ROmanzo – 28

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28

   La vita, per mia figlia Rosanna, continuava tale e quale, mentre la mia vita con Giacomo lasciava sempre più a desiderare.

Giacomo è un uomo magro, con tanti capelli corti, con gli occhi scuri e penetranti come la notte. Non sembra omosessuale. Ha modi molto da maschio. Ed è per questo che mi è sempre piaciuto.

Voi lo conoscete, Giacomo? Forse è la cosa migliore che mi sia capitata nella mia vita. Anche senza forse, anzi. Si è preso una bambina che non è sua, per giunta una bambina disabile, e l’ha fatta diventare più che sua figlia. Pensa sempre a lei, cerca sempre di giocare con lei, le sta vicino, le fa regali.

Mia figlia Rosanna ha avuto la diagnosi a meno di tre anni. Per avere la diagnosi sono stato io, con lei, ricoverato per due settimane all’ospedale di Bosisio Parini.

Poi abbiamo cominciato l’ABA, privatamente. La nostra prima supervàisor è stata una ragazza che aveva fatto il master ABA a Parma. Cioè aveva seguito dei corsi teorici. Dopo i corsi teorici, questi masterizzandi vengono assegnati a delle “stelle”. La nostra masterizzanda era stata assegnata alla Tarantino, famosa “analista del comportamento italo-svizzera”.

Io, come blogger, ero abbastanza addentro l’ambiente – via web – e allora ho contattato direttamente la Tarantino.

Come avevo “conosciuto” la Tarantino? Lei mi aveva contattato riguardo a una vignetta pubblicata. In questa vignetta si parlava del rinforzo. C’era un uomo anziano che beveva vino… e più beveva vino, più faceva quello che gli veniva chiesto.

“Bella la vignetta, ma ci sono delle imprecisioni. Puoi correggere?” mi aveva scritto.

“Sì” avevo risposto “Quali?”

“ABA, Applied Behavior Analysis, è una sigla anglosassone. Si scrive senza punti. ABA e non A.B.A.”

“Ok. Correggo”

“Poi chiami la psicologa, nel fumetto, consulente ABA. Si dice ANALISTA DEL COMPORTAMENTO”

“Ok. Correggo”

Così l’avevo conosciuta. E così era proseguita la nostra “comunicazione” virtuale. Lei ogni tanto mi dava qualche dritta, mi spiegava qualche lato oscuro. Io prendevo appunti e facevo di testa mia.

Quando avevamo deciso di passare all’ABA, quasi subito dopo la diagnosi ma non proprio subito dopo (il blog funzionava già da un po’, e già da un po’ parlava di autismo, oltre che di omosessualità), chiesi a lei se potesse seguire direttamente Rosanna.

“Non seguo più nessuno, ormai, in Italia” mi aveva risposto “tranne i bambini che seguo da almeno due anni e che ora non posso lasciare”

“Ma io sono in contatto con il padre di una bambina piccola. Uno di Bologna”

“Gli hai chiesto da quanto seguo la figlia? Lei è stata l’ultima che ho preso”

“Dunque non puoi?”

“Non posso” mi aveva risposto.

Poi, si sa, sul web le voi corrono. Si diceva ovunque che la Tarantino prendesse le figlie dei notai, le figlie dei medici con case da vendere… insomma che desse dei grossi strappi a ogni regola e che venisse comunque in Italia per seguire delle persone con autismo, più o meno gravi, più o meno piccole, più o più ancora ricche.

Magari sono dicerie che ho dato per buone e lei è gonfia di filantropica attenzione all’umanità, ma sapete come si dice: una voce maligna fa una diceria, due voci maligne fanno una curiosa coincidenza, dieci voci maligne creano una realtà.

Comunque… ci mandò una ragazza ignara di tutto, une che aveva seguito dei corsi teorici, dei workshop alla Living Theatre, delle spettacolari “dimostrazioni” di quella scienza così <<concettualmente sistematica>>, così trivialmente chiusa in se stessa che era l’ABA.

Questa ragazza venne e fece spettacolo. E ci cascammo. E cominciammo a fare cose banali per avere risposte banali.

E alla fine ci dicemmo: “Com’è migliorata Rosanna!”

Ma sapete come vanno queste cose? Le magie durano fino a che non cala il sipario. Presto ci rendemmo conto che qualcosa non funzionava.

