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18

capitolo 17

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Andai di nuovo da Rita, la psicologa culona. Rita era una specie di uragano e, nella mia mente imbecille, era molto più in gamba sia di Enza Caserta che di Elisabetta Caterino.

Aveva un problema, però, Rita. Non so se ne ho ancora parlato. Aveva una “cadenza” ridicola. Pare infatti che fosse di Marcianise città, non di Caserta. E a Marcianise – mi dissero – le persone parlano in quel modo strano.

Per esempio, se doveva dire “Il nostro centro è a Marcianise”, lei diceva “Il nostro centro è a Marcianàise”. Non proprio “Marcianàise” ma qualcosa del genere, qualcosa di molto strano: non riportabile su carta, per iscritto.

Quel giorno, infatti, mi disse: “Benvenuto a Marcianàise” e mi comunicò che avremmo di nuovo lavorato con Kevin.

- Cacchio – dissi – ma qui c’è solo Kevin?

Non che avessi nulla contro Kevin, era un bambino autistico molto piccolo e biondino e adorabilino, ma per essere utile a Rosanna (era quello il mio problema, era quello che Giacomo mi rinfacciava, secondo lui volevo farmi bello e fare il figo: non essere utile a mia figlia) dovevo vedere molti bambini tutti insieme.

- Qui a Marcianise abbiamo pochi bambini sfigati. Volta per volta ne conoscerai qualche altro, ma sono sempre pochi. La maggioranza sono a Casal di Principe e sono supervisionati direttamente da Elisabetta.

- Ho visto i treni per Casal di Principe: sono di meno, ma ci sono. Basta scendere ad Albanova. Poi, a piedi, il centro è vicino.

- Dai, dai – fece Rita – Tu non ti rendi conto. Hai idea di cosa sia Casal di Principe? Non è il pianeta terra: è un altro mondo. Già Marcianàise è un posto strano ed è difficile camminare per le strade tranquillamente, ma a Casal di Principe non ci puoi nemmeno mettere piede, se non ti conoscono.

Impossibile, pensai. Avevo conosciuto anni prima, all’università, una ragazza con i capelli corti e le lentiggini che mi piaceva molto. Era proprio di Casal di Principe. Ci eravamo anche baciati nelle scale della facoltà. Poi il tutto si era risolto in un nulla di fatto, anche perché a me le donne erano simpatiche, ma non mi veniva spontaneo andarci dietro.

Poi avevo conosciuto mia moglie, mi ero sposato, e le donne continuavano ad essermi simpatiche. Ma non erano la mia strada.

Alla fine conobbi Giacomo, e Giacomo era quello che ci voleva. Il resto è bieco moralismo.

Insomma… guardai fisso quella culona marcianisana di Rita e scossi la testa.

- Non è possibile – feci – Ho conosciuto una ragazza che studiava, anni fa. Era una ragazza normalissima. Non ti credo. Davvero: parlava in Italiano corretto, seguiva tutte le lezioni e faceva anche ragazzi intelligenti. Quelle sulle camorra sono solo leggende, o comunque è una minoranza… Quella ragazza era normalissima. Il padre faceva il militare, mi sembra.

- Senti – fece Rita – ma chi se ne frega non ce lo metti? Qui facciamo quello che ci dice di fare Elisabetta. Se Elisabetta dice che devi stare a Marcianise, tu stai a Marcianise. Però non ti buttare giù e non darti la zappa dei piedi perché io sono brava, modestamente. Dai, ti insegno quello che ti devo insegnare. Oggi c’è solo Kevin, nella stanza degli sfigati, ma ci siamo anche solo noi due, perciò posso farti vedere bene il lavoro.

Proprio a quel punto, sentimmo la mamma di Kevin che parlava con il bambino mentre entrava nel centro.

La mamma di Kevin era una donna bellissima. Una biondina dalla pelle luminosa. Se mi fossero piaciute le donne, mi sarebbe piaciuta. In realtà, però, pensai, mi piaceva soprattutto la sua pelle. Era proprio bella, e gliela invidiavo.

- Keviiiin!!! Keviiiin!

Oltre a Rita, vennero anche le psicologhe tirocinanti o meno delle altre stanze. Le altre stanze erano uguali alle stanze del centro di Caserta. Altre due stanze. C’erano ragazzi che facevano i compiti e insegnanti isteriche e ululanti che li aiutavano.

