ROMANZO – 11

capitolo 10

 

11

Una volta, in treno da Formia a Caserta, vidi una donna molto bella, con i capelli rossicci sicuramente tinti. Questa donna accompagnava un bambino, e il bambino aveva un librone bianco sulle ginocchia.

Di primo acchito, mi sembrò una figura del tipo “bambino che sfoglia una enciclopedia con sua madre, separata e zoccola”. Poi colsi in lui inequivocabili i segni dell’autismo. Segni che avrei riconosciuto ovunque.

A Scauri scese una loro amica, che si era intrattenuta amabilmente a parlare di cerette e peli, mentre il ragazzo guardava dal finestrino il paesaggio che scorreva.

Mi ero fatto coraggio e mi ero avvicinato. Dopotutto, sono sempre stato una persona timida.

– Mi scusi – feci – Posso sedermi accanto a voi?

La signora, che era proprio una bella donna e doveva avere un seno enorme, mi guardò con sospetto e insieme mi squadrò per considerare una mia eventuale candidatura al suo letto.

– Sono gay.

– Eh?

Sorrisi.

– Non sto tentando un approccio. Mi interessa il ragazzo. Ho una bambina autistica.

La signora rossiccia sgranò gli occhi.

– Ma non era gay?

Sorrisi.

– Sì, certo, sì… Ma sa come va la vita…

– Non ho esperienza di omosessuali.

– Ho avuto una donna, abbiamo messo al mondo dei figli e poi ho scoperto di essere innamorato di un uomo. Capita.

La signora mi sorrise.

– E allora – continuai – io e la mia ex moglie ci siamo separati.

– Prego – fece la donna – Prego, si avvicini. Prego.

Mi sedetti accanto a loro. Il ragazzo mi guardò senza accettarmi né rifiutarmi, come privo di volontà, con l’occhio besuino.

– Ho visto il librone. Ne ho sentito parlare. Sono i famosi PECS?

La donna sorrise.

– E funzionano? E li usa davvero per comunicare? Conosce davvero benissimo i simboli? Non è un azzardo darsi alle immagini rifiutando il linguaggio?

La donna mi guardò, a lungo, si perse nei miei occhi.

– Sei davvero gay? – fece.

Annuii.

– E come ti chiami?

Le dissi il mio nome.

– Ti devo dire la verità?

– Lo spero.

– Ma siamo amici?

– Se vuoi.

– No, io devo essere tua amica, se devo dirti la verità. Non ho mai avuto un amico gay.

– Dimmi.

– Tu perché sei in giro, se hai una figlia autistica? Dove stai andando?

Glielo dissi. Andavo a seguire un master per imparare ad occuparmi di lei senza affidarmi ad estranei.

La donna scoppiò a ridere.

– Allora devo proprio fare l’amica – disse – Ma forse non ti piacerà quello che ti dirò.

Continuò a ridere. Rise per un bel pezzo. Poi, quando il riso cominciò ad affievolirsi, prese a parlare.

– Sai cosa penso, io, di tutta questa baracconata, di questo fatto che dobbiamo portarci dietro l’enciclopedia? Indovina cosa penso.

– Non lo so.

– Penso che tutto il mondo è inquadrato. Tutti apparteniamo alla tal parrocchia, al tal quartiere, alla tal cerchia di amici, alla tal squadra di calcio. E – se non facciamo il tifo – interpretiamo comunque il ruolo dello sfigato, dello scontroso, dell’eccentrico. Tutti, nessuno escluso… E invece a noi cosa è successo?

– Non lo so.

– A noi è capitato l’autismo tra capo e collo. Tu ti sei separato, suppongo. E hai trovato un tuo equilibrio… e anche un tuo orientamento sessuale… Era ora…

– Non lo so.

– Ma tanti altri devono cercare il modo di entrare in questo o quel meccanismo. Per esempio il meccanismo delle terapie all’AIAS di Baia Domizia, dove ti insegnano che bisogna aprirsi agli altri e a desiderare e a provare emozioni. Terapie del genere, a un bambino che ha problemi a comunicare come il mio, per esempio, non servono a un cazzo. Servono ai genitori, però. E allora i terapisti dell’AIAS diventano i migliori dell’universo, tutto quello che c’è intorno è fuffa e il bambino avrà grandi miglioramenti solo se va all’AIAS.

– Ma che dici?

– Sto esagerando, proprio per rispondere alla tua domanda di prima.

Intanto, il ragazzo aveva preso il libro dalle sue ginocchia e l’aveva aperto. Prese la pagina dove c’erano delle bottiglie e segnò delle figure che volevano dire “versami l’acqua”. Sua madre, veloce, aveva aperto la borsetta con l’acqua, ma lui l’aveva allontanata subito.

– Lo vedi? – disse – Non sempre funziona… anche se lui sembra comunicare con sicurezza, a volte ci dà dei comandi che non capiamo. Come doveva fare a dire quello che voleva? Come doveva fare?

– Adesso grido – feci, col respiro che mi mancava.

capitolo 12

Advertisements
Articolo successivo
Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: