Romanzo – 25

capitolo 24

M25

Tutti i presenti in quel centro, quel giorno, si sentivano come i dodici apostoli durante l’ultima cena, come san Giovanni e la Madonna sotto la croce, come Napoleone quando sbarca a Parigi di ritorno dall’Isola d’Elba. La presenza di Elisabetta, quel giorno, segnava con una firma indelebile l’istante in sé, il centro in sé, il momento storico in sé.

Anche io cercavo di starle dietro, ma era praticamente impossibile. Tutte le ragazze che non avevo mai visto, nonostante condividessero quasi i miei stessi spazi, tutte le persone astruse – contemporaneamente intrise di determinismo psicodinamico e di scientificismo comportamentista… Tutte queste psicologhe più qualche educatrice che svolazzavano per il centro, io non le avevo notate. Tutti i fighi che gravitavano per l’entrata e poi si chiudevano nell’altra stanza (una stanza enorme, rispetto a quell degli sfigati, a dire il vero, una stanza fatta di tavoli e addirittura di libri. Libri… assurdo!) io li vedevo appena, come ectoplasmi trascurabili e sul punto di svanire. Per me esisteva solo la stanza degli sfigati, il lavoro non-pagato, chiamato tirocinio, che facevo nella stanza degli sfigati. Per me esisteva Kevin, esisteva Raffaele…

Mi resi conto dell’esistenza di una parte di mondo che non avevo considerato, solo quando Elisabetta penetrò nel centro e una fattiva e condizionante parte di quel mondo figo penetrò nella stanza degli sfigati.

Elisabetta avanzò, candida e perfetta, e sembrava un pugile imbattibile nell’atto di un incontro importante. Tutte le ragazze erano intorno. Sembravano bambine festanti e invece erano psicologhe e laureate in psicologia. Tutte le ragazze spingevano il culo in fuori, leggermente, senza rendersene nemmeno conto, ed erano impercettibilmente inchinate verso di lei. Era chiaro come la luna quando è piena: lei aveva carisma.

Era chiaro anche alla mamma di Raffaele, che teneva per la mano questo ragazzetto sghembo con lo sguardo un po’ perso e un po’ aggressivo, un po’ perso e un po’ aggressivo, tutto di seguito.

- Buongiorno – disse la mamma di Raffaele.

Elisabetta sorrise, ammiccò. Poi fece cenno a Raffaele di andare al tavolo con lei.

Raffaele la guardò aggressivo, poi sorrise, poi fece una strana stereotipia con le mani. Poi gridò. Poi fece quello che lei le aveva chiesto. Sedette al tavolo e attese la “maestra”.

- Buongiorno – fece Elisabetta alla mamma di Raffaele – Oggi lo vedo pimpante. Sono sicura che andrà bene.

- Mi commuove che ci sia lei – fece la mamma di Raffaele.

Si bloccò. Guardò me.

Io mi sentii come colto in fallo. Stavo spiando il loro colloquio. Con quale diritto? Eppure erano tante le psicologhe a spiare quel colloquio, tutte immobili e sospese in attesa degli immancabili insegnamenti della maestra.

Allora perché la mamma di Raffaele aveva indicato me?

- Lui è quello del blog? – disse la donna – Sei tu? Sei quello del blog?

Elisabetta non si girò nemmeno a guardarmi. La sentii che respirava forte. Fu come se – nel centro Fare di Marcianise – nessuno più parlasse, o come se tutti parlassero a voce tremendamente bassa che si sentiva solo il respiro di Elisabetta. Un respiro come amplificato dagli altoparlanti di un campo di sterminio, un respiro opprimente e oppresso.

A toglierci dall’imbarazzo, ci pensò Raffaele, che pensò bene di rovesciare il tavolo con tutto quello che c’era sopra (immagini, fogli di lavoro, flashcards di lettere e numeri, oggettini vari) e – quindi – di prendere il tavolino per una delle gambe e usarlo a mò di clava contro il vetro, che era infrangibile e si scheggiò soltanto.

Colsi il momento giusto per gettarmi verso il bambino e placcarlo. Lo misi a terra e lui cominciò a scalciare e tentare di graffiarmi e mordermi.

- Per favore – disse Elisabetta, mentre lo tenevo a terra con tutto il peso del mio corpo – Portamelo nella stanza morbida. Me lo fai questo favore, eh?

capitolo 26

Informazioni su questi ad

Romanzo – 24

Capitolo 23

  24 (una digressione)

Mi rendo conto che chi legge queste mie memorie (perché di memorie si tratta, e anche molto oggettive: sapete tutti, adesso, dove è finita Elisabetta Caterino e tutti siete consapevoli delle vicende giudiziare che l’hanno coinvolta) potrebbe provare repulsione per quanto ho vissuto e per il modo in cui l’ho vissuto. Potrebbe dire (magari) non che ho fatto un travagliato percorso alla fine del quale ho raggiunto la consapevolezza e l’obiettività, ma che sto cercando – adesso – di cavalcare l’onda dei fatti di cronaca,  di mettere in cattiva luce il centro FARE e di urlare a squarciagola “Io c’ero! Comprate il mio libro!”.

Oppure, chi legge potrebbe addirittura pensare che io stia facendo un’opera di demonizzazione del cosiddetto “trattamento scientifico predittivo di efficacia” e lo stia facendo – controcorrente – proprio in un periodo in cui nascono come funghi centri e strutture che adottano l’ABA come fulcro e come ragione di vita. Proprio in un momento in cui escono articoli del tipo “Mio figlio non ha avuto trattamenti fino ai 13 anni. Oggi i bambini sono già seguiti già a 2 anni con l’ABA”.

