Romanzo – 33

32^ capitolo                                    indice generale

Giacomo andò in vacanza a Rimini con Rosanna e la mamma di Rosanna. Di sicuro, a tutti dovevano sembrare una coppia. Magari una coppia con una figlia autistica e quindi una coppia in crisi. Chi sa. Io comunque avevo da fare. Dovevo cambiare il mondo per restituirlo cambiato a mia figlia. Dovevo migliorare ogni singolo aspetto di ogni mio giorno per migliorare ogni singolo aspetto dei suoi.

Non so perché mi fossi fissato che avrei dovuto cambiare ogni singolo aspetto dei miei giorni utilizzando delle procedure che non mi interessavano per niente, intrattenendo rapporti – sociopatico com’ero – con persone che mi facevano schifo, persone con le quali non avrei condiviso nemmeno un brandello di conversazione, in circostanze normali. Figurarsi una riabilitazione dall’autismo. Una cosa così grande, così complessa, così DEFINITIVA come la Ria-bi-li-ta-zio-ne dall’autismo.

Adesso, a bocce ferme e pallino volati lontano feroci, mi rendo conto che il modo migliore per ritrovare il mio rapporto con mia figlia sarebbe stato ritrovare il mio rapporto con me stesso, cioè mettere finalmente un paio di sacrosante corna a Giacomo, farmi mille storie con mille uomini, rimettermi a scrivere seriamente – ogni giorno o anche due o più volte al giorno – il mio blog e insomma… essere felice per me stesso, perché stavo bene io, non perché stavo sognando di far felici gli altri.

Ma insomma… Elisabetta Caterino se ne andò in America a studiare e ci lasciò con una classe di 18 piccoli autistici, uno più strano dell’altro e tutti che non avevo visto. Erano gli autistici di Casal di Principe.

Il centro FARE di Casal di Principe era pressappoco come gli altri centri. Era un negozio in un palazzo con dei Portici. Non che a Casal di Principe, con tutte quelle villette e quelle costruzioni abusive simili a scuole, ci sia la possibilità di sbagliarsi. Quando parlo di “palazzo con i portici con negozio” tutti sanno di quale palazzo parlo. E se non lo sanno è perché non voglio saperlo. Perché le famiglie che comandano in città hanno deciso che non si deve sapere.

Ma bando alle ciance camorristiche: mi presentai in quel bel centro, quel bel negozio grande pieno di vetrine colorate, una mattina alle otto in punto. Ero da solo, a casa, in quei giorni, con Giacomo e Rosanna al mare. Potevo lasciare tutto in giro, tutto sporco, rimandando di ora in ora e di giorno in giorno le pulizie, e non mi succedeva nulla.

Bè… Un po’ mi seccava trovare casino, quando rientravo, ma stavo a casa talmente poco!

Elisabetta Caterino era stata, naturalmente, la catalizzatrice di quella ESTATE CASALESE per i disabili. I genitori avevano iscritto i loro figli perché c’era la possibilità di avere direttamente la scienza infusa di Elisabetta per ben 2 mesi. Per tutto luglio e agosto. Il centro FARE avrebbe chiuso le saracinesche solo per alcuni giorni, la settimana di ferragosto. Per il resto l’ampia messe di tirocinanti e i pochi dipendenti avrebbero contribuito a tirare avanti la baracca anche nei momenti più caldi.

Dunque il primo giorno, un caldo giorno di Luglio, arrivai all’alba a Casale e non chiesi niente a nessuno, perché avevo lo smartphone con il navigatore. Altrimenti avrei avuto un po’ paura a interfacciarmi con la fauna locale, con tutto quello che si sente dire in giro. Insomma… la camorra eccetera… no?

Arrivai al centro e vidi questo negozio bello, colorato, festoso. Giusto a fianco del negozio c’era un bar.

Sulle prime, avevo paura di prendere un cappuccino. Poi mi feci coraggio e lo presi.

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