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Archive for the 'l'invasione degli Ultrapsicodinamici' Category

IL MAIALE PSICODINAMICO – Chiusura autistica

Posted by Autismo Incazziamoci on 16th January 2010

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Due storie psicodinamiche: Busto Arsizio 2009

Posted by Autismo Incazziamoci on 8th November 2009

 1) Un combattivo genitore di Busto Arsizio mi racconta:
“Ho organizzato un  Convegno sull’Autismo a Busto Arsizio. Questo convegno si farà a marzo”
“Bene!” faccio “Qui a Busto ci vuole, visto come sono combinati  i nostri medici”
“Mi hanno detto che – per poter organizzare un convegno – devo costituire una associazione. Allora sono andato a parlare con una grande associazione, che inizia per A e finisce per S, molto potente sul territorio, dicendo: Voi mi date il nome e io faccio una sezione dell’associazione dedicata solo all’autismo“.
“E allora?”
“Allora questi dell’associazione mi hanno fatto parlare con una neuropsichiatra… Mica con una vecchia: una di trentadue anni”
“E lei?”
“Mi ha chiesto: lei è il padre di una persona autistica?”
“E tu?”
“Ho risposto di sì. Ho detto che mio figlio ha tredici anni”
“La neuropsichiatra trentaduenne ha detto: qual è la diagnosi di suo figlio?”
“E tu?”
Autismo infantile, ho risposto. Dove ha fatto la diagnosi? Ha insistito la neuropsichiatra. A Bosisio Parini, ho detto”
“E poi che è successo?”
“La neuropsichiatra ha detto: ma è una diagnosi sicura? Non potrebbe essere psicosi?“.

2) Nella sede di un’altra associazione (anche questa inizia per A e finisce per S), sempre a Busto Arsizio, un ragazzo autistico – bisettimanalmente – entrava nello studio della psicologa di riferimento e ne usciva dopo 45 minuti. In tutto questo tempo, nessuna restituzione da parte di nessuno di quanto avveniva in quella stanza, né i genitori potevano vedere quello che accadeva attraverso lo specchio unidirezionale, perché evidentemente lo specchio unidirezionale è una invenzione troppo moderna per essere utilizzata da certi centri che si permettono di trattare l’autismo.

A fine anno, finalmente, c’è stato un colloquio tra la psicologa e la madre.

“Dottoressa, come va la terapia?”
“Finalmente ieri si è alzato dal tappeto su cui è rimasto seduto tutto il tempo, dall’inizio del trattamento, e si è avvicinato a me di qualche passo”
“Che?”
Si è alzato dal tappeto. Si è mosso. Era rimasto, dall’inizio del percorso terapeutico – da settembre fino a giugno – sempre seduto su quel tappeto, immobile e perso nel vuoto”
“E lei non faceva nulla?”
Io dovevo aspettare che lui uscisse dal suo guscio. Ieri finalmente l’ha fatto: è andato oltre il suo cervello primitivo e ha osato una timida apertura verso di me. Naturalmente, c’è ancora molto da lavorare

GIANNI PAPA

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ODE ALLA MADRE FRIGORIFERO – di Bruno Bettelheim (?)

Posted by Autismo Incazziamoci on 31st October 2009

 Tu sei una madre frigorifero…
ti ricordi quando accendesti
tuo figlio con un fiammifero
e lo spegnesti all’ultimo momento
prima che il fuoco ti bruciasse controvento?

Tu sei la causa di tutto:
la madre non idonea e non conforme;
tu sei un problema strepitoso, enorme:
col tuo cervello tuo figlio hai distrutto.

Tuo figlio ha un problema psicologico
non vive bene, non esiste: è logico.
Tu hai un complesso di Edipo non risolto
col tuo cervello insolito tuo figlio hai capovolto

Tu sei falsa, tu sei bugiarda
tu crei l’autismo: una fuga codarda;
fuga dalla reale nostra esistenza.
Lo curo solo io con pertinenza!

E tu, penosa madre frigorifero,
torni da me e cominci a fare
un penoso discorso soporifero
su un supposto amore materno,
su un non-espresso amore filiale.

Tu, madre frigorifero, demonio nero,
causa della condizione autistica:
distruggiti, annulla il tuo pensiero,
sciogliti dentro una palude  olistica.

Tu, madre frigorifero dal penoso destino
distruggiti per sempre e ammetti il tuo difetto:
psicanalizzo intanto il tuo bambino
nel buio, di notte, stretti nel suo letto.

