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Romanzo – 21

Capitolo 20

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Continuavo a frequentare questo gruppo di Casertani e sub-Casertani, continuavo a seguire questi corsi e cercavo di tener fede alle regole del loro gruppo e ai loro insegnamenti. Per esempio: cercavo di credere con tutto me stesso che l’ABA fosse la strada giusta per abilitare da qualunque disabilità. Cercavo di credere che è vero che bisogna prendere tutto con le pinze e che le abilità migliori si insegnano con la dura fatica, il coraggio indomito di provarci e una sana immancabile botta di culo,  ma che la sana botta di culo può arrivare solo ed esclusivamente se intraprendi la strada giusta, cioé la strada dell’ABA. Ero persino pronto a cominciare vie mai provate, a diventare un salvatore del mondo per milioni di bambini, a fondare una grande  associazione senza scopo di lucro che costruisse una barca enorme, un Titanic inaffondabile, per portare in salvo nell’isola in cui tutto va bene le famiglie distrutte dalla diagnosi di autismo.

In realtà mi pesava molto venir fuori giorno dopo giorno dal centro FARE (che era diventato il centro fare di Marcianise: non più quello di Caserta con le assi del pavimento traballanti) e non essere in grado di mettere mano personalmente all’abilitazione di mia figlia.

Rosanna andava a scuola tutti i giorni e le maestre non erano preparate a quello che era la sua vita, il suo essere autistica, non erano affatto consapevoli delle difficoltà che ruotavano attorno alla sua famiglia (che – oltretutto – era una famiglia strana, con due padri gay e una madre quasi assente) e dell’impreparazione della classe medica nonché dell’inutilità della classe “abilitante”. Insomma: stavo imparando imparando imparando? Ma cosa stavo imparando? Vedevo che ero sempre più bravo, con i bambini. Quando mi lasciavano interagire con Kevin, per esempio, riempivo fogli su fogli di tag, crocette, “più”, “meno” e anche “per” e “diviso”, poi le contavo e le riportavo su dei grafici, e mi sentivo figo, quasi come gli allievi senza disabilità del centro.

Il fatto che quello che facevo al centro (riempire fogli su fogli con “dati” sugli allievi e su me stesso come insegnante) non avesse nessuna ripercussione sulla vita giornaliera con Giacomo e Rosanna era un dato di fatto che potevo provare solo io, tra quelli che frequentavano il centro fare. La psicologa culona, Rita, quella bellissima donna alta e formosissima che mi insegnava e che mi dava direttive (non avevo mai visto né Enza Caserta – che invece era molto presente nel centro di Caserta – né Elisabetta Caterino – che pare non si muovesse mai da Casal di Principe, tranne che per convegni ed incontri di rappresentanza)… dicevo: Rita, quando tornava a casa, aveva un fidanzato che faceva il salumiere e passavano le serate a fare sesso (immagino), a vedere i vecchi cinepanettoni, a mangiare panini con la mortadella (che a Rita andavano a finire tutti in zona-culo) o… magari uscivano: andavano a delle manifestazioni di sinistra, a delle fiere equo-solidali, a delle conferenze bioenergetiche. Certo Rita non aveva il problema di tornare a casa e di avere davanti una bambina autistica e non saperne gestire la riabilitazione.

Io ci avevo provato – giuro – ad applicare a casa con Rosanna tutto quello che imparavo al cento fare. Prima con quello che avevo imparato con il lavoro (o meglio: l’osservazione del lavoro) con i fighi, cioé il fare mille domande tutte uguali una dopo l’altra e mettere loro ansia, ma Rosanna cominciava a urlare che sembrava un agnello con un buco in gola. Poi avevo provato con i fogli e le crocette. Ci avevo provato: giuro. Ma ogni singolo aspetto di ogni mio tentativo mi veniva contestato da Giacomo.

Noi non eravamo dei “novizi” di ABA: noi lo avevamo fatto per anni, con una incapace moscia e brutta che poi si sarebbe certificata con la certificazione superfiga americana. Avevamo fatto l’ecoico, il training mand, il ricettivo, il creativo, il ripetitivo… avevamo fatto tutto, in casa e con operatrici pagate da me e Giacomo (io non ho mai guadagnato molto, ma Giacomo è una persona in vista, cacchio), e ci sembrava che Rosanna cominciasse a parlare, che stesse prendendo la strada per diventare una bambina quasi come tutte le altre bambine.

Certo: avevamo fatto una vita di merda. Mentre la mamma di Rosanna se n’era andata per i fatti suoi e chi sa in quale paradiso tropicale si trovava adesso, noi avevamo tra i piedi tutti i giorni, a tutte le ore (tranne quando Rosanna era a scuola, e nei primi tempi andava a scuola poco, solo al mattino), ragazzine incompetenti guidate dalla moscia brutta che le facevano ripetere sempre le stesse cose.

