventate sul mitologico DENVER MODEL.
Sally Rogers, la rockstar, continua ad essere perennemente in tournee’… e l’Italietta continua ad essere uguale a se stessa.

Ma per quale motivo il Denver Model spunta fuori proprio adesso e con tale forza pervasiva? Per un motivo molto semplice: i professionisti dell’autismo si sono resi conto che – oramai – un numero sempre maggiore di genitori sceglie l’ABA come “sistema riabilitativo” per i propri figli.
L’ABA permette davvero di formare una rete, una rete molto corta, limitata alle proprie mura domestiche, e quindi molto solida con – a capo – i genitori stessi. I quali genitori, in quanto paganti, sono anche “manager‘ del trattamento dei propri figli, con conseguente efficacia decuplicata e conseguente miglioramento esponenziale della macchina riabilitativa.

E allora? E allora eccoti che viene fuori Sally Rogers, canta una delle sue canzoni e affascina il pubblico con il suo charme.

Ma il Denver Model è applicabile in Italia?

Se andiamo a vedere la documentazione americana, le esperienze portate avanti dalla stessa Sally Rogers e dall’italiano Giacomo Vivanti,  ci accorgiamo che negli Stati Uniti il “progetto” è davvero imponente e la rete esiste davvero.

Esempio: vengono formati degli operatori per lavorare nelle scuole. Questi operatori lavorano per 19 ore settimanali in ogni singola scuola di ogni singolo bambino con autismo.

Che succede invece in Italia? In Italia c’è un solo centro che può dire con cognizione di copyright (perché la rockstar Sally Rogers ha dato loro il permesso): “Noi facciamo il Denver Model”.

E’ il Centro Autismo di Reggio Emilia.

Ma con quale frequenza il Centro Autismo di Reggio Emilia segue i soggetti autistici? Siamo in Italia, no? Il rinomato Centro Autismo di Reggio Emilia segue i bambini per ben 4 ore settimanali!!!

E delle 19 ore settimanali che in America gli educatori passano con i bambini autistici, quante sono diventate a Reggio Emilia?

A Reggio Emilia viene dedicata alla scuola 1 splendente unica e solitaria ora settimanale. Ma non in aggiunta alle 4: compresa nelle 4 ore!!!

Cioè il rinomato Centro Autismo di Reggio Emilia segue i bambini per 4 ore settimanali, di cui una a scuola!!!
E gli altri centri? E’ possibile altrove il Denver Model?

Altrove, i centri hanno rapporti rari e difficoltosi con le scuole. Gli operatori – di solito – incontrano gli insegnanti per un massimo di due volte in un anno, e – sempre di solito – nessuna delle due volte risulta davvero pregnante e significativa per il progetto educativo individualizzato dell’individuo autistico.

A quali conclusioni giunge il mio istinto guardingo e – nel contempo – aggressivo?

La conclusione a cui giungo, non avendone le prove ma solo insinuando, è che i protagonisti della “riabilitazione” dall’autismo – con la complicità di Sally Rogers in Tourneè – sconfitti dall’evidenza che il sistema ABA è l’unico trattamento ad assicurare alle famiglie un vero trattamento intensivo, si nascondono dietro la parola “rete” e dietro un buon funzionamento americano che non può – in nessun modo – essere trasferito nei malfunzionamenti italiani.

Non a caso, il Centro Autismo di Reggio Emilia, lo scorso 14 settembre ha lasciato a casa molte psicologhe che lavoravano da anni per il Centro, sostituendole con educatori/educatrici giovani e inesperti, con grave perdita di qualità e di continuità.

Per questo motivo, lo dico a gran voce a tutti: datevi un pizzico sulla panza e organizzate un programma ABA per i vostri figli!
P.S. Naturalmente siete tutti liberi di commentare e di dire la vostra, o di fare delle precisazioni su qualcosa di non giusto o non completo che posso aver scritto.