***

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GENITORI COTERAPEUTI

Posted by Autismo Incazziamoci on 4th July 2009

 PRECISO CHE L’ARTICOLO CHE SEGUE NON E’ MIO: MI E’ STATO INVIATO DA UNA PERSONA CHE PREFERISCE NON FIRMARSI MA CHE LO RITIENE DI INTERESSE GENERALE.
DATO CHE E’ NATO IN UN CONTESTO PRIVATO E CHE – FUORI DAL CONTESTO – PUO’ GENERARE EQUIVOCI E POLEMICHE INFONDATE, NON SONO CONSENTITI COMMENTI (G.P)

***

In vista del passaggio dall’asilo nido alla scuola dell’infanzia di un bambino con autismo si sono riuniti intorno a un tavolo: i genitori del bambino, l’assessore comunale alla scuola con due funzionari, tre operatori dell’ASL: il Neuropsichiatra, lo psicomotricista e l’educatrice, e una rappresentante dell’ANGSA, chiamata dai genitori. Tra le altre cose dette l’educatrice ha espresso il seguente parere: i genitori non devono essere coterapeuti, devono essere solo genitori. La rappresentante ANGSA, dopo la riunione, ha sentito il bisogno di mandare alcune precisazioni che sono poi state inviate a soci, simpatizzanti ed amici. Eccole

***

Carissimi,

in un mondo sempre più virtuale è una grande gioia potere comunicare all’antica, guardandocisi in faccia intorno a un tavolo. Purtroppo il tempo è sempre tiranno e allora la comunicazione via e mail consente di proseguire i discorsi iniziati al tavolo e di dire ciò che non è stato possibile durante la riunione.
Ho ripensato a quanto detto dall’educatrice a proposito di “genitori coterapeuti”.
Ogni cosa ha senso in base alla storia nel contesto della quale è nata. Il termine, che, a ragione, l’educatrice ritiene infelice, è stato coniato negli anni 60 dello scorso secolo da Schopler e Lovaas in antitesi a Bettelheim il quale, parlando dei genitori e in particolare delle mamme, usava il grazioso epiteto di “kapò dei campi di concentramento” di “stone mother”. Non lo traduco perché mi vengono i brividi. E addirittura aveva messo il monumento alla “stone mother” nell’area giochi della sua “orthogenic School” dove curava i bambini autistici con la parentectomia, ovvero con la separazione dei bambini dalle madri patogene.
Non commento questa cura. Lascio a voi. Nel furore di queste teorie, chiaramente contro natura, (basti pensare al mondo animale di cui poi noi facciamo parte), Schopler e Lovaas, per contrapporsi con forza al delirio collettivo imperante, coniarono il termine di “genitori coterapeuti” per sottolineare, in forte antitesi a Bettelheim, che i genitori non solo non sono patogeni, ma sono i primi e insostituibili alleati dei terapeuti, da cui il termine che oggi ci pare infelice, ma che allora doveva essere pronunciato col significato di cui sopra.
Per quanto riguarda il termine “terapia” a mio parere, e non solo mio, se ne fa un grande abuso. L’amica Luciana Bressan ha detto, nella lista autismo scuola alla quale invito tutti voi a iscrivervi, se non l’avete già fatto, la seguente frase che condivido pienamente

Musicoterapica, ludoterapia, ippoterapia, danzaterapia, arteterapia, onoterapia, delfinoterapia, idroterapia, ergoterapia ecc ecc
L’esperienza insegna che la parola ” terapia”, quali che siano le buone intenzioni di chi la usa, trae in inganno molti genitori di bambini con autismo e genera in loro stress e sofferenze inutili : la intendono come “cura di una malattia “, “qualcosa che farà guarire ” il figlio. Poi, negli anni, vedendo che non ” guarisce “, sfarfallano da una ” terapia ” all’altra, perdendo tempo e denaro, e passando da una delusione all’altra.
Secondo me sarebbe etico evitare il più possibile questi fraintendimenti, quindi usare questa parola con più parsimonia. Luciana

Anche l’ABA è una forma di educazione speciale, che ha un patrimonio di esperienza di qualche decennio con bambini con disabilità multiple dello sviluppo ed è utile conoscerne i principi e saperli applicare con intelligenza e flessibilità al singolo bambino.
Il termine “terapia” a mio parere anche qui è usato a sproposito.
Nei programmi ABA si insegna a contare, a distinguere i colori, a fare le più elementari operazioni cognitive, oltre che ad impadronirsi di strumenti di comunicazione e a fare un’analisi funzionale dei comportamenti problema al fine di eradicarli e sostituirli con comportamenti socialmente accettabili. Tutte cose che dovrebbero fare parte della cassetta degli attrezzi di ogni educatore speciale, per usare un termine caro al compianto Enrico Micheli. Temo che la preferenza del termine “terapia” a quello di “educazione” sia dovuta al fatto che gli onorari dei terapeuti sono molto maggiori di quelli delle maestrine.
Se ci spostiamo nel campo dell’educazione, che in questo caso va imparata, perché non c’è nulla di ovvio e di facile nella gestione di un bambino con autismo, i principi dell’educazione speciale vanno insegnati necessariamente ai genitori.
Nell’approccio psicoeducativo in senso lato, gli apprendimenti sono resi più facili da un ambiente preparato specificamente per il bambino e in rapporto uno a uno con un adulto, ma poi la loro generalizzazione deve avvenire nella vita in generale e, naturalmente nella famiglia, e i genitori devono sempre essere informati di ciò che stanno facendo insegnanti e terapeuti per generalizzare le competenze acquisite e per agire in sintonia e con lo stesso stile.

