Romanzo – 16

capitolo 15

16

Il centro di Marcianise era al piano terra. Si entrava in un cortile, in mezzo a delle case basse, in un cortile con un canestro, e si entrava in fondo. C’erano due porte affiancate e bisognava entrare da quella di sinistra, ma – volendo – si poteva anche entrare da quella di destra. Solo che avevano deciso di far entrare solo da quella di sinistra.

Non è che fosse segnato bene. Non c’era scritto nulla, su quelle porte. C’erano dei fogli ciclostilati, dei manifesti vecchi di convegni e qualcosa del genere. Ma quando arrivai non capii dove dovevo entrare né dove dovevo bussare.

Avevo chiesto specificamente ad Elisabetta, che continuavo a non vedere mai di persona, di andare a visitare almeno Marcianise – se non proprio Casal di Principe. Elisabetta mi aveva fatto un pistolotto del tipo “la palindrome mistica delle tue richieste rischia una scissione diplomatica. Per dirla tutta: tu sei un tirocinante bifronte e bilaterale della nostra universitaria fornace, e aneli…“.

Basta! In parole povere, ci potevo andare, ma non dovevo rompere il cazzo! Mi avrebbe accolto Rita, una psicologa culona che lavorava con loro, e mi avrebbe mostrato come lavoravano. Così sarei finalmente entrato nella parte sfigata della riabilitazione ABA e avrei cominciato a seguire la strada che io stesso – con la mia indefessa volontà di moralizzatore e cambiatore del mondo – avevo contribuito a cambiare.

Il centro di Marcianise, come ho già detto in più punti e da più parti, era un centro al piano terra, con due porte vicine, e CENTRO FARE non c’era scritto da nessuna parte, per cui poteva essere pure un’associazione di sinistroidi o di catto-comunisti, e non si sarebbe notata la differenza.

Solo che – la Caserta e la Caterino lo ripetevano continuamente – il loro era un centro di apprendimento dove si applicava la scienza all’arte di educare, e non un’associazione catto-comunista o catto-cattolica.

– Ciao! – disse la psicologa culona.

Era di faccia e non mi accorsi subito di quanto fosse culona, ma conoscevo di fama la sua culonaggine.

– Sono contentissima che tu sia venuta qui oggi… Scusa Elisabetta se è un po’ troppo formale, scommetto che ti hanno fatto tutta la menata dei gradini da percorrere, della cautela da avere nel fare determinati passi, nel compiere determinate scelte, nel…

– Cosa?

– Niente, niente… Oggi abbiamo avuto il permesso dalle loro santità, cioè da Enza e Elisabetta, di farti assistere alle mie lezioni.

– Lezioni?

– Sì, alle sessioni con i bambini. In realtà oggi non è un giorno molto vivo e abbiamo solo un bambino molto piccolo che si chiama Kevin. Mi ha detto Elisabetta che è proprio del tipo che piace a te. Un bambino autistico molto piccolo con la comunicazione ridotta al minimo. In realtà il suo problema è la scarsa attenzione al problema a livello familiare perché – essendo Kevin un bambino molto buono e piacevole, oltre che molto bello – si tende a sottovalutare…

– Che?

– Insomma… Sento la voce della sua mamma. Eccola. Sì, deve essere lei. Io vado ad accoglierla, le spiego chi sei e lei ci può guardare dal vetro unidirezionale, che poi in fin dei conti non è completamente unidirezionale perché nell’altra stanza non c’è mai il buio completo. Dai aspetta, sento che parlano, di là. Oggi non è una giornata molto viva, ma posso farti assistere alla sessione con Kevin… D’altra parte è quello che volevi, no? Volevi assistere alle sessioni con Kevin, no?

– Eh?

– Volevi…

– No, non proprio… Vabbè, lasciamo perdere… Sssss… Eccoli…

Entrarono un bambino piccolissimo, che camminava barcollando e sorridendo, con movimento ovattati e poco plastici, e una mamma grassa da far schifo, vestita a fiori.

– Franca! – fece Rita – Franca!!! Kevin!!! Ci hai portato Kevin!!!

La mamma di Kevin sorrise. Quando sorrideva, la faccia su faceva tutta rughe e s’increspava come un mare agitato sul punto di vomitare.

Kevin prese a guardarsi intorno, a camminare con il suo modo fluttuante e  sbilenco. Lo guardai esterrefatto. Era molto diverso da Rosanna.

Forse perché Rosanna era femmina, ma lei aveva dei movimenti netti e scattanti, assolutamente perfetti nella loro inetta ripetitività. Questo invece sembrava proprio un bambolotto, sorrideva e toccava ogni cosa, il pavimento, i mobiletti da bambini dell’Ikea, i giocattolini, con una delicatezza che faceva pena.

– Allora, Kevin, adesso saluta mamma. Mamma poi viene a prenderti e ti fa tante coccole. Intanto la lasciamo andare e lavoriamo un po’ io e te.

A un certo punto, Rita mi guardò. Spalancò tanto d’occhi, perché mi stavo muovendo verso il bambino. Non me ne ero nemmeno accorto, ma la tenerezza mi stava spingendo ad avvicinarmi e toccarlo. Invece la psicologa culona mi bloccò con lo sguardo gelido, congelandomi.

Mi bloccai. Mi fece cenno con la testa di andare a mettermi in un angolo, ma non capii subito. La guardai cercando spiegazioni verbali.

Allora fece un gesto eloquente con un dito. Voleva che mi mettessi in un angolo spoglio a guardare, senza fare domande e senza rompere le palle.

E guardai. Non fecero nulla per un’ora. Ogni tanto Kevin si girava e mi guardava. Mi sorrideva e mi faceva “ciao” con la manina. E Rita segnava delle X su dei fogli. Una sfilza di X apparentemente senza senso.

capitolo 17

Advertisements
Articolo precedente
Articolo successivo
Lascia un commento

2 commenti

  1. Uno schiavo di Casal di Principe

     /  5 agosto 2014

    E dai! Come va a finire? Vogliamo il 17… 😉
    Alè alè!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: