IL GUFO BOO

RICEVIAMO E VOLENTIERISSIMO PUBBLICHIAMO LA SEGNALAZIONE DI UN NUOVO SITO, IL GUFO BOO (TRADUZIONE DELLO SPAGNOLO “EL BUHO BOO”) MOLTO ADATTO PER I BAMBINI PICCOLI IN GENERE E IN PARTICOLARE PER I BAMBINI CON AUTISMO, SIA COME RINFORZO CHE COME GIOCO AUTONOMO (g.p.)

Ciao
Volevo farvi arrivare il link del nostro sito Web www.ilgufoboo.com

IL GUFO BOO è un sito di giochi educativi che ha come obiettivo fare che i bambini imparino a usare il computer mentre giocano.

È un modo molto divertente di stimolare i più piccoli: insegna loro
a premere i tasti, muovere il mouse, fare clic e trascinare oggetti.

Ci sono anche giochi più tradizionali come i disegni da colorare e i
rompicapo.

Nella sezione scaricare troveranno wallpapers e posters da
dipingere.

È stato nostro particolare interesse creare giochi che non fossero
né violenti, né competitivi
. I bambini non perdono mai, soltanto
superano livelli di difficoltà secondo la loro maturità.

IL GUFO BOO presenta un’esperienza nuova sulla web, un método
semplice e divertente per avvicinare i più piccini all’uso del
computer.

Questo metodo viene accettato ogni giorno di più sia nelle
case, sia presso la comunità educativa internazionale.

Saremmo molto contenti se visitate il nostro sito e – se vi fosse
possibile – lasciateci la vostra opinione.

Vi ringraziamo in anticipo e speriamo che sia del vostro piacimento!!
Saluti
Victoria

Informazioni su questi ad

La scuola a marcia indietro

Vi allego di seguito una lettera scritta per i giornali di Novara e non solo…. per denunciare una situazione scolastica vergognosa. Spero possa far riflettere qualcuno tra voi. Resto e restiamo a disposizione di chiunque – interessato direttamente o indirettamente – volesse intervenire sulla vicenda. (M. L.)

Gentilissimo Direttore,

le scrivo questa lettera nella speranza che lei voglia pubblicarla per intero e mettere a nudo davanti a tutti i suoi lettori la drammatica situazione in cui versa la nostra scuola, in particolare quando di mezzo ci sono bambini particolarmente deboli perché portatori di handicap gravi. Le anticipo subito che la mia non è una battaglia in nome di una parte politica, purtroppo ho preso atto che il colore della bandiera politica non cambia e non ha mai cambiato fino ad ora la direzione presa nelle scelte relative al mondo della scuola. La scuola appare sempre più un insieme di posti di lavoro in cui occorre collocare dei lavoratori secondo logiche puramente ‘sindacali’ in cui il bene dei nostri figli risulta l’ultimo dei criteri da adottare nella scelta degli insegnanti. A questo proposito le racconto la storia vissuta da mio figlio e dalla mia famiglia proprio all’inizio di questo nuovo anno scolastico.

Mio figlio è un bimbo disabile di 4 anni, è un bambino autistico, ovvero un bambino che ha la certificazione di handicap grave e di invalidità civile del 100%. Io e mio marito – poco dopo aver ricevuto la diagnosi della sua grave disabilità – ci siamo attivati privatamente per fargli seguire un trattamento intensivo, come suggerito dalle linee guida della Società di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA). Abbiamo scelto per lui di avvalerci di una metodologia che negli Stati Uniti e nel nord Europa è una delle più utilizzate (perché di provata efficacia) proprio per la riabilitazione dei bambini autistici, ma che in Italia fatica ancora a diffondersi, in parte per la mancanza di personale specializzato in grado di implementarla e in parte per il costo piuttosto elevato che comporta e che almeno per ora è  caricato interamente sulle spalle delle famiglie. Si tratta del cosiddetto metodo ABA (Applied Behavior Analysis), che usa tecniche e strategie della psicologia comportamentale.