Condivido la preoccupazione dell’educatrice sul fatto che i genitori trasformino l’intera vita famigliare e di rapporto col bambino in un ambulatorio, con la tensione costante alla abilitazione. Nel rapporto genitori bambino ci devono essere momenti di tenerezza, di coccole fini a se stesse, non come premio o “rinforzo” per un compito fatto bene. Se i genitori hanno fiducia, perché sanno che è meritata, negli insegnanti coi quali il bambino passa tante ore, e nei terapeuti, con i quali il bambino passa ore di qualità che devono dare spunti e suggerimenti a genitori e insegnanti, saranno più rilassati e anche più propensi ad accettare i limiti del bambino e a gioire di quei piccoli progressi, che per il bambino possono essere molto grandi.
Alla fine penso che il nostro atteggiamento non sia diverso, ma, essendo io un po’ vecchierella, ho vissuto quei momenti cupi in cui la parola, pur discutibile, di “coterapeuta” data al genitore era benedetta. Veniva dalla bocca del compianto Schopler, che difendeva strenuamente i genitori dall’infamia in cui Bettelheim li aveva gettati e con un successo interplanetario, il successo di chi riempie un vuoto di conoscenza con delle certezze, non importa se infondate.
Gli uomini hanno orrore dell’ignoto. Basta pensare ai promessi sposi, ai roghi, ai processi alle streghe e agli untori. Da studentessa secchiona quale sono stata, ho letto e meditato i promessi sposi e la cosa che più mi ha colpito è il fatto che anche il cardinale Federigo Borromeo, che si è mostrato tanto saggio nei rapporti con don Abbondio, ha mandato al rogo migliaia di povere donne ritenute responsabili della peste.

E allora.

Non usiamo più quel termine, divenuto obsoleto e che ha acquisito significati commerciali, ma rispettiamo chi lo ha pronunciato per la prima volta.

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LA TERRIBILE VERITA' SU BRUNO BETTELHEIM SEMPRE PIU' TERRIBILE

Posted by Autismo Incazziamoci on 23rd June 2009

 Roberto Colonna di Brainmindlife ha commentato l’Articolo La terribile verità su Bruno Bettelheim, da noi ripreso da Brainmindlife. Il suo commento mi sembra molto importante ed è doveroso divulgarlo.

***

Desidero innanzitutto complimentarmi con coloro che lavorano per questo sito web, perché la scelta di un orientamento scientificamente rigoroso rende un reale servizio ai visitatori e a quanti utilizzano i materiali pubblicati.
Vorrei, poi, fornire qualche dato sullo scritto da voi ripreso. “La terribile verità su Bruno Bettelheim” fu redatto dallo stesso presidente della Società Nazionale di Neuroscienze, professore Giuseppe Perrella, sulla base di un’estesa documentazione e di molte testimonianze raccolte da lui e da noi, suoi collaboratori, in varie città degli Stati Uniti d’America.
In quel periodo, che coincideva con le prime pubblicazioni della Società sul sito di “BRAIN, MIND,  LIFE“, per decisione unanime non firmavamo gli scritti.
L’obiettivo della pubblicazione era fornire in estrema sintesi il dato certo – e comprovato da numerose inchieste giudiziarie – della pedofilia e delle condotte criminali di Bettelheim, accanto allo smascheramento dell’impostura rappresentata dalle sue congetture e speculazioni vendute come “teorie psicologiche” della scuola ortogenica di Chicago. Fra le ragioni che ci spinsero a mettere in rete la verità, tante volte riecheggiata nelle aule dei tribunali e impressa nelle pagine di libri e articoli scritti da dipendenti della scuola, ex-ospiti o loro parenti, vi fu la constatazione che in molti corsi di molte università italiane le suggestive e infondate costruzioni di Bettelheim erano ancora oggetto di insegnamento (quasi fossero teorie scientifiche supportate dal vaglio sperimentale) e, addirittura, si promuoveva un nuovo proselitismo italiano per quelle idee. La pubblicazione de “La terribile verità su Bruno Bettelheim“, con un certo stupore da parte di chi scrive, fu la prima occasione per molti psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili e cattedratici italiani, per conoscere e riflettere su un inganno che aveva creato false terapie, false speranze e false carriere. Molti, letto l’articolo, immediatamente ritrattarono la loro fede incondizionata nel “ciarlatano criminale”, ma pochi citarono la fonte del proprio ravvedimento. Il professor Nicola Lalli, del quale ricordiamo sempre con rispetto la grande onestà intellettuale, fece dei contenuti de “La terribile verità su Bruno Bettelheim” il modello esemplare del perché lui si fosse allontanato dall’insegnamento di Fagioli (da lui accostato a Bettelheim), riportando quasi integralmente lo scritto in un suo saggio e citandone ampi stralci sul sito dell’editore Armando.

