Out Aut

Autismocopertina[1]Riassunto del testo Out Aut Vannini Ed. 2008 Autori, Gabrielli Tiziano e Cova Patrizia

Scopo: evidenziarne rapidamente i contenuti del manuale per orientare e migliorarne l’uso, estendendo ad ogni possibile caso i vantaggi operativi e gli stimoli abilitativi proposti.

OUT AUT
Manuale di TEORIA E PRATICA ABILITATIVA dei Disturbi Pervasivi dello Sviluppo (DPS)
Vannini Editoria Scientifica 2008 (primo volume)
Autori: T.Gabrielli – P.Cova – J.Gabrielli

Parole chiave (Key Words):
Dis-funzionamento stereotipato (es. stereotipie; comportamenti stereotipati; adesività patologiche; attività di controllo patologico – rigidità comportamentali – ecc.) – Comportamenti Problema – Autismo – Disturbi dello Spettro Autistico (DSA) – Disturbo Evolutivo Globale (DEG) – Disturbi Pervasivi dello Sviluppo (DPS) – Abilitazione dall’Autismo/Sd correlate.

Riassunto e lettura critica di OUT AUT (2008), Autori: Cova Patrizia – Gabrielli Tiziano –Gabrielli Jacopo.
Il manuale si occupa esclusivamente di “abilitazione” sia in senso teorico che pratico. Lo scopo è dare un senso all’azione, alla pratica abilitativa quotidiana per renderla finalizzata e quindi facilmente adottabile In ogni situazione. Offre una spiegazione del senso generale dell’agire abilitativo perché chiunque possa ridurre l’autismo del proprio caro o dell’affidato.
Il contenuto del testo appare polemico con il “mondo ufficiale” che parla di autismo”senza spiegare perché agire in un modo anziché in un altro, senza aiutare a risolverne la devastante presenza. L’imposizione esclusiva (ormai progressivamente istituzionalizzata) di quanto invece va per la maggiore (Aba e Teacch) alza efficaci barriere alla critica, all’elaborazione e a proposte che per intuitività e semplicità inficerebbero il mercato dell’abilitazione d’oltreoceano il cui valore oggettivo sta più nell’allargamento dei criteri inclusivi che negli effetti prodotti sui casi emblematici. Il testo è innovativo perché oltre a contrapporre semplicità, rispetto alla complicazioni dell’ortodossia abilitativa, detta una serie di operatività interpretative e pratiche immediatamente utilizzabili in ogni situazione. C’è un messaggio nuovo in Out Aut: “liberiamoci dal disfunzionamento”.
Il titolo del libro è la bizzarra contrazione di “FUORI (OUT) dall’AUTISMO (AUT)”, assonanza che richiama la locuzione latina aut aut traducibile in italiano come “o/o” disgiuntivo, con il significato di “o questo, o quello”; alternativa utilizzata qui per enfatizzare, all’interno di una vera sfida abilitativa quale l’Autismo e le sindromi ad esso correlate, il dover scegliere tra un modo tradizionale di valutare e ri-abilitare basandosi esclusivamente sul gap intellettivo (che lo accompagna) e un modo alternativo, questa volta sostanziale, di affrontare il problema Autismo, occupandosi direttamente di esso per puntare a compensi davvero significativi rivolti al difetto principale il mancato funzionamento… ideativo comportamentale psicologico intellettivo.
Sono molte nel libro (il primo di due volumi; il secondo in elaborazione. Gli autori, a tal proposito, comunque vogliono far sapere che ritengono superfluo concludere l’opera con una seconda parte esclusivamente operativa. Dare un senso e una misura all’intervento, che è il contenuto del primo volume, era oltre che essenziale molto più importante che condividere un’operatività minuta, con il rischio per molti di trovarla inadeguata per le propria situazione. Usare poi solo la pratica, senza comprendere il senso o teoria di un certo operare, significa non usare correttamente quanto poi proposto e non poterlo adattare istante per istante alla propria situazione, o non poter liberamente implementare quanto proposto… rendendo le implicazioni abilitative, contenute in Out Aut, infine poco utili.) le argomentazioni teoriche e pratiche e le inerenti scelte a cui si e’ chiamati in Out Aut, che azzerano definitivamente qualcosa dei numerosi postulati della tradizione ri-abilitativa.