Tutto il personale della scuola da lui frequentata lo scorso anno (I° anno della scuola statale dell’infanzia di Vignale – Novara), dalle insegnanti al personale ausiliario, si è attivato per seguire coerentemente il metodo da noi scelto, partecipando a corsi e riunioni da noi organizzati e guidati dalla psicologa che ha in carico il bambino. Insomma, posso assicurarle che è stata una esperienza di successo. Il bambino è cresciuto sotto tanti punti di vista, ha raggiunto rapidamente importanti autonomie e si è inserito molto bene (in considerazione anche del tipo di disabilità che lo limita proprio nei rapporti sociali) nel gruppo dei compagni. Proprio in considerazione di questa bella esperienza nel primo anno di frequenza della scuola dell’infanzia, e prendendo atto che una parte fondamentale di questo successo è stata legata all’insegnante di sostegno a cui Marcello era stato affidato, a giugno di questo anno, ovvero al termine dello scorso anno scolastico, mi sono attivata per capire se ci fosse il modo di veder confermata proprio l’insegnante di sostegno (risorsa da noi considerata davvero preziosa) anche per l’anno successivo. Le dirò che nel tentativo sono stata incoraggiata anche da una psicologa della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Maggiore di Novara, che mi ha proprio suggerito di sottolineare la ‘novità’ del trattamento educativo riservato a mio figlio e quindi la impossibilità concreta di trovare un insegnante di sostegno già preparato sulle tecniche comportamentali applicate all’autismo. Noi abbiamo pagato la formazione della vecchia insegnante, e questo dovrebbe contare qualcosa. Il condizionale da me usato le fa capire che le cose sono andate diversamente. Con una suspence che ha dell’incredibile (nomina del sostegno di mio figlio solo in seconda convocazione a scuola già iniziata) è stata nominata un’insegnante diversa, e la nostra vecchia insegnante ha ottenuto altro posto di sostegno.

Mi chiedo io: “Ha senso?” Avrei potuto capire che – nel caso in cui fosse rimasto libero solo il posto di sostegno a mio figlio – un insegnante con un maggior punteggio della mia vecchia insegnante avesse diritto di occuparlo per lavorare. Ma qui si tratta solo di diritto di scelta. La nuova insegnante, in virtù del suo maggior punteggio, ha diritto di scelta del posto dove collocarsi fra quelli rimasti scoperti, senza che nessuno faccia presente il diritto di mio figlio ad essere seguito con un po’ di continuità.

Le pare una cosa da paese civile? E le dirò di più: la cosa che più mi ha ferito è il silenzio o addirittura un senso di presa in giro da parte dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Novara. A giugno avevo inviato al Dr. Bordonaro (dirigente dell’USP di Novara) e alla Prof. Colla (Handicap e Consulta degli Studenti) una lettera dettagliata per illustrare la situazione in cui ci trovavamo. Non ho mai ricevuto neanche due righe di risposta, manco buttate giù da una segretaria della dirigenza, che mi desse l’impressione di essere stata almeno ascoltata seppur non soddisfatta.

A fine agosto ho cominciato a chiamare i vari uffici legati alla mia vicenda ricevendo sempre solo dei ‘riprovi domani’, ‘mi spiace non ho visto la collega’, ‘riprovi domani, sa… sono dinamiche complesse’. Insomma una vera presa in giro per non dire a chiare lettere che la mia lettera (scusi il bisticcio di parole) era finita nel cestino senza alcuna intenzione da parte di alcuno di interessarsi alla vicenda.

Dulcis in fundo il pomeriggio del giorno 13 settembre, vigilia del giorno delle nomine,  riesco a parlare con l’ing. Ticozzi, responsabile e deputato alle operazioni di nomina dei sostegni alla seconda convocazione. L’ingegnere, molto gentile e mieloso, mi promette che in apertura dei lavori farà presente questa richiesta di continuità per il caso del V° circolo…. Non mi è stato difficile appurare che ciò non sia avvenuto. Una vera presa per i fondelli.

Grazie, ing. Ticozzi, lei ha davvero una grande sensibilità. Ma nessuno la muoverà dal suo posto. Lei potrà dire un mare di bugie a tutte le mamme disperate che come me si rivolgeranno a lei per cercare di capire e di avere una chance in più per i propri figli. E con lo stesso risultato. Una bella presa per i fondelli. I suoi figli – se ne ha – saranno orgogliosi di lei.