Lo scorso inverno ho visto in metropolitana a Milano una ragazza che recava con sé quattro saggi di Bettelheim, e le ho chiesto perché leggesse quei libri. Mi ha risposto con aria grave e condiscendente: “Sono il fulcro di un’importante corso di formazione in psicoterapia dell’infanzia.” Allora ho provato ad imbastire un discorso sull’argomento, ma lei, senza darmi troppe possibilità di proseguire, mi ha spiegato, col tono di chi vuol mostrarti di aver pazienza solo per buona educazione: “Sì, tanti aspetti delle teorie possono essere discussi, ma Bettelheim è indispensabile per la terapia dell’autismo… Scusi, ma a questa fermata devo scendere“.

Inverno 2009: qualcuno ancora insegna che si cura l’autismo con quella roba. Ecco perché ritengo che abbiate fatto bene a riprendere quell’articolo e spero che lo si diffonda molto di più perché, a quanto pare,
ce n’è ancora bisogno.

Roberto Colonna

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CONFERENZA DA INCAZZAMENTO

Posted by Autismo Incazziamoci on 23rd May 2009

Il bellissimo centro di Varallo Pombia “Natura Docet” – dove c’è personale preparatissimo e dove porto anche mio figlio – sta ospitando un ciclo di incontri sulla disabilità e l’autismo: ieri sera, venerdì 22 Maggio 2009, c’era un incontro su DISORDINE GENERALIZZATO DELLO SVILUPPO: AUTISMO E ASPERGER, tenuto da una Neuropsichiatra Infantile dell’Ospedale Niguarda di Milano e da due psicologhe-psicoterapeute dell’AIAS di Busto Arsizio. Un mio contatto di facebook mi ha scritto commentando la serata. Qui di seguito il suo intervento. (G.P.)

***

Appena arrivati, io e i miei amici ci siamo guardati in faccia commentando che il posto era veramente un posto bellissimo… ma – appena entrati nel salone – quando una delle 2 dottoresse ha iniziato a parlare, ci è venuto da dire: “ma è lei l’autistica?“.
Le cose che ha detto hanno fatto scappare la Presidentessa di una delle associazioni per l’autismo più importanti della provincia di Novara, la quale, naturalmente, era in disaccordo.
Mentre se ne stava andando, l’ho chiamata. <<Ehi, dove vai?>>. <<Questi sono indietro anni luce>> ha detto lei.
E chi ne sa più di lei?…  certo che quelli erano proprio dell’era archeozoica!!!

L’emozione predominante in me è stata la rabbia, perchè la dottoressa “autistica” ha detto che non è bello lavorare con un bambino autistico, che non dà soddisfazione in quanto possiede una mente preistorica che non cambiauna mente che non capisce e che quindi non dà soddisfazioni... Me ne sarei andato anche io, a quel punto…

La Presidentessa era già uscita (se n’è uscita appena hanno cominciato a dire cavolate), altrimenti penso che si sarebbe alzata e si sarebbe trasformata in esorcista!!!!
<<Tutte balle!>> ho pensato <<Io lo provo sulla mia pelle con il mio bambino Alessandro. Ma che vanno dicendo queste qua?>>…

Beh… ce ne siamo andati anche noi a metà convegno.

CLEMENTINA PANISSA

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LA PSICOLOGA DELL'ASILO NIDO

Posted by Autismo Incazziamoci on 18th May 2009

accetta

Quando mio figlio cominciò ad andare all’asilo nido del paese dove abitiamo, mia moglie prese un mese di astensione facoltativa, per fare l’inserimento.

L’inserimento sembrava andare benissimo, ma lei era sempre più nervosa. “E’ vero che non piange quando vado via” diceva “Ma non mi guarda nemmeno: è come se non esistessi. Forse gli piace talmente l’ambiente che non gli importa se io vado via”.

Nostro figlio, invece, era autistico, ma non lo sapevamo ancora.

Quando mia moglie riprese a lavorare, il primo di Ottobre, il bambino pianse per la prima volta. Un pianto disperato, esagerato, quasi da comportamento-problema.

L’educatrice che si occupava di lui disse: “Signora, lui si è reso conto che la madre ha ripreso a lavorare e ha percepito che la madre non è serena”.

Man mano che passava il tempo, diventava sempre più chiaro che c’era qualcosa che non andava. Lo portammo da un rinomato medico di Varese, ma era uno inesperto della patologia: ci disse che dovevamo aspettare, che doveva osservarlo, che dovevamo continuare a mandarlo al nido (magari riducendo l’orario).

Alla fine, le maestre si arresero all’evidenza. In nostro figlio qualcosa non andava.

In un colloquio ci dissero di farlo vedere da un medico, ma soprattutto di chiedere un colloquio con la loro psicologa, che era tanto brava e avrebbe potuto aiutarci.

