UN “BOARD” ITALIANO

Riceviamo e – riprovevoli – pubblichiamo (G.P.)

pippo_baudo_468285[1]Vi seguo sempre con grande passione e affetto. Ultimamente sto seguendo su autismo incazziamoci una disputa sul BCBA sì / BCBA no. Da quello che ho capito, il BCBA è una specie di “giuria degli esperti” di Sanremese memoria che dice qual è la canzone migliore. O meglio è la cappa asfissiante e culturalmente deviante del gruppo di Pippo Baudo che decide quali canzoni devono partecipare a Sanremo e quali no.

Per cui, essendo l’America, a ragion veduta e secondo il mio modesto parere, ben più baudizzata dell’Italia, viene lecito sospettare che questo BOARD americano faccia delle scelte non legate strettamente alla qualità quanto all’amicizia dei cantanti con Pippo Baudo.

La soluzione è semplice: fare un po’ di pulizia etica e etnica. Dire chiaramente che non siamo una colonia degli americani e fare un gruppo di professori Italiani del comportamento per dare a chi vuole fare ABA in Italia un titolo italiano da sfruttare in Italia.

Da questo gruppo di professori bisogna togliere chiunque finora ha gestito questa americanata del BCBA, per evitare conflitti di interesse.

Un po’ come l’albo degli psicologi. Mi pare che gli psicologi non si chiamino nemmeno psicologi, se non sono iscritti all’ALBO.

A me sinceramente sembra una questione politica, non una questione lavorativa. Una questione diplomatica e non pratica.

Una questione di audience televisivo, e non di musica.

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9 commenti

  1. Eugenio

     /  2 novembre 2012

    sempre per quanto riguarda la task list sulla quale devono studiare gli aspiranti analisti del comportamento (che sia della certificcazione BCBA o di altre) non dobbiamo pensare che, se la aggiornano ogni 5 anni (in qest’ultimo caso è successo più o meno così), allora chi viene a casa nostra a fare ABA deve essere fermo a cinque anni prima come preparazione.
    Come hai detto tu nell’altro post una delle cose basilari che ogni consultant deve fare è leggere tutte le riviste scientifiche del campo, JABA, JEBA ecc… e tenersi constantemente aggiornati, non è un opzional ma una necessità. Un professionista che non fa questo viola uno degli standar principali della su professione e offende noi e i nostri figli come consumatori.
    Per quanto riguarda queste task-list aggionarle di anno in anno sarebbe praticamente impossibile, sia perché la conoscenza scientifica che si accumula ogni anno non ha il tempo di “sedimentarsi” e di ricevere l’approvazione della maggior parte della comunità scientifica (non accade nanche ogni 5 anni), come accade per tutte le scienze. Inoltre ricalibrare tutto il percorso teorico (lezioni, esami) ogni anno sarebbe impratico al più. Ma, ripeto, questa conoscenza di base deve essere la base di partenza per poi studiare, studiare e studiare.
    Inoltre un vero e proprio aggiornamento il candidato lo riceve dall’analista che lo certifica.

    Molto di quello che vediamo, purtroppo innegativo, nei neuropsichiatri italiani è dovuto,anche secondo me, alla mancanza di un aggiornamento (e chissà, forse anche dalla mancanza di una preparazione di base 🙂 )

  2. mammam

     /  1 novembre 2012

    Dieci anni sono troppi e si vedono tutti. Cinque sono ancora troppi secondo me, data l’evoluzione recente della disciplina. I medici sono fermi quando va bene a 20 anni fa. Evidentemente i nostri bambini non meritano di più e forse, da parte dei neuropsichiatri, sono considerati una causa persa. Il fatto che io porto mio figlio dal neuropsichiatra e quello mi chiede come sto (Io? Il paziente è mio figlio) la dice lunga.

  3. Eugenio

     /  29 ottobre 2012

    mammam (ma che mi dai del lei?!) quello della validità o meno degli standard per la certificazione è un discorso che mi interessa molto e che ancora non è uscito fuori nelle discussioni che ho fatto.