– “O si ABILITA (BENE) – attraverso un approccio nuovo, che aggredisca e si contrapponga al funzionamento autistico, oppure NON si abilita affatto, anzi… si perde la sfida”. Si rischia infatti di mai superare il puro contenimento, l’assistenzialismo e quel minimo bagaglio di competenze in più che forse si sarà riusciti ad insegnare -.
E questa affermazione è già una critica forte all’apparato, se non altro perché introduce nell’abilitazione solitamente praticata, un giudizio di merito basato sui risultati finali e non sulla mera misura di un erogato attuale.
Caratteristica di rilievo è che la qualità abilitativa starebbe in qualcosa di ancora inesplorato, nell’affrancamento dal disfunzionare autistico e non più nelle competenze possedute o apprese (e solo in queste). Udite udite, l’abilitazione dovrebbe occuparsi anche di ciò che le Competenze (da sole) non sembrano saper risolvere. Qualcuno potrebbe stizzito obiettare che già ci si occupa di Comportamenti Problema (Analisi Funzionale) oltre che di Competenze. Gli autori di Out Aut invitano questi contestatori ad aprire gli occhi su quanto accade veramente alle persone (con questo genere di difficoltà) una volta adulte. Questo per evidenziare il fallimento generale ed individuale dell’abilitazione tradizionale specie per ciò che attiene la qualità, nel tempo, del “comportamento” nonostante le competenze. Questo nuovo approccio abilitativo incentra l’attenzione sul disfunzionare autistico correggendo quel meccanismo patologico spontaneo e apparentemente irrefrenabile che costringe gli adulti con tale sindrome a scomparire dal sociale.
Gli autori reclamano l’indispensabilità di un approccio abilitativo più complesso rispetto a quanto si propone. Ma andiamo per gradi. Il testo è complesso… ma non sembra dimenticare nulla.
ABILITARE anziché’ RI-abilitare perché nel caso dell’Autismo e dei Disturbi Evolutivi Globali dello Sviluppo, si parte quasi sempre da zero (tabula rasa) per cui spesso va insegnato, prima ancora che “qualcosa”, ciò che attiene ai meccanismi di base per l’apprendimento, meccanismi caratteristici della normotipicità ma difettosi nell’autistico. Si dovranno insegnare attentività, attenzione condivisa, riconoscimento degli oggetti, del loro uso, dei luoghi, di sè, degli altri, ad abbinare, imitare, a prestare attenzione alle parole,a i gesti, ad esprimersi, sino al linguaggio, relazione, apprendimento per immersione, teoria della mente, gioco… e solo attivando l’intero sistema mente… la letto scrittura, la matematica, la musica… Ma questo non basta. Spesso, anche in presenza di buone premesse intellettivo-comportamentali e di un discreto sviluppo psicologico, permane uno spontaneo, incombente progressivo pronto deterioramento dell’utilizzo di quanto posseduto o appreso, dell’autodeterminazione e autogestione di esso e si assiste all’affermarsi e prevalere di un funzionare (patologico) caratteristico dell’individuo sorprendentemente identico nella infinita coorte di persone diagnosticata come lui. Tratti comuni per caratteristiche ideativo comportamentali, vistosamente trasversali nel loro risultare assolutamente riconoscibili e ricorrenti nonostante le differenze di personalità, maturità e livello intellettivo…