Mia moglie chiese il colloquio con la psicologa. Io non ci andai primo perché coincideva con il mio orario di lavoro, secondo perché le psicologhe mi danno l’orticaria.

 

Quando tornò a casa, mia moglie era infuriata. La psicologa le aveva detto: “Lei non ha mai accettato suo figlio. Lei vede tutti questi aspetti negativi nel bambino perché lei ha sbagliato a impostare la relazione”.

Mia moglie le aveva raccontato che il bambino diceva spesso (in quel periodo): “Mamma, sono qui” (poi avremmo scoperto che si trattava di una ecolalia presa dagli Aristogatti) e lei aveva risposto: “Vede? Evidentemente lo trascura!”.

Questo fu il primo colloquio con la psicologa del nido. Mia moglie fu così “dabbene” da chiederne un altro.

 

Al secondo colloquo la psicologa aveva – evidentemente – compreso che si trattava di autismo. Le disse: “Queste cose si risolvono con la psicoterapia”, e le consigliò di incontrare la dottoressa De La Pierre, autrice di questo libro.

Inutile dire che la De La Pierre è una psicodinamica. Il titolo del libro del quale ho messo il link può trarre in inganno, ma il sottotitolo non lascia dubbi: Esperienze di psicoterapia psicoanalitica.

 La psicologa dell’asilo nido non è una persona anziana. Anzi probabilmente è più giovane sia di me che di mia moglie. Sicuramente è uscita dall’Università da pochi anni. Cosa diavolo si studia nelle Università italiane???

Per finire, sottolineo che la psicologa dell’asilo nido è ancora lì a far danni.

Noi abbiamo ignorato il suo sventurato consiglio, ma quanti genitori – con meno mezzi culturali e intellettuali di noi – possono cascarci?

 Gianni Papa


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LA TERRIBILE VERITA' SU BRUNO BETTELHEIM

Posted by Autismo Incazziamoci on 17th May 2009

EMPTY FORTRESS
COPIO E INCOLLO DA BRAINMINDLIFE.ORG UN ARTICOLO DEL 2003 ANCORA – PURTROPPO – ATTUALISSIMO (IL TERRIBILE LIBRO DEL TERRIBILE DOTTOR B. CONTINUA AD ESSERE PUBBLICATO E I LIBRI CONTRO IL DOTTOR B. CONTINUANO A NON ESSERE TRADOTTI).

 

La psicoanalisi ci ha insegnato che un meccanismo psichico di adattamento e di difesa, noto come razionalizzazione, ci può indurre a costruire intere trame razionali per giustificare e nascondere alla coscienza le ragioni più profonde e meno accettabili di nostre opinioni, decisioni, atteggiamenti e comportamenti. Un processo simile deve aver sostenuto in Bettelheim, esposto alla dura esperienza di un autoritarismo ingiusto e violento, l’avversione per ogni forma di autorità nella famiglia ed il rifiuto del valore costruttivo dell’autorevolezza nell’educazione. Un altro meccanismo psichico, consistente nel convogliare spinte pulsionali altrimenti poco controllabili in attività di valore ed utilità sociale o culturale, ossia la sublimazione, deve aver operato, sia pure con efficacia limitata, nel convertire la pedofilia di quest’uomo in un interesse teorico per la psicologia dell’infanzia.

Bruno Bettelheim, nato nel 1903, due anni dopo Jacques Lacan e la pubblicazione de L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, non fu un genio della psicanalisi, come purtroppo ancora si legge, né un pioniere della psicologia infantile, né tanto meno il fondatore di una nuova pedagogia in grado di “curare” anche i più gravi disturbi psichici dell’età evolutiva. Fu solo un grande mistificatore che ebbe l’idea di impiegare proprie esperienze, dati biografici e circostanze storiche per costruire un falso edificio di sapere ad elevato tasso ideologico, entro cui collocarsi come signore e sovrano unico ed assoluto. L’operazione riuscì perfettamente, se la leggiamo in termini di “marketing” del prodotto realizzato, in quanto si creò una moda per le idee e per il suo autore che prescindeva da un’approfondita conoscenza e da una seria valutazione critica da parte di esperti realmente competenti di psicopedagogia e psicopatologia.

Si può notare che, negli anni in cui Bettelheim creava il suo personaggio di ebreo perseguitato che elaborava teorie liberatorie, l’Italia era, nel campo della psicologia, una sorta di periferia culturale di un centro lontano e poco noto; fattore, questo, che probabilmente ha favorito la presa delle tesi propagandate e lo sviluppo del mito. In altre parole la penuria di psicologi per la mancanza delle stesse facoltà di psicologia, la carente formazione psicologica degli insegnanti e degli educatori e l’assenza totale di formazione psichiatrica, fuori di un ristretto ambito medico-specialistico, deve aver giocato un ruolo non secondario nel favorire la diffusione di idee più vicine all’istintivo principio di piacere che allo scomodo principio di realtà.