L’ABA. L’ABA. Tutti dicono questa parola magica, facile da pronunciare, e si riempiono la bocca. L’ABA. L’ABA.

Diciamolo tutti. Ditelo anche voi. Sentite come suona bene? E come fa schifo, in confronto, il suono di TEACCH? Come sa di teutonico e poco attraente?

O come induce a strani pensieri la CAA?

“Mio figlio fa la CAA tutti i giorni, dopo pranzo”

“Anche mio figlio fa la CAA: è importante fare la CAA: aiuta la regolazione interna”

Ma basta. Stavo cercando di essere molto diretto nella mia narrazione e di attenermi scrupolosamente ai fatti, solo che – aprendo internet questa mattina – ho trovato vari articoli sull’autismo. Uno è

CHE FINE HA FATTO ENZA CASERTA? MISTERI SULLA SUA SORTE.

Si tratta di una serie di illazioni senza capo nè coda secondo le quali la presidentessa del centro Fare (e socia della Caterino) sia stata uccisa. Finora si è sempre creduto che fosse emigrata in qualche paradiso tropicale con i soldi della cooperativa, ma gli inquirenti hanno studiato bene la situazione del centro – al momento della sua sparizione – e hanno visto che ha lasciato le cose a metà.

Ad esempio: aveva un appuntamento, il giorno dopo, con una professoressa della facoltà di psicologia della seconda Università di Napoli. Aveva telefonato, la sera stessa della sparizione, al medico/abista più famoso e famigerato del sud (attivo – come sapete – soprattutto in Campania e in Puglia), il dottor Ricci, per proporgli una collaborazione. Aveva preso un appuntamento con un uomo – si suppone per motivi sentimental-erotico-sessuali – per la sera dopo.

Insomma: nulla lasciava presagire una sparizione. Nel senso che nulla lasciava pensare che sarebbe fuggita in un paradiso tropicale, come poi si è detto (come ha detto la stessa Caterino, che sostiene di averla incontrata il mattino della scomparsa).

Io sospetto che Enza Caserta sia molto furba e abbia fatto apposta a lasciare tutte le cose a metà, a prendere appuntamenti per il giorno dopo etc etc, proprio per sviare le “indagini”, e che sia campata in aria anche l’altra ipotesi avanzata nell’articolo, cioé un rapimento a scopo di estorsione, perché ormai sono passati parecchi giorni e non si è fatto sentire nessun rapitore.

Insomma: mi sono svegliato stamattina e ho letto gli articoli sul centro FARE, sul processo alla Caterino, sulle dichiarazioni del suo avvocato, Schiavone. Ho letto l’articolo sulla sparizione di Enza Caserta. E ho letto un altro articolo, su un altro sito, che predica la santa ABA come panacea di tutti i mali.

Alla fin fine e indipercui – anche se mi rendo conto che in un memoriale come questo dovrei attenermi ai fatti in maniera cronologica – trovo doveroso fare delle precisazioni sul motivo per cui sto scrivendo. Anche perché, quando avrò finito, la vicenda giudiziaria del centro FARE sarà probabilmente conclusa (però siamo in Italia… e non è detto). Dunque non potrò cavalcare l’onda del momento, quando avrò finito. Non potrò gridare “comprate il mio libro! parlo del centro sotto processo!”… Magari non se lo ricorderà più nessuno, quel centro.

Però… quando avrò finito questo memoriale, potrò dire la mia sul senso di tutto quello che è accaduto. Di tutto quello che c’è a monte. Potrò dire se è valsa la pena e se ne vale la pena…

Insomma: ABA… Questa parola magica che riempie le bocche e i portafogli, che diavolo è?

Come diceva Elisabetta Caterino prima di essere arrestata, ABA è una scienza applicata.

Punto.

E cosa vuol dire?

Vuol dire che è l’applicazione di una scienza.

E cosa vuol dire?

Vuol dire che c’è una scienza (una scienza vera) che ha le sue leggi, e che la scienza applicata cerca di sfruttare queste leggi, per i suoi fini.

Esempio: la legge di gravità. Sappiamo che ogni corpo, sulla terra, cade verso il basso. Questa è la scienza (quella vera).

La scienza applicata è quella secondo la quale, lanciando un grosso masso su un’auto – da un’altezza di 30 metri – possiamo distruggere quell’auto.

Ma basta digressioni, oltretutto prive di senso…. Il fatto è che mi sono svegliato con la voglia di fare digressioni… Ero rimasto a quando eravamo tutti emozionati, nel centro di Marcianise, perché la magica Elisabetta stava per darci una prova della sua scienza applicata (del suo masso sull’auto), entrando con Raffaele nella stanza morbida e buia…

capitolo 25

Romanzo – 23

capitolo 22

23

Forse era la prima volta che vedevo Elisabetta così da vicino. O no?

