Romanzo – 22

capitolo 21

Buio22

– Ehi, oggi c’è Elisabetta – disse Rita.

– Eh?

Sulle prime non capii. Chi cavolo era Elisabetta? Poi feci due più due e pensai alla Caterino.

La Caterino non era ancora mai venuta lì a Marcianise. Se ne stava, di solito, nel suo eremo di Casal di Principe, in quella che – pare – fosse una villa stile Al Pacino in Scarface, e dava direttive al centro di Casale, l’unico dove non ero mai stato e dove – a quanto pare – non avevano intenzione di mandarmi.

Eppure l’avevo chiesto, alla mia coordinatrice. Le avevo telefonato apposta. La coordinatrice mi aveva risposto che secondo Elisabetta Caterino al momento il centro di Marcianise era l’ideale per me, dal momento che era frequentato da un certo numero di sfigati ma anche da qualche figo che mi avrebbe tirato sù il morale. La Caterino era molto addentro il mio caso e aveva molto a cuore il mio problema. Non voleva che fossi traumatizzato dalla presenza contemporanea di tanti bambini con autismo e che potessi pensare alla mia Rosanna con angoscia.

Non capivo, sinceramente, dove cavolo andassero a parare, da dove venissero e dove andassero certi ragionamenti. Se la Caterino mi aveva fatto ammettere al master (ed era stata lei a farmi ammettere) significava che credeva nella mia possibilità di imparare. Altrimenti aveva da scegliere: poteva rifiutare me e ammettere altri che erano stati rifiutati.

Boh.

– Elisabetta la grande capa? Che ci fa qui?

– Viene a fare supervisione a Raffaele. Ultimamente è abbastanza ingestibile e abbiamo chiesto la sua presenza.

– “Abbiamo” chi?

– “Abbiamo” io.  Va bene lo stanzino buio, va bene tutto, ma questo bambino comincia a passare troppo tempo nello stanzino buio, e l’ultima volta ne è venuto fuori con la faccia sanguinante, segno che si era graffiato. Se sta nello stanzino buio e si graffia, non so se è tanto utile. Io faccio quello che posso, sono formata, ma questa storia dello stanzino buio e morbido non l’ho voluta io… Gli sono state tagliate le unghie, ed è venuto fuori dallo stanzino con un ematoma sotto l’occhio… Non è che cambi molto: se si picchia al buio o si picchia alla luce, il problema è che si picchia. Perché lo chiudiamo nello stanzino?

Mi fermai a riflettere e pensai a Rosanna. Per fortuna non aveva problemi simili. Era una bambina spettacolare, con gli occhi stupendi, con la dolcezza dei modi, ma  aveva un problema di comunicazione enorme.

Forse perché Rosanna aveva qualche anno in meno di Raffaele? Certo mi sarei incazzato come una tigre incazzata, se avessi saputo che – in un centro – mia figlia veniva rinchiusa a smaltire la propria aggressività in una stanza buia e morbida.

– Posso chiedere una cosa?

Rita mi guardò con sospetto.

– Posso? – ripetei.

Rita sbuffò.

– Dimmi – fece.

– Ma questa cosa della stanza buia da dove viene? Ti confesso che io, quando sono venuto al centro, pensavo che l’oblò nel corridoio fosse solo un arredamento: non avevo capito che dentro c’era una stanza e che era un posto per vedere quello che succedeva nella stanza… Anche perché non si vede nulla. Sono chiaro?

– Questa è una tecnica utilizzata negli States che Elisabetta ha appreso nei suoi viaggi. Lo sai che ha studiato in Texas, no? Lì usano appunto le stanze buie…

– E anche i cassettoni della nonna? Chiudono i bambini nei cassettoni finché smettono di dare fastidio?

Rita mi fulminò con lo sguardo. Sentii che anche il suo culone mi disapprovava, in quel momento.

– Vedi che ha ragione, Elisabetta, a non fidarsi? Tu hai una bambina autistica e riporti tutto alla tua esperienza personale… Non è positivo. Lei vuole che tu superi la tua esperienza personale e diventi uno scienziato della scienza del comportamento.

– E ci crede sul serio?

Ci fu un silenzio.

– Tu che vuoi fare? Perché sei qui?

– Io voglio diventare operativo. Trovare soluzioni nuove per affrontare il problema dell’autismo nel modo migliore. Capisci cosa intendo?

Rita scosse la testa.

– In realtà non lo capisco nemmeno io – feci – Sto cercando di capire a cosa mi servirà tutto questo. A qualcosa dovrà pur servire… Posso essere sincero?

– Prego!

– Credo che io sia qui per rendermi conto di come funzionano gli ingranaggi dell’orologio.

– Cioè? Che vuoi dire?

– Ero davanti all’orologio e vedevo che segnava sempre l’ora, ma non era sempre l’ora che volevo io, e non era sempre l’ora che mi aspettavo. Allora sono venuto dietro per capire cosa c’è che non va e come si fa a farlo andare come si vuole fare andare… Non so se mi capisci… Certe cose sono difficili da spiegare.

Rita scosse la testa.

– Ma adesso Elisabetta dov’è? Dove la trovo? Non l’ho mai vista da vicino in situazione informale…

– Elisabetta è al bar a fare merenda – disse Rita.

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