Cavolo, la prima volta che ero andato lì avevo visto solo Rita. Mi aveva portato subito nella stanza degli Sfigati, Rita. Poi era venuto Kevin.

Mi aveva parlato tanto, Rita. Era stata gentilissima, Rita la culona. Tanto gentile che non mi ero reso conto che quel centro non cambiava molto, rispetto al centro di Caserta. Anche là c’erano pochissimi bambini con disabilità. Per la precisione, fino a quel momento avevo visto solo Kevin.

- Ma ci sono i bambini con disabilità, qui?

Rita mi guardò con aria di rimprovero.

- Oooooh, che pesantezza!!! Mica vengono tutti i giorni!!!

Poi si concentrò sul bambino e mi mostrò le prese dati, in una griglia. Dovevo mettere una X quando il bambino rispondeva alle sue richieste e cancellare il quadretto quando non rispondeva. Avremmo preso i dati entrambi e poi li avremmo confrontati.

- Si chiama Inter Observer Agreement e in pratica serve a rendere ancora più scientifico il nostro lavoro. Trattandosi di comportamenti umani e venendo monitorati da esseri umani, c’è sempre il rischio di sbagliare. Prendendo i dati in più persone il rischio di sbagliare viene minimizzato.

A questo punto bisogna descrivere com’è fatto il centro di Marcianise, o meglio come è fatta l’aula degli Sfigati del centro di Marcianise.

Molto semplice: da una parte ci sono dei tavolini dell’IKEA per bambini, o dell’arredamento rubato ai sette nani, molto colorato, e dall’altra giochi, giochini e giochetti, sempre dentro mobili dell’IKEA.

Le “sessioni” con i bambini (quelle con Kevin e quelle che avrei visto in seguito) funzionavano così: si lavorava fino a 10 richieste e poi li si mandava a giocare con i giochetti.

I bambini restavano a giocare anche la metà del tempo. Mentre giocavano, le psicologhe, pseudo psicologhe e tirocinanti in genere se ne disinteressavano e parlavano dei cacchi propri. Se il bambino si metteva a stordirsi di stereotipie, continuavano a parlare dei fatti propri e lo lasciavano fare. Fino a che decidevano che l’alunno sfigato aveva giocato abbastanza e lo richiamavano al tavolino dell’IKEA, per altre dieci richieste.

Era un mondo inesplorato, ed era tutto il contrario di come me lo aspettavo. Come diavolo dovevo fare perché tornasse utile nella mia vita con Rosanna?

 

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capitolo 16

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Le lezioni teoriche si susseguivano monotone, una dopo l’altra. Aspettavo di sentir dire qualcosa di utile, di essere illuminato. Pensavo “adesso comincia la parte interessante, adesso comincio ad imparare qualcosa di utile per Rosanna” e non succedeva mai nulla.

Inoltre, a casa, Giacomo si stava facendo sempre più pressante ed anche più aggressivo. Mal sopportava che io restassi assente da casa tanto a lungo per andare a svolgere un tirocinio del quale non portavo a casa i frutti. Probabilmente Elisabetta Caterino aveva sbagliato ad ammettermi: io non mi accontentavo di affastellare pseudoconoscenze e farmi rincitrullire dai libri per convincermi che la “scienza” da me praticata era l’unica possibile e che, in questo mondo, il migliore dei mondi possibili è quello in cui l’ABA domina tutto.

Più che altro, le lezioni mi sembravano sempre uguali l’una all’altra. Almeno le prime lezioni, tenute tutte da Elisabetta Caterino, unica docente e deus ex machina.

Cosa diceva? In queste lezioni? Ripeteva sempre le stesse cose, gli stessi concetti inutili. Era come se volesse farci il lavaggio del cervello. 

Ripeteva che l’ABA è ragionevole, l’ABA è bella, l’ABA è una scienza applicata, l’ABA è concettualmente sistematica. Ma che cazzo significa “concettualmente sistematica”?

Per me, “concettualmente sistematica” era chiaro come la Mirra portata a Gesù. Cioè era qualcosa che magari non esiste e che comunque non esiste in questo emisfero.

