MOBBING (TORNANDO AL LAVORO)
Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza molto grave: mobbing in seguito a congedo straordinario retribuito per figlio disabile. Le associazioni sono pregate di farsi sentire: fornirò l’email di Elisa a chiunque volesse aiutarla (G.P.)
Dopo aver usufruito del congedo straordinario per genitori di figli con handicap grave (l. 104), l’azienda per cui lavoro mi fa terrorismo psicologico al fine di farmi dimettere. Sono già stata convocata per ben 2 volte per sentirmi dire che con la crisi la situazione è difficile, che in ufficio sono già in troppi, che non sanno dove collocarmi, che la ragazza che hanno assunto per sostituirmi ormai ha imparato il lavoro, all’azienda va bene e quindi HA PIU’ DIRITTO DI ME a essere inserita. Sono stanca, incazzata, demoralizzata. Io ho usufruito di un diritto che la legge mi concede, ho passato 2 anni a seguire il mio bambino, ad accompagnarlo, fare attività con lui, ho girato ospedali e dottori (il più delle volte per nulla) e ora devo sentirmi trattata così? Capirei se a causa della crisi avessero dovuto sopprimere la mia mansione, ma sentirmi dire che devo sloggiare perchè deve rimanere una persona che hanno assunto per rimpiazzarmi, mi fa veramente imbestialire. Ho due figli , di cui uno autistico, un mutuo da pagare, la retta dell’asilo nido dell’altra mia figlia che ci stritola, mio marito è libero professionista e con i tempi che corrono le cose gli vanno parecchio male, tanto che – molto spesso - il mio stipendio è la nostra unica fonte si sopravvivenza. Non so cosa fare, non so cosa pensare, ma i nostri diritti non dovrebbero essere garantiti? Che senso ha darci delle agevolazioni come quelle della legge 104 se poi c’è qualcuno che ce le fa pagare a caro prezzo?
ELISA
La forza della diversità

L’Asperger Informatik di Zurigo è un’azienda che lavora come tutte le altre, ma non è come tutte le altre: i suoi dipendenti sono infatti affetti dalla Sindrome di Asperger, una forma di autismo. Un esempio di integrazione riuscita senza assistenzialismo.
Una palazzina, gli uffici, una sala riunioni e alcuni collaboratori impegnati davanti ai loro schermi. Un’azienda di informatica come ve ne sono molte. E infatti a prima vista non si nota nulla di strano.
La particolarità della ditta comincia in realtà già dal suo nome: Asperger Informatik. La Sindrome di Asperger è infatti una forma di autismo che si manifesta nella difficoltà di comprendere e gestire tutto ciò che non è esplicito e chiaro: il linguaggio non verbale, i sottintesi, le allusioni, gli imprevisti, lo stress e – in generale – la sfera emozionale.
«Per noi tutto è bianco oppure nero», spiega Susan Conza, direttrice dell’azienda e a sua volta aspie. «Proprio per questo motivo, l’informatica – con il suo codice binario fatto di zeri e di uni – è un settore d’attività particolarmente adeguato per chi soffre di questa malattia».
Concentrati e precisi
Gli aspie – spesso dotati di un’intelligenza superiore alla media e di una grande curiosità intellettuale – sono particolarmente efficaci se assegnati a compiti che richiedono meticolosità, precisione e schemi di lavoro chiaramente definiti.
Non per caso, Asperger Informatik si occupa anche del controllo di qualità dei programmi informatici: le migliaia di righe di codice da analizzare si addicono alle caratteristiche di un aspie. «Siamo estremamente meticolosi, perfezionisti. In altri tipi d’impiego ciò non costituisce necessariamente un vantaggio, ma in questo caso sì», fa notare Susan Conza.
«A differenza delle persone cosiddette normali, gli aspie non sono in grado di distinguere ciò che essenziale da quello che è secondario. Di conseguenza, considerano tutto con la medesima attenzione. Nella circolazione stradale è un pericoloso svantaggio, in ambito informatico una preziosa qualità», rileva la direttrice.

