L’insegnamento senza errori

  L’insegnamento senza errori (errorless learning) è uno degli aspetti più affascinanti e insieme più pericolosi di ABA. Apprendere senza sbagliare mai.

Questo tipo di insegnamento va contro (cozza proprio… e anche in maniera pesante) l’insegnamento tradizionale, quello che ci viene propinato nelle scuole pubbliche italiane.

L’insegnamento classico prevede uno schema di questo tipo:

 

INSEGNANTE: Come si chiamava Garibaldi di nome?

ALLIEVO: Si chiamava Gianfilippo!

INSEGNANTE: No! Si chiamava Giuseppe!

 

L’errorless learning – invece – segue uno schema leggermente diverso.

 

INSEGNANTE: Come si chiamava Garibaldi di nome?

ALLIEVO: (non risponde)

INSEGNANTE: Giuseppe!

ALLIEVO: Giuseppe!

 

Questo tipo di schema può sembrare strano a chi ha sempre lavorato nell’altro modo. Per un insegnante tradizionale, un allievo che non risponde a una domanda o che risponde male, è un allievo che non ha studiato e che quindi va corretto e giudicato.

Per un insegnante che usa l’insegnamento senza errori, invece, un allievo che sbaglia è una occasione di apprendimento.

 

Quali possono essere i rischi?

 

Il rischio principale è presto detto: utilizzando l’insegnamento senza errori e quindi fornendo sempre il nostro aiuto per risolvere qualsiasi “problema”, rischiamo che l’allievo (l’individuo nel quale vogliamo produrre un cambiamento) diventi dipendente dall’aiuto.

 

Abbiamo dunque un problema da risolvere, commissario Maigret!!! Dobbiamo fare in modo da insegnare senza errori e – nel contempo – non rendere gli allievi dipendenti dai nostri aiuti (che in inglese si chiamano “prompt”).

Questo è uno degli aspetti più delicati del trattamento ABA che viene fatto per l’autismo: spesso trattamenti intensivi basati sull’Applied Behavior Analysis creano bambini “bravissimi” ma assolutamente dipendenti dal prompt (aiuto).

Bisogna stare molto attenti – quindi – a sfumare fin da subito l’aiuto, a costo di toglierlo troppo presto. Se togli l’aiuto troppo presto, puoi sempre rimediare aiutando un po’ di più, mentre se lo togli troppo tardi, rimediare è molto più difficile, perché ti ritrovi un alunno (specie in caso di grave disabilità come l’autismo) che non va avanti di un solo millimetro senza l’imbeccata.

Ma facciamo, come sempre, degli esempi per facilitare la comprensione del concetto.

Una educatrice di nome Rosabella cerca di insegnare ad un bambino di nome Matteo il nome di un oggetto che si trovano in casa.

L’oggetto in questione è: Caffettiera.

 

Il dialogo che ci troveremo ad ascoltare, se spiamo Rosabella e Matteo, sarà il seguente.

 

PRIMO PEZZO DI DIALOGO

ROSABELLA: Cos’è questa?

MATTEO: (non risponde)

ROSABELLA: Che cos’è?

MATTEO: (non risponde)

ROSABELLA: Caffettiera.

MATTEO: Caffettiera.

ROSABELLA: Che cos’è?

MATTEO: Caffettiera.

 

Potrebbe sembrare un metodo tanto geniale quanto semplice per insegnare un termine a un bambino con disabilità dello sviluppo. Invece non è né geniale né semplice.

 

SECONDO PEZZO DI DIALOGO

ROSABELLA: Cos’è questa?

MATTEO: (non risponde)

ROSABELLA: Che cos’è?

MATTEO: (non risponde)

ROSABELLA: Ca…

MATTEO: …ffettiera.

ROSABELLA: Caffettiera.

MATTEO: Caffettiera.

 

Nel secondo pezzo di dialogo, Rosabella ha tentato di dare meno aiutoo, suggerendo solo le iniziali, ma Matteo ha completato la parola, invece di dirla per intero. Per questo, Rosabella è stata costretta a dare ancora più aiuto della volta precedente.

 

TERZO PEZZO DI DIALOGO

ROSABELLA: Che cos’è?

MATTEO: (non risponde)

ROSABELLA: Caffettiera.

MATTEO: Caffettiera.

 

QUARTO PEZZO DI DIALOGO

ROSABELLA: Cos’è questa?

MATTEO: Pentola.

ROSABELLA: Ca…

MATTEO: Caffettiera.
E così via… Una volta cominciato l’andazzo del “non rispondo senza aiuto” è difficilissimo venirne fuori.

(tratto da  Io il cervello ce l’ho piccolo ma l’ABC ce l’ho grande, di E.C., pp. 90-91)

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