ABA PER SCEMI

Il nostro amico Harry Block, già autore di ABA E AUTISMO, perchè esisteva e come funzionava – ad Ovoli – la figura obsoleta del consulente ABA, ci regala il primo capitolo di una nuova saga: ABA PER SCEMI, in cui tenterà di spiegare l’Analisi Comportamentale Applicata in una maniera così semplice… come mai è stato fatto prima d’ora. Si tratta di poche pagine, rintracciabili solo su Amazon e solo in ebook, che oltretutto si interrompono sul più bello (proprio come una serie televisiva) a cui seguiranno altri volumi e altre esemplificazioni. Da non perdere, se volete avere guardare il trattamento principe per l’autismo e le disabilità evolutive in modo sagace e mordace

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a

Romanzo – 27

Capitolo 26

telefono27

– Pronto.

– Ciao!

– Chi è?

– Sono Elisabetta!

– Eli!

– Chiamami Elisabetta!

– Ciao! Che sorpresa… E di domenica!

– Nulla… Avevo voglia di sentirti. Stai andando bene.

– In che senso?

– Fino a poco tempo fa, ti saresti alzato per ogni cosa che non andava e avresti sollevato una questione che non finiva più, invece alla lezione teorica, l’ultima volta, è venuta quella psicologa cognitivista e tu sai che noi abbiamo bisogno di contatti, abbiamo bisogno di gente che conosca il nostro nome e che ci faccia lavorare. Sai che nel migliore dei mondo possibili esiste solo l’ABA ma che dobbiamo accettare dei compromessi.

– Mi sarei alzato a fare un casino ma non avrei ottenuto nulla. Certo fare un master ABA e arrivare a parlare di tutt’altro, di teorie che non c’entrano nulla con l’analisi del comportamento… non ha molto senso… E gliel’ho scritto, a Enza.

– Infatti!!! Proprio questo ci ha fatto piacere! Un po’ di tempo fa noi abbiamo trovato un blogger omosessuale troppo omosessuale e troppo blogger, che “abbraccia” la causa dell’ABA senza essere nemmeno, lasciatelo dire, troppo convinto. Solo perché ha una figlia autistica. A proposito, come sta?

– Rosanna…

– Insomma, volevo complimentarmi con te perché stai imparando e stai diventando migliore. Il bigliettino lo ha letto Enza e lo ha passato a me. Lo abbiamo letto in due e non ha fatto danni. Invece un tuo intervento avrebbe potuto farne. E sai perché? Perché avresti avuto ragione! Perché non ha senso in un master ABA un intervento di una cognitivista… Ma quella cognitivista in particolare è molto importante nel nostro territorio ed è una strada che ci teniamo aperta!

– Dicevo di Rosanna…

– Ascolta: come sai, noi ogni estate organizziamo l’estate degli sfigati. L’anno scorso l’abbiamo organizzata a Casal di Principe, perché la maggioranza degli sfigati proveniva da lì. Ma ora abbiamo sfigati sia da Caserta che da Marcianise… E molti sfigati vengono anche da oltre, da Maddaloni, da Caiazzo, da Santa Maria a Vico.

– E…

– Perciò quest’anno l’estate degli sfigati viene organizzata a Marcianise. Che è un centro che conosci bene e dove tu hai cominciato a capire come si lavora con gli sfigati… Noi vogliamo tenere conto delle tue motivazioni e abbiamo deciso di farti lavorare esclusivamente con gli sfigati… Quindi vorremmo che facessi parte della brigata. Come sei messo in estate?

– Di solito vado al mare con il mio compagno e Rosanna e la mamma di Rosanna, che quest’anno non è fidanzata. Quindi teoricamente dovremmo andare tutti e quattro e basta, nella casa di Baia Domizia di Giacomo, a meno che lei non porti qualcuno all’ultimo momento. Un uomo, intendo.

– Non voglio conoscere i dettagli dei tuoi rapporti familiari.

– E cosa?

– Noi abbiamo bisogno di tirocinanti per tutta l’estate. Luglio e agosto, tranne che la sola settimana di ferragosto. Finiamo il 9 settembre. Insomma. Dal primo luglio al 9 settembre, meno una settimana, puoi stare con noi? Così hai occasione di lavorare con i bambini tutti i giorni, di specializzarti nel settore che ti interessa, quello degli sfigati, e di diventare un operatore competente. Non ancora in grado di masterizzarsi coma con tutta la parte del tirocinio “tolta di mezzo”. Allora…?

– Devo parlarne col mio compagno.

– Quando ce lo presenti?

– Io non credo…

– Ciao, allora. Fai sapere a Rita, quando vieni per il tirocinio, le tue disponibilità. Noi contiamo molto su di te, perché la tua motivazione non ce l’ha nessuno.

