Romanzo – 31

Capitolo 30                                                         INDICE GENERALE

31

 “Ciao, mi sa che dobbiamo parlare io e te. Non ci vediamo mai, io e te. O quasi mai.”

“Ti ho vista quando sei venuta.”

“Sì, ma non lavoriamo insieme. Però, come avrai saputo, facciamo l’estate riabilitativa per i bambini più gravi, la Summer School. E tu sei dentro.”

“Davvero?”

“Sì.”

“Dovrò organizzarmi. Non so se posso.”

“Ti dico io che puoi. E sai perché puoi?”

Scossi la testa, ma Elisabetta non poteva vedere, attraverso il telefono, che scuotevo la testa.

“Tu puoi” continuò “perché, attraverso di noi, sei cambiato.”

Una pausa.

“Davvero?”

“Non mi fidavo di te. Tu eri quello del blog, quello che sputtanava tutti, quello che metteva alla luce i problemi sull’autismo, quello che  fomentava le liti, che costruiva illazioni sulle carenze del sistema. Eri un pericolo, per noi… Il centro Fare ha corso un rischio, con te… E invece adesso ti troviamo competente, ti troviamo adatto a svolgere dei programmi, veloce a farti seguire dai bambini, inventivo, creativo.”

Scossi la testa, ma lei non poteva vedermi.

“Vediamo che hai una motivazione, che la tua motivazione è importante. Crediamo in te. Crediamo nella tua motivazione. Adesso sai rapportarti, non sei fazioso, accetti i suggerimenti, metti tutto te stesso nel seguire quello che ti viene detto. Questi comportamenti tuoi aprono la strada ad un futuro tuo nella gestione di programmi di riabilitazione. Non abbiamo dubbi che tu abbia imboccato la strada giusta e che arriveremo grazie a te a traguardi inimmaginabili.”

Non capivo. Cosa intendeva dire?

“Capisci? Siamo contenti di te.”

Rimasi ancora qualche istante in silenzio. Poi annuii, ma lei non poteva vedermi annuire. Allora dissi di sì, dissi che ero contento. Nella mia testa, però, c’era ben chiaro che non mi stava sollevando, ma mi stava caricando di un macigno. Nel mio cervellino limitato ma – in fondo – molto arguto, c’era ben chiaro che tutti quei complimenti erano per lei e non per me, per il centro FARE e non per me, per il modo in cui mi stavano manovrando, plasmando, plagiando, e non per la mia inesistente crescita come operatore comportamentale.

Il magone mi paralizzò, quasi. Risposi ancora qualcosa, a monosillabi. Elisabetta Caterino dovette pensare che aveva colto nel segno, che mi aveva emozionato, che le sue straordinarie doti di interprete avevano ancora una volta conquistato il pubblico.

SONO UNA PESSIMA EDUCATRICE ABA

schienaRiceviamo e pubblichiamo

 

Sono laureata, ho una specializzazione nelle cosiddette ‘tecniche comportamentali per bambini autistici’. Mi era stato detto che il metodo ABA era l’UNICO in grado di offrire qualcosa a questi bambini. L’unico che FUNZIONA.

Bene. Inizio a lavorare come educatrice e scopro (ma una vocetta dentro me aveva già intuito) che non sono d’accordo. Non sono d’accordo con i premi, le punizioni, il fare terapia come un addestramento per cagnolini disobbedienti. Lascio perdere e faccio di testa mia.
E ora scopro (senza sorpresa alcuna) che alla bambina di 2 anni PIACE ESSERE TRATTATA COME UNA BAMBINA DI 2 ANNI. Come una bambina della sua età le piace giocare. Allora giochiamo in modo sfrenato: la lancio per aria, solletico fino alle lacrime, altalena lanciata fino alle stelle. Ma ai genitori non va bene, vogliono che segua alla lettera le indicazioni del supervisore ABA. Il quale, però, mi dice che da quando “lavora” con me la bimba è migliorata, si è aperta, si è accorta che esistono gli altri. Tira la mano alla mamma perché la vuole vicina.
“Oddio! e adesso? cosa vorrà dirmi?”
“Niente, signora mamma. Sua figlia vuole che stia con lei a guardare i cartoni”.
“Non vuole lavarsi i denti! Avrà le carie!”
“Signora mamma, la smetta di ricompensarla per ogni azione buona (buona per chi poi?) con le caramelle. E usi lo spazzolino per giocare. Un po’ alla volta lo metterà in bocca e lo userà come si deve. Forse anche no”.
Alla fine sono stata licenziata. La bambina si divertiva troppo con me, ma non ha appreso in un mese ciò che secondo la neuropsichiatra avrebbe dovuto apprendere.
Non facevo bene il mio lavoro: dovevo passare 2 ore al tavolino, e non a fare ‘NET’. Quello dopo.
Ma andate tutti aff******!
Già, sono una pessima educatrice: lascio che i bambini si mettano le dita nel naso, se strillano li zittisco col solletico, i comportamenti problema non so cosa siano, educo i bambini in ginocchio, strisciando, rotolando. Guardando il mondo dal loro punto di vista, senza frustrarli, senza farli sentire sbagliati.
Senza dar loro caramelle se ‘fanno i bravi’.
Non esiste un metodo ABA. Non c’è nessun metodo. Per nessun bambino, autistico e non.
Uno cerca di fare il meglio, il bravo educatore è colui che lo fa come missione, che dà tutto per il bambino. E sono pochi.
Sì, sono una pessima educatrice ABA.