Ma no: l’avevo già vista. L’avevo vista alle selezioni per il master, l’avevo vista alle lezioni teoriche, ripetere incessantemente che l’ABA è concettualmente sistematica e quindi non può essere confermata e contraddetta se non all’interno della stessa ABA. Aveva ripetuto incessantemente, Elisabetta Caterino, con il suo accento casalese un po’ strascicato, con il suo tono aggressivo da camorrista abituata a comandare (pare che fosse imparentata alla lontana con il famoso Sandokan)… Aveva ripetuto e ripetuto, Elisabetta Caterino, in quei corsi teorici così difficili da evitare, che il concettualmente sistematico, la sistematicità concettuale… il sistema e il concetto fanno della nostra scienza una vera scienza, con metodo scientifico, metodo sperimentale scientifico, basata sulla letteratura scientifica…

Insomma: l’avevo vista lì, ai corsi teorici, e non mi era andato di avvicinarmi a lei più di tanto. Era così lontana, così fredda, così chiusa in sé stessa che mi era sembrato un peccato. Quando c’era Enza Caserta, a quei corsi teorici, avevo preferito parlare con lei. Enza Caserta mi aveva dato delle pacche sulle spalle, mi aveva detto frasi fatte e si era complimentata con me, perché stavo lentamente cambiando, stavo evolvendo e stavo diventando un abista.

Io un abista? Ripensavo a Rosanna, ai miei tentativi sbagliati reiterati per insegnarle qualcosa, a come mi rapportavo male a lei, e non riuscivo in alcun modo a vedere un mio futuro da abista. Ma Enza Caserta mi aveva rassicurato. Mi aveva detto che lei ed Elisabetta vedevano il futuro, che avevano cambiato tante situazioni e cambiato tante persone, che con la fluenza e la determinazione si può raggiungere qualsiasi risultato.

Adesso, lì al centro di Marcianise, me la trovai improvvisamente fuori dalla porta a vetri, Elisabetta, che mi sorrideva e mi salutava con la mano mentre parlava al cellulare. Rimasi intontito a guardarla, mentre Rita mi stava chiamando perché era arrivato Kevin e bisognava insegnargli a fare “ciao” con la manina.

Mi stava facendo impazzire, Kevin, perché dovevo semplicemente insegnargli “ciao” con la manina per imitazione. Insomma: io facevo “ciao” agitando la mano e lui mi doveva rispondere dicendo “ciao” e agitando la mano.

Il più delle volte lo faceva, Kevin. Agitava la mano e diceva “ciao”. Ma qualche volta no.

Così, ad occhio, avrei detto che era una abilità acquisita. Però dovevo ad ogni costo rispettare il protocollo. Il protocollo diceva che su trenta tentativi doveva fare “ciao” e agitare la mano ventisette volte per due volte consecutive. Erano tre volte di seguito che non riuscivo a fargli superare questo step, e nemmeno le ragazze che avevano “lavorato” con lui nei giorni in cui frequentavo il centro erano riuscite. Per cui, Kevin continuava a fare “ciao” e ad agitare la manina senza che noi ci decidessimo a schiodarci e a passare a un livello successivo.

A me era successo per sei volte che Kevin facesse correttamente “ciao” per 26 volte su 30 (ne servivano almeno 27). Poi aveva fatto 29 su 30 una volta sola. La volta dopo aveva fatto 26… ed eravamo punto e da capo, perché il risultato andava raggiunto per due volte consecutive. C’era da impazzirci, ma il protocollo diceva chiaramente che una abilità non può essere acquisita se non si è rispettato il criterio dei ventisette trentesimi… e al protocollo bisognava credere, perché era il protocollo a darci una organizzazione del lavoro e – di conseguenza – una garanzia di efficacia.

La prima cosa che mi venne in mente, vedendo Elisabetta al telefonino, per la prima volta umana, fu proprio di chiederle un aiuto con Kevin. Insomma: stava ballando per così tanto tempo sull’orlo dei ventisette trentesimi che – forse – potevamo fare uno strappo al protocollo. Addirittura avevamo rischiato di dover “interrompere la prova” e doverla riprendere in un momento successivo, perché secondo il protocollo non si può fare 26/30 per 7 volte successive. Solo che, alla settima volta, Kevin aveva fatto 29/30 e – quindi – avevamo potuto ricominciare con ad agitare la manina e a dire “ciao” come se avessimo appena iniziato a farlo.

La guardai, immobile. Ero deciso ad aspettare che si muovesse, che smettesse di parlare al telefono e mi desse retta. Rita mi urlò di nuovo contro:

- La smetti di guardare Elisabetta? Che hai? Ti sei innamorato? Ci parli dopo con Elisabetta, tanto rimane qua tutto il pomeriggio! Dai, muoviti, io devo seguire Raffaele insieme a Elisabetta… Kevin oggi tocca a te…

Mi voltai verso Rita.

- Ma è già arrivato Raffaele?

- Sta per arrivare. Elisabetta è venuta proprio per cercare di risolvere il problema dell’aggressività che non riusciamo a risolvere… Oggi la vedrai lavorare e capirai come mai lei comanda e noi ubbidiamo…

- Davvero? La vedrò lavorare?

- Quando hai finito con Kevin…

Mi convinsi a muovermi, anche perché Elisabetta continuava a parlare al teleofono. Ogni tanto si voltava a guardarmi. ma non smetteva di parlare in quel coso, come se quel coso fosse l’unica ragione di vita.

Mi diressi verso Kevin. Kevin era un bambino molto piacevole, piccolissimo, biondo e molto dolce.

Cominciai a dirgli “ciao”. Ormai lui sapeva benissimo che doveva imitarmi.

La prima volta fece 27 su 30 tentativi. La seconda volta fece 25 su 30 tentativi. La terza volta 28 su 30 tentativi.

Ce l’avevo quasi fatta.

La quarta volta sbagliò due volte. Al ventinovesimo tentativo, sbagliò di nuovo.

Eravamo 26/29 e, facendo bene l’ultima prova, avremmo potuto raggiungere il criterio.