GIANNI PAPA

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SALLY ROGERS IN TOURNEE (YEAH)

Posted by Autismo Incazziamoci on 17th October 2009

 La signora Sally Rogers è una bella donna, anche se passatella.
E’ questo il motivo, probabilmente, per il quale continua a fare tourneè in Italia e a propagandare l’Early Start Denver Model proprio qui, in questo posto alieno dove il suo “sistema” non può funzionare.

I primi a provarci, ad invitare la signora Rogers, sono stati quelli del Centro Autismo di Reggio Emilia. L’hanno invitata e le hanno detto: “Ehi, Sally, insegnaci il Denver Model. Qui abbiamo delle ottime scuole dell’infanzia”.

Sally Rogers è venuta a Reggio Emilia e ha insegnato il Denver Model al Centro Autismo. Adesso il Centro Autismo va in giro a tenere conferenze e seminari dicendo: “Siamo gli unici in Italia a fare il Denver Model“.

Ma sarà poi vero?

Se li si ascolta bene, quelli del centro di Reggio Emilia, si viene a scoprire che… applicano coscienziosamente e pedissequamente il TEACCH. Inoltre, se li si ascolta ancora meglio, si scopre che – molto all’italiana - in “Centro autismo” di Reggio Emilia offre solo 4 ore di trattamento settimanali (di cui una a scuola) e che molte di queste ore sono “in piccolo gruppo. Se li si ascolta ancora meglio e si legge tra le righe, si scopre che – all’italiana -  il 14 settembre scorso molti operatori del centro, con anni di esperienza, hanno finito il loro contratto a termine, sostituiti da operatori giovani e che “costano meno”.

Com’è possibile, dunque, che la signora Rogers continui con le sue tourneè?
E cos’è il Denver Model?

Il Denver Model è un modello americano. I bambini che a Denver hanno partecipato al Denver Model erano bambini che avevano tutti i “servizi” vicini gli uni agli altri. Quando i “servizi” sono vicini che fatica fanno ad interfacciarsi tra loro e creare una rete che “funga” da trattamento intensivo?

Ma a Reggio Emilia esistono così tanti servizi per l’autismo uno vicino all’altro? Era possibile un Denver Model a Reggio Emilia?

“Beh, sì, noi a Reggio Emilia abbiamo delle ottime scuole dell’infanzia. Possiamo fare il Denver Model. Non per nulla delle 4 ore settimanali, una la facciamo a scuola… Però non possiamo fare il Denver Model americano: qui mica siamo in America. Qui dobbiamo rispettare la grande tradizione psicoeducativa impostata dal grande Enrico Micheli”

Infatti, ad un seminario tenuto dal Centro Autismo di Reggio Emilia (senza Sally Rogers, che era in tourneè altrove) – al quale ho partecipato anch’io – mi sono reso conto che tutti i video, tutte le foto, tutto di tutto quello che loro mostravano era preso paro paro dai libri sul gioco e l’interazione sociale di Enrico Micheli, Marilena Zacchini e Cesarina Xaiz.

Ebbene? E la signora Rogers?

Della signora Rogers è stato preso il modello “intensivo, integrato, precoce” e il concetto di “rete” tra tutti i servizi che si occupano del bimbo.
Insomma: le stesse identiche cose che diceva Enrico Micheli.

E dunque? Continuate a non capire perché Sally Rogers é ancora in Tourneé?

Vi viene il sospetto che sia per nascondere ai genitori che bisogna fare ABA al più presto, senza perdere tempo?
Per gettare fumo negli occhi, facendo credere loro che “qui si fa il Denver model”?

YEAH!

