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Romanzo – 23

capitolo 22

23

Forse era la prima volta che vedevo Elisabetta così da vicino. O no?

Ma no: l’avevo già vista. L’avevo vista alle selezioni per il master, l’avevo vista alle lezioni teoriche, ripetere incessantemente che l’ABA è concettualmente sistematica e quindi non può essere confermata e contraddetta se non all’interno della stessa ABA. Aveva ripetuto incessantemente, Elisabetta Caterino, con il suo accento casalese un po’ strascicato, con il suo tono aggressivo da camorrista abituata a comandare (pare che fosse imparentata alla lontana con il famoso Sandokan)… Aveva ripetuto e ripetuto, Elisabetta Caterino, in quei corsi teorici così difficili da evitare, che il concettualmente sistematico, la sistematicità concettuale… il sistema e il concetto fanno della nostra scienza una vera scienza, con metodo scientifico, metodo sperimentale scientifico, basata sulla letteratura scientifica…

Insomma: l’avevo vista lì, ai corsi teorici, e non mi era andato di avvicinarmi a lei più di tanto. Era così lontana, così fredda, così chiusa in sé stessa che mi era sembrato un peccato. Quando c’era Enza Caserta, a quei corsi teorici, avevo preferito parlare con lei. Enza Caserta mi aveva dato delle pacche sulle spalle, mi aveva detto frasi fatte e si era complimentata con me, perché stavo lentamente cambiando, stavo evolvendo e stavo diventando un abista.

Io un abista? Ripensavo a Rosanna, ai miei tentativi sbagliati reiterati per insegnarle qualcosa, a come mi rapportavo male a lei, e non riuscivo in alcun modo a vedere un mio futuro da abista. Ma Enza Caserta mi aveva rassicurato. Mi aveva detto che lei ed Elisabetta vedevano il futuro, che avevano cambiato tante situazioni e cambiato tante persone, che con la fluenza e la determinazione si può raggiungere qualsiasi risultato.

Adesso, lì al centro di Marcianise, me la trovai improvvisamente fuori dalla porta a vetri, Elisabetta, che mi sorrideva e mi salutava con la mano mentre parlava al cellulare. Rimasi intontito a guardarla, mentre Rita mi stava chiamando perché era arrivato Kevin e bisognava insegnargli a fare “ciao” con la manina.

Mi stava facendo impazzire, Kevin, perché dovevo semplicemente insegnargli “ciao” con la manina per imitazione. Insomma: io facevo “ciao” agitando la mano e lui mi doveva rispondere dicendo “ciao” e agitando la mano.

Il più delle volte lo faceva, Kevin. Agitava la mano e diceva “ciao”. Ma qualche volta no.

Così, ad occhio, avrei detto che era una abilità acquisita. Però dovevo ad ogni costo rispettare il protocollo. Il protocollo diceva che su trenta tentativi doveva fare “ciao” e agitare la mano ventisette volte per due volte consecutive. Erano tre volte di seguito che non riuscivo a fargli superare questo step, e nemmeno le ragazze che avevano “lavorato” con lui nei giorni in cui frequentavo il centro erano riuscite. Per cui, Kevin continuava a fare “ciao” e ad agitare la manina senza che noi ci decidessimo a schiodarci e a passare a un livello successivo.

A me era successo per sei volte che Kevin facesse correttamente “ciao” per 26 volte su 30 (ne servivano almeno 27). Poi aveva fatto 29 su 30 una volta sola. La volta dopo aveva fatto 26… ed eravamo punto e da capo, perché il risultato andava raggiunto per due volte consecutive. C’era da impazzirci, ma il protocollo diceva chiaramente che una abilità non può essere acquisita se non si è rispettato il criterio dei ventisette trentesimi… e al protocollo bisognava credere, perché era il protocollo a darci una organizzazione del lavoro e – di conseguenza – una garanzia di efficacia.