E’ più difficile comprendere perché ancora oggi, che le condizioni di istruzione e cultura psicologica e psicopatologica non sembrano essere così disastrose, si continui a guardare con interesse e simpatia a quelle tesi. Ma è opportuno rilevare un problema oggettivo che impedisce l’esercizio della critica, ovvero la scarsa disponibilità di dati di conoscenza: quasi come se vi fosse un patto non scritto fra editoria e cultura, nel nostro paese si continua ad ignorare la grande messe di saggi e testimonianze che da lungo tempo ha mostrato il vero volto di quella realtà, evitandone accuratamente la traduzione e la diffusione. Invece si continuano a vendere titoli come Psicanalisi delle fiabe, Fortezza vuota, Un genitore quasi perfetto e L’amore non basta, e molti ancora divengono ignari allievi di un maestro dell’inganno che la notte del 12 marzo 1990 si ubriacò di whisky e assunse una grande quantità di psicofarmaci per trovare il coraggio di suicidarsi per asfissia, chiudendosi la testa in un sacchetto di plastica.

Bettelheim assunse la direzione della Scuola Ortogenica di Chicago con l’intento di farne la fucina di idee e la sede di sperimentazione di quei metodi educativi che attribuivano ai bambini angosce e paure per ogni cosa che potesse far pensare ad una forma di organizzazione sia dei rapporti umani che degli spazi vissuti. Molti genitori influenzati da questa impostazione ideologica eliminavano porte e maniglie, orari ed abitudini, ruoli familiari e sociali, compromettendo spesso l’igiene e l’efficienza dei più semplici compiti di cura personale, riempiendo i mobili di caramelle e giocattoli e, in definitiva, riducendo le opportunità per i propri figli di sviluppare senso di realtà attraverso la consapevolezza di sé e del mondo, cosa che ovviamente si ottiene esercitando abilità di interpretazione, comprensione ed adattamento a circostanze reali e non vivendo secondo un modello artificiale.

Si deve rilevare che proprio negli Stati Uniti il mito autocostruito di Bettelheim è stato pian piano demolito nel tempo, così che le rivelazioni di sevizie e violenze sessuali ai piccoli allievi della scuola di Chicago, enfatizzate dalla stampa dopo il suicidio del fondatore, non trovarono impreparato il pubblico americano. In Europa, al contrario, si è assistito quasi ad un occultamento di tutto ciò che potesse offuscare la fama dello studioso, come per una sorta di censura ideologica ispirata alla difesa del suo pensiero. Forse con la sola eccezione dell’Inghilterra, dove la diffusione di libri ed interviste americane è stata favorita dalla lingua comune. La cultura italiana si è distinta nel trascurare tutto ciò che potesse rivelare la vera natura di quel pensiero e di quella scuola. Basti pensare che la prima biografia scritta dalla francese Nina Sutton che, pur affermando la grandezza del pensiero di Bettelheim già evidenziava aspetti inquietanti del suo autore, sia stata tradotta in italiano solo nel 1997.

Già nel 1944, quando Bruno Bettelheim assunse la direzione della Scuola Ortogenica, molte persone del suo entourage sapevano che aveva millantato glorie accademiche e competenze mai possedute e lo ritenevano un imbonitore senza scrupoli e dalle smisurate ambizioni. Arrivò persino ad accusare gli Ebrei di essere stati poco coraggiosi al momento delle torture e della morte, per essere come sempre controcorrente ed attrarre l’attenzione su di sé. E’ noto che Bettelheim, sebbene fosse stato internato a Dachau e a Buchenwald, dichiarandosi apolitico e manipolando scaltramente delle relazioni personali, riuscì ad evitare la tragica sorte degli altri deportati. Al riguardo Richard Pollack, in quella che si ritiene la biografia più documentata (1998), è impietosamente chiaro dicendo che si attribuì “mille millanterie resistenziali” ed inventò di sana pianta un coinvolgimento nelle sue imprese della consorte del presidente degli Stati Uniti, Eleanor Roosevelt, per far si che si associasse la sua immagine a quella di una scrittrice che godeva di un’ottima reputazione internazionale per il suo impegno in attività umanitarie.

Era un maestro della manipolazione e della pubblicità del suo istituto ortogenico, delle sue idee e della sua carriera inventata e continuamente aggiornata con nuovi ed inesistenti allori. In realtà era stato un allievo attento e diligente alla scuola della propaganda nazista dalla quale aveva compreso come la forza delle idee dipenda più dal numero delle persone che le sostengono e dall’intensità con la quale lo fanno, che dal valore intrinseco delle idee stesse. Anzi, è necessario che queste siano semplici, comprensibili, di facile presa ed accettabili dalla maggioranza. E, cosa c’era di più accettabile in un’epoca che aveva conosciuto la barbarie e l’oppressione dei sistemi educativi nazisti e fascisti, che un’educazione senza autorità?

