ROMANZO (3)

continua il romanzo sull’autismo di Gianni Papa. Dopo  reperto occasionale, l’autore ha deciso di scrivere un nuovo romanzo sull’autismo direttamente online, su questo blog.
Il romanzo si legge dal numero 1 in poi… Vuol dire che troverete sempre in alto l’ultimo capitolo e che – per leggere gli altri – dovrete andare a ritroso. 

 

leggi il capitolo 2

3

Rosanna è nata tranquillamente, da una famiglia quasi felice. Io e sua madre, l’innominabile sua madre, eravamo andati abbastanza d’accordo. Entrambi eravamo poco interessati al sesso ed eravamo poco propensi alle coccole, per cui ci univamo – quelle rare volte – solo per soddisfare reconditi istinti primordiali e non come naturale conseguenza dell’amore.

Per cui, Rosanna era nata senza che facessimo mai l’amore davvero, concepita una sera prima che andassimo a dormire, una sera che ci eravamo sfiorati per caso ed avevamo finito con l’accoppiarci. Non so perché, ma il fatto che fosse nata in maniera tanto poco appassionata, mi ha fatto ritardare la consapevolezza della diagnosi. Pensavo cose del tipo “se lei non è brava a letto, la bambina nasce senza emozioni evidenti, senza evidente e immediata voglia di scoprire il mondo”, e stronzate del genere.

In realtà, non avevamo altri figli. Io non avrei dovuto mai averne, di figli, per via naturale, se non fossi stato condizionato dalla società e dai “si deve fare”, dai “si deve stare con una donna, si devono fare dei figli, la si deve portare ad abitare in una bella casa, le si deve permettere di scegliere i mobili, le si deve permettere di inquadrarti e di decidere come organizzare la tua vita… finché non nascono i figli, e allora la tua vita diventa organizzata dai figli”.

Ero stato condizionato dai messaggi subliminali e non subliminali che la società ti invia.

Ve ne siete mai accorti, voi, di non essere liberi? Vi siete mai resi conto che tutto quello che facciamo, giorno per giorno, non è altro che quello che gli altri si aspettano da noi e non è affatto quello che noi desideriamo fare con tutti noi stessi?

Riguardo alla mia omosessualità, non è mai stata evidente, ma io sono stato sempre preda di violente erezioni nel momento in cui incontravo un uomo che mi piaceva, nel momento in cui un amico figo mi dava una pacca su una spalla, nel momento in cui – giocando a calcio – ci si abbracciava dopo un gol.

Scusate se è poco, ma non sono mai stato capace di portare fuori questa pulsione, di esprimere quello che mi muoveva. Per anni, per lunghissimi anni, ho vissuto con la bocca, il naso e gli occhi tappati. Soprattutto il naso, perché gli odori di maschio mi hanno fatto sempre perdere la testa. Ho vissuto così, come si aspettavano che vivessi.

Ho scoperto di essere omosessuale o – meglio – ho avuto il coraggio di liberarmi dalle catene, solo quando una persona serissima ma consapevole ha cominciato a farmi una corte spietata. Quando sono stato con lui, ho capito che non avevo mai desiderato altro, non avevo mai aspettato altro. Ero stato generato per fare quello, mi era naturale fare quello.  E l’imbecille presunzione degli uomini di inquadrare tutto ad ogni costo mi aveva distrutto un bel pezzo di esistenza.

Così, quando finalmente (finalmente si fa per dire… ma esistono anche i “finalmente della disperazione”, ovvero i momenti in cui ti rendi conto che qualcosa di terribile e reale e non esiste solo nella tua testa: così puoi cominciare ad affrontare il nemico, invece di stare ad aspettare)…

Dicevo: quando finalmente abbiamo avuto la diagnosi di Rosanna, io vivevo già con Giorgio. Da poco, ma vivevo già con Giorgio. Ed ero felice.

La mamma di Rosanna, invece, era ancora ben inquadrata nella società, non aveva ancora trovato la sua “strada interiore”, e la sua unica ragione di vita era diventata nuocermi.

Non è il caso che io enumeri le cattiverie che l’innominabile mamma di Rosanna ha escogitato, una dopo l’altra, quando ci siamo separati. Non è proprio il caso.

Dico solo che – grazie a Giorgio – ho resistito a qualunque colpo di cannone con un sorriso e un’alzata di spalle.

Ma quello che mi preme sottolineare – qui – è che la prima cosa che la neuropsichiatria infantile fece, quando richiedemmo la diagnosi per Rosanna, fu di organizzare delle sedute di psicoterapia familiare, nelle quali dovevamo – per qualche recondito motivo – tornare col racconto ai momenti dei nostri incontri, del concepimento di Rosanna, dell’inizio della mia deviazione, dei primi sintomi di disabilità di nostra figlia.

Gli incontri di psicoterapia familiare – con un assistente sociale: nemmeno con uno psicologo – furono organizzati solo per me e la mamma di Rosanna. Giorgio fu fatto fuori, come se non contasse.

Eppure Giorgio, al giorno d’oggi, è quello che capisce meglio mia figlia e si relazione con lei meglio di tutti gli altri.

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