Termino questa mia lunga lettera sottolineando che non ho nulla di personale contro la nuova insegnante di sostegno a cui è stato affidato mio figlio (con cui spero di lavorare bene e proficuamente in questo nuovo anno scolastico), la mia rabbia è rivolta verso chi ha del potere e potrebbe far cambiare le regole del gioco. Mi è già stato fatto capire che anche il prossimo anno avverrà un cambio di sostegno, perché l’anno prossimo le graduatorie provinciali verranno aggiornate. Insomma sembra che il destino di mio figlio, bimbo autistico con spiccate carenze nelle capacità di instaurare rapporti sociali con il prossimo, sia quello di cambiare insegnante di sostegno ogni anno. Bella scuola, bella integrazione questa. Devo forse rivolgermi alla scuola privata? E’ questo quello che mi si chiede?

Grazie ancora.

Marcella Longhetti (mamma di Marcello, bimbo autistico senza diritti di 4 anni)

ORGANICO RIMODULATO, BAMBINO DISCRIMINATO

la disintegrazione scolastica

Siamo i genitori di un bambino Asperger di 5 anni. Quest’anno gli è stato letteralmente impedito di andare a scuola.
Dopo il primo disastroso anno di asilo presso privati, lo iscriviamo in una scuola pubblica statale, con richiesta di sostegno e relativa certificazione.
A settembre, a pochi giorni dall’inizio della scuola, sorpresa: lo vogliono mettere un anno indietro (la pretestuosa motivazione è che nella diagnosi non c’è scritto che debba necessariamente frequentare con coetanei SIC). Ci rifiutiamo, rinunciamo al posto e tentiamo di far avviare un’ispezione da parte dell’Ufficio Scolastico Regionale (tentiamo, perché a mesi di distanza siamo ancora in alto mare).
Nel frattempo, ci rivolgiamo alla Scuola dell’Infanzia Comunale. Ce lo diano loro un posto a scuola. A gennaio il bambino viene iscritto in una scuola comunale. Ci dicono però che l’insegnante di sostegno ancora non è stato nominato (questione di settimane, ci assicurano) e ci invitano a far comunque iniziare la frequenza.
Non ci fidiamo e ci impuntiamo: il bambino non entrerà a scuola fintanto che non avrà l’insegnante di sostegno (oltre tutto, loro stessi parlavano di tempi brevi per la nomina).
Da gennaio ad aprile sollecitiamo la scuola e il Comune. Ieri la risposta ufficiale: l’insegnante ormai non si può nominare (ma noi è da dicembre che l’abbiamo richiesto!), quindi la scuola deve “rimodulare l’organico già a disposizione”. Tradotto: riciclare le insegnanti già assegnate ad altri bambini, sfruttandole nelle ore inoccupate (es. quando il bambino cui sono assegnate è in terapia); in pratica nostro figlio avrebbe 3 insegnanti diverse variamente distribuite nell’arco di 4 giorni (il venerdì rimarebbe comunque scoperto). E’ accettabile? E, soprattutto, ma è legale?

La Scuola dovrebbe considerarsi un pò più di un dozzinale baby-parking, no?

PASQUINA

SOCRATE E LA DISINTEGRAZIONE SCOLASTICA – di Platone (?)

…Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale…

Socrate camminava per le strade di Varese, seguito da un nugolo di discepoli adoranti, quando – più o meno all’altezza del Mc Donald’s – Fedone gli pose una domanda.

- Maestro, mio cugino Anassimandro ha avuto un figlio con autismo. Nel momento in cui suo figlio è stato iscritto alla scuola dell’infanzia, nonostante l’handicap fosse grave, gli sono state date soltanto 12,5 ore.

- Ma qui a Varese?

- No, mio cugino è a Gallarate. Ma sembra che tutta la provincia funzioni allo stesso modo: si va al risparmio. E pare che anche nel resto d’Italia non vada meglio: in alcune regioni ci sono autentiche mobilitazioni delle famiglie. Ma non esistono regole ben precise?

- Esistono regole e anche leggi, ma l’Italia non è come la Grecia: non c’è l’etica che c’era nell’epoca d’oro. Le leggi si fanno, ma si fanno proprio per essere eluse. Non per essere rispettate. Nella Grecia dell’epoca d’oro c’erano poche leggi, erano chiare e dunque non potevano non essere messe in pratica: qui in Italia si fa una legge al minuto proprio perché non è obbligatorio tenerne conto. Così – per esempio – per legge dovrebbe essere d’obbligo l’integrazione scolastica, ma chi è rispetta questa regola? Gli alunni disabili sono malsopportati e sono affidati completamente all’insegnante di sostegno, avulsi dal resto della classe. E – siccome l’insegnante di sostegno viene concesso per poche ore – per tutte le ore in cui l’allievo disabile si trova nel gruppo è come spaesato, non si riconosce più, vorrebbe tornare nella sua amata “aula di sostegno”… Eppure – per legge – dovrebbe essere incluso nella classe.