Dalle tecniche di propaganda nazista aveva mutuato anche i sistemi di amplificazione del valore di menzogne, che possono diventare verità narrative rilanciate in circoli viziosi in continua espansione grazie a nuovi adepti. Così la sua scuola era la sede di produzione di un sapere virtuale che, attraverso la pubblicistica e tutto l’apparato di indottrinamento fondato su riunioni, convegni e varie forme di didattica, creava all’esterno il mito di idee realizzate e realizzabili, che venivano riverberate sull’immagine stessa della scuola. Tutti i biografi concordano sul fatto che quella realtà di “grembo materno”, come lui la chiamava, dove avvenivano guarigioni miracolose in assenza di autorità e distinzione di ruoli e competenze, non sia mai esistita. Anche le testimonianze spontanee al riguardo non lasciano ombra di dubbio.

La citata biografia di Pollack pubblicata anche in edizione francese e, a cinque anni di distanza dall’edizione americana non ancora tradotta nella nostra lingua, ha suscitato e continua a suscitare l’ “outing” di vittime di Bettelheim che a decenni di distanza trovano il coraggio di raccontare gli incubi rimossi di quelle esperienze infantili. In questo libro si narra uno di quegli episodi raccapriccianti che hanno indelebilmente segnato nella mente degli Americani l’esperienza della Scuola di Chicago e del suo padre fondatore.

In breve, Stephen Pollack, fratello dell’autore del saggio, a sei anni fu internato nella scuola e non ne uscì vivo: dichiararono che era morto precipitando da una scala, Bettelheim stesso disse: “Si è suicidato. La madre, i genitori, la famiglia, voi ne siete i responsabili.” Questa tragedia sconvolse profondamente la vita di Richard che trascorse anni a documentarsi e ad indagare.

Molti pazienti hanno raccontato di sevizie e violenze e non pochi fra i collaboratori di Bettelheim hanno ammesso verità da codice penale sulle condotte del loro maestro. La mancata introiezione del principio di autorità da parte dei bambini, con l’assenza di riferimenti assoluti al bene e almale, costantemente interpretati l’uno come soddisfazione dei bisogni e dei desideri e l’altro come frustrazione, ne faceva delle più deboli, manipolabili, sprovvedute, confuse e disarmate vittime di desideri perversi e, per loro, spesso incomprensibili.

Una questione assume notevole importanza per la critica alle teorie pedagogiche della Scuola di Chicago: la sperimentazione a supporto di quelle tesi, che si sarebbe svolta in quell’istituto, si sa per certo che non è mai avvenuta. Bettelheim era autoritario, aggressivo e persino violento con i bambini che non gli obbedivano; alla sbandierata assenza di regole di autorità, faceva riscontro la presenza della ferrea legge totalitaria della volontà del despota alla quale, se non si veniva uniformati dalla manipolazione spinta fino al plagio e si tentava di ribellarsi, si era puniti umiliati e picchiati. Inoltre le casistiche millantate dagli ortogenisti sono prive di qualunque prova documentale o tecnica e di fondamento scientifico. Oggi i suoi collaboratori rivelano ciò che poteva essere facilmente intuito da psichiatri e psicologi dell’infanzia. Bambini caratteriopatici con condotte aggressive o semplicemente carenti in affetto ed educazione familiare, venivano etichettati come psicotici gravi, così che Bettelheim potesse vantarsi di aver guarito sindromi che nessuno avrebbe potuto trattare con successo. Ad esempio, molta enfasi veniva data alla guarigione di bambini affetti da grave autismo: oggi è noto, grazie soprattutto allo studio funzionale mediante Tomografia ad Emissione di Positroni (PET) ed allo studio morfologico con tecniche avanzate di Risonanza Magnetica Nucleare (RMN), che la quasi totalità dei bambini affetti da sindrome autistica nasce con un danno cerebrale strutturale e funzionale, che si esprimerà progressivamente durante lo sviluppo nella prima infanzia. I quadri RMN e PET sono vari, ma riportabili a poche tipologie definite che consentono, ormai, la diagnosi di un danno al patrimonio neuronico di cui si studia l’origine genetica. La patogenesi “ideologica” sostenuta da Bettelheim gli consentiva di concepire una cura “ideologica” che, come diceva e scriveva, creava “un ambiente simile alla vita intrauterina con calore, comprensione, rispetto e libertà.” Ovviamente in cosa consista la libertà per un feto inetto, rinchiuso nella cavità uterina e legato dal cordone ombelicale ad una placenta dalla quale è totalmente dipendente non è dato sapere, ma un fatto è certo: le guarigioni millantate non solo non si otterrebbero mai con quella od altre pedagogie, ma semplicemente non sono possibili.

Tradurre i libri e le testimonianze su Bettelheim è importante, non per istruire un processo postumo ad un ciarlatano criminale, ma per comprendere tutti i gravi errori che hanno portato la cultura italiana, prima a farne un mito e, poi, ad occultare la verità che potesse farlo crollare.