Il disfunzionamento autistico. È uno speciale modo di funzionare (male) del sistema mente (autistica); disturbo che andrà a condizionare tutto ciò che ne scaturisce, al peggio. Questo dis-funzionare, seppure vario per forma, penetranza e complessità dei possibili aspetti clinici, a ben vedere (e in questo ci aiutano gli autori con innumerevoli esempi), presenta un andamento riconoscibile in quanto espresso in tutti i casi, indipendentemente dalle ragionevoli differenze tra le singole persone. Questo liet motive patologico trasversale è fatto di schemi mentali (ideativo-speculativi) e conseguentemente comportamentali che si esprimono in ripetitività non funzionali di vario tipo e profondità. Dalle forme più semplici (es. semplici stereotipie ideativo-visive, motorie, sensoriali, vocali…) a forme via via più complesse (comportamenti stereotipati), ad adesività che andranno da interessi ristretti, ritualismi, rigidità esecutive, ripetizioni, bizzarrie… per tutelare le quali (indipendentemente dal livello espresso) si immettono innumerevoli condizionamenti e controlli ambientali patologici, tirannie, anticipazioni vincolanti o pianificazioni rigide, veri e propri atteggiamenti ossessivi, procedure immutabili, modalità snervanti per reiterazione e rigore nel loro rendersi immodificabili, insaziabili, pervasive e perseveranti. Attività di fatto non funzionali, povere di contenuto o di ricadute adattive, volontariamente ricercate, tendenzialmente infruttuose, incapaci di produrre qualcosa di utile in senso adattivo (che non sia organizzato da un intervento di valorizzazione esterno. Faccio un esempio, una possibile produzione artistica non è come verrebbe da credere completamente e squisitamente “adattiva” ma tendenzialmente scaturisce e risente dei condizionamenti detti e, anche se tecnicamente ineccepibile o interessante per un osservatore esterno, la sua utilizzazione o pianificazione emotiva e produttiva dovrà essere organizzata nei modi e spazi sociali e nel profitto… da terzi normotipici), incapaci di organizzazione, pianificazione, adattamento, variabilità, evoluzione; inabili a contribuire allo sviluppo specifico di una o più competenza/e ma anche del livello intellettivo e psicologico. La relazione, lo scambio comunicazionale non diventa mai interessante, c’è poca consapevolezza di sé e degli altri e del mondo nel suo divenire e nelle sue esigenze, codici, regole e peculiarità.
Questo comune e trasversale, seppure variegato, disfunzionare, gli autori di Out Aut, lo racchiudono in un solo concetto: “dis-funzionamento stereotipato” o ancora più stringatamente, “stereotipia”. Questa utile semplificazione racchiude le numerose attività ideative, motorie, sensoriali, verbali e non, estesamente descritte in precedenza, e che abbiamo detto caratterizzanti ampiamente e con un vasto repertorio sintomatico i diversi livelli intellettivi considerati. Questa semplificazione, secondo gli autori, è utile in quanto permette l’individuazione di un solo bersaglio patologico ricorrente e quindi di un solo target abilitativo su cui concentrare il lavoro.
Gli autori spazzano via l’importanza della variabilità intellettiva come presupposto per una variabilità di intervento ma si soffermano sulla variabilità clinica nel senso che non avendo più il problema di valutare e aggiustare ciò che si andrà ad insegnare, proporre, resta invece da valutare e correggere il profilo disfunzionale del soggetto, partendo da qualsiasi possibile proposta analizzandone la praticabilità e aggiustandola sulla base del feedback. Gli autori di Out Aut spazzano via chiunque parli di “autismi’ perché non si preoccupano dell’individualità clinica ma di una genericità che accomuna. Per loro il disfunzionamento stereotipato è il termine contenitore di una miriade di possibilità che comunque verranno contrastate, gravi o meno che siano, indipendentemente. Nessun interesse per il patologico ma esclusiva ricerca di adattivo, di normalità, adeguatezza.