Il nemico imprevisto
Il problema maggiore per gli aspie è la gestione delle situazioni impreviste, ciò che rende spesso estremamente difficile il loro percorso scolastico e professionale. «Quando suona il campanello, uno dei nostri collaboratori si alza per premere il bottone che apre la porta. Non sapendo però quale azione compiere in seguito e quindi come comportarsi, si blocca», esemplifica Antonio Conza, suocero di Susan, e uno dei pochi neurotipici (ovvero non-aspie) attivi in azienda.
Tutto quello che non è pianificato causa stress a chi soffre della Sindrome di Asperger: per questo motivo, nella sede della ditta gli oggetti sono situati in posti precisi, i rumori sono limitati al minimo, i contatti con l’esterno avvengono prevalentemente via posta elettronica (negli uffici non ci sono di regola telefoni).
Anche le giornate di lavoro sono strutturate in modo fisso. I collaboratori sanno quali compiti devono svolgere e l’orario delle riunioni non cambia; gli incarichi sono formulati in modo chiaro. Gli impiegati beneficiano inoltre dell’aiuto di un job-coach esterno, che per esempio li assiste nei contatti diretti con i clienti.
«Abbiamo stabilito delle procedure per aiutare i dipendenti a comportarsi quando sono confrontati a sollecitazioni esterne impreviste: ad esempio cosa si deve fare se si presenta il postino con un pacco da consegnare», dice Susan Conza.
Viste le caratteristiche della Sindrome di Asperger, l’azienda – che in giugno occupava sei dipendenti a tempo parziale – non effettua d’altronde colloqui di assunzione con i possibili futuri collaboratori, ma assegna loro dei compiti pratici per alcuni giorni.
In tutta franchezza
Gli aspie non sono in grado di formulare i loro pensieri in modo volutamente ambiguo o sfumato. Quello che a prima vista sembrerebbe un pregio, costituisce invece un notevole ostacolo nella vita professionale “normale”.
Susan Conza ne ha fatto l’esperienza: «Non riuscivo a capire per quale motivo non era possibile dire chiaramente a un cliente, a un collega o a un superiore che la soluzione da lui proposta era piena di errori e quindi non attuabile. Quando parlo di informatica mi concentro su elementi fattuali, non sulle possibili ripercussioni emozionali».
«Lo stesso problema si verifica se un aspie deve indicare il prezzo di un prodotto o di una prestazione: noi diciamo la verità, non siamo in grado di giocare al rialzo o di mentire. Con ovvie conseguenze per l’azienda…», aggiunge.
Soluzione “win-win-win”
Asperger Informatik svolge un importante ruolo d’integrazione, ma è ben lungi dall’essere una sorta di istituzione sociale: «Anche se facilitiamo l’attività professionale di persone con un handicap, siamo un’azienda con obiettivi, clienti e un fatturato», fa presente Antonio Conza.
Gli Asperger hanno tecnicamente diritto a una rendita d’invalidità, in quanto autistici: «Dando a queste persone la possibilità di svolgere un’attività professionale e di fornire un contributo qualificato, anche lo Stato ricava un beneficio tangibile, considerando che il sostegno finanziario a una persona sull’arco di una vita costa circa 3 milioni di franchi».
«Si tratta dunque di una vera e propria situazione “win-win-win”, che speriamo diventi sempre più frequente», conclude.
Andrea Clementi, Zurigo, swissinfo.ch
L’azienda che assume solo “rain man”
COPIO E INCOLLO DA ILGIORNALE.IT
Calcoli e numeri, numeri e calcoli. Vanno avanti così da ore, parlano con i computer, li accarezzano, li sfidano. È quasi una guerra di cifre. Questo ufficio ha qualcosa di magico. Ci sono solo loro, i Rain Man, gli autistici, quelli che la società considera un po’ strambi, con quella mania di ripetere le stesse frasi e ricordare tutto: targhe delle auto, capitali del mondo, altezze di tutti i monti e profondità di ogni mare. Qualcuno ogni tanto snocciola un numero primo, appena afferrato al volo. È la scommessa di un imprenditore che traffica con bit, programmi e diagrammi. È il padre di uno di loro e li ha assunti, per non sentirsi diverso.