Dopo che, in una lezione, Elisabetta Caterino si era accanita come un doberman in un poliziottesco degli anni settanta contro i falsi miti della riabilitazione e aveva spiegato che solo l’ABA è un trattamento scientifico e che dovevamo averlo sempre in testa, qualunque cosa succedesse, perse tre ore buone a spiegare il significato di concettualmente sistematica.

Provo a riassumere: la Caterino intendeva stare a significare che non esiste un’altra scienza, di nessun tipo, che possa interferire, che l’ABA trova dentro sé stessa le domande e dentro sé stessa trova anche le risposte.

Quando andavo a seguire le lezioni teoriche, non andavo a mangiare con le colleghe, che erano quasi tutte giovani e rampanti psicologhe in cerca di una specializzazione spendibile lavorativamente. Io non avevo bisogno di lavorare con un titolo da Master ABA: io avevo fatto una scelta basata sulla necessità. Ero più vecchio. Ero più stronzo e scafato.

La necessità, però, almeno dopo i primi mesi di tirocinio (ma non sarebbe finito mai, quel cazzo di tirocinio?), l’avevo persa di vista. Cioè non riuscivo a rendermi conto di come applicare quello che andavo imparando (imparavo qualcosa, vero?) nella vita reale e su Rosanna, che continuava a imparare delle cose giorno per giorno, ma meccanicamente, senza procedere di un solo passo evolutivamente. 

Per intenderci, insegnare a Rosanna il linguaggio funzionale sembrava a volte a portata di mano, ma poi io e Giacomo ne parlavamo e capivamo che eravamo degli illusi. E proprio quando pensavamo di essere degli illusi lei ci stupiva. E allora ci davamo delle metaforiche martellate sul cervello per riuscire a capire come dovevamo fare. Come potevamo insegnarle quello che sembrava sul punto di poter capire?

L’unico con cui parlavo, dei miei compagni di corso, era quel ragazzo butterato e un po’ allampanato. Facemmo un pezzo di strada insieme all’uscita, dopo che Elisabetta Caterino aveva passato ore e ore a ripetere l’espressione “concettualmente sistematica”.

Il ragazzo in questione (non dico il nome per non esporlo a vendette trasversali) mi piaceva, anche se era giovane come le psicologhe rampanti. Aveva dalla sua un pensiero divergente che lo rendeva accattivante come persona da frequentare.

Per la strada, gli raccontai di mia figlia. Sì, avevo una figlia autistica. Non gli dissi di essere omosessuale.

Poi gli chiesi che cosa avesse capito dell’espressione “concettualmente sistematica”.

- Allora… Ascoltami bene… Io ho capito qualcosa che non è quello che voleva farci capire Elisabetta. Ho capito che l’ABA è stata costruita in maniera molto chiusa. Fare l’ABA  è come stare dentro una scatola. Pensa a una scatola di qualunque cosa.

- Ok.

- A che scatola hai pensato?

- A una confezione di Prepp.

- Cos’è?

- Una crema contro le punture d’insetto. Si trova in una scatolina di vetro.

- va benissimo, come esempio. Come hai detto che si chiama?

- Prepp.

- Allora: pensa che l’ABA è una scatolina di vetro e che quelli che fanno ABA sono la crema. Di cosa ha paura la casa farmaceutica che produce la scatolina?

- Che ne so?

- Ha paura che qualcuno allunghi la crema con dell’olio, per esempio. Se uno allunga la crema con dell’olio cosa può succedere?

- Che si unge?

- Sì, ma che altro può succedere?

- Boh.

- Te lo dico io: può succedere che, magari, la crema fatta con olio e crema è migliore della sola crema. Allora cosa ti dice il proprietario della scatolina?

- Cosa ti dice?

- Ti dice che è dannoso qualunque miscuglio, ti dice che la scatolina deve stare chiusa e la crema Prepp si può mischiare solo con altra crema Prepp, non con l’olio d’oliva. Questo perché la crema Prepp è concettualmente sistematica… Hai capito? A volte parto per la tangente e non so spiegarmi bene… Quello che volevo dirti è che ci dicono che tutte le soluzioni, tutte le domande e tutte le risposte, sono all’interno dell’ABA, e che non bisogna uscirne. Non bisogna allungare l’ABA con l’olio.

Non avevo capito…

capitolo 18

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