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DENVER MODEL

Posted by Autismo Incazziamoci on 13th June 2009

COPIO/INCOLLO DA SPECIALE AUTISMO

A cura di Virginia Giuberti
Psicologa, Centro autismo e Disturbi Pervasivi dello Sviluppo dell’AUSL di Reggio Emilia

BIBLIOGRAFIA

CENTRI DI RIFERIMENTO

Che cos’è e cosa si propone
Il Denver Model è un modello di presa in carico per bambini con disturbi dello spettro autistico in età prescolare, promosso dagli inizi degli anni Ottanta da Sally Rogers e coll. all’interno dei programmi per le Disabilità dello sviluppo dell’Università del Colorado Health Sciences Center (UCHSC).
Le convinzioni che stanno alla base del Denver Model sono:- le famiglie devono essere a capo del trattamento dei loro bambini, dal momento che ogni bambino con autismo e la sua famiglia sono unici, gli obiettivi, gli interventi e gli approcci devono essere individualizzati;
- i bambini con autismo possono apprendere con successo;
- dal momento che l’autismo è in sostanza un disturbo sociale, il trattamento deve focalizzarsi sulla disabilità sociale;
- i bambini sono membri della famiglia e della comunità ed è necessario che abbiano un ruolo nella famiglia e nelle attività della comunità;
- i bambini con autismo hanno una mente, opinioni, preferenze, scelte, e sentimenti; hanno diritto alla espressione di sé e ad un certo controllo del proprio mondo
- l’autismo è un disturbo complesso che colpisce praticamente tutte le aree del funzionamento dell’individuo; è necessaria una collaborazione interdisciplinare professionale per affrontare le varie sfide che l’autismo presenta;
- i bambini con autismo sono in grado di diventare comunicatori intenzionali e simbolici, e la maggior parte di loro è in grado di sviluppare un linguaggio comunicativo utile se vengono attuati interventi appropriati e di sufficiente intensità durante gli anni prescolari;
- diversi approcci di intervento per bambini con autismo hanno dimostrato la loro efficacia usando varie metodologie istruttive; un approccio di trattamento globale e integrato deve essere in grado di estrapolare da tutte le esperienze disponibili sul campo;
- il gioco è uno dei mezzi più potenti di apprendimento cognitivo e sociale a disposizione del bambino;
- interventi efficaci per bambini con autismo richiedono che molte delle ore di veglia vengano impiegate in attività orientate alla socializzazione. E’ necessario fornire più di 20 ore a settimana di interventi strutturati per ottenere dei progressi ottimali.

Su cosa si basa

Si tratta di un modello basato sull’”approccio evolutivo” in cui l’intervento è centrato sul bambino per favorire la sua iniziativa, la sua motivazione e la sua partecipazione. La conoscenza di base o concettualizzazione dell’autismo, nucleo del Denver Model, deriva da un modello evolutivo dell’autismo proposto da Rogers e Pennington (1991) ed elaborato successivamente da Rogers, Benedetto, McEvoy e Pennington (1996) e Rogers (1999), che considera un ipotetico deficit nell’abilità imitativa dovuto ad un sottostante disturbo prassico o della capacità di programmare le sequenze di movimento che impedirebbe il precoce stabilirsi della sincronia e della coordinazione a livello del corpo così da dare inizio alle difficoltà progressive nell’area dell’intersoggettività.
Da questa concettualizzazione di autismo precoce derivano i cardini del trattamento:
a)  inserimento del bambino in relazioni sociali coordinate e interattive per la maggior parte delle ore di veglia, in modo da poter stabilire sia l’imitazione che una comunicazione simbolica e interpersonale (non verbale, affettiva, pragmatica), e così che può avvenire la trasmissione di conoscenze ed esperienze sociali.
b)  insegnamento intensivo per “colmare” i deficit di apprendimento che derivano dalla passata incapacità di accedere al mondo della socializzazione, dovuta agli effetti dell’autismo.
I mezzi principali per raggiungere questi due obiettivi terapeutici comprendono l’insegnamento dell’imitazione, lo sviluppo della consapevolezza delle interazioni sociali e della reciprocità, l’insegnamento del potere della comunicazione, l’insegnamento di un sistema di comunicazione simbolica; il cercare di rendere il mondo delle interazioni sociali comprensibile come quello degli oggetti per portare il bambino nel ricco ambiente degli scambi sociali.
L’intervento deve avvenire in ambienti strutturati che forniscano una sorta di regolazione esterna; vengono utilizzate strategie di educazione strutturata di tipo cognitivo-comportamentale.