– Eh…

– Forza, dai, ti saluto.

– Ciao.

– Ciao. In gamba, eh?

Romanzo – 25

capitolo 24

M25

Tutti i presenti in quel centro, quel giorno, si sentivano come i dodici apostoli durante l’ultima cena, come san Giovanni e la Madonna sotto la croce, come Napoleone quando sbarca a Parigi di ritorno dall’Isola d’Elba. La presenza di Elisabetta, quel giorno, segnava con una firma indelebile l’istante in sé, il centro in sé, il momento storico in sé.

Anche io cercavo di starle dietro, ma era praticamente impossibile. Tutte le ragazze che non avevo mai visto, nonostante condividessero quasi i miei stessi spazi, tutte le persone astruse – contemporaneamente intrise di determinismo psicodinamico e di scientificismo comportamentista… Tutte queste psicologhe più qualche educatrice che svolazzavano per il centro, io non le avevo notate. Tutti i fighi che gravitavano per l’entrata e poi si chiudevano nell’altra stanza (una stanza enorme, rispetto a quell degli sfigati, a dire il vero, una stanza fatta di tavoli e addirittura di libri. Libri… assurdo!) io li vedevo appena, come ectoplasmi trascurabili e sul punto di svanire. Per me esisteva solo la stanza degli sfigati, il lavoro non-pagato, chiamato tirocinio, che facevo nella stanza degli sfigati. Per me esisteva Kevin, esisteva Raffaele…

Mi resi conto dell’esistenza di una parte di mondo che non avevo considerato, solo quando Elisabetta penetrò nel centro e una fattiva e condizionante parte di quel mondo figo penetrò nella stanza degli sfigati.

Elisabetta avanzò, candida e perfetta, e sembrava un pugile imbattibile nell’atto di un incontro importante. Tutte le ragazze erano intorno. Sembravano bambine festanti e invece erano psicologhe e laureate in psicologia. Tutte le ragazze spingevano il culo in fuori, leggermente, senza rendersene nemmeno conto, ed erano impercettibilmente inchinate verso di lei. Era chiaro come la luna quando è piena: lei aveva carisma.

Era chiaro anche alla mamma di Raffaele, che teneva per la mano questo ragazzetto sghembo con lo sguardo un po’ perso e un po’ aggressivo, un po’ perso e un po’ aggressivo, tutto di seguito.

– Buongiorno – disse la mamma di Raffaele.

Elisabetta sorrise, ammiccò. Poi fece cenno a Raffaele di andare al tavolo con lei.

Raffaele la guardò aggressivo, poi sorrise, poi fece una strana stereotipia con le mani. Poi gridò. Poi fece quello che lei le aveva chiesto. Sedette al tavolo e attese la “maestra”.

– Buongiorno – fece Elisabetta alla mamma di Raffaele – Oggi lo vedo pimpante. Sono sicura che andrà bene.

– Mi commuove che ci sia lei – fece la mamma di Raffaele.

Si bloccò. Guardò me.

Io mi sentii come colto in fallo. Stavo spiando il loro colloquio. Con quale diritto? Eppure erano tante le psicologhe a spiare quel colloquio, tutte immobili e sospese in attesa degli immancabili insegnamenti della maestra.

Allora perché la mamma di Raffaele aveva indicato me?

– Lui è quello del blog? – disse la donna – Sei tu? Sei quello del blog?

Elisabetta non si girò nemmeno a guardarmi. La sentii che respirava forte. Fu come se – nel centro Fare di Marcianise – nessuno più parlasse, o come se tutti parlassero a voce tremendamente bassa che si sentiva solo il respiro di Elisabetta. Un respiro come amplificato dagli altoparlanti di un campo di sterminio, un respiro opprimente e oppresso.

A toglierci dall’imbarazzo, ci pensò Raffaele, che pensò bene di rovesciare il tavolo con tutto quello che c’era sopra (immagini, fogli di lavoro, flashcards di lettere e numeri, oggettini vari) e – quindi – di prendere il tavolino per una delle gambe e usarlo a mò di clava contro il vetro, che era infrangibile e si scheggiò soltanto.

Colsi il momento giusto per gettarmi verso il bambino e placcarlo. Lo misi a terra e lui cominciò a scalciare e tentare di graffiarmi e mordermi.

– Per favore – disse Elisabetta, mentre lo tenevo a terra con tutto il peso del mio corpo – Portamelo nella stanza morbida. Me lo fai questo favore, eh?

capitolo 26

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