- Maestro, vuol dire che anche un bambino autistico deve stare con i compagni di classe?

- Vuol dire che deve avere le stesse possibilità dei suoi compagni di classe: deve essere un allievo della classe e non un allievo dell’insegnante di sostegno. In alcuni casi e per alcune ore – quando una disabilità è così grave – è necessario che l’allievo svolga attività individualizzata, ma questa attività individualizzata non deve essere il pretesto per isolarlo. Lo so che il discorso è complesso, ma un paese come l’Italia che si è inventato una cosa complessa come l’integrazione scolastica, perché poi dovrebbe pretendere di avere tutto facile?

- Maestro, mio cugino mi ha raccontato anche che, al momento di iscrivere suo figlio alla scuola dell’Infanzia, gli hanno detto che non potevano accoglierlo perché risiede fuori dal comune, a Samarate invece che a Gallarate, e che quindi era inutile che facesse la domanda, perché sarebbe solamente finito in una lunghissima lista d’attesa.

- Anche questo lo fanno in tutta la provincia.

- Mio cugino si era documentato e sapeva benissimo che i bambini autistici non vanno in nessuna lista d’attesa e che sono iscritti automaticamente. Ha detto loro che intendeva iscriverlo comunque e che loro avrebbero dovuto agire secondo i criteri stabiliti per legge.

- E scommetto che alla fine il figlio di tuo cugino è risultato il primo della lista d’attesa.

- Come fa a saperlo, maestro?

- E’ un giochetto che fanno in tutta la provincia di Varese: quando si presentano genitori di alunni disabili, ma anche quando si presentano semplicemente genitori di alunni non residenti nel Comune, il comportamento degli addetti alla segreteria è quello di consigliare vivamente la non-iscrizione.

- Ma perché lo fanno?

- Perché una scuola è inserita all’interno del territorio, e nel territorio ci sono pressioni verso il personale della segreteria e verso i dirigenti scolastici perché siano ammessi i bambini che abitano nelle vicinanze. Una segreteria non può  trovarsi a dover ammettere dei bambini che magari hanno un diritto di precedenza, pur non risiedendo in zona.

- Dunque cosa dovrebbero fare i genitori?

- Dovrebbero fare come ha fatto tuo cugino, né più né meno. Pretendere l’iscrizione alla scuola e agire di conseguenza in caso di non ammissione.

- Di conseguenza come?

- Denunciare la cosa alle autorità preposte. Ma di solito è inutile: una scuola cerca di fare i suoi “giochi di potere” nel non-scritto: quello che è scritto non può essere modificato.

- Cosa intende dire, maestro?

- Intendo dire che possono fare cose come scoraggiare una iscrizione, ma nel momento in cui l’iscrizione viene effettuata, la scuola si attiene scrupolosamente ai criteri d’Istituto e a quelli stabiliti dalla legge (la precedenza dei disabili in situazione di gravità). Per una scuola conta avere le scartoffie a posto.

Volavano le nottole intorno alla Stazione Nord di Varese: Socrate e i discepoli continuavano a camminare, secondo quel rito antico chiamato agorazein.

- Maestro, dunque non c’è speranza che in provincia di Varese cambi qualcosa?

Socrate sospirò profondamente.

- O mio Fedone, la speranza è l’ultima a morire. Però pensa che nella provincia di cui mi parli i GLH sono in pratica entità sconosciute: semplicemente non si praticano e addirittura molti insegnanti di sostegno non hanno idea di cosa siano, li confondono con le loro riunioni tra insegnanti, i gruppi H. In questo modo i genitori degli alunni disabili non hanno i loro rappresentanti, e i poveri bambini sono lasciati alla mercé di scelte che possono essere giuste come possono essere sbagliate, senza nessun controllo da parte della famiglia.

- E i neuropsichiatri non vigilano?

Socrate alzò le spalle.

- I neuropsichiatri? – chiese – Chi è che fa le diagnosi di autismo nella provincia di Varese? Dove l’ha fatta il figlio di tuo cugino?

