EDUCARE ALLA DIVERSITA’
Posted by Autismo Incazziamoci on 5th September 2010
Pubblichiamo un mirabile testo di una Educatrice preparatissima, di quelle che sono una mano santa per gli insegnanti di sostegno impreparatissimi (G.P.)
Quando l’alunno è un soggetto disabile, il confine tra scuola e non scuola diventa così labile da costringere a tenere presente tutto il contesto educativo nel progettare la propria attività….
Il lavoro dell’educatore è così poco adatto ad essere racchiuso in un solo contesto che risulta difficile discernere quanto viene svolto a scuola da quello fatto in altri ambiti di attività. Questo succede soprattutto per la stretta correlazione di metodi e stili nell’approccio con queste persone. Adesso dovrei aggiungere alla parola persone l’aggettivo diversabili e magari dire che M. è ipovedente pluriminorato, con sindrome di down; preferisco dire che è un ragazzo dolce, dispettoso, taciturno, medio alto, capelli castani, che ama ballare e ascoltare la musica, che adora la pizza e fa stupende pause pomeridiane accompagnate da tè caldo. Questo perché uno dei fondamenti che mi accompagnano in questa mia professione è quello di porre attenzione, impegno e risorse sulle potenzialità residue, su quello che c’è non su quello che, per i più, è rotto, mal funzionante e per farlo è indispensabile interagire con le persone.
Il piacere di condividere
M. non è l’unico ragazzo con cui ho il piacere di condividere molto del mio tempo, ma, attraverso la mia esperienza con lui, ho modo di raccontare, da profana della scrittura, un mondo che troppo spesso è contenitore di pregiudizi e stereotipi che nascono dalla sua scarsa conoscenza.
L’obiettivo principale che perseguo è sempre quello di migliorare la qualità della vita, cosa possibile attraverso l’acquisizione di sempre maggiori competenze e spazi d’autonomia. Quando le potenzialità residue sono poche, il minimo gradino superato è un’enorme conquista festeggiata a suon di pizza, cene e spumante.
La didattica diventa un pretesto e un metodo per arrivare all’obiettivo: così, le sequenze trascritte su di un foglio serviranno per acquisire i passaggi necessari per vestirsi autonomamente; l’uso del computer rappresenterà un modo per appropriarsi di strumenti il cui uso fa sentire grandi e in grado di essere nel mondo in modo attivo; la pizza acquisterà un sapore unico quando la comprerai trovando da solo la pizzeria, ordinandola al gestore e pagandola con il tuo denaro.
Per non correre il rischio della non riuscita chiedo a M. quello che potrà ottenere, lo spingo verso il progresso che può fare, solo così si instaura quel circolo stupendo di autogratificazione che porta a scalare vette successive. L’errore, però, quando non si calibra l’intervento, arriva. In quel caso, diventa fonte di soluzioni creative stimolando una possibile scelta.
La fiducia
Ma c’è un aspetto fondamentale, quello a cui forse mi affido di più dal punto di vista umano: instaurare un rapporto di sincera umanità, non fingere mai. È il solo atteggiamento che permetta la possibilità di ottenere la fiducia sia della famiglia sia del ragazzo.
M., come gli altri suoi compagni che conosco, percepiscono istintivamente le persone fasulle. Quando sono stanca non ho problemi nel dirlo, se sento di arrabbiarmi lo faccio senza remore, se non capisco lo paleso. La finzione è figlia del pietismo e il pietismo porta all’accudimento non ad un professionale e, per quanto mi riguarda, amorevole arricchimento reciproco.
La qualità della vita passa anche attraverso l’integrazione, nota purtroppo ancora dolente, a mio avviso, per la tendenza stereotipata all’iperprotezione dei ragazzi diversabili. Ecco, io cerco di rischiare e trasmettere loro il senso dell’avventura, della trasgressione, il desiderio di uscire fuori dagli schemi, di avere il coraggio e la pretesa di avere voce in capitolo. Quindi, l’integrazione a scuola è un micromondo che serve da esempio al macromondo, e avviene attraverso attività di reale e vero scambio, dove l’apporto di M. è indispensabile nel gruppo dei pari.
Educati alla diversità
La vera scuola spesso si colloca fuori dalle pareti delle classi, nel mondo del sensibile ed è ancora più vero quando si parla di persone con poca capacità d’astrazione. È fondamentale l’integrazione fuori dalla scuola. L’abbiamo sperimentata in un corso per l’autonomia durante il quale i ragazzi usavano gli spazi, i servizi, i divertimenti, i mezzi pubblici e, non ultimi, gli abitanti di una città che, alla fine, si sono scoperti educati alla diversità. Quello che all’inizio creava soggezione, inadeguatezza, senso di protezione si è tramutato in uno scambio: il passante cui il ragazzo chiedeva informazioni, il barista cui chiedeva e poi pagava la coca cola, l’autista al quale si chiedeva aiuto hanno iniziato a sentire la normalità e non la specialità di chi comunicava con loro e hanno ristrutturato il loro essere cittadini e persone.
Non solo amore
Amare il proprio lavoro non basta, l’educatore si serve di strumenti tanto quanto qualsiasi altro professionista. Essere spontanei non significa improvvisare, gli interventi vanno programmati e in questa programmazione va inserita a pieno titolo come attrice principale la famiglia. L’autonomia sperimentata per due ore è fittizia e parziale se non perseguita anche da chi vive con questi ragazzi il quotidiano in tutte le sue possibilità di realizzazione. Con la famiglia è indispensabile un rapporto diretto, non invasivo e partecipativo: non ho fatto nulla, soprattutto non ho fatto l’interesse del ragazzo, se non condivido il tutto, metodi compresi, con la famiglia. Si gioisce insieme sul serio se tutti conoscono le regole del gioco. A fine partita ognuno avrà la sua parte.
Romina Venditti (L’école valdotaine settembre 2010)
Tags: AUTISM, autismo, autistic, autistico, cooperative, educatore, educatrice, educazione, inclusione, integrazione, scambio, scuola
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COPIO-INCOLLO DA 
Greenspan critica l’ABA, ma dell’ABA dimostra di non sapere altro che è un suo competitor sul mercato. Greenspan ignora tutto di quello che oggi costituisce la maggior parte della letteratura sull’intervento sull’autismo.
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PREMESSA
Pubblichiamo dei video degli albori dell’ABA. Come potete vedere dall’abbigliamento, sono degli anni ’70 del secolo scorso. Da allora molte cose sono cambiate. Se volete farvi un’idea di cosa sia l’ABA oggi, potete vedere 


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