    Io adesso parlo della certificazione BCBA che è quella che conosco meglio, ma lo stesso vale, mutatis mutandis, per altri tipi di certificazione (CABAS ecc…). In pratica si seleziona quello che è lo stato dell’arte, in quel momento, della disciplina (in questo caso l’ABA) e si scinde questo sapere teorico in tante “tasks”, diciamo in tanti obbiettivi “semplici” che si intende debbano essere conosciuti tutti dallo studente, sia singolarmente sia nelle loro relazioni reciproche. In pratica si rende qualcosa che è un continuum (tutta la scienza ABA) in una forma discreta (obbiettivo 1-8 ecc…), ma è soltanto per meglio poter “maneggiare” questo sapere. Un pò come quando scindiamo un comportamento complesso da insegnare in tanti passaggi “semplici”. Tutta l’ABA, inoltre, ragiona per obiettivi (es:un consulente che non ragiona per obiettivi e non li specifica no sta facendo ABA).

    Quindi, come nel tuo esempio, potremmo scomporre quello stesso sapere teorico in pezzi differenti (e ci saranno infiniti modi per farlo) ma la base, la torta che tagliamo, è sempre la stessa.

    Poi che succede: ogni 5-10 anni ogni ente certificatore pubblica una nuova lista di obiettivi in cui una nuova parte di teoria, quella che si è sviluppata negli anni precedenti e sulla quale c’e’ una buona uniformità di vedute nella comunità scientifica, viene aggiunta (e magari altre parti tolte) e spezzettata in obiettivi. Tutto questo in linea con il modo in cui si sviluppa il pensiero scientifico.

    Ora, purtroppo, dell’approccio evolutivo so poco, perché questa parola, per mia ignoranza, non individua nella mia testa una cosa specifica. Parliamo tipo del Denver model, della TED, del DIR? Oppure è qualcos’altro? Perdonami se puoi essere più specifica forse posso fare delle considerazioni (oppure c’e’ qui nel forum qualcuno che ne sa più di me e farà considerazioni migliori).

  4. mammam

     /  28 ottobre 2012

    Certo Eugenio, la certificazione è meglio che niente, ma noi parlavamo di come si decidono gli standard. Quasi tutte le professioni hanno un board che decide queste cose. Per esempio, io mi occupo anche di contabilità. Se lei fa la conversione valutaria di un bilancio, potrebbe convertire ogni documento che lo ha generato al tasso del giorno in cui è stato resgistrato. Sarebbe il metodo migliore e i numeri che verrebbero fuori sarebbero più vicini alla realtà ma quanta fatica servirebbe per fare una cosa del genere? Infatti si è deciso di non fare così ma a seconda della tipologia di conto usare il tasso di fine anno o il tasso medio del periodo. Ovviamente quello che viene fuori è un’approssimazione ma siamo tutti d’accordo e va bene così. Ma i bilanci sono concettualmente la stessa cosa da molto tempo, almeno i principi europei sono quelli da tanto tempo. Invece nel campo dell’ABA gli ultimi 10 anni hanno significato delle conoscenze scientifiche molto più avanzate e per questo penso che nel passaggio da scienza a tecnica si stia perdento tantissimo. Ad esempio non vedo che l’approccio evolutivo sia entrato nella mentalità delle persone che hanno fatto i master che oggi sono sul mercato. Non so poi se al master gliel’hanno spiegato e sono di nuovo capitata male. Ma dovrei andare a monte. Ci sono le riviste scientifiche… perchè nessuno le legge? I professionisti devono iniziare a studiare sul serio, la riabilitazione non è un lavoro facile.