La prima cosa che mi venne in mente, vedendo Elisabetta al telefonino, per la prima volta umana, fu proprio di chiederle un aiuto con Kevin. Insomma: stava ballando per così tanto tempo sull’orlo dei ventisette trentesimi che – forse – potevamo fare uno strappo al protocollo. Addirittura avevamo rischiato di dover “interrompere la prova” e doverla riprendere in un momento successivo, perché secondo il protocollo non si può fare 26/30 per 7 volte successive. Solo che, alla settima volta, Kevin aveva fatto 29/30 e – quindi – avevamo potuto ricominciare con ad agitare la manina e a dire “ciao” come se avessimo appena iniziato a farlo.

La guardai, immobile. Ero deciso ad aspettare che si muovesse, che smettesse di parlare al telefono e mi desse retta. Rita mi urlò di nuovo contro:

- La smetti di guardare Elisabetta? Che hai? Ti sei innamorato? Ci parli dopo con Elisabetta, tanto rimane qua tutto il pomeriggio! Dai, muoviti, io devo seguire Raffaele insieme a Elisabetta… Kevin oggi tocca a te…

Mi voltai verso Rita.

- Ma è già arrivato Raffaele?

- Sta per arrivare. Elisabetta è venuta proprio per cercare di risolvere il problema dell’aggressività che non riusciamo a risolvere… Oggi la vedrai lavorare e capirai come mai lei comanda e noi ubbidiamo…

- Davvero? La vedrò lavorare?

- Quando hai finito con Kevin…

Mi convinsi a muovermi, anche perché Elisabetta continuava a parlare al teleofono. Ogni tanto si voltava a guardarmi. ma non smetteva di parlare in quel coso, come se quel coso fosse l’unica ragione di vita.

Mi diressi verso Kevin. Kevin era un bambino molto piacevole, piccolissimo, biondo e molto dolce.

Cominciai a dirgli “ciao”. Ormai lui sapeva benissimo che doveva imitarmi.

La prima volta fece 27 su 30 tentativi. La seconda volta fece 25 su 30 tentativi. La terza volta 28 su 30 tentativi.

Ce l’avevo quasi fatta.

La quarta volta sbagliò due volte. Al ventinovesimo tentativo, sbagliò di nuovo.

Eravamo 26/29 e, facendo bene l’ultima prova, avremmo potuto raggiungere il criterio.

Mi sentivo come Roberto Baggio al rigore decisivo contro il Brasile. Non potevo sbagliare.

- Ciao – dissi, agitando la mano.

Kevin agitò la mano ma senza dire “ciao”.

Noooooooooo.

Era il momento di prendere una decisione. Il rigore l’avevo tirato e sbagliato, ma il pubblico non c’era. Eravamo soli nella stanza: Rita era da qualche altra parte e stava occupandosi di Raffaele con Elisabetta.

Sul mio foglio dei dati, segnai la prova come superata, e sentii un briciolo di umanità e di ragione tornare all’improvviso nel mio cervello.

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Romanzo – 22

capitolo 21

Buio22

- Ehi, oggi c’è Elisabetta – disse Rita.

- Eh?

Sulle prime non capii. Chi cavolo era Elisabetta? Poi feci due più due e pensai alla Caterino.

La Caterino non era ancora mai venuta lì a Marcianise. Se ne stava, di solito, nel suo eremo di Casal di Principe, in quella che – pare – fosse una villa stile Al Pacino in Scarface, e dava direttive al centro di Casale, l’unico dove non ero mai stato e dove – a quanto pare – non avevano intenzione di mandarmi.

Eppure l’avevo chiesto, alla mia coordinatrice. Le avevo telefonato apposta. La coordinatrice mi aveva risposto che secondo Elisabetta Caterino al momento il centro di Marcianise era l’ideale per me, dal momento che era frequentato da un certo numero di sfigati ma anche da qualche figo che mi avrebbe tirato sù il morale. La Caterino era molto addentro il mio caso e aveva molto a cuore il mio problema. Non voleva che fossi traumatizzato dalla presenza contemporanea di tanti bambini con autismo e che potessi pensare alla mia Rosanna con angoscia.