 BM&L-luglio 2003

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PSICOTERAPIA PSICODINAMICA PER L'AUTISMO: ORRORE!

Posted by Autismo Incazziamoci on 17th May 2009

micro-ondecopio e incollo dal sito di  ANGSA LOMBARDIA


Il trattamento psicodinamico per l’autismo cominciò ad affermarsi negli anni ’40, contemporaneamente all’identificazione dell’autismo come entità nosologica, e negli anni ’40 e ’50 rappresentava in pratica l’unico tipo di trattamento disponibile. La sua popolarità rifletteva piuttosto la diffusione prevalente delle teorie psicodinamiche di quegli anni che una sua efficacia dimostrata.


Principi del trattamento psicodinamico
Il trattamento psicodinamico è basato su un concetto dell’autismo come risultato di un ritiro del bambino da un ambiente percepito come ostile, spaventoso e pericoloso a causa di una psicopatologia dei genitori (e in particolare della madre) che, interpretando come un rifiuto i normali episodi di frustrazione e di ritiro del bambino, reagirebbero con ostilità invece che con coccole e protezione. A causa della paura suscitata dall’ambiente ostile, il bambino si ritirerebbe in quella che Bettelheim chiamava “fortezza vuota”, con conseguente arresto dello sviluppo dell’io, essendo le energie libidiche del bambino spese per difendersi dall’ambiente ostile.

Sulla base di questo modello si sono sviluppati due tipi di trattamento: uno rivolto al bambino e l’altro ai genitori.

Il maggior fautore dell’approccio psicodinamico per l’autismo fu Bruno Bettelheim, direttore della Sonia Shankman Orthogenic School di Chicago.

Bettelheim proponeva di ricreare per il bambino un mondo completamente diverso dall’ambiente terrificante nel quale veniva abbandonato alla sua disperazione, un mondo nel quale si sentisse accolto senza pregiudizio,

Il trattamento prevedeva l’allontanamento del bambino da casa e dalla famiglia, ritenuta responsabile del ritiro autistico, per inserirlo in un ambiente residenziale con “surrogati” di genitori (i terapisti) che gli davano il sostegno di cui era stato privato a casa, accettandolo e incoraggiandolo ad esprimere i propri sentimenti ed a fare esperienze senza paura, frustrazione o costrizione. Le procedure dei trattamenti basati sul modello psicodinamico non sono descritte accuratamente. Il bambino viene genericamente incoraggiato a mettere in atto qualunque comportamento per esprimere la propria autonomia e, con questa, il senso del sé. Questo porterebbe il bambino a sviluppare un senso di fiducia in sé e nell’ambiente, dal quale non avrebbe più bisogno di difendersi.

Il trattamento per i genitori consiste in una psicoanalisi finalizzata a identificare la psicopatologia sottostante che causa il rifiuto del bambino, allo scopo di portare alla luce i conflitti inconsci che hanno determinato il fallimento del loro ruolo genitoriale nei confronti del bambino.

Le psicoterapie psicodinamiche funzionano?
Non esiste alcuna evidenza empirica oggettiva a supporto dell’efficacia del modello psicodinamico per l’autismo. Nemmeno Bettelheim ha mai prodotto alcun dato consistente a riprova dei pretesi miglioramenti nei bambini trattati, al di là di qualche racconto di episodi isolati di miglioramento in bambini che non avevano comunque mai ricevuto una diagnosi certa di autismo.

Fra le numerose critiche rivolte a questi tipi di trattamenti, la prima è che si basano su un assunto sbagliato: è stato infatti ampiamente smentito che i genitori possano essere la causa dell’autismo, e non esistono evidenze che i bambini con autismo siano stati esposti alle condizioni negative che gli psicanalisti giudicano determinanti per la sua comparsa. In secondo luogo, i tentativi di validazione empirica di questi approcci non ne hanno sopportato l’efficacia. Di fatto già nel 1975 il National lnstitute of Mental Health riassumeva i risultati di molti anni di ricerche concludendo che questo tipo di terapia non si era dimostrata efficace per i disturbi dello spettro autistico. Un altro grave problema insito in questo approccio è l’inutile colpevolizzazione dei genitori per il disturbo del loro bambino. Questa teoria falsa e crudele ha causato incommensurabile dolore ai genitori, già provati dalle difficoltà di crescere un figlio con una grave disabilità.

Un altro ancora è che l’ambiente permissivo dei trattamenti psicodinamici può essere controproducente per il bambino. L’accettazione, o addirittura l’incoraggiamento, di comportamenti inappropriati come l’aggressività – può avere l’effetto di rinforzarli. Infine l’esclusione dei genitori dal trattamento si traduce nella perdita di una risorsa cruciale per il successo dell’intervento.

Malgrado l’assenza di validazione empirica e gli altri problemi associati, il trattamento psicodinamico conta ancora una minoranza di seguaci, anche se non è più considerato un approccio indicato per l’autismo.

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