- A Pavia.

- E perché mai uno che abita a Gallarate deve andare a fare una diagnosi a Pavia?

Sul gruppo regnò improvviso il silenzio. Tutti riflettevano. Tutti stavano diventando più saggi.

Volavano le nottole intorno alla stazione.

MA NON ERANO MEGLIO LE SCUOLE SPECIALI?

- Vorrei iscrivere mio figlio a scuola.
– Benissimo: abita nel quartiere?
– No, ma è autistico.
(la donna guarda l’uomo, esterrefatta; tira un sospiro di terrore)
– Deve parlare con la funzione obiettivo.
(la donna indica una porta in fondo sulla destra)
– Mi prenda prima l’iscrizione. Sono venuto a iscriverlo… Lei non può…
– Vada a parlare con la funzione obiettivo, è lì, dietro di lei. Faccia passare la signora.
(compare dal nulla una signora bionda)
– Venga, la accompagno io dalla funzione obiettivo.
– Io lascio qui la domanda. Dopo me la prende. Non me la perda.
– Ma io…
– Venga!
(l’uomo segue la donna bionda lungo il corridoio: poi svolta a destra. C’è una stanza vuota e subito sulla destra una stanza lunga con una scrivania rettangolare)
– Dottoressa, qui c’è il padre di un bambino autistico.
– Ah, ma io devo andare in classe.
(l’uomo sbuffa, visibilmente irritato)
– Perché non mi hanno preso l’iscrizione? Perché devo parlare con lei?
– Lei dove è residente?
– Che c’entra dove sono residente? Mio figlio è autistico! Non deve entrare in nessuna lista di attesa!
– Non è detto: ci sono i criteri decisi dal consiglio d’Istituto.
– A parte il fatto che nei vostri criteri, che io mi sono preso la briga di controllare, al primo posto c’è correttamente la disabilità, come da legge, se anche come primo criterio ci fosse “Abitare nel quartiere”, mio figlio verrebbe comunque prima.
– E chi lo dice? C’è gente in lista di attesa. La gente si lamenta.
E anche se mio figlio fosse l’ultimo della lista d’attesa, perché devo subire l’umiliazione e la discriminazione di essere fermato nell’atto di consegnare l’iscrizione? Quelli prima di me l’hanno consegnata senza problemi.
– Ci sono i criteri. E poi devo andare in classe. Prenda appuntamento con la Dirigente.
– Avevo già intenzione di farlo, ma che c’entra col fatto che mi hanno bloccato sul momento di iscriverlo?
– Beh… (sospiro d’angoscia) Vada a iscriverlo. Io devo andare in classe. Prenda appuntamento con la Dirigente, magari ci vediamo in quell’occasione. Arrivederci: devo proprio andare.
(L’uomo torna al “tavolo delle iscrizioni” e passa davanti ai neuroantipatici sconcertati)
– Scusate… Scusate… C’ero prima io… Signora, ma la mia domanda è ancora qui dove l’avevo lasciata? Me la vuola prendere o no?
– Cosa le ha detto la funzione obiettivo?
– Mi ha detto di prendere appuntamento con la Dirigente, cosa che avrei comunque fatto. Me la prende questa iscrizione?
– Io gliela prendo, ma lei prenda appuntamento con la Dirigente.
– Me la prende, per favore?
– Ma c’è tutto? C’è la diagnosi funzionale? C’è il verbale della commissione?
– Sì, c’è tutto. Me la prende?
– Sì, gliela prendo. (SIGH)

UNA MODESTA PROPOSTA – di Jonathan Swift (?)

Proponiamo una breve opera di J. Swift. Una modesta proposta mira a “impedire che gli autistici siano a carico dei loro genitori o del loro paese” e a “renderli utili alla comunità”. (G.P.)

J. Swift, Una modesta proposta

È cosa ben triste, per quanti hanno la ventura di conoscere una famiglia disgraziata, vedere quei bambini che ciondolano tutto il giorno per casa, che non si girano se li chiami, che non eseguono le istruzioni.
E’ ancora più triste vedere quegli stessi bambini impegnati in sessioni d’insegnamento per imparare delle cose elementari, delle cose che gli altri bambini imparano naturalmente, senza sforzo. Ed è deprimente vedere quanto sono costrette a pagare le famiglie di tasca propria, per assicurare ai bambini autistici l’insegnamento di cui hanno bisogno.