Mi sentivo come Roberto Baggio al rigore decisivo contro il Brasile. Non potevo sbagliare.

- Ciao – dissi, agitando la mano.

Kevin agitò la mano ma senza dire “ciao”.

Noooooooooo.

Era il momento di prendere una decisione. Il rigore l’avevo tirato e sbagliato, ma il pubblico non c’era. Eravamo soli nella stanza: Rita era da qualche altra parte e stava occupandosi di Raffaele con Elisabetta.

Sul mio foglio dei dati, segnai la prova come superata, e sentii un briciolo di umanità e di ragione tornare all’improvviso nel mio cervello.

capitolo 24

Romanzo – 22

capitolo 21

Buio22

- Ehi, oggi c’è Elisabetta – disse Rita.

- Eh?

Sulle prime non capii. Chi cavolo era Elisabetta? Poi feci due più due e pensai alla Caterino.

La Caterino non era ancora mai venuta lì a Marcianise. Se ne stava, di solito, nel suo eremo di Casal di Principe, in quella che – pare – fosse una villa stile Al Pacino in Scarface, e dava direttive al centro di Casale, l’unico dove non ero mai stato e dove – a quanto pare – non avevano intenzione di mandarmi.

Eppure l’avevo chiesto, alla mia coordinatrice. Le avevo telefonato apposta. La coordinatrice mi aveva risposto che secondo Elisabetta Caterino al momento il centro di Marcianise era l’ideale per me, dal momento che era frequentato da un certo numero di sfigati ma anche da qualche figo che mi avrebbe tirato sù il morale. La Caterino era molto addentro il mio caso e aveva molto a cuore il mio problema. Non voleva che fossi traumatizzato dalla presenza contemporanea di tanti bambini con autismo e che potessi pensare alla mia Rosanna con angoscia.

Non capivo, sinceramente, dove cavolo andassero a parare, da dove venissero e dove andassero certi ragionamenti. Se la Caterino mi aveva fatto ammettere al master (ed era stata lei a farmi ammettere) significava che credeva nella mia possibilità di imparare. Altrimenti aveva da scegliere: poteva rifiutare me e ammettere altri che erano stati rifiutati.

Boh.

- Elisabetta la grande capa? Che ci fa qui?

- Viene a fare supervisione a Raffaele. Ultimamente è abbastanza ingestibile e abbiamo chiesto la sua presenza.

- “Abbiamo” chi?

- “Abbiamo” io.  Va bene lo stanzino buio, va bene tutto, ma questo bambino comincia a passare troppo tempo nello stanzino buio, e l’ultima volta ne è venuto fuori con la faccia sanguinante, segno che si era graffiato. Se sta nello stanzino buio e si graffia, non so se è tanto utile. Io faccio quello che posso, sono formata, ma questa storia dello stanzino buio e morbido non l’ho voluta io… Gli sono state tagliate le unghie, ed è venuto fuori dallo stanzino con un ematoma sotto l’occhio… Non è che cambi molto: se si picchia al buio o si picchia alla luce, il problema è che si picchia. Perché lo chiudiamo nello stanzino?

Mi fermai a riflettere e pensai a Rosanna. Per fortuna non aveva problemi simili. Era una bambina spettacolare, con gli occhi stupendi, con la dolcezza dei modi, ma  aveva un problema di comunicazione enorme.

Forse perché Rosanna aveva qualche anno in meno di Raffaele? Certo mi sarei incazzato come una tigre incazzata, se avessi saputo che – in un centro – mia figlia veniva rinchiusa a smaltire la propria aggressività in una stanza buia e morbida.

- Posso chiedere una cosa?

Rita mi guardò con sospetto.

- Posso? – ripetei.

Rita sbuffò.

- Dimmi – fece.

- Ma questa cosa della stanza buia da dove viene? Ti confesso che io, quando sono venuto al centro, pensavo che l’oblò nel corridoio fosse solo un arredamento: non avevo capito che dentro c’era una stanza e che era un posto per vedere quello che succedeva nella stanza… Anche perché non si vede nulla. Sono chiaro?

- Questa è una tecnica utilizzata negli States che Elisabetta ha appreso nei suoi viaggi. Lo sai che ha studiato in Texas, no? Lì usano appunto le stanze buie…

- E anche i cassettoni della nonna? Chiudono i bambini nei cassettoni finché smettono di dare fastidio?

Rita mi fulminò con lo sguardo. Sentii che anche il suo culone mi disapprovava, in quel momento.

- Vedi che ha ragione, Elisabetta, a non fidarsi? Tu hai una bambina autistica e riporti tutto alla tua esperienza personale… Non è positivo. Lei vuole che tu superi la tua esperienza personale e diventi uno scienziato della scienza del comportamento.

- E ci crede sul serio?

Ci fu un silenzio.

- Tu che vuoi fare? Perché sei qui?

- Io voglio diventare operativo. Trovare soluzioni nuove per affrontare il problema dell’autismo nel modo migliore. Capisci cosa intendo?

Rita scosse la testa.

- In realtà non lo capisco nemmeno io – feci – Sto cercando di capire a cosa mi servirà tutto questo. A qualcosa dovrà pur servire… Posso essere sincero?

- Prego!

- Credo che io sia qui per rendermi conto di come funzionano gli ingranaggi dell’orologio.

- Cioè? Che vuoi dire?