Alla fine Rosanna si era rotta le palle, qualunque rinforzo, qualunque motivazione si provasse per farla continuare a lavorare risultava inutile e aveva cominciato a ridere e a prendere per il culo le ragazzotte sceme che avrebbero dovuto farle la “terapia”. La mia decisione di fare qualcosa di concreto, cioé iscrivermi al Master ABA della seconda università di Napoli, quello gestito dal centro fare, era nata in quel periodo. Un periodo in cui la Rosanna che stava imparando tanto e che sembrava cominciare a parlare non si vedeva più, un periodo in cui tutti i riabilitatori ci sembravano incapaci perché non avevano i figli autistici a casa, un periodo in cui ci sembrava sempre meno etico questo spendere soldi in imperfetti interventi casalinghi che avevano come risultato il fatto che nostra figlia sclerasse e non ne potesse più. Insomma: volevo prendere in mano la cosa, capire come funzionava e agire in prima persona, per non dover dipendere dagli altri.

Se dovessi consigliare a qualcuno di seguire la mia stessa strada, non lo consiglierei. No. Non potrei mai consigliarlo, no.

Perché?

Perché finché ti affidi ad interventi estemporanei casalinghi che hanno solo una patina di scientificità e che vanno facilmente alla deriva per la mosciaggine di chi guida l’intervento, per l’inesperienza delle ragazzette che dovrebbero somministrare la “terapia” in prima persona e per il fatto che la bambina autistica si rompe le palle (e sì: se le rompe, non c’è nulla da fare… e se le rompe di brutto)… Dicevo: finché ti affidi a questi interventi del cazzo secondo le regole de “l’ABA si fa solo a casa, bisogna farla trenta o quaranta ore alla settimana, la scuola deve adeguarsi all’ABA e la consulente moscia e brutta della famiglia deve andare a scuola per istruire le maestre” puoi ancora credere che sia la strada giusta e che una strada giusta esista. Se invece osi entrare nella stanza dei bottoni, puoi accorgerti che è tutta una grossa bolla, una costruzione metafisica basata su pochi concetti chiave sui quali si è costruita una fragile montagna morbida e vischiosa.

- Ciao.

- Ciao.

- Sei tu?

- Io sì. Chi parla?

- Sono Elisabetta.

- Elisabetta chi?

- Elisabetta Caterino.

- Ah, ciao. Davvero?

- Ho parlato con Rita. Mi ha detto che stai lavorando bene. Ti ho telefonato per dirti che noi abbiamo bisogno anche di te. Per noi è una sfida prendere una persona come te, che ha una figlia autistica, è omosessuale, ha un blog sull’omosessualità… Insomma: una persona che è tutto il contrario di chi dovrebbe lavorare con questi bambini…

- Mi hai chiamato per farmi dei complimenti?

- Insomma: a noi fa molto piacere avere a che fare con te, perché tu ci puoi portare la tua esperienza di genitore e di persona deviata, mentre noi possiamo darti la nostra personalità. Noi vogliamo farti diventare un esperto del settore e un ricercatore. Hai cominciato a scrivere la ricerca? Ci hai pensato? Ora che stai diventando abbastanza bravo, seppure solo con gli sfigati, puoi cominciare a pensare al bambino che vuoi abilitare, a quale aspetto vuoi allenare, quali risultati vuoi raggiungere e come puoi misurarli. Tu pensaci. Quando ci hai pensato, mi chiami, oppure vengo un giorno al centro di Marcianise, oppure ci incontriamo un sabato a lezione, e ne parliamo. Ti indico la bibliografia in proposito e puoi cominciare a lavorarci. Hai conosciuto qualche bambino al centro sul quale vorresti fare la tua ricerca? Qualcuno che ha degli aspetti invalidanti che vorresti cancellare?

- Posso farlo con mia figlia?

(un silenzio)

- Penso di sì. Come prima ricerca può andare, purché rispetti gli standard della ricerca, ti basi rigorosamente sulla bibliografia e compi l’intervento in modo scrupoloso, possiamo farlo anche a casa con tua figlia. Anzi può essere un interento sperimentale per portare le nostre metodologie, predittive di efficacia e di stabilità umorale, nell’ambiente casalingo, oltretutto un ambiente casalingo deviato con una famiglia non tradizionale.

- Dunque sì?

- Sì. D’accordo. Parlane con Rita, osserva bene la tua bambina e fammi sapere al più presto su quale aspetto vuoi lavorare. Sono contenta che tu possa applicare quello che stai imparando su tua figlia. Questo potrebbe fungere per te da grossa motivazione. Già mi immagino di vederti alle conferenze internazionali con noi mentre esponi al mondo le tue ricerche.

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romanzo – 20

 capitolo 19

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Tra i bambini che frequentavano il centro di Marcianise c’era Raffaele, un giuggiolone alto e magro, con pochi capelli (strappati via con le dita) e l’abitudine di picchiarsi.