  5. Eugenio

     /  28 ottobre 2012

    mamman il curriculum di studio che si richiede ad un analsista del comportamento, il curriculum minimo, è quello che è espresso anche dal board ma che è sostanzialmente quello su cui praticamente tutti sono d’accordo. Ci vorrebbe di più? Magari, ma in Italia intanto dobbiamo almeno arrivare a quel livello.
    Uno che fa un percorso di studi simile (non per forza proprio quello) al ercorso di certificazione ha il minimo di competenze per fare un intervento ABA, chi quel percorso non lo fa non ha quel minimo. Intendo dire che non ci può neanche provare a fare quell’intervento. Poi ha quelle consocenze e non si certifica? Non so perché fa così, ma in questo modo ci priva di una prova in più della sua competenza.
    L’univerità italiana sono d’accordissimo che deve svegliarsi, all’UNiversità di Parma stanno facendo un Master ABA, è un inizio, ma vedi che anche li’ si ispirano agli standard internazionali (CABAS, BCBA e altri)?
    Una volta che siamo arrivati a queli livelli possiamo costruire certamente ancora.
    I colonizzatori americani: sicuramente se noi in Italia ci rifiutiamo di arrivare ad un certo livello (che poi è quello minimo per fare un intervento) saremo terreno fertile per gli altri che attaccano. Tuttavia io ho fatto delle esperienze con consultant non-italiani e sono stati eccezionali, cose che qui da noi spesso ci possiamo sognare. Se soltanto ci mettessimo ad imparare da quelli bravi…
    La tua consultant BCBA non era brava, ma ci sono centinaia di BCBA in America e naturalmente ci sono quelli bravi e quelli non bravi. Ma se quella consultant fosse stata non-bcba sarebbe stata schiappa uguale. Invece non è vero che ogni schiappa può diventare bcba, ci può riuscire, ma quante schiappe vengono tagliate via? Tante.
    Infine: per come la vedo io il board è soltanto quello che fa afre un buon esame alla gente e cerca di trovare i migliori criteri per garantire che abbia fatto anche pratica. E sono gli stessii criteri che vogglio io (come minimi) ciosé sono d’accordo sia sulla difficoltà dell’esame che su quello che si richiede.
    Non è detto che tutti devono pensarla come me rispetto a questi criteri.

  6. mammam

     /  27 ottobre 2012

    Professori italiani del comportamento? Da quello che so si contano su una mano. Sono perfettamente d’accordo sul discorso del BCBA. Credo anch’io che ci sia tanta “politica” in mezzo. Uno dei motivi principali è che l’ABA non è semplice da applicare e quando si va a fare un intervento reale su un bambino troppo delle comptenze tecniche che servirebbero si perde per strada. Cosa sceglie il BCBA board? Secondo me la tecnica più semplice da applicare, per garantire un minimo di standard di qualità. Ma di chi è la colpa di questa situazione? Io come mamma che combatte da 2 anni contro l’autismo dico che è dell’assenza di riferimenti italiani validi. Sono a Roma, non in un paese di provincia, e non sono riuscita a trovare un riferimento valido per la supervisione, neanche pagando. Ormai ne so più di chi fa le supervisioni (e questo è tutto dire). Da poco ho conosciuto un gruppo di ricerca valido che opera a livello internazionale e che potrebbe divulgare le sue conoscenze per aiutare i bambini, ma è una rara felice eccezione. Comunque non sono ancora riuscita a far seguire mio figlio da questo gruppo. Mi chedo poi perchè a livello universitario ci debbano essere confini. Non vi confrontate con i volstri colleghi a livello internazionale? Come è possibile che cose note da 20 anni qui a Roma siano novità vendute profumatamente nei workshop? Perchè oltre al circuito privatistico non ce n’è uno universitario? Quanto pensa che vivrebbe questo sistema privatistico se solo il mondo universitario si muovesse? Il conto di tutto questo lo pagano le famiglie. Io in particolare ho fatto ormai varie esperienze compresa una BCBA americana e devo dire che il titolo non implica la preparazione, ma le tariffe pretese sono da superstar. Anch’io faccio per mestiere consulenza (in un altro campo) e non ho mai visto niente del genere. Lasciando da parte la tariffa, le spese che mi sono state addebitate coprono uno stile di vita da nababbo. Chiedendo i giustificativi è venuta fuori roba che voi umani non potete nemmeno immaginare. Mi hanno detto che le altre famiglie non chiedono mai le ricevute delle spese, pagano tutto senza fiatare. Poi mi sono chiesta come mai questa gente è sempre in Italia. E’ una colonizzazione troppo facile, mercato vergine. Mercato è la parola chiave. Il mercato non può avere etica, o la può avere solo in parte. Se ce l’ha è qualcosa che il consulente decide a livello personale. Il grande vuoto lasciato dall’università e dai medici viene riempito facilmente dal mercato. Mi sono chiesta anche perchè i neuropsichiatri sono così poco aggiornati. La loro preoccupazione principale è aiutarmi ad “accettare la situazione” e rassegnarmi, dando per scontato che la terapia di qualsiasi tipo lasci il tempo che trova e che se mio figlio migliora lo si deve esclusivamente alla crescita.

