Romanzo – 14

capitolo 13

 

14

A casa, il mio compagno cominciò a prendermi in giro. Ogni volta che tornavo mi diceva “Oggi ti hanno fatto lavorare con gli autistici?” “Oggi cosa hai imparato?” “A che serve quello che stai facendo?” e così via.

Ci andavo per Rosanna, ma sentivo di non essere utile a Rosanna. Oltretutto, mi sembrava di andarci da un sacco di tempo, di aver gettato nella pentola in bollitura del centro FARE anni e anni di vita, e continuavo a seguire ragazzine spocchiose che gridavano “Bravo! Bravo!” e ripetevano sempre le stesse identiche cose, sempre lo stesso identico concetto per ore e ore, finché quel concetto non era dato per acquisito.

In pratica, se dovevano insegnare il nome di Manzoni, chiedevano trecento volte “Come si chiamava di nome Manzoni?” e per trecento volte si sentivano ripetere “Alessandro”. Ma se ripetevano la domanda per 298 volte e alla 299esima si sentivano rispondere “Piero”, allora dovevano ricominciare da capo. Era una specie di gioco al massacro. Quello stavo imparando.

Cioè… stavo imparando a guardare, non ero nemmeno più partecipe come ero stato all’inizio, quando ero arrivato gonfio di entusiasmo e intervenivo continuamente per cercare di correggere e migliorare i risultati del pischelletto di turno. No. Ero stato velatamente rimproverato per il mio soverchiante entusiasmo e mi ero dato una calmata. Mi interessava imparare. Presto o tardi ci sarei riuscito.

Una sera, io e Giorgio stavamo cenando riso con gamberetti e funghi pulcini, mentre Rosanna era davanti al televisore e si faceva stereotipie su stereotipie. Guardava Peppa Pig e ripeteva “il capo sono io”, come negli Aristogatti. Guardava Peppa Pig e rideva e rideva e rideva e faceva pernacchie.

Giorgio, allora, mi guardò, vide che nel mio piatto non c’era quasi più riso, e mi chiese:

- Per favore, puoi andare a fare qualcosa con lei?

Scossi la testa, perplesso.

- Cosa?

- Quello che fanno lì.

Rosanna continuava a farsi stereotipie. La guardai attonito. Non sapevo da che parte cominciare.

- Dai. Ti seguo. Voglio imparare anche io.

Ci pensai. Poi dissi al mio compagno:

- Cosa vogliamo insegnargli?

Lui fece spallucce.

- A stare seduta senza fare stereotipie. A guardare attentamente la tivvù e poi a saperci spiegare cosa ha visto. A raccontare quello che ha fatto a scuola. A spiegarci se ha qualche dubbio, se sta male, se è triste.

Facevo di sì con la testa. Lo capivo perfettamente. Ma intanto pensavo che mi stava chiedendo miracoli. Chi glielo aveva detto che ABA fa miracoli?

Al centro FARE avevo visto i bambini dell’aula degli sfigati correre fino all’aula dei fighi, girare intorno ai tavoli inseguiti dalle terapiste e arrampicarsi su un tavolo o su una sedia. Questo è tutto quanto sapevo del trattamento della disabilità. Per il resto mi stavano facendo capire che l’ABA era semplicemente ripetere sempre le stesse cose, ripetere come un martello, come una sega elettrica… in modo da distruggere qualunque resistenza, in modo da piallare qualunque impiallabile complessità.

Mi alzai e mi avvicinai a mia figlia. La guardai. Lei distolse lo sguardo.

Rosanna è una di quelle autistiche che non guardano. Ma ci sono gli autistici e le autistiche che guardano. Ci sono quelle che non parlano e ci sono quelli che parlano. Ci sono quelli che picchiano o si picchiano e ci sono quelle che non si picchiano e non picchiano.

Mia figlia era una bambina di buon cuore e di splendida comprensione. Ero convinto che fosse molto intelligente. Era come una cinese appena arrivata in Italia, completamente spaesata… ma la vedevi l’intelligenza vispa sotto lo strato viscido dell’autismo. Lo vedevi.

Feci lo scemo per farmi guardare. Gonfiai le guance. Gridai “Piripiripì”. Feci finta di scoreggiare.

Alla fine mi guardò e rise. Aveva una di quelle risate che a volte gli autistici hanno. Le risate che hanno quando vedono qualcosa di estremamente buffo o fanno qualcosa di estremamente inconsueto.

Probabilmente il fatto di guardarmi era per lei – in quel momento – inconsueto, e la mia faccia doveva essere molto buffa.

- Tocca il naso – feci.

Rosanna tentò di imitarmi, ma si toccò l’orecchio.

Ricominciamo…

- Tocca il naso…

Naso.

- Tocca il naso…

Naso. E due!

- Tocca il naso…

Naso. E tre!

- Tocca il naso.

Orecchie… No… Dovevo ricominciare.

Stetti a fare quello per una buona mezz’ora, mentre Giorgio mi guardava, senza farmi domande, sempre più spaventato. A un certo punto mi chiese se fossi sicuro, se dovevo fare proprio così.

Scossi la testa e dissi:

- Non lo so. Così si fa per i fighi. Ma la ripetenza – ce lo ha detto la Caterino al Master – è importante per tutti. Non è altro che uno dei principi secondari di ABA. La ripetenza e l’acquisizione delle ripetenze sono molto importanti. Attraverso la ripetizione delle prassie, il bambino migliora ed entra nel consesso umano.

- Adesso urlo – disse Giorgio.

capitolo 15

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Tutti i colori dello Spettro: Nuove prospettive di Intervento per la nuova definizione diagnostica di Spettro Autistico.

 

  17,3 crediti ECM

13-14-15 Giugno 2014

Teatro San Paolo, via Ostiense 190 (metro San Paolo), Roma

Per informazioni ed iscrizioni: http://www.spazioasperger.it/colori/

Il convegno organizzato da Spazio Asperger ONLUS si differenzia dai convegni soliti, niente autorità, niente politica, solo formazione pratica. Il convegno si propone di portare competenze nuove e nuove idee, presentando i risultati già raggiunti, nel mondo dell’Autismo.

L’inclusione di diverse professionalità tra i relatori ed i destinatari, compresi psichiatri che si occupano di età adulta, permette di esplorare i diversi aspetti dello Spettro, dal basso all’alto funzionamento, dall’intervento durante l’infanzia fino all’età adulta.

La ragione è che non siano più trascurati i tanti aspetti spesso considerati secondari nell’autismo come la selettività alimentare e l’ansia e al contempo si possano trasmettere buone prassi concordi con la nuova definizione dello spettro, che pone al centro il linguaggio non verbale e gli aspetti percettivi e sensoriali oltre alle difficoltà sociali.

La speranza è che sia un punto di partenza per sviluppare interventi sempre più efficaci e spesso trascurati sul territorio nazionale, che portino beneficio alle famiglie e alle persone autistiche.

 

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