Rita mi preparò per bene, prima di presentarmelo. Mi disse di essere pronto ad ogni cosa e mi disse che – in un primo momento – l’avrei solo affiancata, avrei dovuto guardarla e imparare.

Quando Raffaele arrivò, quello che notai era che non guardava in faccia nessuno. Anche Kevin lo faceva, anche Rosanna lo faceva, ma lui non guardava e guardava i muri, e sembrava fosse arrabbiato con i muri.

Tipo, camminava con sua mamma sotto dei portici per raggiungere il centro, superando un bar e una chiesa, e intanto cercava di aggredire le piastrelle sulla parete.

Più volte, con tenacia e ferocia sempre maggiore. Finché non ci riusciva, in un modo o nell’altro, sferrando un calcio o piazzando una testata sonora che lo intontivano temporaneamente e permettevano a sua madre di riprendere fiato.

Sua madre, però, non si preoccupava più di tanto, anche quando la botta della testa di Raffaele contro un marmo d’angolo sembrava fortissima. Sapeva che suo figlio faceva così da anni, e sembrava considerare quei momenti in cui Raffaele si bloccava dopo il colpo come uno svago, come un’uscita in discoteca, una scampagnata all’aperto, una gita all’acquapark. E sorrideva, in quei momenti, paga di poter ottenere dei momenti tutti per sé.

Entrammo nella stanza entrambi, io e Rita. Rita davanti, io dietro, ombreggiato dal suo culo enorme e dai lati tondeggianti dei suoi occhiali buffi e colorati.

- Dai, siediti – fece la procace psicologa.

Raffaele tentò di protestare, di divincolarsi. Tentò di colpirci. Ma la fermezza di Rita lo convinse a lasciarla fare.

Era stata di una fermezza – Rita – molto dolce. Era stata quasi magica, e lui si era rasserenato e  aveva addirittura fatto il gesto di appoggiarle la testa su una spalla.

- Tocca il naso – fece Rita.

Raffaele non eseguì. Allora Rita gli prese la mano e gli indicò il movimento. Lo scopo, mi spiegò, era quello di dargli il massimo dell’aiuto un paio di volte, per lasciargli l’impronta del comportamento corretto.

- Tocca i piedi – fece Rita.

Raffaele toccò la pancia.

- Tocca il pisello – fece Rita.

Raffaele si avventò verso il mio, di pisello, cercando di afferrarmelo.

Mi scansai e lo fece andare a sbattere.

Non era molto agile, Raffaele. Era autistico: non controllava bene i propri movimenti.

Mentre andava a sbattere sul muro, Rita si fece schermo con i piedi. Sembrava che gli stesse dando un calcio, ma non era un calcio.

- Quella che vedi è una tecnica che serve per proteggersi, nel caso di persone con disabilità grave e aggressività incontrollabile…

La guardai basito.

- Cosa dobbiamo fare noi? Noi dobbiamo aiutare queste persone e, per aiutarle, non possiamo farci male. Sei d’accordo?

Annuii, ma la cosa non mi era chiara.

- Elisabetta ha voluto creare uno stanzino apposito per Raffaele. Sei passato davanti a una vetrata che sembra buia, entrando?

In realtà, ero passato davanti a quel vetro parecchie volte, sì. Sembrava buio. Mi aveva affascinato, ma ho tanti cazzi per la testa che non avevo mai approfondito, né avevo mai potuto chiedere a Elisabetta, sempre presa dalle smorfiette di quell’angioletto di Kevin o dal suo cellulare che si scaricava continuamente.

- Non è un vetrata scura: è un vetro per vedere. Di là c’è una stanza: i genitori, se aguzzano la vista, possono percepire cosa succede.

- Perché?

- Per trasparenza!!! Elisabetta mi ha detto di evitare di parlartene, se non fosse stato necessario, ma per far decomprimere Raffaele quando è agitato dobbiamo farlo entrare lì, per forza. E tu sei qui e devi per forza vederlo. Non abbiamo alternative, no.

Respirai profondamente.

- Cosa c’è dentro, al buio???

- Una stanza morbida. Cuscini e materassi dipinti di blu-notte con la coloreria del discount.

Allibii, mentre Rita conduceva l’intontito Raffaelino, che in fondo aveva solo provato a tranciarmi le palle, in una specie di… non saprei nemmeno come nominarlo: uno stanzino morbido ricavato dal nulla. Una prigione morbida senza luce.

- Elisabetta mi ha detto che tu, come genitore, potresti avere difficoltà a capire… Ma stando qui ti renderai conto che in certi casi è necessario.

- Perché?

- Raffaele ha dei segni neurologici che lo inducono all’aggressività: non ci sono strategie adatte per contrastare dei fattori puramente neurologici…

- Perché?

- Quando Raffaele è aggressivo, bisogna aspettare che gli passi… E il modo migliore è fargliela passare nello stanzino buio…

- Perchè?

capitolo 21

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