Abilitazione pura. Per una corretta mentalità abilitativa suggeriscono di semplificare ulteriormente la situazione in un ennesimo aut aut. Quando si lavora bisogna sempre tener presente se si è nel patologico o nell’adattivo (che equivale ad adeguatezza, normalità) e, in base a questo rilievo, si saprà cosa è meglio fare o quale correzione apportare in ogni situazione. Saper distinguere tra patologia e normalità, in autismo, sembra un criterio alla portata di tutti ma purtroppo montagne di situazioni e comportamenti sono tranquillamente ascritti a una situazione o ad un’altra dipendentemente dagli osservatori, dalle loro convinzioni e pregiudizi e dalle situazioni in cui avvengono le valutazioni stesse. In autismo c’è un ricco repertorio di confusione e di fraitendimenti. Ci si accontenta e illude senza alcun pudore, attribuendo valore adattivo alle più banali o assurde attività e risposte. La rinuncia, l’abbandono, il disimpegno i rifiuti e altri aspetti ancor più vistosamente patologici, trovano spiegazioni adattive puntuali quanto ridicole, giustificazioni sorprendenti si succedono a silenzi penosi senza un razionale. Qualsiasi ipotesi diventa ils più sofisticato schema psicologico o comunicazionale trasformando l’orrore in simulacro di normodotazione. Semplificare tutto, come fa Out Aut, in un semplicissimo “stare o non in una dimensione patologica. Essere o meno nella normalità”, avendo il coraggio di riconoscerne le caratteristiche specifiche è la cartina tornasole dell’efficacia di ciò che si sta proponendo. Avere un criterio di bontà del proprio operare, istante dopo istante, aiuta ad abilitare sia chi ne ha bisogno perché sperimenta adeguatezza, normalità, abbandonando l’autismo, e tranquillizza chi si impegna nella sfida.
Abilitare equivale, per ogni specifico momento, ad accedere e permanere nella condizione “adattiva” (nella consapevolezza e funzionalità di ciò che si sperimenta coerentemente alla situazione in cui si è impegnati). Abilitare non è semplicemente insegnare-apprendere-utilizzare competenze ma ridurre attraverso esse il condizionamento che l’autismo ha sulla mente. Useremo occasioni per conoscere, comprendere e praticare abilità per contrastare, allontanare, ridurre l’autismo. Adatteremo ogni possibile proposta al livello intellettivo, alle competenze presenti e in emergenza. Ogni proposta è utile allo scopo. Molteplici attività possibili in coerenza con l’ambiente e la situazione, funzionano bene. Libereranno la persona dal disfunzionare tipico. Non serve preoccuparsi se lui o lei sarà in grado di apprendere questo o quello ma molto che l’autismo sia sempre meno condizionante e presente, sempre più fragile e superabile.
Gli autori non introducono una nuova nomenclatura ma piuttosto semplificano drasticamente quella anglosassone cognitivo-comportamentale che, seppure complicatissima, va per la maggiore. “Lasciamo studiare anche a voi una scienza piena di sapienza ma che, per come è somministrata e usata, dà risultati ancora discutibili… perché voi dopo di noi la correggiate. A noi resta la testimonianza di una pratica semplificata… che ne dà molti.” Per accettare questo sgarbo dovremmo tutti riconoscere che la scienza non è mai dottrina chiusa e nemmeno esclusività angloamericana. La scienza è ragionevolezza e riscontro congruente e ripetibile. Essa si può avvalere anche di exploit inattesi e unicità e queste possono andare ben oltre rinnovati collage di quanto già fatto e detto oppure di sole applicazioni passive di quanto già pubblicato.
Tornando al caratteristico e comune (dis-)funzionamento che condiziona il soggetto autistico ad una dimensione ideativo-operativa autistica, ci si accorge che, questo funzionare speciale, inficia patologicamente non solo le competenze ma anche la personalità e lo sviluppo psicologico dell’individuo.
L’intervento abilitativo (precoce e non) consiste (secondo quanto descritto nel testo) in un inevitabile “mettere dentro, indirizzare e meglio utilizzare (in modo adattivo e coerente al contesto)” le competenze in un perenne impegno ad edificare ma, superando il “passivo e solo conseguente” liberare dall’autismo, non deve mancare, nel piano abilitativo, l’attivo e diretto contrasto al problema fondante, il disfunzionare autistico.