- Ero davanti all’orologio e vedevo che segnava sempre l’ora, ma non era sempre l’ora che volevo io, e non era sempre l’ora che mi aspettavo. Allora sono venuto dietro per capire cosa c’è che non va e come si fa a farlo andare come si vuole fare andare… Non so se mi capisci… Certe cose sono difficili da spiegare.

Rita scosse la testa.

- Ma adesso Elisabetta dov’è? Dove la trovo? Non l’ho mai vista da vicino in situazione informale…

- Elisabetta è al bar a fare merenda – disse Rita.

capitolo 23

Romanzo – 21

Capitolo 20

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21

Continuavo a frequentare questo gruppo di Casertani e sub-Casertani, continuavo a seguire questi corsi e cercavo di tener fede alle regole del loro gruppo e ai loro insegnamenti. Per esempio: cercavo di credere con tutto me stesso che l’ABA fosse la strada giusta per abilitare da qualunque disabilità. Cercavo di credere che è vero che bisogna prendere tutto con le pinze e che le abilità migliori si insegnano con la dura fatica, il coraggio indomito di provarci e una sana immancabile botta di culo,  ma che la sana botta di culo può arrivare solo ed esclusivamente se intraprendi la strada giusta, cioé la strada dell’ABA. Ero persino pronto a cominciare vie mai provate, a diventare un salvatore del mondo per milioni di bambini, a fondare una grande  associazione senza scopo di lucro che costruisse una barca enorme, un Titanic inaffondabile, per portare in salvo nell’isola in cui tutto va bene le famiglie distrutte dalla diagnosi di autismo.

In realtà mi pesava molto venir fuori giorno dopo giorno dal centro FARE (che era diventato il centro fare di Marcianise: non più quello di Caserta con le assi del pavimento traballanti) e non essere in grado di mettere mano personalmente all’abilitazione di mia figlia.

Rosanna andava a scuola tutti i giorni e le maestre non erano preparate a quello che era la sua vita, il suo essere autistica, non erano affatto consapevoli delle difficoltà che ruotavano attorno alla sua famiglia (che – oltretutto – era una famiglia strana, con due padri gay e una madre quasi assente) e dell’impreparazione della classe medica nonché dell’inutilità della classe “abilitante”. Insomma: stavo imparando imparando imparando? Ma cosa stavo imparando? Vedevo che ero sempre più bravo, con i bambini. Quando mi lasciavano interagire con Kevin, per esempio, riempivo fogli su fogli di tag, crocette, “più”, “meno” e anche “per” e “diviso”, poi le contavo e le riportavo su dei grafici, e mi sentivo figo, quasi come gli allievi senza disabilità del centro.

Il fatto che quello che facevo al centro (riempire fogli su fogli con “dati” sugli allievi e su me stesso come insegnante) non avesse nessuna ripercussione sulla vita giornaliera con Giacomo e Rosanna era un dato di fatto che potevo provare solo io, tra quelli che frequentavano il centro fare. La psicologa culona, Rita, quella bellissima donna alta e formosissima che mi insegnava e che mi dava direttive (non avevo mai visto né Enza Caserta – che invece era molto presente nel centro di Caserta – né Elisabetta Caterino – che pare non si muovesse mai da Casal di Principe, tranne che per convegni ed incontri di rappresentanza)… dicevo: Rita, quando tornava a casa, aveva un fidanzato che faceva il salumiere e passavano le serate a fare sesso (immagino), a vedere i vecchi cinepanettoni, a mangiare panini con la mortadella (che a Rita andavano a finire tutti in zona-culo) o… magari uscivano: andavano a delle manifestazioni di sinistra, a delle fiere equo-solidali, a delle conferenze bioenergetiche. Certo Rita non aveva il problema di tornare a casa e di avere davanti una bambina autistica e non saperne gestire la riabilitazione.

Io ci avevo provato – giuro – ad applicare a casa con Rosanna tutto quello che imparavo al cento fare. Prima con quello che avevo imparato con il lavoro (o meglio: l’osservazione del lavoro) con i fighi, cioé il fare mille domande tutte uguali una dopo l’altra e mettere loro ansia, ma Rosanna cominciava a urlare che sembrava un agnello con un buco in gola. Poi avevo provato con i fogli e le crocette. Ci avevo provato: giuro. Ma ogni singolo aspetto di ogni mio tentativo mi veniva contestato da Giacomo.

Noi non eravamo dei “novizi” di ABA: noi lo avevamo fatto per anni, con una incapace moscia e brutta che poi si sarebbe certificata con la certificazione superfiga americana. Avevamo fatto l’ecoico, il training mand, il ricettivo, il creativo, il ripetitivo… avevamo fatto tutto, in casa e con operatrici pagate da me e Giacomo (io non ho mai guadagnato molto, ma Giacomo è una persona in vista, cacchio), e ci sembrava che Rosanna cominciasse a parlare, che stesse prendendo la strada per diventare una bambina quasi come tutte le altre bambine.

Certo: avevamo fatto una vita di merda. Mentre la mamma di Rosanna se n’era andata per i fatti suoi e chi sa in quale paradiso tropicale si trovava adesso, noi avevamo tra i piedi tutti i giorni, a tutte le ore (tranne quando Rosanna era a scuola, e nei primi tempi andava a scuola poco, solo al mattino), ragazzine incompetenti guidate dalla moscia brutta che le facevano ripetere sempre le stesse cose.