Come viene applicato
Nel modello “community based” promosso dalla fine degli anni Novanta (precedentemente si trattava di un modello “center based”, cioè i bambini frequentavano il Centro), i setting di trattamento sono tre: 1) la scuola dell’infanzia con il gruppo dei pari; 2) l’intervento individuale; 3) le routine naturali in famiglia.

Chi lo pratica, in quali contesti
Il team di trattamento è costituito da un terapista referente che coordina il team con la famiglia e lo staff della scuola, ognuno dei quali lavora con obiettivi condivisi nei setting specifici (famiglia, scuola, Centro).
Visto che il curriculo di ogni bambino è individualizzato e basato sulle sue capacità e necessità di sviluppo attuali, è fondamentale un’attenta valutazione dello sviluppo; la valutazione è attuata in due modi: valutazione annuale o biennale standardizzata (valutazione della comunicazione; valutazione psicologica; valutazione motoria; valutazione educativa), e valutazione trimestrale del curriculo per determinare il progresso in base agli obiettivi (attraverso la Denver Model Curriculum  di Osaki et al., 1997).

Chi lo ha elaborato, in quale anno, in quale paese, in quale ambito
Il Denver Model è un modello di presa in carico per bambini con disturbi dello spettro autistico in età prescolare, promosso dagli inizi degli anni Ottanta da Sally Rogers e coll. all’interno dei programmi per le Disabilità dello sviluppo dell’Università del Colorado Health Sciences Center (UCHSC). In particolare nel 1981 grazie ad un finanziamento federale quadriennale è stato fondato e realizzato il progetto, poi dal 1986 al 1998 il programma propose due tipi di servizi: 1) il “center based” costituito da un servizio prescolastico di 4-5 ore giornaliere con terapie individuali e di gruppo, per 12-18 bambini; 2) un servizio di diagnosi e valutazione educativa per un gruppo più cospicuo di bambini. In seguito nel 1994 si iniziarono a proporre consultazioni nei distretti scolastici locali e dal 1998 si passò dal modello “center based” al “community based”, cioè all’intervento intensivo ma con frequenza presso la scuola dell’infanzia locale.
Il Denver Model ha sempre avuto una base universitaria per la ricerca da cui lo stimolo al continuo sviluppo del modello attraverso l’integrazione di nuovi approcci, nella convinzione di proporre la maggior possibilità di servizi efficaci per ogni bambino e per la sua famiglia, basandosi sulle conoscenze più recenti e validate.

A chi è stato rivolto
Bambini con disturbi dello spettro autistico in età prescolare e le loro famiglie.

Per quale fascia d’età
Età prescolare.

A quali tipi di patologie è stato allargato
E’ stato proposto a bambini con altre patologie (disturbi comportamentali e/o evolutivi ma senza sintomi di autismo) in uno studio per valutare gli effetti del Denver Model (Rogers e DiLalla, 1991).

Valutazione di effetti in diversi contesti
Studio per valutare gli effetti del Denver model in quattro servizi diversi (comunità rurali e urbane) (Rogers, Lewis e Reis, 1987).

Ripercussioni in ambito familiare, scolastico o altro
Il modello prevede un intervento diretto, nonché una condivisione degli obiettivi di lavoro, in tutti gli ambienti di vita del bambino.

 

Rogers S.J., Hall T., Osaky D., Reaven J. & Herbison J. (2001), The Denver Model: A  Comprehensive, Integrated Educational Approach to Young Children with Autism and Their Families. In Handleman J.S. & Harris, S.L. (edited by), Preschool Education Program for Children with Autism, second edition, pro-ed, Austin, Texas.
Rogers S.J., Hall T., Osaky  D., Dispense Corso Reggio Emilia, 15-19 Aprile 2002.


JFK Partners, Università del Colorado Health Sciences Center (UCHSC)

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