In contrasto con il pensare comune, che vorrebbe un pensiero razionale (già) presente “dentro” l’individuo autistico purtroppo in enorme difficoltà a trasferirlo all’esterno, gli autori di Out Aut, infrangono questo assurdo luogo comune. Il presunto mondo adattivo e razionale “dentro” non ci sarebbe se non in forma vestigiale e non si affermerebbe spontaneamente proprio per l’effetto del disfunzionamento. Non c’è infatti l’auspicato sviluppo intellettivo e psicologico coerente all’età e all’esperienza, come accade nella normotipicità. Non può esistere e formarsi una psiche sana e in normale evoluzione perché l’autismo le impedisce di esprimersi. Esiste invece una psiche che funziona in modo condizionato, particolare (patologico) e profondamente incapace di prevalere al funzionamento (patologico) di base. Questo sin dall’esordio esperienziale e per tutto lo sviluppo, ad ogni livello esaminato. Il problema autismo è pervasivo e spontaneamente dominante, capace di arrestare ogni normale processo evolutivo. Conseguentemente anche la dimensione ideativa e i comportamenti risentono di questo condizionamento. Non c’è dunque un dentro normotipico pensante in adeguatezza e un fuori performante non adeguato, alterato e solamente… complicato da capire. L’abilitazione si deve occupare del dis-funzionare del cervello per permettergli potenzialità ed evoluzione. Concentrandosi sulle competenze mancanti e sul ritardo intellettivo perde di vista ciò che condiziona negativamente l’apprendere e l’uso adeguato di queste.
Il disfunzionare è il primo target. La “normalità” come riferimento deve essere perseguita aggredendo la radice del problema e non solo occupandosi di ciò che manca o di un singolo comportamento esteriore (x o y) quando diventa “problema”. La proposta abbandona un giudizio di gravità e interviene sempre rispetto al patologico, qualsiasi patologico, qualsiasi deroga all’adeguatezza. Non si interviene in senso abilitativo solamente quando il comportamento o i suoi effetti diventano intollerabili superando un livello di guardia arbitrario e di volta in volta stabilito. Si agisce sempre quando si può e ci sono le condizioni per agire. Quando non lo si può fare si tollera il patologico e si premia l’adattivo spontaneo.
Il problema abilitazione non è nemmeno un problema squisitamente di metodo ma di continuità nella ricerca di adeguatezza. La soluzione del problema abilitativo non e’ semplicemente riconducibile alla metodologia abilitativa scelta ma piuttosto alla valutazione e correzione, istante per istante, del grado di dis-funzionamento in atto. Il vero motore abilitativo stà nell’aggiustamento dell’intervento per far sì che l’insegnamento educativo (incentrato ancor oggi sul solo ritardo intellettivo, ovvero sulle competenze e non certo su ciò che le impedisce o le corrompe) risulti infine davvero efficace. Il contrasto al disfunzionamento trasforma e qualifica continuamente la proposta educativa perché questa sia recepita costruendo adeguatezza. Al contrario di quel che comunemente afferma l’approccio abilitativo convenzionale, abilitare “BENE” (per gli Autori) dunque non riguarderebbe tanto le carenze o difficoltà intellettive o le competenze mancanti e nemmeno gli eccessi comportamentali (quando impossibile non rilevarli) e ancora, nemmeno i metodi da usare per apprendere le prime e per affrontare questi ultimi. Si dovrà contrastare l’autismo al suo apparire. Sempre. Qualsiasi schema educativo potrebbe pertanto funzionare. Out Aut ridimensiona l’enfasi posta dalla comunità scientifica sulle tanto declamate tecniche educative speciali. La soluzione abilitativa necessaria dovrà occuparsi di target ulteriori e nuovi e quindi ogni tecnica, ogni target (persino quelli già appresi, si rendono utili per affrancarsi dall’autismo.
Il nuovo target abilitativo è diventato il disfunzionamento. Purtroppo le manifestazioni del disfunzionamento autistico superano solo occasionalmente il famoso limite soglia di tolleranza indicato dalla vecchia abilitazione come comportamento problema (CP) e secondo questa letteratura si lavora solo nell’emergenza. Nel loro testo, i Gabrielli Cova, stigmatizzano questa leggerezza e invitano a contrastare il disfunzionamento in ogni suo aspetto a cominciare da quelli meno eclatanti, così da rendere il razionale dell’intervento più chiaro, continuo, immediatamente e progressivamente meno faticoso. Aggredendo mediante interruzioni adattive le manifestazioni del disfunzionamento stereotipato si ottiene di svilire l’effetto e l’efficacia dell’autismo e si sminuisce il ruolo delle “interpretazioni psicologiche” o pseudofunzioni attribuite d’abitudine ai comportamenti emessi (le stereotipe diventano sfogo d’ansie, frustrazioni, impedimenti, rifiuti, ecc. I CP comunicati e intenzioni razionalmente concepiti, ecc.), riducendo progressivamente l’efficacia dei CP sui presenti e quindi producendo una riduzione dell’uso e della frequenza di ogni “autismo”, dalle espressioni più banali a quelle più gravi ed eccessive. Liberando gli autistici dalla popolare stigma di persone imprevedibili e minacciose; sfatando la negatività bizzarra che caratterizza i pregiudizi ricorrenti su essi. Il disfunzionamento (secondo gli autori) possiede una gravità indipendente dalla forma assunta. E’ il vero ostacolo all’apprendere, sperimentare, partecipare, performare, crescere, maturare… in autonomia, adeguatezza e normalità.