A ventisette anni Thomas ha smesso di guardare la vita scorrere dalla finestra. Ha chiuso l’enciclopedia e non ha più controllato il Pil di ogni Stato del mondo. Dalla sua scrivania guarda i suoi colleghi e si commuove. «Per vent’anni non hanno capito che ero autistico. Oggi è un sollievo dare un nome alla mia malattia»: sindrome di Asperger. Autismo. «Non ero molto socievole, preferivo chiudermi in casa a studiare geografia, i terremoti, lo tsunami, il prodotto interno lordo di ogni Stato. Era più semplice per me imparare a memoria un libro che fare amicizia».
Thomas è al lavoro. Si guarda intorno e quasi non ci crede. «Qui tutti i miei colleghi hanno la sindrome di Asperger. Per la prima volta ho degli amici. Tutti sappiamo di avere la stesso gene pazzo». Era il 2004 quando Thorkil Sonne in Danimarca crea un’azienda molto speciale. I medici hanno già capito l’origine dei problemi comportamentali del suo terzo figlio: autismo. Una doccia fredda. «Non ci sono reazioni prevedibili quando senti dal medico pronunciare quella parola. Racconta oggi Sonne all’Independent. Io e mia moglie avevamo capito che il nostro Lars era unico. Ma quando il medico svelò il mistero, la prima reazione fu negare l’evidenza. Era l’unica difesa». La più istintiva, la più umana. Lars aveva delle capacità sorprendenti, poteva ricordarsi serie lunghissime di numeri a memoria, gli bastava uno sguardo per riprodurre tutti i dettagli di un paesaggio visto anche solo per un istante, imparare una guida del telefono a memoria.
Ma fare amicizia con un compagno, ridere a una battuta, era per lui un’impresa impossibile. Thorkil Sonne fa quello che fanno la maggior parte dei genitori in questi casi: studia, si documenta, sfoglia riviste specializzate per conoscere tutto sulla malattia. Prova e sperimenta. Regala un computer a figlio. Lars è intuizione e genio. È speciale. È la strada giusta per tutti quelli come lui. Sonne non ha dubbi, si licenzia e si mette in proprio. Fonda la Specialisterne, un’azienda di software. Vengono testati sistemi informatici e database. Un lavoro di precisione, ripetitivo. Impegnativo. Sfilze di numeri in serie. I dipendenti sono solo autistici. Cinque anni dopo la Specialisterne ha 60 impiegati e un fatturato di quasi 2 milioni di sterline e tra i suoi partner commerciali c’è anche Microsoft. Un’azienda in forte crescita, due uffici in Danimarca e uno che sta per essere aperto a Glasgow. La Specialisterne ha riportato nel mondo reale tantissimi ragazzi. «È un lavoro molto ripetitivo che richiede ore e ore di concentrazione – spiega Sonne -. Molte compagnie utilizzano lavoratori indiani o studenti. Ma dopo una media di sei ore la loro concentrazione svanisce. Ma i miei dipendenti invece hanno capacità superiori».
In ufficio c’è silenzio e rispetto di certe regole. Daniel è un collega di Thomas. Un po di tempo fa ha imparato l’islandese in una sola settimana. Ma lui come gli altri impiegati alla Specialisterne non sopporta il caos. «I clienti che entrano in contatto con i nostri ragazzi sanno che devono essere gentili e carini con loro. È vietato stressarli e mandarli in confusione. Sanno che i nostri dipendenti non potrebbero cogliere il senso delle battute, non potrebbero decodificare il sarcasmo». Thomas sorride: «Con le macchine mi sono sempre sentito a più a mio agio che con le persone. Sono felice».