Non capivo, sinceramente, dove cavolo andassero a parare, da dove venissero e dove andassero certi ragionamenti. Se la Caterino mi aveva fatto ammettere al master (ed era stata lei a farmi ammettere) significava che credeva nella mia possibilità di imparare. Altrimenti aveva da scegliere: poteva rifiutare me e ammettere altri che erano stati rifiutati.

Boh.

- Elisabetta la grande capa? Che ci fa qui?

- Viene a fare supervisione a Raffaele. Ultimamente è abbastanza ingestibile e abbiamo chiesto la sua presenza.

- “Abbiamo” chi?

- “Abbiamo” io.  Va bene lo stanzino buio, va bene tutto, ma questo bambino comincia a passare troppo tempo nello stanzino buio, e l’ultima volta ne è venuto fuori con la faccia sanguinante, segno che si era graffiato. Se sta nello stanzino buio e si graffia, non so se è tanto utile. Io faccio quello che posso, sono formata, ma questa storia dello stanzino buio e morbido non l’ho voluta io… Gli sono state tagliate le unghie, ed è venuto fuori dallo stanzino con un ematoma sotto l’occhio… Non è che cambi molto: se si picchia al buio o si picchia alla luce, il problema è che si picchia. Perché lo chiudiamo nello stanzino?

Mi fermai a riflettere e pensai a Rosanna. Per fortuna non aveva problemi simili. Era una bambina spettacolare, con gli occhi stupendi, con la dolcezza dei modi, ma  aveva un problema di comunicazione enorme.

Forse perché Rosanna aveva qualche anno in meno di Raffaele? Certo mi sarei incazzato come una tigre incazzata, se avessi saputo che – in un centro – mia figlia veniva rinchiusa a smaltire la propria aggressività in una stanza buia e morbida.

- Posso chiedere una cosa?

Rita mi guardò con sospetto.

- Posso? – ripetei.

Rita sbuffò.

- Dimmi – fece.

- Ma questa cosa della stanza buia da dove viene? Ti confesso che io, quando sono venuto al centro, pensavo che l’oblò nel corridoio fosse solo un arredamento: non avevo capito che dentro c’era una stanza e che era un posto per vedere quello che succedeva nella stanza… Anche perché non si vede nulla. Sono chiaro?

- Questa è una tecnica utilizzata negli States che Elisabetta ha appreso nei suoi viaggi. Lo sai che ha studiato in Texas, no? Lì usano appunto le stanze buie…

- E anche i cassettoni della nonna? Chiudono i bambini nei cassettoni finché smettono di dare fastidio?

Rita mi fulminò con lo sguardo. Sentii che anche il suo culone mi disapprovava, in quel momento.

- Vedi che ha ragione, Elisabetta, a non fidarsi? Tu hai una bambina autistica e riporti tutto alla tua esperienza personale… Non è positivo. Lei vuole che tu superi la tua esperienza personale e diventi uno scienziato della scienza del comportamento.

- E ci crede sul serio?

Ci fu un silenzio.

- Tu che vuoi fare? Perché sei qui?

- Io voglio diventare operativo. Trovare soluzioni nuove per affrontare il problema dell’autismo nel modo migliore. Capisci cosa intendo?

Rita scosse la testa.

- In realtà non lo capisco nemmeno io – feci – Sto cercando di capire a cosa mi servirà tutto questo. A qualcosa dovrà pur servire… Posso essere sincero?

- Prego!

- Credo che io sia qui per rendermi conto di come funzionano gli ingranaggi dell’orologio.

- Cioè? Che vuoi dire?

- Ero davanti all’orologio e vedevo che segnava sempre l’ora, ma non era sempre l’ora che volevo io, e non era sempre l’ora che mi aspettavo. Allora sono venuto dietro per capire cosa c’è che non va e come si fa a farlo andare come si vuole fare andare… Non so se mi capisci… Certe cose sono difficili da spiegare.

Rita scosse la testa.

- Ma adesso Elisabetta dov’è? Dove la trovo? Non l’ho mai vista da vicino in situazione informale…

- Elisabetta è al bar a fare merenda – disse Rita.

capitolo 23

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