Alla fine Rosanna si era rotta le palle, qualunque rinforzo, qualunque motivazione si provasse per farla continuare a lavorare risultava inutile e aveva cominciato a ridere e a prendere per il culo le ragazzotte sceme che avrebbero dovuto farle la “terapia”. La mia decisione di fare qualcosa di concreto, cioé iscrivermi al Master ABA della seconda università di Napoli, quello gestito dal centro fare, era nata in quel periodo. Un periodo in cui la Rosanna che stava imparando tanto e che sembrava cominciare a parlare non si vedeva più, un periodo in cui tutti i riabilitatori ci sembravano incapaci perché non avevano i figli autistici a casa, un periodo in cui ci sembrava sempre meno etico questo spendere soldi in imperfetti interventi casalinghi che avevano come risultato il fatto che nostra figlia sclerasse e non ne potesse più. Insomma: volevo prendere in mano la cosa, capire come funzionava e agire in prima persona, per non dover dipendere dagli altri.

Se dovessi consigliare a qualcuno di seguire la mia stessa strada, non lo consiglierei. No. Non potrei mai consigliarlo, no.

Perché?

Perché finché ti affidi ad interventi estemporanei casalinghi che hanno solo una patina di scientificità e che vanno facilmente alla deriva per la mosciaggine di chi guida l’intervento, per l’inesperienza delle ragazzette che dovrebbero somministrare la “terapia” in prima persona e per il fatto che la bambina autistica si rompe le palle (e sì: se le rompe, non c’è nulla da fare… e se le rompe di brutto)… Dicevo: finché ti affidi a questi interventi del cazzo secondo le regole de “l’ABA si fa solo a casa, bisogna farla trenta o quaranta ore alla settimana, la scuola deve adeguarsi all’ABA e la consulente moscia e brutta della famiglia deve andare a scuola per istruire le maestre” puoi ancora credere che sia la strada giusta e che una strada giusta esista. Se invece osi entrare nella stanza dei bottoni, puoi accorgerti che è tutta una grossa bolla, una costruzione metafisica basata su pochi concetti chiave sui quali si è costruita una fragile montagna morbida e vischiosa.

- Ciao.

- Ciao.

- Sei tu?

- Io sì. Chi parla?

- Sono Elisabetta.

- Elisabetta chi?

- Elisabetta Caterino.

- Ah, ciao. Davvero?

- Ho parlato con Rita. Mi ha detto che stai lavorando bene. Ti ho telefonato per dirti che noi abbiamo bisogno anche di te. Per noi è una sfida prendere una persona come te, che ha una figlia autistica, è omosessuale, ha un blog sull’omosessualità… Insomma: una persona che è tutto il contrario di chi dovrebbe lavorare con questi bambini…

- Mi hai chiamato per farmi dei complimenti?

- Insomma: a noi fa molto piacere avere a che fare con te, perché tu ci puoi portare la tua esperienza di genitore e di persona deviata, mentre noi possiamo darti la nostra personalità. Noi vogliamo farti diventare un esperto del settore e un ricercatore. Hai cominciato a scrivere la ricerca? Ci hai pensato? Ora che stai diventando abbastanza bravo, seppure solo con gli sfigati, puoi cominciare a pensare al bambino che vuoi abilitare, a quale aspetto vuoi allenare, quali risultati vuoi raggiungere e come puoi misurarli. Tu pensaci. Quando ci hai pensato, mi chiami, oppure vengo un giorno al centro di Marcianise, oppure ci incontriamo un sabato a lezione, e ne parliamo. Ti indico la bibliografia in proposito e puoi cominciare a lavorarci. Hai conosciuto qualche bambino al centro sul quale vorresti fare la tua ricerca? Qualcuno che ha degli aspetti invalidanti che vorresti cancellare?

- Posso farlo con mia figlia?

(un silenzio)

- Penso di sì. Come prima ricerca può andare, purché rispetti gli standard della ricerca, ti basi rigorosamente sulla bibliografia e compi l’intervento in modo scrupoloso, possiamo farlo anche a casa con tua figlia. Anzi può essere un intervento sperimentale per portare le nostre metodologie, predittive di efficacia e di stabilità umorale, nell’ambiente casalingo, oltretutto un ambiente casalingo deviato con una famiglia non tradizionale.

- Dunque sì?

- Sì. D’accordo. Parlane con Rita, osserva bene la tua bambina e fammi sapere al più presto su quale aspetto vuoi lavorare. Sono contenta che tu possa applicare quello che stai imparando su tua figlia. Questo potrebbe fungere per te da grossa motivazione. Già mi immagino di vederti alle conferenze internazionali con noi mentre esponi al mondo le tue ricerche.

capitolo 22

romanzo – 20

 capitolo 19

porta20

Tra i bambini che frequentavano il centro di Marcianise c’era Raffaele, un giuggiolone alto e magro, con pochi capelli (strappati via con le dita) e l’abitudine di picchiarsi.

Rita mi preparò per bene, prima di presentarmelo. Mi disse di essere pronto ad ogni cosa e mi disse che – in un primo momento – l’avrei solo affiancata, avrei dovuto guardarla e imparare.

Quando Raffaele arrivò, quello che notai era che non guardava in faccia nessuno. Anche Kevin lo faceva, anche Rosanna lo faceva, ma lui non guardava e guardava i muri, e sembrava fosse arrabbiato con i muri.

Tipo, camminava con sua mamma sotto dei portici per raggiungere il centro, superando un bar e una chiesa, e intanto cercava di aggredire le piastrelle sulla parete.

Più volte, con tenacia e ferocia sempre maggiore. Finché non ci riusciva, in un modo o nell’altro, sferrando un calcio o piazzando una testata sonora che lo intontivano temporaneamente e permettevano a sua madre di riprendere fiato.