MANILA ALFANO
L’azienda che assume solo "rain man"
COPIO E INCOLLO DA ILGIORNALE.IT
Calcoli e numeri, numeri e calcoli. Vanno avanti così da ore, parlano con i computer, li accarezzano, li sfidano. È quasi una guerra di cifre. Questo ufficio ha qualcosa di magico. Ci sono solo loro, i Rain Man, gli autistici, quelli che la società considera un po’ strambi, con quella mania di ripetere le stesse frasi e ricordare tutto: targhe delle auto, capitali del mondo, altezze di tutti i monti e profondità di ogni mare. Qualcuno ogni tanto snocciola un numero primo, appena afferrato al volo. È la scommessa di un imprenditore che traffica con bit, programmi e diagrammi. È il padre di uno di loro e li ha assunti, per non sentirsi diverso.
A ventisette anni Thomas ha smesso di guardare la vita scorrere dalla finestra. Ha chiuso l’enciclopedia e non ha più controllato il Pil di ogni Stato del mondo. Dalla sua scrivania guarda i suoi colleghi e si commuove. «Per vent’anni non hanno capito che ero autistico. Oggi è un sollievo dare un nome alla mia malattia»: sindrome di Asperger. Autismo. «Non ero molto socievole, preferivo chiudermi in casa a studiare geografia, i terremoti, lo tsunami, il prodotto interno lordo di ogni Stato. Era più semplice per me imparare a memoria un libro che fare amicizia».
Thomas è al lavoro. Si guarda intorno e quasi non ci crede. «Qui tutti i miei colleghi hanno la sindrome di Asperger. Per la prima volta ho degli amici. Tutti sappiamo di avere la stesso gene pazzo». Era il 2004 quando Thorkil Sonne in Danimarca crea un’azienda molto speciale. I medici hanno già capito l’origine dei problemi comportamentali del suo terzo figlio: autismo. Una doccia fredda. «Non ci sono reazioni prevedibili quando senti dal medico pronunciare quella parola. Racconta oggi Sonne all’Independent. Io e mia moglie avevamo capito che il nostro Lars era unico. Ma quando il medico svelò il mistero, la prima reazione fu negare l’evidenza. Era l’unica difesa». La più istintiva, la più umana. Lars aveva delle capacità sorprendenti, poteva ricordarsi serie lunghissime di numeri a memoria, gli bastava uno sguardo per riprodurre tutti i dettagli di un paesaggio visto anche solo per un istante, imparare una guida del telefono a memoria.
Ma fare amicizia con un compagno, ridere a una battuta, era per lui un’impresa impossibile. Thorkil Sonne fa quello che fanno la maggior parte dei genitori in questi casi: studia, si documenta, sfoglia riviste specializzate per conoscere tutto sulla malattia. Prova e sperimenta. Regala un computer a figlio. Lars è intuizione e genio. È speciale. È la strada giusta per tutti quelli come lui. Sonne non ha dubbi, si licenzia e si mette in proprio. Fonda la Specialisterne, un’azienda di software. Vengono testati sistemi informatici e database. Un lavoro di precisione, ripetitivo. Impegnativo. Sfilze di numeri in serie. I dipendenti sono solo autistici. Cinque anni dopo la Specialisterne ha 60 impiegati e un fatturato di quasi 2 milioni di sterline e tra i suoi partner commerciali c’è anche Microsoft. Un’azienda in forte crescita, due uffici in Danimarca e uno che sta per essere aperto a Glasgow. La Specialisterne ha riportato nel mondo reale tantissimi ragazzi. «È un lavoro molto ripetitivo che richiede ore e ore di concentrazione – spiega Sonne -. Molte compagnie utilizzano lavoratori indiani o studenti. Ma dopo una media di sei ore la loro concentrazione svanisce. Ma i miei dipendenti invece hanno capacità superiori».
In ufficio c’è silenzio e rispetto di certe regole. Daniel è un collega di Thomas. Un po di tempo fa ha imparato l’islandese in una sola settimana. Ma lui come gli altri impiegati alla Specialisterne non sopporta il caos. «I clienti che entrano in contatto con i nostri ragazzi sanno che devono essere gentili e carini con loro. È vietato stressarli e mandarli in confusione. Sanno che i nostri dipendenti non potrebbero cogliere il senso delle battute, non potrebbero decodificare il sarcasmo». Thomas sorride: «Con le macchine mi sono sempre sentito a più a mio agio che con le persone. Sono felice».
MANILA ALFANO
Commenti recenti