Ma si tratta di una strada senza uscita. Uno Stato non può avere tanti soldi da buttare via, nè tanto cuore da arrivare a occuparsi nel vero senso della parola di tutti questi bambini.

E allora ecco che – quando un genitore si presenta ad iscrivere un bambino alla scuola dell’infanzia e dice: “Mio figlio è autistico”, subito gli chiedono: “Ma dove è residente?” e aggiungono “Non posso farla iscrivere: deve prima parlare con la referente per l’handicap”.

Il bambino ha tutto il diritto di essere iscritto. In quanto disabile in situazione di gravità, non deve passare per nessuna lista d’attesa: non importa la sua residenza. Ma noi, come gente dello Stato, dobbiamo rendere il più possibile difficile la vita di queste persone. Perché mai dovrebbero iscrivere il bambino in una scuola pubblica, a spese Nostre? Non possono tenerselo a casa, ben nascosto? Non possono metterlo in un centro diurno fin da subito (i centri diurni producono lavoro e sono protetti dalla Politica)?

Allo stesso modo, i genitori dei bambini autistici vogliono la legge 104 e l’accompagnamento. Ma si può mai dare l’accompagnamento a tutti i bambini autistici? E dove se ne vanno – poi – le casse dello Stato?
Perciò, noi Solerti Funzionari siamo costretti a rendere farraginosa la macchina burocratica e a rendere difficile ottenere l’accompagnamento (anche se è un diritto), umiliando quei pesantissimi genitori che continuano a fare ricorsi amministrativi e cause giudiziarie per ottenere i loro pallosissimi diritti.

Ma perché dobbiamo ridurci a questa battaglia tra poveri?

Per parte mia, dopo aver riflettuto per molti anni su questo tema importante ed aver considerato attentamente i vari progetti presentati da altri sull’autismo, mi son reso conto che vi erano in essi grossolani errori di calcolo: é vero, un bambino autistico può essere aiutato a migliorare dalle moderne tecniche educative cognitivo-comportamentali, può persino essere un best outcome e raggiungere – apparentemente – il livello dei coetanei, ma resterà sempre un bambino autistico. E – come tale – sarà sempre un peso economico  per lo Stato.

Quando i bambini autistici sono tra i due e i tre anni, io propongo di provvedere a loro in modo tale che, anziché essere di peso ai genitori o allo Stato, o essere costretti in sessioni strutturate o in centri diurni/residenziali per il resto della vita, contribuiranno invece alla nutrizione di migliaia di persone e alla riconquista di una vita neurotipica per i loro genitori.

Un altro grande vantaggio del mio progetto sta nel fatto che esso impedirà la speculazione sul trattamento dei bambini autistici. Quello che lo Stato non dà e non darà mai, perché non è conveniente investire sulla disabilità, non potrà essere più fornito da privati con una formazione e una preparazione superiori a quelli stipendiati direttamente dallo Stato (e – come tali – fedeli servitori di Esso).

Ultimamente, si calcola che i bambini con autismo siano 1000 su 150.000; da questi ne tolgo 250, autistici ad alto funzionamento o asperger. Ne tolgo ancora 50, tenendo conto dei bambini autistici che muoiono per cause naturali o migliorano per cause inspiegabili.
Restano 700 bambini ogni 150.000 nati.
Ed ecco la domanda: come è possibile provvedere a questa moltitudine di bambini?

Come abbiamo già visto, nella situazione attuale questo è assolutamente impossibile, usando i metodi finora proposti. Infatti non possiamo continuare a lungo con la politica del non applicare le leggi e del rendere difficile la vita di questi genitori sventurati, perché l’opinione pubblica fa presto a recepire che si sta commettendo un’ingiustizia, a impietosirsi e a far scoppiare gli scandali, alimentati dalla cattiva stampa.

Io quindi presenterò ora, umilmente, la mia proposta che, voglio sperare, non solleverà la minima obiezione.

Un Americano, mia conoscenza di Londra, uomo molto istruito, mi ha assicurato che un autistico sano e ben allattato all’età tra i due e i tre anni è il cibo piú delizioso, sano e nutriente che si possa trovare, sia in umido, sia arrosto, al forno, o lessato; ed io non dubito che possa fare lo stesso ottimo servizio in fricassea o al ragú.