  7. Gianni Papa

     /  26 ottobre 2012

    Forse perché di Pippo Baudo non c’è da fidarsi?

  8. Enzac

     /  26 ottobre 2012

    Ma per quale motivo dovrebbe essere lecito sospettare che il Board “faccia delle scelte non legate strettamente alla qualita’” ?

  9. Eugenio

     /  26 ottobre 2012

    Dai questo signore che scrive questo intervento fa evidentemente una provocazione, ed è pure simpatica con l’esempio di Baudo 🙂 Io vorrei pure stare al gioco e continuare a dire delle cose, ma se adesso mi metto a riscrivere tutto quello che ho già abbondantemente espresso ci viene da spararci 🙂

    Voi conoscete e avete ascoltato le mie idee, faccio un incompleto sommario.

    1) Non è il BCBA o in non-BCBA il problema, ma che uno che viene nelle nostre case a fare ABA deve avere delle nozioni minime di ABA. Quali? Quelle che tutti analisti del comportamento sono d’accordo a considerare minime e che hanno messo nero su bianco. Come faccio a sapere che il tizio che viene a casa mia queste cose le sa? 1. Perché sono un conoscitore di ABA e so giudicare da solo, ma questo vale per gli esperti. 2. Perché questo tizio mi ha dimostrato che ha queste conoscenze passando un esame, di difficoltà pari a quello che passano i tizi che si vogliono certificare, anche un esame “finto” di fronte a me.

    2) Ciò non attesta che il tizio abbia fatto anche una vera pratica con un altro analista del comportamento, cosa importantissima, ma che criterio esterno, oltre alle firme del supervisore, possiamo trovare per questo? Chi ha un’idea in proposito è più che pregato di proporla.

    3) Le conoscenze richieste per essere un buon analista sono pubbliche, basta cercarle su internet. Quello della task-list dei BCBA è soltanto un esempio. Ognuno, personalmente, decida se per lui sono minime o non sono necessarie.

    4) Suvvia provocatore 🙂 l’ABA l’hanno inventato gli americani e noi abbiamo molto da imparare. Questo discorso, che l’ABA italiana si deve incanalare per una sua strada “personale” porta acqua soltanto al mulino di chi vuole entrare nelle nostre case a fare ABA senza “pagare il dazio”, senza cioè studiare dai maestri e dimostrare che le cose le sa (se le sa). Ma non è accettabile per noi genitori.
    Comunque, se un giorno gli italiani realizzeranno una via-italiana all’ABA, e questa avrà una validità internazionale conclamata, con decine di studi scientifici che ne attestano la validità e con centinaia di articoli positivi sul Journal of Applied Behavior Analysis (oppure neanche questo giornale va bene!) allora benissimo! Faremo tutti ABA-IT (ITaliano). Ma soltanto quando questo giorno arriverà. Viva l’Italia!

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