Sua madre, però, non si preoccupava più di tanto, anche quando la botta della testa di Raffaele contro un marmo d’angolo sembrava fortissima. Sapeva che suo figlio faceva così da anni, e sembrava considerare quei momenti in cui Raffaele si bloccava dopo il colpo come uno svago, come un’uscita in discoteca, una scampagnata all’aperto, una gita all’acquapark. E sorrideva, in quei momenti, paga di poter ottenere dei momenti tutti per sé.

Entrammo nella stanza entrambi, io e Rita. Rita davanti, io dietro, ombreggiato dal suo culo enorme e dai lati tondeggianti dei suoi occhiali buffi e colorati.

- Dai, siediti – fece la procace psicologa.

Raffaele tentò di protestare, di divincolarsi. Tentò di colpirci. Ma la fermezza di Rita lo convinse a lasciarla fare.

Era stata di una fermezza – Rita – molto dolce. Era stata quasi magica, e lui si era rasserenato e  aveva addirittura fatto il gesto di appoggiarle la testa su una spalla.

- Tocca il naso – fece Rita.

Raffaele non eseguì. Allora Rita gli prese la mano e gli indicò il movimento. Lo scopo, mi spiegò, era quello di dargli il massimo dell’aiuto un paio di volte, per lasciargli l’impronta del comportamento corretto.

- Tocca i piedi – fece Rita.

Raffaele toccò la pancia.

- Tocca il pisello – fece Rita.

Raffaele si avventò verso il mio, di pisello, cercando di afferrarmelo.

Mi scansai e lo fece andare a sbattere.

Non era molto agile, Raffaele. Era autistico: non controllava bene i propri movimenti.

Mentre andava a sbattere sul muro, Rita si fece schermo con i piedi. Sembrava che gli stesse dando un calcio, ma non era un calcio.

- Quella che vedi è una tecnica che serve per proteggersi, nel caso di persone con disabilità grave e aggressività incontrollabile…

La guardai basito.

- Cosa dobbiamo fare noi? Noi dobbiamo aiutare queste persone e, per aiutarle, non possiamo farci male. Sei d’accordo?

Annuii, ma la cosa non mi era chiara.

- Elisabetta ha voluto creare uno stanzino apposito per Raffaele. Sei passato davanti a una vetrata che sembra buia, entrando?

In realtà, ero passato davanti a quel vetro parecchie volte, sì. Sembrava buio. Mi aveva affascinato, ma ho tanti cazzi per la testa che non avevo mai approfondito, né avevo mai potuto chiedere a Elisabetta, sempre presa dalle smorfiette di quell’angioletto di Kevin o dal suo cellulare che si scaricava continuamente.

- Non è un vetrata scura: è un vetro per vedere. Di là c’è una stanza: i genitori, se aguzzano la vista, possono percepire cosa succede.

- Perché?

- Per trasparenza!!! Elisabetta mi ha detto di evitare di parlartene, se non fosse stato necessario, ma per far decomprimere Raffaele quando è agitato dobbiamo farlo entrare lì, per forza. E tu sei qui e devi per forza vederlo. Non abbiamo alternative, no.

Respirai profondamente.

- Cosa c’è dentro, al buio???

- Una stanza morbida. Cuscini e materassi dipinti di blu-notte con la coloreria del discount.

Allibii, mentre Rita conduceva l’intontito Raffaelino, che in fondo aveva solo provato a tranciarmi le palle, in una specie di… non saprei nemmeno come nominarlo: uno stanzino morbido ricavato dal nulla. Una prigione morbida senza luce.

- Elisabetta mi ha detto che tu, come genitore, potresti avere difficoltà a capire… Ma stando qui ti renderai conto che in certi casi è necessario.

- Perché?

- Raffaele ha dei segni neurologici che lo inducono all’aggressività: non ci sono strategie adatte per contrastare dei fattori puramente neurologici…

- Perché?

- Quando Raffaele è aggressivo, bisogna aspettare che gli passi… E il modo migliore è fargliela passare nello stanzino buio…

- Perchè?

capitolo 21

18

capitolo 17

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Andai di nuovo da Rita, la psicologa culona. Rita era una specie di uragano e, nella mia mente imbecille, era molto più in gamba sia di Enza Caserta che di Elisabetta Caterino.

Aveva un problema, però, Rita. Non so se ne ho ancora parlato. Aveva una “cadenza” ridicola. Pare infatti che fosse di Marcianise città, non di Caserta. E a Marcianise – mi dissero – le persone parlano in quel modo strano.

Per esempio, se doveva dire “Il nostro centro è a Marcianise”, lei diceva “Il nostro centro è a Marcianàise”. Non proprio “Marcianàise” ma qualcosa del genere, qualcosa di molto strano: non riportabile su carta, per iscritto.

Quel giorno, infatti, mi disse: “Benvenuto a Marcianàise” e mi comunicò che avremmo di nuovo lavorato con Kevin.

- Cacchio – dissi – ma qui c’è solo Kevin?

Non che avessi nulla contro Kevin, era un bambino autistico molto piccolo e biondino e adorabilino, ma per essere utile a Rosanna (era quello il mio problema, era quello che Giacomo mi rinfacciava, secondo lui volevo farmi bello e fare il figo: non essere utile a mia figlia) dovevo vedere molti bambini tutti insieme.