Mangiare i bambini autistici non solo libererà lo stato dal pagamento di molte indennità di accompagnamento (quelle dei genitori particolarmente fortunati, o particolarmente inattaccabili, o particolarmente tenaci in tribunale) e il mantenimento a scuola di molti mostriciattoli (quelli i cui genitori non si siano lasciati spaventare dalle vessazioni dei Dirigenti Scolastici), ma libererà anche i loro genitori da un peso che sono costretti a sopportare da soli.

Soprattutto, libererà i genitori dei bambini neurotipici dalla convivenza con certi errori della natura: bambini che a prima vista possono anche sembrare normali e che quindi – se esitiamo troppo e non stiamo attenti – possono avvicinarsi ai nostri figli senza che ce ne accorgiamo, contaminando la loro infanzia spensierata e togliendoci il sacrosanto diritto di lamentarci di stupidaggini.

Autismo? L'anno di saldatura non è a budget: se ne vada alle elementari….

Quella dell’anno di saldatura è una pratica che non mi piace. I bambini autistici dovrebbero stare con i coetanei, sempre. Però le motivazioni addotte da questa scuola per negarlo sono quantomeno singolari, alla “Non abbiamo i soldi? Risparmiamo sugli handicappati!” (G.P.)

Sono la mamma di un bimbo di 5 anni che ha l’autismo e non è verbale.
Mio figlio,  in queste ultime due settimane, ha scoperto il favoloso mondo degli “altri”: abbraccia le persone molto di più di prima (e – soprattutto – guardandole) ma (cosa ancora più importante) ci sono i primi segni di gioco simbolico e ha cominciato ad interagire con i bambini della sua età per la prima volta.
Contentissima, comincio a sperare – a maggior ragione – sempre di più nell’anno di saldatura, anno extra di asilo su cui la neuropsichiatra che lo segue  ha sempre insistito.
Fin da gennaio – quando ho iniziato l’iter – mi è stato fatto “gentilmente” intuire (in un primo abboccamento estemporaneo con la dirigente) che “ci devono essere delle buone ragioni perché la scuola e il comune approvino l’anno aggiuntivo”(?!!) e fra queste le autonomie di base non sono da considerare (??!!)“.
“Chiedo scusa ” ho risposto ” ma che cosa allora va considerato?” (mi stavo già alterando).
” Per esempio il rafforzamento delle capacità di relazione coi compagni all’interno di un ambiente protetto, ma poi comunque quando arriverà la relazione dell’istituto che lo segue dobbiamo comunque vederci per capire bene(?)”.
“Non credo ci sia molto da capire nè da incontrarsi, io ho mandato avanti la mia richiesta e basta”.
E’ soggetta comunque all’approvazione della scuola e poi del Comune lo sa? Va bene che se la scuola dice di si il Comune di solito non si oppone…”.
“Mi sta dicendo che è lei che decide? Allora veda di decidere come si deve..”.

Consegnata la relazione sul filo di lana, la neuropsichiatra chiama lei la scuola perchè ero d’accordo cosi e – fra le righe – si sente dire che gli anni di saldatura vengono approvati con difficoltà ” perchè non viene garantito il sostegno a orario completo”: in poche parole non si vuole spendere per un anno in più, per tentare di far migliorare i nostri figli.

La neuropsichiatra ha chiesto un colloquio con le maestre per discutere anche con loro della relazione che viene disdetto e per ora non è  stato rifissato, e il mio colloquio con la dirigente – dopo ripetute richieste – non è stato ancora pianificato.
Stamattina alla mia richiesta alle docenti curricolari di dove fosse sparita la direttrice, mi sento dire che “devono incontrarsi prima loro e discuterne” e poi fisseranno un colloquio con me.
Alla mia frase ” state cercando di farmi sapere la decisione a cose fatte giusto?” ottengo solo risposte evasive, stupidamente false e nient’altro.

Domani mattina caccia alla dirigente stile bracconiere e (mi conosco) urlate: questa stessa persona di cui sto parlando ha rifiutato a Natale l’idea di un calendario con le foto dei bambini per raccogliere fondi per la scuola dicendo che era un “mercimonio delle immagini dei bambini”. Questo è tentato mercimonio, ma mercimonio di vite, di speranze dei genitori e dei loro figli…alla prossima puntata.

Elena ( una mamma potentemente incazzata)