Il testo è palesemente un continuo aut aut, ovvero uno scegliere tra lo stare “di qua o di là”, nel vecchio o nel nuovo sistema interpretativo. Tra un passato complicato e universalmente insoddisfacente e un futuro ancora poco esplorato ma semplificato ed efficiente. Si chiede costantemente un impegno a disfarsi dei pregiudizi (non solo banalmente popolari ma anche culturali, addirittura dottrinali) abbandonando definitivamente la dimensione rinunciataria o pseudo abilitativa visto le contraddizioni palesi del compenso adulto ottenibile. Decidere dove stare, nell’autismo scritto e parlato o nello sperimentale abilitazione; scegliere tra patologia e normalità. E’ come se esistesse una linea di confine dirimente tra le due situazioni affinché il patologico (pur fortemente attrattivo e tendenzialmente pervasivo) possa essere mantenuto sotto controllo. Affrancarsi da esso, per gli autori non significa solo l’obbligo di perseguire e permanere in ADEGUATEZZA, contrapponendosi attivamente alla PATOLOGIA (per non subirne l’influsso deteriorante) ma anche sapersi proiettare al di fuori della consuetudine di risolvere tutto l’intervento nell’erogazione in sè, anziché nel riscontro dell’efficacia di questa. Questo per proiettarsi fuori dal pregiudizio abilitativo, ben oltre il compenso “con difetto”. In questa proposta abilitativa c’e’ poco spazio per il compromesso.
In ambito editoriale-pedagogico (di settore) si è soliti misurarsi con proposte genericamente sovrapponibili tra loro o che approfondiscono un aspetto abilitativo o funzionale su altri, mai comunque in contrapposizione con gli altri autori. Il testo dei Gabrielli (padre, madre e figlio -autistico- come fruitore) si smarca da questo costume e introduce efficaci distinguo, avviando una scrupolosa riflessione sui contenuti della tradizione culturale abilitativa stessa, non sempre per respingerli definitivamente (vedasi la severa critica all’Analisi Funzionale e all’iper-utilizzazione di limitate pratiche abilitative, di singole abilità o di isolate competenze rispetto ad altre) ma certamente per aggiustarne l’applicazione. I molti aut aut posti nel testo, viaggiano contromano rispetto alla prassi consolidata dalla tradizione, quest’ultima spesso sorprendentemente sorda e cieca davanti ai limiti di quanto propone e ottiene nella sua applicazione. La risposta italiana, istituzionale e privata all’autismo, certamente apprezzabile vista la gravita’ e rilevanza del problema (un caso ogni 500 nati), risente tutt’ora di una programmazione sanitaria e scolastica formata approssimativamente e spalmata a casaccio in quanto fornita in modo eterogeneo e frammentario; mancano ovunque le eccellenze e non si parla ancora di un controllo esterno longitudinale imparziale di quanto ottenuto da tanto operare e legiferare. Nessuno e’ disponibile a riconoscere negli esiti, in genere poco soddisfacenti a fronte di erogazioni quantitativamente di tutto rispetto, un paradosso pedagogico, legittimato da un ricorrente e assolutorio pregiudizio di “gravita’ della sindrome (pregiudizio paralizzante e medioevale). Leggere in “Out Aut” molte delle verosimili ragioni di tanta contraddizione, appare imbarazzante seppure illuminante.