- Qui a Marcianise abbiamo pochi bambini sfigati. Volta per volta ne conoscerai qualche altro, ma sono sempre pochi. La maggioranza sono a Casal di Principe e sono supervisionati direttamente da Elisabetta.

- Ho visto i treni per Casal di Principe: sono di meno, ma ci sono. Basta scendere ad Albanova. Poi, a piedi, il centro è vicino.

- Dai, dai – fece Rita – Tu non ti rendi conto. Hai idea di cosa sia Casal di Principe? Non è il pianeta terra: è un altro mondo. Già Marcianàise è un posto strano ed è difficile camminare per le strade tranquillamente, ma a Casal di Principe non ci puoi nemmeno mettere piede, se non ti conoscono.

Impossibile, pensai. Avevo conosciuto anni prima, all’università, una ragazza con i capelli corti e le lentiggini che mi piaceva molto. Era proprio di Casal di Principe. Ci eravamo anche baciati nelle scale della facoltà. Poi il tutto si era risolto in un nulla di fatto, anche perché a me le donne erano simpatiche, ma non mi veniva spontaneo andarci dietro.

Poi avevo conosciuto mia moglie, mi ero sposato, e le donne continuavano ad essermi simpatiche. Ma non erano la mia strada.

Alla fine conobbi Giacomo, e Giacomo era quello che ci voleva. Il resto è bieco moralismo.

Insomma… guardai fisso quella culona marcianisana di Rita e scossi la testa.

- Non è possibile – feci – Ho conosciuto una ragazza che studiava, anni fa. Era una ragazza normalissima. Non ti credo. Davvero: parlava in Italiano corretto, seguiva tutte le lezioni e faceva anche ragazzi intelligenti. Quelle sulle camorra sono solo leggende, o comunque è una minoranza… Quella ragazza era normalissima. Il padre faceva il militare, mi sembra.

- Senti – fece Rita – ma chi se ne frega non ce lo metti? Qui facciamo quello che ci dice di fare Elisabetta. Se Elisabetta dice che devi stare a Marcianise, tu stai a Marcianise. Però non ti buttare giù e non darti la zappa dei piedi perché io sono brava, modestamente. Dai, ti insegno quello che ti devo insegnare. Oggi c’è solo Kevin, nella stanza degli sfigati, ma ci siamo anche solo noi due, perciò posso farti vedere bene il lavoro.

Proprio a quel punto, sentimmo la mamma di Kevin che parlava con il bambino mentre entrava nel centro.

La mamma di Kevin era una donna bellissima. Una biondina dalla pelle luminosa. Se mi fossero piaciute le donne, mi sarebbe piaciuta. In realtà, però, pensai, mi piaceva soprattutto la sua pelle. Era proprio bella, e gliela invidiavo.

- Keviiiin!!! Keviiiin!

Oltre a Rita, vennero anche le psicologhe tirocinanti o meno delle altre stanze. Le altre stanze erano uguali alle stanze del centro di Caserta. Altre due stanze. C’erano ragazzi che facevano i compiti e insegnanti isteriche e ululanti che li aiutavano.

Cavolo, la prima volta che ero andato lì avevo visto solo Rita. Mi aveva portato subito nella stanza degli Sfigati, Rita. Poi era venuto Kevin.

Mi aveva parlato tanto, Rita. Era stata gentilissima, Rita la culona. Tanto gentile che non mi ero reso conto che quel centro non cambiava molto, rispetto al centro di Caserta. Anche là c’erano pochissimi bambini con disabilità. Per la precisione, fino a quel momento avevo visto solo Kevin.

- Ma ci sono i bambini con disabilità, qui?

Rita mi guardò con aria di rimprovero.

- Oooooh, che pesantezza!!! Mica vengono tutti i giorni!!!

Poi si concentrò sul bambino e mi mostrò le prese dati, in una griglia. Dovevo mettere una X quando il bambino rispondeva alle sue richieste e cancellare il quadretto quando non rispondeva. Avremmo preso i dati entrambi e poi li avremmo confrontati.

- Si chiama Inter Observer Agreement e in pratica serve a rendere ancora più scientifico il nostro lavoro. Trattandosi di comportamenti umani e venendo monitorati da esseri umani, c’è sempre il rischio di sbagliare. Prendendo i dati in più persone il rischio di sbagliare viene minimizzato.

A questo punto bisogna descrivere com’è fatto il centro di Marcianise, o meglio come è fatta l’aula degli Sfigati del centro di Marcianise.

Molto semplice: da una parte ci sono dei tavolini dell’IKEA per bambini, o dell’arredamento rubato ai sette nani, molto colorato, e dall’altra giochi, giochini e giochetti, sempre dentro mobili dell’IKEA.

Le “sessioni” con i bambini (quelle con Kevin e quelle che avrei visto in seguito) funzionavano così: si lavorava fino a 10 richieste e poi li si mandava a giocare con i giochetti.

I bambini restavano a giocare anche la metà del tempo. Mentre giocavano, le psicologhe, pseudo psicologhe e tirocinanti in genere se ne disinteressavano e parlavano dei cacchi propri. Se il bambino si metteva a stordirsi di stereotipie, continuavano a parlare dei fatti propri e lo lasciavano fare. Fino a che decidevano che l’alunno sfigato aveva giocato abbastanza e lo richiamavano al tavolino dell’IKEA, per altre dieci richieste.

Era un mondo inesplorato, ed era tutto il contrario di come me lo aspettavo. Come diavolo dovevo fare perché tornasse utile nella mia vita con Rosanna?

capitolo 19