N.

IL COMPORTAMENTO VERBALE DI SKINNER

Facciamo un po’ inorridire gli abisti (inorridire per “attentato al marketing”, ma quello che segue è corretto).

Nel 1957 Skinner pubblica VERBAL BEHAVIOR.

entre in altri libri (quelli fatti con i piccioni ea i topi sul funzionamento degli esseri viventi) diciamo che c’è un approccio scientifico, VERBAL BEHAVIOR è proprio il meno scientifico dei libri di Skinner. E’ pura teoria.
Come quella di Freud, come tutte le teorie psicodinamiche… il comportamento verbale è teoria. E l’ABA, la pratica che si autodefinisce SCIENZA e che ama tanto contrapporsi al resto della psicologia si basa proprio – principalmente – su questa teoria.

(HARRY BLOCK)

Romanzo – 30

Capitolo 29

Capitolo 30

 “Rita, qui finisce che lascio tutto. Oppure vengo a trovarti solo perché mi fa comodo allontanarmi e prendere aria, ma non mi impegno… perché sto perdendo fiducia nell’ABA.”

Rita mi guardò con gli occhi sgranati, aperti come ali di farfalle.

“Che cavolo stai dicendo?”

“Nel senso… Oh, non mi guardare male! Nel senso che la bambina diventa sempre più autistica. Impara le cose, impara anche delle abilità sociali, ma diventa sempre più autistica. Seduta a tavolino è brava, è bravissima, ma poi si alza dal tavolino e non è più brava.”

“Che stai dicendo?”

“Mi sa che abbiamo punti di vista diversi. Forse ho sbagliato a venire qui. Forse dovevo starmene a casa mia e trovarmi altri interessi, tipo un corso di uncinetto. Che so? Un corso di scrittura creativa o di yoga o di pilates.”

“Adesso non devi pensarci. Adesso devi lavorare. Tra cinque minuti arrivano i bambini.”

Annuii.

“Te la senti? O vuoi tornare a casa? Non abbiamo nessuno per sostituirti.”

Annuii.

“Cioè? Vuol dire che te la senti?”

Annuii.

“Ti occupi di Kevin? Lavori con Kevin? Ti va bene.”

Annuii.

“Vuoi lavorare con un bambino più semplice?”

Annuii.

“Ti faccio parlare con Elisabetta? Vogliamo chiamare Elisabetta? Ci parli cinque minuti e spieghi a lei.”

Non annuii. La guardai. Poi dissi che forse era la cosa giusta da fare.

Mi lasciò immobile nella stanza mentre se ne andava dall’altra parte. Non mi disse di seguirla, e io non la seguii. Sentii che parlava concitatamente, faceva il mio nome. Ripeteva il mio nome. Ripeteva sempre il mio nome, senza altre parti del discorso. Io io io io io. Alla fine mi chiamò.

Mi sorrise, mentre mi porgeva il telefono.

“C’è Elisabetta che vuole parlarti” disse.

Annuii. Presi la cornetta. Rita sedette su una sedia accanto.

“Vuoi che metta il viva voce?” sussurrai.

Sgranò gli occhi, incerta sul da farsi. Il suo culone, seduto sulla sedia, la fece sollevare come un argano di almeno dieci centimetri.

“Metto il vivavoce?” chiesi, ancora una volta.

Rita mi guardò bene. Proprio bene. Poi scosse la testa, senza nemmeno la forza di pronunciare “no”, si alzò muovendo il dirigibile e tutto quello che ci era attaccato e uscì  dalla stanza.

Capitolo 31

 

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