L’obiettivo dichiarato dalla scienza ufficiale è quello di AFFRANCARE DALL’AUTISMO CHI NE SOFFRE ma quello che invece sembra emergere da tale impegno è l’AFFRANCAMENTO DEL MONDO… DA CHI SOFFRE DI AUTISMO. La denuncia che apre il testo fa pensare. Gli Autori non vogliono certo sparare sull’impegno di chi è chiamato ad occuparsene ma sembrano piuttosto gli unici a sorprendersi che questi ragazzi, questi adulti non si vedano nelle strade, nelle piazze, tra i coetanei, nei luoghi sociali, nei luoghi di appartenenza… Se l’apparato deputato alla soluzione del problema si limita ad essere mastodontico ed oneroso, senza salvarne uno, uno solo di questi bambini (garantedogli una vita adulta in mezzo a tutti) mentre, per contro, esistono soluzioni apprezzabili, ottenute in solitudine da modeste realtà familiari, c’è qualcosa che davvero non quadra. Tutto lo scibile attuale, denunciano gli Autori, si racchiude in una summa educativo-gestionale stereotipata, calata sull’autismo, non scaturita da esso, per alcuni aspetti contraddittoria, illogica e priva di rilevante valore abilitativo specifico, seppure storicamente e culturalmente consolidata.
Lo schema abilitativo proposto in questo testo è una più ragionata e semplice somministrazione “altra” di modalità conosciute e con “diverso obiettivo generale”: contrastare l’autismo utilizzando il patrimonio mentale che ne risulta comunque affrancabile. L’approccio proposto e’ applicabile senza soluzione di continuità nell’arco della giornata. Necessariamente è un approccio di semplice applicazione e perciò basato su un impegno personale che inizia di buon mattino e termina a notte fonda, giorno dopo giorno, anno dopo anno, vite intere. A tal proposito Out Aut afferma infatti il ruolo fondamentale della famiglia per un intervento efficace essendo un errore credere di poter “delegare” completamente il lavoro educativo-abilitativo da svolgere. L’abilitazione non può limitarsi all’insegnante della scuola o all’esperto operatore delle 15.40, ma coinvolge chiunque incontri un soggetto con autismo. Questo non significa che Out Aut carichi su pochi protagonisti (in primis i genitori) la soluzione, ma piuttosto si impegna a indicare come indispensabile distribuire la responsabilità’ del possibile “compenso ottenibile” su chiunque venga a contatto con chi e’ affetto da autismo, fornendo strumenti di facile comprensione e applicazione, superando pertanto i classici concetti di rete (che sa di organizzazione specializzata di “presa in carico” raffinata e coordinata, finendo per ridursi a proclama di intenti mai concretizzati) e di necessita’ di “super-preparazione”. La risposta all’autismo spetta a ciascuno di noi, a tutti e non puo’ pertanto riguardare super poteri o eroi. Non e’ nemmeno un mero problema economico. Le risorse materiali non hanno in loro stesse, alcun elemento essenziale o implicitamente solutorio. La vera soluzione sta nel “come si contrasta l’autismo; quando e come si usa e si propone l’oggetto, il materiale nel contesto e dove, quando come si offre l’esperienza nella quotidianità…” Servono chiarezze operative, strategie propositive e gestionali. Serve concentrazione su ciò che andrà a succedere nei tempi (brevi o lunghi) in cui ci si dedica alla relazione-educazione di un bimbo, ragazzo, adulto autistico (il che equivale ad Abilitare).
C’e’ nella tradizione educativa una profonda carenza di TEORIA ABILITATIVA specifica per l’autismo, oltre che di PRATICA (specifica) efficace.

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1 Commento

  1. Patrizia

     /  2 ottobre 2014

    Ho comprato e letto il manuale, interessante ma arzigogolato, prolisso..sembra quei testi universitari, apparentemente rivolti agli studenti, ma che in realta’ sono rivolti ai colleghi di cui si contesta la tesi.
    Per tutto il libro si rimanda al secondo volume l’analisi di situazioni concrete, la esemplificazione…….riduttiva certo in un universo di diversita’ ma comunque necessaria…ora pare che forse non uscira’mai..

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